giovedì 16 ottobre 2008

Scontro sul clima, Italia pronta al veto

Per il "no" al piano di riduzione dei gas serra si schiera anche la Polonia, dice La repubblica

Un drammatico confronto sui cambiamenti climatici ha segnato la prima giornata del vertice europeo di Bruxelles, chiamato a dotare l´Ue degli strumenti per rispondere all´innalzamento delle temperature globali. Ad esasperare lo scontro sul pacchetto approvato faticosamente un anno e mezzo fa è stato il veto messo sul tavolo da Italia e Polonia, seguite con maggior prudenza da altri sette Paesi dell´Europa orientale. Più defilata la Germania, oggi dubbiosa sull´adozione definitiva di quelle regole la cui ideazione nel 2007 aveva rappresentato il fiore all´occhiello della presidenza di turno Ue della Cancelliera Angela Merkel.La posta in gioco è altissima. Da un lato la necessità di mettere l´Europa all´avanguardia nella lotta al cambiamento climatico con le regole per il post-Kyoto, i cui effetti scadono nel 2020: un´esigenza non rinviabile dal punto di vista scientifico e un´opportunità di crescita, visto che la leadership nell´economia pulita rappresenta una delle poche carte vincenti per l´Europa.D´altro lato la consapevolezza che oggi, all´alba di una dura crisi economica, impegnarsi su obiettivi ambiziosi potrebbe costare troppo a governi e industria, che nel breve periodo potrebbe perdere competitività rispetto alle economie emergenti che dell´ambiente se ne infischiano. Nel concreto il pacchetto Ue prevede di tagliare le emissioni industriali di Co2 del 20% entro il 2020, di accrescere l´incidenza delle fonti rinnovabili e di aumentare l´efficienza energetica. Ma lo scontro tocca anche il taglio dei gas di scarico delle automobili. Il tutto - è la speranza della Francia, presidente di turno dell´Ue - da approvare defnitivamente entro dicembre, in modo da portare l´Europa in una posizione di leadership al 2009, quando si apriranno le trattative internazionali sull´era post-Kyoto.La posizione italiana, già anticipata nelle scorse settimane, ieri è stata ribadita con veemenza dal premier Silvio Berlusconi. «Gli impegni che l´Unione europea si era data sotto presidenza tedesca - ha dichiarato - oggi si confrontano con la crisi. Non crediamo che questo sia il momento per andare avanti da soli e fare i Don Chisciotte». Il punto, ha sottolineato, è che «i maggiori produttori di Co2, Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione e l´economia italiana dovrebbe pagare 25 miliardi all´anno». Di fatto ad essere in discussione non sono gli obiettivi, ma le modalità del loro raggiungimento, con quattro punti «irrinunciabili» sottolineati a margine del summit dal ministro degli Esteri, Franco Frattini: abolizione dei target annuali intermedi, in modo da tirare le somme solo nel 2020 e dare tempo alla nuovo corso del nucleare italiano di abbattere le emissioni; annullare l´impegno a portare il taglio di Co2 al 30% in caso di accordo internazionale in seno all´Onu; ammorbidire gli impegni per le industrie atumobilistiche italiane; esentare i settori industriali che mangiano più energia dal sistema dai tetti delle emissioni (Ets).E a scoperchiare il vaso di Pandora ci si sono messi anche i polacchi, seguiti da sette paesi dell´ex blocco sovietico. Chiedono modifiche e più tempo per chiudere il pacchetto nella speranza di arrivare a gennaio, quando la presidenza di turno passerà alla Repubblica Ceca: per quanto ieri Praga si sia dimostrata neutrale per delicatezza istituzionale, sarebbe più propensa ad accettare le richieste dei vicini. Una prospettiva, quella del ritardo, che all´Italia non dispiacerebbe, anche se le nostre istanze sono diverse, e in alcuni passaggi contrastanti, da quelle del blocco dell´Est. Sul fronte opposto, schierate a fianco di Francia, Commissione e Parlamento Ue, spiccano Spagna e Gran Bretagna. Proprio ieri il premier Gordon Brown ha sottolineato che «non è assolutamente tempo di abbandonare l´agenda sui cambiamenti climatici». E oggi, dopo una lunga notte, si vedrà quanto avrà ottenuto il fronte del no.

1 commento:

antonella ha detto...

se facciamo ministro dell'ambiente un'esponente dell'imprenditoria industriale, che possiamo aspettarci (oltre alle solite figuracce in europa)? privilegiare il nucleare sarebbe una scelta contraria non solo alle politiche dell'unione europea, ma anche controproducente per l'economia interna che adesso troverebbe il migliore terreno per lo sviluppo delle energie rinnovabili. basterebbe che per una volta ci mobilitassimo, invece di subire passivamente.