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giovedì 17 gennaio 2013

Ai cambiamenti del clima ci si può mettere al riparo

Nature Climate Change ha pubblicato uno studio condotto dall’università di Reading secondo il quale se si adottassero misure contro i cambiamenti climatici milioni di persone nei prossimi decenni potrebbero sfuggire a siccità e inondazioni. Gli esperti dicono che nel 2050 il mondo poterebbe essere domaninato da due scenari molto diversi.
-  Se nel 2016 la crescita delle emissioni fosse interrotta e la loro quantità ridotta ogni anno del 5%, tra 39 e 68 milioni di persone si risparmierebbero la siccità, e tra 100 e 161 milioni avrebbero un rischio molto ridotto di inondazioni.
- Se invece il picco della CO2 dovesse verificarsi nel 2030, e poi queste diminuissero sempre del 5%, si salverebbero tra 17 e 48 milioni di persone dalla siccità e tra 52 e 120 dalle inondazioni
Dati questi dati, come spiega Nigel Arnell, uno degli autori dello studio “Praticamente nel secondo scenario si avrebbero benefici inferiori del 50-75% e questo nonostante poi nel 2100 si raggiungerebbero più o meno gli stessi risultati in termini di aumento della temperatura”.

venerdì 14 settembre 2012

Il sole non c'entra con il riscaldamento globale

La radiazione solare non e' la causa principale del recente riscaldamento globale. A mostrarlo specificatamente con prove non empiriche e' uno studio di Antonello Pasini e Alessandro Attanasio dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Iia-Cnr), realizzato in collaborazione con Umberto Triacca dell'Universita' di L'Aquila e pubblicato su Environmental Research Letters. "Il Sole e la sua radiazione sono sempre stati considerati come cause fondamentali dei cambiamenti climatici, sia per gli influssi esercitati in passato sui periodi glaciali e interglaciali, sia per le variazioni di natura secolare o decennale", ha spiegato Pasini.
  "Recentemente, tuttavia, alcune ricerche, utilizzando semplici correlazioni e metodi grafici, hanno fornito - ha aggiunto - un'evidenza empirica di trend opposti per temperature e quantita' di radiazione solare relativamente agli ultimi decenni. Da questi studi empirici non si potevano, pero', trarre conclusioni certe su eventuali cambiamenti nella relazione causa-effetto tra Sole e temperature globali".
  Utilizzando un modello causale precedentemente sviluppato da Clive Granger, premio Nobel per l'Economia nel 2003, i ricercatori sono arrivati a scoprire come sia cambiato nel tempo il ruolo della radiazione solare. "I nostri risultati mostrano come la causa solare dei cambiamenti del clima sia stata fondamentale fino agli anni '50 del secolo scorso - ha proseguito Pasini - perdendo poi progressivamente importanza dagli anni '60, fino a che la significativita' del legame causa-effetto tra Sole e temperature globali e' scomparsa quasi completamente a partire dagli anni '70". Ma lo studio esamina anche il ruolo della influenza antropica. "Abbiamo constatato che il rapporto causale tra gas serra e temperature e' sempre stato forte a partire dagli anni a 40 e si e' andato intensificando negli ultimi decenni", ha detto il ricercatore.
  "In sostanza nei decenni recenti, mentre e' andata indebolendosi la causa solare, che pure esiste ed e' forte, quella antropica risulta di gran lunga piu' determinante. Le emissioni di gas serra ed altre influenze antropiche sarebbero oggi cosi' forti da 'oscurare' la causa solare", ha concluso.
(AGI)

lunedì 3 settembre 2012

La polvere di carbone incide poco sul riscaldamento globale

Il particolato carbonioso potrebbe non avere il peso che finora i modelli climatici gli attribuivano nel riscaldamento globale. A dirlo, una ricerca condotta dalla University of California di Davis pubblicata su 'Science'. Gli scienziati hanno effettuato misure dirette delle particelle di carbone nero nell'atmosfera, confrontando i loro effetti, rispetto agli altri inquinanti, sul riscaldamento globale. Finora in questo contesto il particolato carbonioso era ritenuto molto dannoso, secondo solo all'anidride carbonica. Il particolato assorbe la radiazione solare e quindi riscalda direttamente l'atmosfera. In piu', puo' anche influenzare il clima attraverso un effetto intermedio su nuvole e ghiacci. Quando il particolato entra in atmosfera si combina con altre sostanze, formando particelle composite che assorbono e riflettono la radiazione in modi diversi rispetto ai singoli componenti. I modelli, di solito, analizzavano gli effetti sul riscaldamento del clima di queste particelle composite, prevedendo che potessero assorbire il doppio di calore rispetto a quanto facesse il particolato da solo. Ora gli scienziati hanno effettuato misure dirette dell'assorbimento della radiazione solare da parte di queste particelle composite in due regioni della California. I risultati indicano che l'assorbimento e' rinforzato solo di una piccola quantita', molto inferiore rispetto a quella prevista dai modelli. Dunque, questi potrebbero aver sovrastimato il riscaldamento indotto dalle emissioni del carbonio nero e potrebbe essere necessario ridefinire i vari parametri considerati, in modo da arrivare a una stima piu' precisa del contributo delle emissioni del carbonio nero al riscaldamento globale di origini umana. (AGI) .

