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mercoledì 15 dicembre 2010

Cartucce per stampanti rigenerate, detersivi alla spina e auto elettriche per i Comuni Riutilizzatori 2010

A 27 pubbliche amministrazioni italiane è stato conferito il riconoscimento di "Comune Riutilizzatore 2010", premio nazionale creato nel 1998 dall'associazione Amici della Terra con Class onlus e la Camera di Commercio di Milano, dedicato alle pubbliche amministrazioni che fanno acquisti e scelte in linea col tema della sostenibilità ambientale.

Il riconoscimento è andato a realtà di dimensioni medie come Ravenna, Ferrara, Novara e Verbania, accanto ai quali spiccano i piccoli centri come Lallio in provincia di Bergamo, Grugliasco nella provincia di Torino, Pioltello in provincia di Milano, Cislago in provincia di Varese, che si dimostrano i più ricettivi verso questo tipo di politiche, mentre Bari è l'unica grande città premiata.

Le amministrazioni premiate hanno scelto di acquistare materiali e prodotti riciclati o riutilizzati per il funzionamento degli uffici pubblici, come le cartucce per stampanti, la carta, i sacchetti di plastica, le stoviglie biodegradabili per le mense pubbliche. Oppure hanno scelto auto elettriche per i veicoli comunali, hanno dotato le scuole di impianti fotovoltaici, hanno predisposto punti di prelievo 'alla spina' per i detersivi.

Stefano Apuzzo, presidente di Amici della Terra ha osservato: "La normativa a livello nazionale non aiuta molto e può essere migliorata, ma bisogna riconoscere che tanti amministratori si stanno convertendo agli acquisti verdi e hanno cominciato a valutare i prodotti acquistati in base al costo del loro ciclo di vita". Le difficoltà non mancano. Conclude Apuzzo: "Uno dei problemi, ad esempio, è l’assenza di linee guida per redigere bandi ecosostenibili, cosa che rende più difficile portare le eccellenze locali a livello di sistema".

(da Il Resto del Carlino)

mercoledì 1 dicembre 2010

Cartucce per stampanti - anche esaurite valgono ancora

Le cartucce per stampanti esaurite, che non possono più essere ricaricate, per Eco Store valgono ancora!

Possono infatti essere smaltite negli Eco Point che si trovano nei punti vendita.

Cerca il pannello con il logo di Legambiente all’interno dei negozi di cartucce per stampanti Eco Store: ci troverai l'Eco Point, un vero e proprio centro di raccolta presso il quale potrai portare e smaltire le tue cartucce per stampanti vuote.

* Per le cartucce per stampanti ink-jet rigenerabili riceverai in cambio 1 euro.

* Per le cartucce per stampanti non rigenerabili riceverai invece una salvietta per il monitor del PC.

In questo modo, nei negozi di cartucce Eco Store, potrai dare valore alle cartucce per stampanti vuote e evitare che vengano disperse nell’ambiente.

L’iniziativa è sviluppata in collaborazione con Legambiente.

Il rapporto con Legambiente nasce nel 2005 con la sponsorizzazione dell’edizione italiana di Clean Up the World, “Puliamo il mondo”. Da allora l’associazione sponsorizza Eco Store nei progetti legati alla sostenibilità ambientale, alla volontà di produrre meno rifiuti possibile e di smaltirne correttamente il più possibile.

Eco Store, da sempre attenta al processo di rigenerazione delle cartucce per stampanti esauste, mette in campo ogni anno, nuove azioni volte al riuso e al corretto smaltimento dei vuoti.

Nei negozi Eco Store, infatti, i clienti hanno diverse possibilità per dare valore alle cartucce vuote e evitare che vengano disperse nell’ambiente.

* Le cartucce per stampanti che non si possono ricaricare possono essere smaltite nell’Eco Point.

* Le cartucce per stampanti ricaricabili possono essere riutilizzate fino a 5 volte, ricaricandole con l'innovativo sistema professionale Ink Evolution.

* Sono disponibili infine Kit di ricarica per cartucce per stampanti ink jet che consentono, con meno di 3 euro, la ricarica “fai da te” delle cartucce a getto d’inchiostro.