venerdì 13 luglio 2012

Il variare del clima

Sin dalla formazione della Terra, circa 5 miliardi di anni fa, il clima del pianeta è dinamico e ancora adesso non è stabile.
Alcune conseguenze di questa variabilità sono le fluttuazioni periodiche nella temperatura e nelle modalità di precipitazione. Oltretutto, l’aumento della concentrazione dei gas serra sta causando un aumento della temperatura globale. Come si può immaginare le zone maggiormente colpite da questo fenomeno sono le aree urbane, sia a causa dei cambiamenti che si sono verificati nelle coperture dei terreni sia per il consumo di energia che avviene nelle aree densamente sviluppate. Le cause dell’aumento generale delle temperature non sono date solo da fenomeni naturali: questi cambiamenti sono causati soprattutto dalle attività umane.
L’innalzamento della temperatura ha però anche importanti effetti a livello meteorologico. Aumentandola temperatura aumenta, di conseguenza, anche l’evaporazione perciò l’inasprimento dell’effetto serra porterà ad una crescita delle precipitazioni e ad una maggiore frequenza delle tempeste di forte intensità. Inoltre, in varie regioni delle zone tropicali ci saranno siccità più frequenti date dal maggior calore che porta a una riduzione dell’umidità. Bisogna però anche soffermarsi sulle condizioni climatiche europee future. Si pensa che lo scioglimento dei ghiacci artici, provocato dal riscaldamento globale, provocherà un potenziamento delle correnti oceaniche provenienti dall’Artico. Queste causeranno la deviazione della Corrente del Golfo del Messico che si protrae fino alle coste dell’Europa Occidentale contribuendo a mitigare le temperature del nostro continente. La mancanza di questo riscaldamento potrebbe portare l’Europa nel nord verso un raffreddamento.
In ogni caso si è scoperto che, mentre la maggior parte della terra si sta riscaldando, le regioni che sono sottoposte alla ricaduta delle emissioni di biossido di zolfo si stanno in genere raffreddando. Le nuvole di solfati atmosferici prodotti dalle emissioni industriali raffreddano l’atmosfera  perché riflettono la luce solare verso lo spazio ed attenuano l’effetto dell’incremento della concentrazione dei gas serra; comunque i solfati hanno una permanenza atmosferica molto bassa e la loro presenza varia nelle diverse zone della Terra.

giovedì 5 luglio 2012

Per gli americani il clima non è piu' una priorità

I cambiamenti climatici non sono piu' al primo posto delle questioni ambientali da affrontare a livello globale per gli americani.
è quanto riporta il Corriere della Sera:
"Solo il 18% li considera il problema piu' grave, mentre il 29% ha scelto l'inquinamento dell'aria e dei corsi d'acqua. Un dato sorprendente se si considera che nel luglio 2008 le conseguenze del riscaldamento globale erano viste come la sfida piu' grande dal 25% del campione intervistato, dal 33% nel 2007. Il sondaggio e' stato condotto dal 13 al 21 giugno da Washington Post-Stanford University, qualche giorno prima del caldo record che ha dapprima dato vita a una tempesta di fulmini e poi causato un blackout che ha lasciato senza elettricita' milioni di persone. Secondo il Washington Post, la causa principale del ridimensionamento della priorita' data dagli americani alla questione climatica sarebbe il basso profilo tenuto da Barack Obama in vista delle elezioni presidenziali di novembre."

giovedì 31 maggio 2012

L’Agenzia europea dell'ambiente: come rendere le città luoghi più piacevoli in cui vivere

Il rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente (EEA) “ Urban adaptation to climate change in Europe” è il primo studio a livello europeo che fa il punto della situazione sulla vulnerabilità urbana ai cambiamenti climatici.
Secondo lo studio le migliori pratiche sono state in alcune città europee, tra cui Londra, Malmö, Łódź e Copenhagen.
E’ stato evidenziato che la maggiore vulnerabilità delle città, in cui risiede circa il 75% della popolazione europea, è insita nella composizione stessa delle aree urbane. Come primo esempio, la forte presenza di superfici artificiali e la scarsa presenza di verde determinano temperature più alte rispetto alle zone rurali e aumentano la percezione delle ondate di calore da parte dei cittadini.
In futuro la scarsità d’acqua, le inondazioni e le ondate di caldo saranno fenomeni sempre più frequenti e intensi, per questo gli amministratori dovrebbero investire quanto prima in misure di mitigazione. Infatti prima lo faranno minori saranno i costi.
Il report mostra come le politiche di adattamento non possano essere obiettivi locali ma richiedano azioni concertate a tutti i livelli politici. A tale proposito un ruolo fondamentale può essere svolto dall’UE con l’applicazione di politiche di sostegno coerenti.
Un primo passo in tal senso è stata la messa a punto della piattaforma web, recentemente inaugurata, European Climate Adaptation Platform Climate-ADAPT , che l’UE ha messo a disposizione sul sito dell’Agenzia europea dell'ambiente. Tale piattaforma vuole essere un supporto concreto per i politici a livello europeo, nazionale e regionale, al fine di garantire azioni concrete e mirate per fronteggiare i cambiamenti climatici e le loro conseguenze.

venerdì 4 novembre 2011

L’alluvione non sarebbe conseguenza dei cambiamenti climatici

Lettera aperta di Andrea Aparo a Napolitano, pubblicata su Il Fatto quotidiano:

"Caro Presidente,
Una settimana è passata. Un tempo giusto per continuare a esprimere la solidarietà e le condoglianze a chi nell’alluvione del 25 ottobre scorso ha perso affetti, ricordi, beni materiali. Un tempo giusto per confermarle la mia grande ammirazione e stima come persona e come Capo dello Stato. Un tempo giusto per non essere d’accordo con Lei per l’affermazione a Lei attribuita e riportata dai media: “Sono tributi molto dolorosi che purtroppo paghiamo ai cambiamenti climatici, non solo noi”.