Maggiori informazioni su www.ecostore.it.

lunedì 4 ottobre 2010

Verità scomode: i 10 miti verdi da sfatare

Un paio di anni fa Wired aveva fatto parecchio scalpore con un articolo su alcuni miti "verdi" da sfatare. Secondo la rivista americana, infatti, ci sarebbero una serie di convinzioni portate avanti come bandiere delle proteste degli ambientalisti da diversi anni, che in realtà non sarebbero altro che leggende.
Il punto centrale dell'articolo era che è inutile battersi per piccole singole campagne, come fa la maggior aprte degli ambientalisti, quando il cambiamento climatico sta spingendo il pianeta verso il caos.

1) La vita in campagna non è più ecologica di quella cittadina.
I motivi sono molteplici: dalla benzina (e i gas di scarico) sprigionati per raggiungere i centri abitati, alle emissioni del terreno durante la lavorazione, o degli animali durante l’allevamento, fino anche alla concentrazione dei consumi raggruppati in comunità, che potrebbero diventare più dannosi se utilizzati singolarmente nelle case isolate.

2) L’aria condizionata può essere ecologica,
infatti è preferibile usarla d’inverno, nonostante lo spreco di energia elettrica, e le conseguenti emissioni, perchè l’alternativa sarebbero i termosifoni, che inquinano molto più dei condizionatori stessi.

3) Gli Ogm sono più ecologici dei prodotti agricoli bio,
infatti gli organismi geneticamente modificati, su cui anche la Fao punta, potrebbero risolvere il problema della fame nei paesi poveri, fornendo artificialmente cibo, in quantità anche maggiori e a costo inferiore rispetto alle colture organiche.

4) Le foreste vergini contribuiscono al riscaldamento del pianeta,
meglio quindi costruire aziende agricole al loro interno.

5) La Cina sarà la soluzione ai problemi ecologici,
infatti i cinesi, insieme agli indiani, stanno producendo uno sforzo per sviluppare le energie rinnovabili su scala industriale, molto di più di quello che avviene ad esempio in America e in Europa.

6) Accettiamo l' ingegneria genetica,
perché i nuovi Ogm superefficienti potrebbero diminuire le emissioni di gas serra.

7) Il commercio del "credito del carbonio" non è un bene,
perché l’accordo tra paesi industrializzati e paesi poveri per acquistare quote di “inquinabilità” porta a una concentrazione dell'’inquinamento in determinate zone, situazioen assai più dannosa di una produzione più estesa ma meno fitta.

8) E' meglio acquistare un’auto usata che una nuova ibrida,
infatti la diminuzione di produzione automobilistica inquinerà molto meno di un'auto a Euro zero.

9) Il nucleare è ecologico,
dato che formisce energia elettrica senza emissioni di Co2.

10) E' inutile ostinarsi a combattere i cambiamenti climatici,
bisogna abituarci ad essi, ed agire di conseguenza, preparandosi magari al peggio. Secondo Wired, infatti, saremmo ormai in ritardo per rimediare, e l’unica cosa da fare è utilizzare le conoscenze tecniche e scientifiche per cercare di limitare i danni .

E' interessante rivedere adesso queste 10 "eresie verdi", perché in soli 2 anni alcune sono state rivalutate. Che ne pensate?