No, Signor Presidente, non sono tributi che paghiamo a cambiamenti climatici. In caso sono tributi che paghiamo a eventi meteorologici che non hanno nulla di eccezionale. La macchina dell’atmosfera, nella sua complessità, può generare eventi come quello registrato il 25 ottobre in modo del tutto normale.

Fosse eccezionale, non avremmo registrato nel recente passato altre alluvioni, altre vittime, altri danni sempre negli stessi luoghi della Liguria e dell’alta Toscana.

Signor Presidente, ciò che è eccezionale è l’incuria, l’indifferenza, la violenza con cui noi italiani abusiamo del nostro territorio. Eccezionale è che mai nessuno e nessuna delle istituzioni siano responsabili di alcunché. Eccezionale è che ogni volta la colpa è del clima che impazzisce.

Signor Presidente, sono tributi molto dolorosi che purtroppo paghiamo alla stupidità nazionale. Però Lei, Signor Presidente, forse l’ultima voce che abbiamo in questo paese che parla parole di saggezza e attenzione, Lei non dica cose inesatte. La prego."

lunedì 4 ottobre 2010

Verità scomode: i 10 miti verdi da sfatare

Un paio di anni fa Wired aveva fatto parecchio scalpore con un articolo su alcuni miti "verdi" da sfatare. Secondo la rivista americana, infatti, ci sarebbero una serie di convinzioni portate avanti come bandiere delle proteste degli ambientalisti da diversi anni, che in realtà non sarebbero altro che leggende.
Il punto centrale dell'articolo era che è inutile battersi per piccole singole campagne, come fa la maggior aprte degli ambientalisti, quando il cambiamento climatico sta spingendo il pianeta verso il caos.

1) La vita in campagna non è più ecologica di quella cittadina.
I motivi sono molteplici: dalla benzina (e i gas di scarico) sprigionati per raggiungere i centri abitati, alle emissioni del terreno durante la lavorazione, o degli animali durante l’allevamento, fino anche alla concentrazione dei consumi raggruppati in comunità, che potrebbero diventare più dannosi se utilizzati singolarmente nelle case isolate.

2) L’aria condizionata può essere ecologica,
infatti è preferibile usarla d’inverno, nonostante lo spreco di energia elettrica, e le conseguenti emissioni, perchè l’alternativa sarebbero i termosifoni, che inquinano molto più dei condizionatori stessi.

3) Gli Ogm sono più ecologici dei prodotti agricoli bio,
infatti gli organismi geneticamente modificati, su cui anche la Fao punta, potrebbero risolvere il problema della fame nei paesi poveri, fornendo artificialmente cibo, in quantità anche maggiori e a costo inferiore rispetto alle colture organiche.

4) Le foreste vergini contribuiscono al riscaldamento del pianeta,
meglio quindi costruire aziende agricole al loro interno.

5) La Cina sarà la soluzione ai problemi ecologici,
infatti i cinesi, insieme agli indiani, stanno producendo uno sforzo per sviluppare le energie rinnovabili su scala industriale, molto di più di quello che avviene ad esempio in America e in Europa.

6) Accettiamo l' ingegneria genetica,
perché i nuovi Ogm superefficienti potrebbero diminuire le emissioni di gas serra.

7) Il commercio del "credito del carbonio" non è un bene,
perché l’accordo tra paesi industrializzati e paesi poveri per acquistare quote di “inquinabilità” porta a una concentrazione dell'’inquinamento in determinate zone, situazioen assai più dannosa di una produzione più estesa ma meno fitta.

8) E' meglio acquistare un’auto usata che una nuova ibrida,
infatti la diminuzione di produzione automobilistica inquinerà molto meno di un'auto a Euro zero.

9) Il nucleare è ecologico,
dato che formisce energia elettrica senza emissioni di Co2.

10) E' inutile ostinarsi a combattere i cambiamenti climatici,
bisogna abituarci ad essi, ed agire di conseguenza, preparandosi magari al peggio. Secondo Wired, infatti, saremmo ormai in ritardo per rimediare, e l’unica cosa da fare è utilizzare le conoscenze tecniche e scientifiche per cercare di limitare i danni .

E' interessante rivedere adesso queste 10 "eresie verdi", perché in soli 2 anni alcune sono state rivalutate. Che ne pensate?

martedì 8 giugno 2010

Clima: 10 anni per fissare obiettivi soddisfacenti

La comunità internazionale potrebbe impiegare ancora dieci anni per impegnarsi su obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra che possano davvero fermare il riscaldamento globale, secondo il responsabile del clima dell'Onu Yvo de Boer. "penso che il processo possa concludersi, nel giro di dieci anni, con degli obiettivi riduzione adatti" ha detto De Boer in una conferenza stampa a Bonn trasmessa su internet. "Nel processo avremo bisogno di molte tappe, ma sono convinto che ci arriveremo a lungo termine" ha aggiunto il segretario della convenzione onu sul Clima, che lascia il suo incarico a fine mese. I rappresentanti di 180 paesi sono riuniti a Bonn da una settimana e fino a venerdì per preparare la prossima riunione internazionale il clima dal 29 novembre al 10 dicembre a Cancun, in Messico.
Apcom-Nuova Energia)

lunedì 17 maggio 2010

Salvare i coralli dalle emissioni di CO2

I coralli soffrono due volte per le emissioni di CO2: per prima cosa perché risentono del riscaldamento globale, ma anche perché l'acqua marina, a contatto con l'anidride carbonica, si acidifica, danneggiando quegli organismi che producono scheletri di carbonato di calcio, come appunto i coralli.