martedì 3 agosto 2010

Cresce l’offerta turistica amica dell'ambiente

Sul territorio italiano e nella vicina Costa Azzurra esistono ben 426 strutture ricettive impegnate a difendere l’ambiente coniugando turismo e sostenibilità. A loro e al loro impegno nel risparmiare energia, differenziare i rifiuti, offrire servizi di mobilità sostenibile va l'etichetta ecologica di Legambiente Turismo che, anche per il 2010, è pronta a segnalare le migliori strutture. I criteri di scelta per gli esperti dell'associazione sono: la migliore gestione, la gastronomia, la comunicazione sull'ambiente e il territorio circostante, l'impegno ecologico del personale.
A livello regionale spicca fra tutte l’Emilia Romagna con le 126 strutture “amiche del clima”, seguita dalle 51 della Lombardia.
“Il successo crescente dell’etichetta ecologica di Legambiente Turismo – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – è un segnale forte di quanto sia aumentata in questi ultimi anni l’attenzione nei confronti della protezione e la cura dell’ambiente soprattutto in un settore, come quello turistico, che più di ogni altro deve puntare sulle risorse naturali e paesaggistiche del Paese. L’attenzione verso il risparmio delle risorse e il rispetto del territorio diventano, anche attraverso questa etichetta, un valido strumento di promozione per le aziende ma soprattutto un’ulteriore garanzia di qualità per una clientela sempre più sensibile alla salvaguardia dell’ambiente”. Un successo che si è riconfermato nella prima metà del 2010 con oltre 100 nuove iscrizioni e nuovi gruppi sorti in Sardegna, Campania, nelle Marche e nel Salento.
(Rinnovabili.it)

giovedì 17 giugno 2010

Legambiente lancia l'etichetta per l'impronta di Co2

Si chiama Etichetta "PER IL CLIMA" il progetto di Legambiente, primo in Italia ad esprimere l'impronta di CO2 di un prodotto: è uno strumento che serve all'azienda a conoscere da un angolo visuale nuovo il proprio prodotto e che informa il consumatore sulle emissioni di gas climalteranti emesse durante una o più fasi del ciclo di vita del prodotto.

Epson è la prima tra le aziende IT a indicare il suo impegno verso il consumatore, comunicando la quantità di CO2 generata da alcune stampanti durante il loro utilizzo, per il consumo elettrico.
"Complimenti ad Epson che ha aderito a Etichetta "PER IL CLIMA", una vera iniziativa italiana di green economy, sull'esempio di altri paesi europei, dove ormai le istituzioni e le imprese sono impegnate in prima fila a favore dell'ambiente - dice Andrea Poggio, vicedirettore nazionale di Legambiente -. Oggi Epson è la prima azienda del settore che consente ai consumatori di scegliere non solo in base al prezzo e alle funzionalità, ma anche in base all'impatto sui consumi energetici e le alterazioni climatiche. Un esempio che speriamo siano in molti a seguire. È così che che ognuno può fare la sua parte per ridurre il consumo energetico" La prima stampante a vantare l' Etichetta "PER IL CLIMA" di Legambiente è la business inkjet Epson B510DN: la sua impronta è pari a 0,134 grammi di CO2 equivalente a pagina stampata (in modalità draft). Il calcolo è stato effettuato tenendo in considerazione il consumo elettrico durante un ciclo settimanale medio (Typical Electricity Consumption, TEC). Il ciclo TEC è considerato su 7 giorni, durante i quali si calcolano momenti in cui la macchina è in modalità sleep (week end, notte, pausa pranzo) e i momenti di lavoro. In totale, secondo questo ciclo settimanale, la stampante sarà utilizzata per fare 3360 stampe e l'impatto complessivo sarà di 452grammi di CO2 equivalente. Tra i consigli per l'uso già in etichetta compare un'indicazione fondamentale: spegnendo la stampante a fine giornata e nel fine settimana si arriva a risparmiare il 65% di CO2eq rispetto a quanto dichiarato nell'etichetta. Inoltre, per un miglior uso della stampante si possono osservare alcuni semplici accorgimenti: impostare la stampante in modo che di default stampi in fronte retro e in modalità bozza; utilizzare le anteprime di stampa e stampare solo quando necessario; utilizzare carta riciclata, possibilmente con etichettature ambientali (per esempio l'Ecoflower europeo).
(Apcom)

venerdì 11 giugno 2010

Assicurazione Alleanza Toro e Legambiente, insieme per l’ambiente

Leggo su un blog e riporto una notizia green dal mondo assicurativo:

Dopo tanto parlare del nuovo board di Generali, con Cesare Geronzi presidente, ecco una nuova notizia sul gruppo assicurativo, stavolta a tema ecologico.
Alleanza Toro, in collaborazione con Legambiente ha deciso infatti di dare il suo contributo alla salvaguardia del Pianeta con il progetto "Toro eco casa".
Dal 18 maggio 2010 al 18 ottobre 2010, per ogni polizza assicurativa acquistata verrà piantato un albero nelle varie città italiane.
L’amministratore delegato di Alleanza Toro Luigi de Puppi ha così commentato la decisione:
"Il cambiamento climatico, i danni causati dall’inquinamento, la necessità di gestire in modo più responsabile le risorse naturali, sono problematiche che rendono sempre più viva la volontà di agire a favore dell’ambiente, e Alleanza Toro, crede fortemente nello sviluppo delle energie rinnovabili, convinta che la salvaguardia dell’ambiente sia una scelta irrinunciabile per costruire un futuro migliore, come dimostrano i nostri prodotti nati dalla crescente domanda del mercato per questo tipo di coperture assicurative e per tutelare chi si riconosce in questi valori".
(da http://assicurazioniebanche.blogspot.com/2010/05/assicurazione-alleanza-toro-e.html)

domenica 5 aprile 2009

La mia ricetta per la rivoluzione verde

Invece di giocare di rimessa sul Protocollo di Kyoto, il governo italiano dovrebbe accettare «fino in fondo» la sfida che propone l'Unione europea e puntare anche sul risparmio e sull’efficienza energetica per affrontare crisi economica e crisi climatica. Ne è convinto Roberto Della Seta, 50 anni, capogruppo del Pd nella commissione Ambiente del Senato, fino a fine 2007 presidente di Legambiente, che lanciando le proposte dell’opposizione in tema di energia dice: «Sul nucleare niente pregiudizi, ma analisi costi-benefici. Non serve né a superare la crisi né ad abbattere i costi».Parliamo di energia e clima. Cosa ci si aspetta dai negoziati in ambito Onu in corso fino all'8 aprile a Bonn, in vista della Conferenza di Copenaghen che a dicembre dovrebbe vedere la conclusione di un accordo globale in vigore dal 2013 su energia e riduzione delle emissioni?Da Bonn e dagli appuntamenti internazionali di questi giorni, a cominciare dal G20 che si è riunito a Londra, per continuare con la riunione che precederà il G8 della Maddalena e che si terrà a Washington alla fine di aprile promossa dal presidente Barack Obama, ci si aspetta che emerga la piattaforma del nuovo accordo globale per il rilancio degli obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni. La novità deve essere il coinvolgimento in questi impegni delle grandi economie emergenti di Asia e America latina, quindi di Paesi non solo come Cina e India, ma anche come Brasile, Indonesia e Messico, da principio esclusi dal Protocollo di Kyoto e che invece ora devono assumere delle responsabilità nell’interesse di tutti. Se i mutamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale avranno un costo economico che il Rapporto Stern ha quantificato nel 5% del Pil mondiale. C’è da dire che ci sono state due novità decisive negli ultimi 6 mesi che fanno ben sperare. La prima è la svolta nella posizione degli Stati Uniti, che con Barack Obama hanno messo la questione della lotta ai mutamenti climatici al centro del programma della nuova amministrazione. La seconda è che, al contrario di quanto si temeva con l’esplosione della crisi, tutti i grandi Paesi come Francia, Germania, Regno Unito oltre agli Usa hanno capito che puntare sulla green revolution, ovvero sul miglioramento dell’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, conviene perché crea posti di lavoro, fa nascere imprese e serve a sostenere la domanda interna grazie ai risparmi delle famiglie sui costi dell’energia. Non le sembrano realistiche le preoccupazioni del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e di Confindustria relative a un eventuale aumento della disoccupazione a causa di obiettivi ambientali troppo gravosi per l’industria italiana? Sicuramente in un momento di crisi drammatico come quello attuale è necessario che tutte le politiche, su qualunque tema, siano compatibili con la necessità di non stressare il sistema produttivo. È un’analisi costi-benefici che può dire se un intervento è compatibile con le esigenze attuali del sistema produttivo oppure no. Invece il governo ha una posizione che è eufemistico definire timida, sostiene solo che in un momento così le imprese vanno sostenute direttamente, senza peraltro farlo concretamente. In realtà gran parte dell’industria italiana è di gran lunga più avanti. I settori più in difficoltà su sprechi energetici e trend di aumento delle emissioni sono altri: i trasporti, i consumi elettrici civili, la produzione dell’energia. Il vicepresidente di Confindustria Pasquale Pistorio, che da imprenditore è stato protagonista di quel grande caso di successo che è la Stmicroeletronics, multinazionale leader nel campo dei semiconduttori, racconta spesso come la sua azienda abbia nel giro di qualche hanno ammortizzato e alla fine guadagnato dagli investimenti fatti nel risparmio energetico. Direi che il governo e la maggioranza in Italia sono un’anomalia. Si tratta dell’unico caso di Destra europea che, oltre ad aver relegato ai margini i temi ambientali, teorizza che i cambiamenti climatici non esistono. Questa cose sono scritte nere su bianco in una mozione proposta dal Pdl che il Senato ha purtroppo appena approvato. (Da Finanza & Mercati)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’amministratore delegato Paolo Scaroni

lunedì 30 marzo 2009

La Norvegia stringe sul clima

A qualcuno parrà singolare, quasi paradossale, che chi vive di petrolio si impegni contro il riscaldamento climatico. Altri plaudiranno alla scelta del fondo pensione norvegese di penalizzare chi vìola i limiti di emissione di Co2, escludendone i titoli dal proprio portafoglio di investimenti. Lo Statens Pensjonsfond – Utland, meglio conosciuto nella traduzione inglese di Government Pension Fund Norway, da anni è impegnato in questo tipo di scelte «etiche », che mettono al bando le società quotate in base ai comportamenti di queste ultime: per quanto riguarda i rapporti con i dipendenti, sanzionando con la vendita dei titoli chi sfrutta il lavoro minorile; o per ciò che concerne comportamenti nocivi per la collettività (tabacco, armamen-ti), oppure per quanto riguarda la tutela dell'ambiente. La Norvegia e il suo fondo pensione vivono di petrolio: una fonte di reddito che fa della Norvegia uno dei Paesi più ricchi al mondo e del fondo pensione il secondo a livello mondiale, dopo quello pubblico giapponese e il secondo fondo «sovrano» dopo l'Abu Dhabi Investment Authority. Un colosso da circa 260 miliardi di euro, cinque volte tanto l'inteso sistema dei fondi pensione italiano, che quando si muove è in grado di determinare le fortune o le sfortune delle società in cui investe.Il Parlamento di Oslo è chiamato ora a integrare il Codice Etico del fondo pensione, in vigore da cinque anni, con alcuni criteri che escludono le società che vìolano i livelli consentiti di emissione di Co2, dai 7mila titoli di cui è composto il portafoglio. Il protocollo invita le società in cui il fondo investe – e che quindi finanzia – a metter in campo entro il 2020 un modello di business sostenibile a livello ambientale, che sostituisca il carbon fossile come fonte di energia con altre più efficienti. «Pollution is a bad business », dicono quelli di Bellona, l'associazione ambientalista tra le più attive nel pressing «etico» sul Governo e sul fondo pensione pubblico.È una mossa sostenibile anche finanziariamente? Nel quartier generale del fondo rispondono orgogliosamente ricordando di essere investitori di lungo termine e responsabili sia per quanto riguarda il reddito futuro degli aderenti che per le condizioni dell'ambiente in cui costoro vivranno in futuro. Secondo stime al 2100, a lunghissimo termine cioè, il 20% del Pil verrebbe impiegato in misure d'emergenza per i danni ambientali. Per questo appare del tutto razionale che la Norvegia versi oggi l'1% del prodotto interno lordo in progetti di tutela ambientale, un miliardo nella salvaguardia dell'Amazzonia.La crisi finanziaria ha colpito duro anche questo fondo pensione: il ribasso per il 2008 è stato del 23,3%, ossia l'equivalente di 72,5 miliardi di euro; l'impennata del petrolio ha però portato circa 44 miliardi di euro nelle sue casse. Ciò non ha frenato gli interventi: pochi giorni fa la società cinese Dongfeng è stata messa al bando (lo 0,22% della capitalizzazione della società) e esclusa dal portafoglio a causa della vendita di camion militari al regime dittatoriale della Birmania. Il Comitato etico del fondo ha consigliato al fondo l'esclusione della tedesca Siemens (ne detiene l'1,34%), per le timide contromisure adottate dopo gli episodi di corruzione di cui sono stati protagonisti i manager. Il fondo ha respinto l'invito: il Governo di Oslo vuole utilizzare questa quota per influire su Siemens perchè rafforzi il suo piano anti-corruzione. (Da Il Sole 24 Ore)