Per questo, il Consiglio Europeo delle Ricerche ha accordato un finanziamento di 3,3 milioni al progetto Coral warm, che per 5 anni metterà sotto osservazione il Mar Mediterraneo e il Mar Rosso, con l'obiettivo di capire quali danni ha provocato l’aumento dei gas serra.

"Lo studio, al via il 1° giugno, vede coinvolti i dipartimenti di Chimica e di Biologia evoluzionistica sperimentale dell’Università di Bologna, oltre alla Bar-Ilan University di Tel Aviv. Il progetto, il più ampio mai aggiudicato per una ricerca sui coralli in Europa, se l’è vista con la concorrenza di 1500 candidature. Alla fine solo l’1% delle proposte ha ottenuto i fondi.

Tra i ricercatori impegnati c’è Stefano Goffredo, un biologo bolognese di 41 anni che lavora da precario all’ateneo emiliano dal 1996. Istruttore subacqueo da quando era un ventenne che dava lezioni di immersioni nel reef, ora guarda con ansia alla sorte dei coralli: «Questi progetti nascono dalla passione che hai dentro e dalla preoccupazione per un ambiente che ho sempre frequentato – racconta –. Nel ’98, a causa del riscaldamento dell’acqua, c’è stata una mortalità di massa nell’Oceano indiano, con la perdita di notevoli estensioni di coralli. Qualche anno fa, poi, nel Mar Ligure, c’è stato un fenomeno analogo, anche se di dimensioni minori, provocato dall’acqua particolarmente calda e calma. I cambiamenti climatici ci sono sempre stati, ma ora gli effetti sono misurabili».

Non che i ricercatori temano di trovarsi davanti a una situazione catastrofica: «Ci sono specie più sensibili di altre – continua Goffredo – e alcune forme forse saranno anche facilitate. Se è vero che la CO2 danneggia gli organismi che producono scheletri calcarei, ci sono alghe che saranno avvantaggiate dalla fotosintesi. Alcune industrie sono interessate proprio a questi aspetti per la realizzazione di antiossidanti o biofuel, anche se questo aspetto esula dal nostro lavoro».

Tornando alle 40 specie di corallo presenti nel Mediterraneo, il loro valore ecologico consiste nella loro capacità di costruire habitat tridimensionali dove si fissano e vivono altri organismi, oltre che nel convogliare sui fondali quantità di energia. In ambienti bui, nelle grotte o a grandi profondità, arrivano a coprire il 90% dei fondali. L’anidride carbonica rende acida l’acqua, facendo dissolvere il carbonato di calcio che costituisce lo scheletro del corallo.

Per comprendere l’entità dei danni subiti, saranno dislocate stazioni-sonda ogni 15-20 km delle nostre coste, allo scopo di rilevare temperature e ph. Gli studi avverranno in sette stazioni, una delle quali ha caratteristiche speciali: «All’isola di Panarea, teatro di emissioni di anidride carbonica di origine vulcanica, ci sono combinazioni di temperature e acidità simili a quelle che, secondo le previsioni, si realizzeranno fra 100 anni negli oceani del pianeta – spiega Goffredo –. Metteremo i coralli lì per vedere come reagiscono»."
(da LaStampa.it)

giovedì 9 aprile 2009

Temperature più miti favoriscono la nascita delle bambine

Ai Tropici è più facile che nascano delle femmine. È questa la conclusione principale del saggio pubblicato dalla giovane biologa americana Kristen Navara sulla prestigiosa rivista Biology Letter. Il clima tropicale, caratterizzato da temperature più elevate e giornate più lunghe, provoca nel medio-lungo periodo un’alterazione qualitativa dello sperma e una riduzione statisticamente significativa dell’aborto spontaneo che, insieme, facilitano il successo delle gravidanze rosa.
Dopo aver confermato ancora una volta che il feto femminile è meno fragile di quello maschile (e a dimostrarlo basta ricordare che, storicamente, in tutti i periodi che i biologi hanno classificato come di forte “stress ambientale”, conflitti inclusi, il numero di neonate ha superato in maniera significativa quello dei neonati), la studiosa americana ha sostenuto che proprio a causa della sua debolezza il feto maschile subisce più di quello femminile le alterazioni ambientali.
Fino ad oggi gli esperti in materia si erano limitati a ipotizzare che il tasso di natalità maschile e femminile potesse variare a seconda delle latitudini, e nonostante molti studi regionali siano già stati pubblicati, nessun ricercatore aveva mai azzardato un’analisi dei dati statistici relativi all’intero pianeta. Dai laboratori dell'Università della Georgia Navara lo ha fatto, prendendo in esame i numeri relativi ai tassi di natalità di 202 Paesi in un periodo di dieci anni. A livello globale la maggioranza dei neonati continua ad essere di sesso maschile (51,5%), ma in tutte le zone più vicine all’equatore queste percentuali calano al 51,1%, mentre l’unico Paese in cui sono le bambine ad essere sovrarappresentate nelle nascite è la Repubblica Centraficana. Il maggiore equilibrio tra il sesso dei neonati rimane costante dal punto di vista della latitudine, senza essere influenzato dalle differenze socio-economiche e culturali che contraddistinguono l’Africa, l’Asia e l’America Latina. Quanto basta per smentire chiunque volesse giudicare i risultati della ricerca come il frutto di coincidenze. ( da Panorama.it)