venerdì 20 marzo 2009

Usa, arriva l´eco-dazio ed è subito lite con la Cina

Si tinge di verde l´ultima tentazione protezionista. La Cina e il Messico hanno reagito duramente alle nuove barriere agli scambi, già varate o proposte dall´Amministrazione Obama in nome della difesa dell´ambiente. Da Pechino è arrivata una secca messa in guardia contro l´idea in discussione negli Stati Uniti, di introdurre una nuova carbon-tax � o meglio un "dazio carbonico" � sulle importazioni in provenienza da paesi che non adottano tetti alle emissioni di CO2. La proposta potrebbe colpire pesantemente i prodotti made in China sul mercato americano.L´idea di un dazio ambientalista è stata discussa esplicitamente dal nuovo segretario Usa all´Energia Steven Chu (che per un´ironia della sorte è etnicamente cinese-americano) in un´audizione al Congresso questa settimana. La sua genesi è legata alla svolta di Obama sul cambiamento climatico e le politiche ambientali. Capovolgendo la linea di George Bush, il presidente ha deciso che gli Stati Uniti adotteranno quanto prima un tetto alle emissioni di CO2 per l´industria americana, legato alla creazione di un mercato per i diritti di emissioni carboniche, cioè un sistema analogo a quello già in vigore nell´Unione europea. Affinché le imprese americane non si trovino in una situazione di svantaggio competitivo rispetto alla concorrenza estera, Steven Chu ha annunciato che l´Amministrazione Obama sta esaminando una serie di ipotesi: tra queste appunto la possibilità di colpire con un "dazio verde" i prodotti in provenienza da paesi che non applicano tetti alle emissioni di CO2 per le loro imprese. Si tratta in particolare delle potenze emergenti quali Cina e India. La Repubblica Popolare aderì a suo tempo al Trattato di Kyoto per la lotta al cambiamento climatico, ma avvantaggiandosi di una clausola prevista per i paesi emergenti che la esenta dal fissare limiti alle emissioni carboniche.La reazione di Pechino è stata una dura condanna. Xie Zhenhua, capo del comitato governativo sul cambiamento climatico, ha dichiarato: «Ci opponiamo all´uso della questione ambientale come un pretesto per praticare il protezionismo. La lotta al cambiamento climatico è una cosa e la Cina sta facendo la sua parte; introdurre dazi sulle importazioni è un´altra cosa, sono questioni ben separate che vanno affrontate in ambiti diversi». La Repubblica Popolare si sente nel mirino sia per l´alto attivo commerciale verso gli Stati Uniti, sia perché dall´anno scorso ha superato gli Usa per il volume di emissioni carboniche rilasciate nell´atmosfera. Tuttavia il governo di Pechino sottolinea che il balzo cinese nelle emissioni di CO2 è solo recente mentre il cambiamento climatico è stato provocato da decenni di inquinamento nei paesi di vecchia industrializzazione. Inoltre i leader cinesi accusano le multinazionali occidentali di avere delocalizzato le produzioni più inquinanti nei paesi emergenti.Lo scontro tra Pechino e Washington conferma che si è aperto un nuovo fronte nella marea montante del protezionismo, questa volta all´insegna delle politiche ambientali. L´Amministrazione Obama deve affrontare in casa propria le resistenze di una parte del mondo industriale. In piena recessione molte imprese americane lamentano che l´introduzione dei tetti alle emissioni di CO2 e di un mercato per i permessi sul modello europeo non farà che appesantire i costi di produzione e aggravare le difficoltà del tessuto produttivo. Di qui la tentazione di offrire in contropartita una protezione contro la concorrenza cinese. Un gesto analogo � e già entrato in vigore � ha infiammato nei giorni scorsi le relazioni tra Stati Uniti e Messico. Cedendo a un´antica richiesta del potente sindacato dei camionisti Teamsters, nonché di associazioni ambientaliste come il Sierra Club, l´Amministrazione Obama ha sospeso la libertà di accesso ai Tir messicani finché non rispettano le normative ambientali e di sicurezza degli Stati Uniti. La libera circolazione dei Tir in tutto lo spazio nordamericano era stata prevista dal trattato di libero scambio Nafta, firmato da Bill Clinton. (da Repubblica)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

giovedì 19 marzo 2009

I cambiamenti climatici su Rai Tre

Il programma Media (ore 1,10 - Rai tre), a cura di Rai Educational, sarà dedicato oggi alla voce dei popoli. I cambiamenti climatici saranno raccontati direttamente dai testimoni del clima, un viaggio con la partecipazione del Wwf dove gli effetti del clima che cambia hanno iniziato a modificare gli scenari quotidiani. Artico e Antartico sono i luoghi dove gli effetti del cambiamento sono più evidenti.

mercoledì 18 marzo 2009

Centrali a biomasse? Non nel mio cortile

"Le centrali a biomasse sono tra gli impianti più innocui sulla Terra. Per produrre elettricità bruciano pezzi di alberi a crescita rapida, come i pioppi, e scarti di potature: tutta roba pulita e rinnovabile. Per i contadini sarebbero un affare, perché trasformano in guadagno il costo dello smaltimento dei residui. Anche per gli abitanti dei comuni interessati potrebbero essere un’opportunità, visto che significano posti di lavoro e spesso sconti sulla bolletta della luce. Eppure, in Italia perfino le piccole e inoffensive centrali a legna sono combattute come il diavolo. Da Atena Lucana, in provincia di Salerno, a Zinasco, nel Pavese, sono 52 gli impianti elettrici di quel tipo contestati. È un fenomeno nuovo e sconcertante perché le centrali a biomasse, così come le altre a energia rinnovabile (idroelettriche, solari, geotermiche ed eoliche), fino a non molto tempo fa erano considerate virtuose e non solo accettabili ma addirittura richieste, quindi fornite di uno speciale lasciapassare ecologistico, una specie di bollino verde.
Da qualche tempo, invece, gruppi di talebani della «difesa del territorio», spesso minuscoli ma bellicosi, hanno cominciato a trattare da nemiche perfino le energie rinnovabili. Riuscendo a bloccarle, spesso trovando alleati tra politici e amministratori locali, sovente agendo anche a dispetto di questi ultimi, oltre che contro gli ambientalisti più ragionevoli e la maggioranza della popolazione, in genere estranea alle proteste o proprio contraria. Il cambiamento di approccio è stato colto e censito dal Nimby Forum (”Not in my backyard” significa: non nel mio cortile), organizzazione che da anni tiene sotto osservazione il delicato rapporto tra le comunità da una parte e dall’altra le istituzioni, le aziende e gli enti che promuovono la costruzione delle infrastrutture. Nel rapporto 2008, che viene presentato ufficialmente giovedì 12 marzo e che Panorama ha letto in anteprima, il Nimby Forum ha individuato 67 impianti a energie rinnovabili contestati in Italia, un grosso numero. E una tendenza preoccupante, proprio nel momento in cui si torna a parlare di energia atomica: “L’Italia si avvia verso il più grande caso Nimby mai osservato, quello sul nucleare” prevede Alessandro Beulcke, presidente del Forum. (Da panorama)

giovedì 12 marzo 2009

Blitz di Greenpeace al Consiglio europeo

Blitz di Greenpeace ieri mattina al Consiglio europeo, dov’era in corso la riunione dei ministri finanziari dell’Ue. Un centinaio di manifestanti, dopo aver protestato per tutta la mattinata sotto la pioggia, si sono improvvisamente diretti verso tutte le entrate dell’edificio, riuscendo a bloccare i passaggi. Per venti minuti è stato assolutamente impossibile entrare o uscire dal palazzo. Bloccati anche i ministri, visto che all’ingresso vip - riservato all’accesso delle auto blu - alcuni attivisti si sono incatenati al cancello. La protesta di Greenpeace contro l’azione Ue sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici, giudicata del tutto insufficiente. (Il Mattino)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

mercoledì 11 marzo 2009

Pochi, isolati e senza fondi: il raduno dei "meteoscettici"