lunedì 16 marzo 2009

Come cambia il fitoplancton antartico

Via via che il clima freddo e asciutto della Penisola antartica diventa sempre più caldo e umido, il fitoplancton, il primo anello della catena alimentare della fauna marina va diminuendo nella parte nord della penisola e aumentando in quella sud, come sostengono i ricercatori della Rutgers University Martin Montes-Hugo e Oscar Schofield sull'ultimo numero della rivista “Science”.Il loro articolo “Recent Changes in Phytoplankton Communities Associated with Rapid Regional Climate Change Along the Western Antarctic Peninsula”, traccia infatti un quadro esaustivo a partire dagli ultimi 30 anni di dati ottenuti da satellite.La Penisola Antartica è la regione più settentrionale dell'Antartide che si potende verso la Terra del Fuoco, l'estremo lembo meridionale del Sud America. Complessivamente, i livelli di fitoplacton della regione sono diminuiti del 12 per cento negli ultimi tre decenni."La novità è che stiamo rilevando per la prima volta un cambiamento nella concentrazione e nella composizione del fitoplancton lungo le coste della Penisola Antartica associata a una modificazione a lungo termine del clima”, ha commentato Montes-Hugo. "Questi cambiamenti possono spiegare in parte l'osservata diminuzione di alcune popolazioni di pinguini.”Alcune ricerche hanno infatti evidenziato come le popolazioni di pinguini di Adelia, le cui abitudini di vita richiedono un clima molto freddo, si siano ridotte drasticamente in anni recenti nella parte settentrionale della penisola, mentre le popolazioni di pinguini sub-antartici, come i pinguini della specie Pygoscelis antarctica sono aumentati."Ora sappiamo che i cambiamenti climatici stanno avendo un impatto sulla prima parte della catena alimentare” ha spiegato Hugh Ducklow, coautore dell'articolo e condirettore dell'Ecosystems Center del Marine Biological Laboratory di Woods Hole, nel Massachusetts.Gli scienziati hanno da tempo notato che la Penisola Antartica si sta riscaldando più velocemente di qualunque altra parte del mondo durante l'inve (Da

martedì 10 marzo 2009

Il 28 marzo mondo al buio per difendere il clima

Un'ora di buio, per ricordare alla Terra che la luce si sta esaurendo. Le attuali risorse energetiche non bastano, e il riscaldamento globale è una minaccia di fronte alla quale servono provvedimenti seri e urgenti. Questi sessanta minuti scatteranno il 28 marzo, dalle 20,30 alle 21,30: sono quelli dell' Earth Hour – l’Ora della Terra. Attraverserà 25 fusi orari diversi dalle coste del Pacifico ai paesi delle coste atlantiche, mirando a contagiare un miliardo di persone con il click di un interruttore per una ola mondiale senza luce. Le prime lampadine a spegnersi saranno quelle delle Chatham Islands, un piccolo arcipelago al largo delle coste neozelandesi che sono il luogo più lontano dall’Italia, distando circa 19.250 chilometri dal centro di Roma. (da Corriere.it)

martedì 13 gennaio 2009

Se il "global warming" va sotto processo

Da Repubblica

Quella che stiamo vivendo in questi anni è una svolta indiscutibile nella storia del clima. Il pianeta si riscalda sempre di più. Il global warming è un processo complesso che non è certo rimesso in discussione dall´attuale ondata di freddo abbattutasi sull´Europa. La situazione di questi giorni - che per altro non è assolutamente eccezionale, visto che negli ultimi decenni abbiamo conosciuto periodi anche più freddi - è piuttosto il segno di un progressivo sregolamento climatico dovuto all´innalzamento globale della temperatura. Nel corso del secolo scorso la temperatura del pianeta è aumentata dello 0,6 per cento, con un margine d´errore dello 0,2 per cento. Forse non siamo ancora di fronte a una tragedia irreversibile, ma ciò non significa che non si debba intervenire. Anche perché non siamo assolutamente in grado di fare previsioni affidabili. L´unica certezza è il ruolo fondamentale svolto dalle attività umane nel processo che aggrava il riscaldamento del pianeta, riscaldamento che finora era solo di origine astronomica. E siccome la prossima fase di glaciazione sarà tra 50 mila anni, non possiamo contare sulla variabile astronomica per combattere la deriva del clima. La natura non può rimediare ai nostri errori, anche se alcuni fenomeni sembrerebbero indicarlo. Ad esempio, secondo alcune ricerche, lo scioglimento dei ghiacci polari dovuto al riscaldamento climatico metterebbe in moto un processo naturale in grado di combattere l´effetto dei gas serra. Si tratta solo di un´ipotesi, che se fosse confermata mostrerebbe quanto possa essere imprevista l´evoluzione climatica. Sapere che la natura sa reagire, non dovrebbe però spingerci all´attendismo. Invece, forse inconsciamente, coltiviamo tutti l´illusione che la natura sia capace di ristabilire da sola il proprio equilibrio. La pensiamo come una realtà indistruttibile e tale percezione diventa un alibi per non agire e addirittura per non rispettare gli impegni già presi. Si pensi ad esempio al protocollo di Kyoto, che finora non è riuscito a ottenere i risultati auspicati. I gas serra dovevano diminuire e invece tra il 2005 e il 2007, la Spagna ha aumentato le emissioni di gas serra del 53 per cento, il Portogallo del 43 per cento e l´Irlanda del 26 per cento. Per non parlare dell´impatto sull´ambiente delle cinquantadue centrali a carbone messe in cantiere dalla Cina. Insomma, nonostante gli accordi di Kyoto, la situazione si degrada, forse perché le popolazioni non percepiscono ancora le trasformazioni climatiche come una vera minaccia.Quando si parla del riscaldamento del pianeta si dimentica spesso che le maggiori conseguenze di tale situazione ricadranno sui paesi più poveri, per i quali l´ecologia è un lusso insostenibile. Quando non si sa come nutrire i propri figli, non ci si preoccupa certo del riscaldamento climatico e si cerca solo di sopravvivere. Anche nei paesi occidentali, a pagare saranno soprattutto le popolazioni più fragile, vale a dire i bambini, gli anziani, i malati e i più poveri. Questa vulnerabilità però non è quasi mai presa in considerazione, rimuovendo quindi le conseguenze concrete prodotte dai cambiamenti climatici, conseguenze che saranno una vera e propria tragedia per moltissime persone.

lunedì 12 gennaio 2009

Il dietrofront di 650 scienziati «La Terra più calda? Una bugia»

Dal Corriere della Sera

Dice l'immaginario collettivo che non ci sono più le stagioni di una volta. Eppure il freddo e la neve di questi giorni sono un revival di inverni dimenticati. Dicono alcuni studiosi del clima che la temperatura del nostro pianeta è sempre più alta, che il 2008 è stato il settimo anno più caldo dal 1800. Ma esiste anche una seconda versione, di altri scienziati: la Terra, giurano, dal 1998 in poi si sta raffreddando, non è vero che l'uomo possa influire sui cambiamenti climatici e poi la temperatura globale registrata nel corso del 2007 è stata addirittura la più fredda del millennio.E allora? Andiamo dritti verso un surriscaldamento da catastrofe o ci stiamo preoccupando inutilmente?Certo, i continui allarmi sull'effetto serra e il riscaldamento globale evocano più scenari da inverni miti che giornate dal termometro in picchiata. E un inverno come quello appena cominciato va a nozze con le tesi dei negazionisti del cambiamento climatico e della responsabilità umana. Sono tanti: geologi, glaciologi, fisici, meteorologi, astrofisici, oceanografi, paleoclimatologi. 650 scienziati di tutto il mondo, così decisi nel loro dissenso da presentare al Senato americano (l'11 dicembre scorso) un dossier di 231 pagine sul «global warming ».Gli skeptical scientist provano a confutare con i loro studi la teoria dell'Ipcc, il gruppo di scienziati che alle Nazioni Unite si occupano delle ricerche sui cambiamenti climatici, che sostengono un'influenza umana del 90% nelle variazioni del clima e che i colleghi «ribelli» chiamano catastrofisti.«È il riscaldamento globale che provoca aumenti di biossido di carbonio nell'atmosfera, e non il contrario» è sicuro Andrei Kapitsa, geografo russo e ricercatore sui ghiacci antartici. «Io sono scettico, il riscaldamento globale è diventato una nuova religione» dice Ivar Giaevar, premio Nobel per la Fisica.

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

giovedì 18 dicembre 2008

Come cambia l'acidità dell'oceano

Da Le Scienze

La composizione chimica dell’oceano è meno stabile di quanto ritenuto finora ed è molto più dipendente dai cambiamenti climatici: è quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università della California a Santa Cruz e della Carnegie Institution di Washington.
Secondo quanto riportato nell’ultimo numero della rivista “Science” la composizione chimica dell’oceano subì una brusca variazione in corrispondenza di un cambiamento del clima verificatosi 13 milioni di anni fa, e il timore è che lo stesso processo possa ripetersi oggi in risposta al global warming con conseguenze potenzialmente gravi per gli ecosistemi marini.

"Via via che la concentrazione di CO2 aumenta e che si modificano gli schemi del tempo meteorologico, cambia di conseguenza la composizione dei fiumi, e a sua volta anche quella degli oceani”, ha commentato Ken Caldeira del Dipartimento di ecologia globale della Carnegie Institution. "In particolare, questo processo cambierà la quantità di calcio e di altri elementi tra i sali disciolti nelle acque dell’oceano.”

La ricerca si è basata su campioni ottenuti da carotaggi dei sedimenti oceani prelevati dal Bacino dell’Oceano Pacifico. Dall’analisi degli isotopi del calcio nei grani del minerale baritina (BaSO4) in diversi strati, si potuto determinare che tra 13 e 8 milioni di anni i livelli di calcio si modificarono drasticamente, in corrispondenza dell’aumento della coltre antartica durante lo stesso intervallo. A causa dell’enorme volume di acqua trasformata in ghiaccio, il livello del mare diminuì.

"Il clima divenne più freddo, i ghiacci si espansero e i livelli dell’oceano calarono, e l’intensità, il tipo l’estensione dei fenomeni atmosferici sulla regione cambiarono”, ha commentato Griffith. “Ciò determinò dei cambiamenti nella circolazione oceanica e nella quantità e composizione di ciò che i fiumi portano nell’oceano.”

Le rocce contenenti calcio come il calcare sono la più grande riserva di carbonio del pianeta.

Il ciclo del calcio dell’oceano è strettamente collegato al biossido di carbonio atmosferico e con i processi che controllano l’acidità dell’acqua marina”, ha continuato Caldeira.

"Ciò che abbiamo compreso da questo lavoro è che il sistema oceanico è molto più sensibile ai cambiamenti climatici di quanto si sia mai ipotizzato”, ha concluso Griffith. "Pensavamo che la concentrazione di calcio, che rappresenta il maggiore elemento presente nell’acqua, cambiasse molto lentamente e gradualmente nell’arco di decine di milioni di anni, invece i nostri dati suggeriscono che ci possa essere una relazione molto più dinamica tra clima e chimica oceanica che talvolta può dare come risultato una rapida riorganizzazione biogeochimica.”

lunedì 8 dicembre 2008

Intervista a Wallace Broecker

(da Il Sole 24 Ore ) Il protocollo di Kyoto? Ineludibile, visto che l'effetto serra rischia davvero di ucciderci. Ma guai ad illudersi: soffiare nell'atmosfera un po' meno di anidride carbonica, qui da noi, non risolverà il problema. Perché nel frattempo India e Cina, da sole, ne aggiungeranno dieci, cento, mille volte di più. La soluzione? Aspirare la CO 2 e iniettarla nelle viscere nella terra. Oppure in fondo al mare. Si può.E si deve.«Subito»,ammonisce Wallace "Wally" Broecker, il guru della geo-climatologia che per primo, nell'ormai lontano 1975, ha lanciato l'allarme sugli sconquassi dell'effetto serra, traducendo in modelli previsionali le relazioni tra i mutamenti chimici degli oceani e il clima.Broecker, 77 anni, professore alla Columbia University, ha appena ricevuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il premio Balzan 2008 per la scienza del mutamento climatico. Eni ed Enel lo hanno accoltoa Roma come un profeta.E promettono: in Italia la cattura della CO 2 sarà presto una realtà. Un sito sperimentale a Brindisi, un paio in Toscana e uno nel Veneto faranno da apripista.Broecker ci sprona. Ma con un altolà: la struttura tettonica della Penisola, con la sua sismicità, potrebbe rivelarsi inadatta a ospitare in sicurezza le enormi sacche di C0 2 che si verrebbero a creare. Ma poco importa: nulla impedisce, anzi tutto incoraggia, ottimi accordi italiani per catturare e seppellire la CO 2 ,globale e delocalizzata com'è, in qualunque altra parte del pianeta, acquisendo lo stesso,per noi e per i Paesi che collaboreranno, identiche quote Kyoto, come prevedono le regole del protocollo ambientale.Lei studia e insegna nel Paese che più consuma e più inquina, ma che non ha voluto aderire al protocollo di Kyoto. Non si sente a disagio?Un po' sì. L'amministrazione Bush ha commesso un colpevole errore. Il problema è noto da tempo.Ce ne accorgemmo già dopo l'ultima guerra mondiale.L'anidride carbonica saliva e cercammo di capire cosa stava succedendo. Mettemmo sotto osservazione innanzitutto la Groenlandia. Dal 1975 il fenomeno cominciò a essere evidente e oggi anche gli scettici hanno dovuto convenire sulla relazione strettissima tra il global warming e le emissioni di CO 2 .L'Europa si muove, anche se con molte incertezze. Gli Usa erano fermi, ma Obama promette di cambiare registro. Può farcela?Di questo passo non può farcela Obama e non ce la farà nessuno. Né gli Stati Uniti, né l'Europa, né l'Italia. Rispetto all'entità del problema, quel che si sta tentando di fare, e che oltretutto non riuscite a fare, rappresenta un granello nel mare. E così facendo anche il semplice controllo della crescita delle emissioni è un obiettivo irrealizzabile. Perché anche se i Paesi industrializzati riuscissero a controllare il fenomeno a casa loro, e non è affatto detto che ci riescano, nel frattempo quelli in via di sviluppo moltiplicheranno comunque le loro emissioni. Diventeranno rapidamente i principali produttori di CO 2 , più che annullando qualunque sforzo dei Paesi più sviluppati.Uno scenario apocalittico. Cosa propone?La sola soluzione realmente praticabile:togliere dall'atmosfera questa quantità crescente di CO 2 che comunque sarà emessae seppellirla in modo sicuro.La corsa alle rinnovabili? Il nuovo sviluppo del nucleare?Obiettivi necessari e condivisibili. Ma nulla di tutto ciò servirà a risolvere il problema senza azioni di ben altra portata. Nella migliore delle ipotesi tutte le energie che non emettono anidride carbonica potranno raggiungere al massimo il 30% del fabbisogno energetico, coprendo solo una parte della crescita tendenziale della richiesta. Nulla potrà a medio termine rimpiazzare davvero i combustibili fossili. Ecco, ripeto, l'unica soluzione: la cattura dell'anidride carbonica....

mercoledì 26 novembre 2008

L’ecodieta per abbattere il CO2

Non resistete alla tentazione di mangiare delle primizie a gennaio che vengono, magari, da un altro continente e hanno quindi un trasporto ad alto carico di CO2? Se proprio non riuscite a farne a meno, potete provvedere a riequilibriare la vostra "dieta" di CO2, proprio come fareste con una normale dieta alimentare.Come? scoprirlo è semplice: su www.ecodieta.it, ognuno di noi può sapere quante emissioni di CO2 sono legate ad ogni sua azione quotidiana e, soprattutto, come ridurle senza eccessivi sforzi o sacrifici. Solo con un po’ di attenzione in più, infatti, ognuno nel suo piccolo può contribuire a risolvere il problema del riscaldamento globale.L’obiettivo dell’ultima iniziativa di Enel nell’ambito del Progetto Ambiente e Innovazione, che dedica importanti risorse allo sviluppo di progetti innovativi per la salvaguardia dell’ambiente e delle energie rinnovabili, è sensibilizzare cittadini e consumatori sulla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera ormai conosciuta da tutti come CO2 il gas ritenuto il principale responsabile dell’effetto serra e, quindi, dei cambiamenti climatici. Entrando nel sito www.ecodieta.it, si apriranno le porte di un appartamento virtuale: nelle varie stanze della casa si potranno simulare diverse attività come lavarsi, cucinare, accendere o spegnere gli elettrodomestici. All’esterno della casa si potranno invece utilizzare anche i diversi mezzi di trasporto. Al primo ingresso il visitatore sarà invitato a calcolare il livello medio di produzione di CO2 di una sua giornatatipo. E scoprirà, con molta sorpresa, che anche i suoi più piccoli gesti quotidiani sono sufficienti a immettere nell’atmosfera centinaia di chili l’anno di anidride carbonica.Grazie a un pratico "ecocalcolatore", messo a punto con la collaborazione di AzzeroCO2 una "esco" (Energy Service Company) specializzata nel neutralizzare le emissioni di gas serra grazie a progetti che utilizzano fonti rinnovabili, interventi di risparmio energetico e di forestazione in Italia e all’estero l’utente troverà tutta una serie di indicazioni per ridurre del 20% la sua produzione di CO2, lo stesso target già raggiunto da Enel.

da "Affari & Finanza"(La Repubblica)

vedi anche "DIALOGO FRA PAOLO SCARONI E ALAN J. HEEGER SULL’ IMPORTANZA DELL’ INNOVAZIONE E DELLA RICERCA"

lunedì 6 ottobre 2008

A prevenire il riscaldamento globale si risparmia

L’Europa affacciata sul Mediterraneo potrebbe risentire particolarmente di un clima mutato: le ondate di caldo e i prolungati periodi di siccità potrebbero causare danni al turismo e all’agricoltura, oltre a far aumentare la mortalità nella popolazione anziana e a favorire la comparsa di malattie diffuse da insetti. Lo ripete il rapporto «Impatti dei cambiamenti climatici in Europa», appena pubblicato e preparato congiuntamente dal Centro comune di ricerca della Commissione Europea, dall’Agenzia europea dell’ambiente e dall’Ufficio Europeo dell’Oms. Scopo del rapporto è incoraggiare i governi locali e le stesse istituzioni europee a collaborare per studiare politiche e azioni di adattamento. A supporto, il documento fornisce dati su quanto l’investimento in adattamento possa aiutare l’economia europea. I danni derivanti dal clima che cambia sono stati già ingenti e si stima che azioni di prevenzione potrebbero far risparmiare circa un miliardo di euro all’anno.Anche i cittadini europei pensano che combattere il cambiamento climatico possa avvantaggiare l’economia. Nell’ultimo rilevamento dell’Eurobarometro, il sondaggio che la UE conduce tra i cittadini europei su diversi argomenti di interesse comune, circa 30 mila cittadini dei 27 paesi membri si sono espressi sul clima. La maggior parte degli europei considera il riscaldamento globale uno dei problemi più importanti da affrontare, più del terrorismo o della crisi economica mondiale. Tre persone su cinque credono che i cittadini possano fare qualcosa per contribuire alla lotta al cambiamento climatico e hanno già adottato comportamenti in questa direzione. Il 76% degli intervistati pensa che la parte maggiore debbano farla le istituzioni e le industrie che al momento si stanno muovendo poco per affrontare il problema. (Da L'Unità)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

giovedì 25 settembre 2008

Come il plancton reagisce al global warming

da Le Scienze

Il plancton rappresenta la fonte principale di nutrimento per molti pesci, tra cui i merluzzi, e per questo che la sua sopravvivenza è di vitale importanza per la catena alimentare e per le attività economiche basate sulla pesca.
Ora i ricercatori della Queen’s University di Belfast hanno scoperto che il plancton della specie Calanus finmarchicus, diffusa nelle coste dell’Atlantico settentrionale è in grado di sopravvivere alle variazioni climatiche.
L’effetto del cambiamento climatico sugli ecosistemi del pianeta è uno dei problemi scientifici cruciali su cui si stanno concentrando molti ricercatori in tutto il mondo.
Come riferito sui “Proceedings of the Royal Society B”, questo plancton si è adattato al riscaldamento globale seguito all’ultima era glaciale, conclusasi circa 18.000 anni fa, spostandosi verso nord e mantenendo popolazioni di ampie dimensioni, il che suggerisce che tali organismi siano in grado di seguire l’attuale trasformazione dell’habitat.
"Il nostro risultato, in contrasto con precedenti studi, suggerisce che questa specie sia in grado di spostarsi in risposta a precedenti cambiamenti nel clima terrestre secondo un processo di cruciale importanza per la sua sopravvivenza”, ha spiegato Jim Provan della School of Biological Sciences della Queen’s, che ha partecipato alla ricerca. " Inoltre, la variabilità genetica della specie, cioè il grado di differenziazione tra gli individui, è rimasta alta