Oltre seicento persone, autoproclamatisi "meteoscettici", si sono date appuntamento in un hotel di Times Square per sfidare quella che è ormai diventata un´opinione scientifica e politica prevalente, secondo la quale l´umanità - a meno di non compiere delle scelte radicali in campo energetico - finirà per rendersi responsabile di un pericoloso livello di riscaldamento del pianeta. La Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici è una tre-giorni organizzata dall´Heartland Institute - un´associazione nonprofit che promuove la deregolamentazione e il libero mercato - che riunisce esponenti politici, attivisti conservatori, scienziati, un astronauta dell´Apollo e il presidente della Repubblica ceca, Vaclav Klaus. Obiettivo, opporsi a quanto annunciato dall´amministrazione Obama e dai legislatori democratici, che hanno promesso di far fronte al riscaldamento globale emanando leggi che prevedano la riduzione delle emissioni dei gas responsabili dell´effetto serra.I partecipanti all´incontro coprono un´ampia varietà di vedute in fatto di clima: alcuni di loro riconoscono un probabile contributo dell´uomo al riscaldamento globale, ma ritengono che le variazioni di temperatura non rappresentino un rischio impellente; altri attribuiscono il riscaldamento globale - cosí come le temperature più basse verificatesi negli ultimi anni - a mutamenti avvenuti nel sole o ai cicli oceanici. Alcune grandi società (come la Exxon Mobil), che in passato finanziavano l´Heartland Institute e altri gruppi che sfidano l´opinione prevalente in fatto di clima, hanno tagliato i propri contributi. Secondo il presidente dell´Heartland Institute, Joseph L. Bast, la cosa ha a che fare con motivi di immagine. Il raduno dell´Istituto, afferma, rappresenta l´ultimo bastione dell´onestà intellettuale in fatto di clima. «Le grandi società vogliono dare l´impressione di essere ecologicamente consapevoli in fatto di riscaldamento globale», ha detto Bast, aggiungendo che queste hanno mutato i propri sforzi di lobbying per poter dare un proprio «vantaggioso contributo alle nuove leggi in tema di ambiente».Punto focale del raduno del 2008 era stata la pubblicazione del rapporto "È la natura, e non le attività umane, a governare il clima". Quest´anno il raduno si incentra invece su una domanda più vaga: "Riscaldamento globale: è mai stata crisi?". Domenica sera Richard S. Lindzen, professore presso il Mit e scettico di lunga data, ha sferrato un violento attacco a quello che definisce il «movimento di allarmismo climatico». «Non esiste alcuna prova scientifica attendibile a sostegno dei modelli su cui i climatologi si basano per minacciare le disastrose conseguenze di un protratto riscaldamento globale», ha detto. Dal raduno di quest´anno mancano però alcune importanti personalità, come il fisico Russel Seitz, di Cambrige, Massachusetts, che lo scorso anno figurava tra i relatori. Seitz, che un tempo accusava gli ambientalisti di distorcere la climatologia, adesso mette in guardia sul rischio che i meteoscettici facciano altrettanto. John H. Christy, uno scienziato dell´atmosfera presso l´Università dell´Alabama che da molto tempo si dimostra pubblicamente scettico, dice di essersi tenuto lontano dai raduni dell´Heartland, per evitare di essere considerato «colpevole per associazione».Molti dei partecipanti all´incontro di Times Square raccontano che le divergenze di opinione e i dissensi sono minimi, e che la recessione globale e un sfilza di annate in cui si sono registrate delle temperature basse li aiuteranno a battersi contro la nuova politica energetica annunciata da Washington. «L´unico luogo in cui questa presunta catastrofe climatica si sta verificando è nell´ambito virtuale dei modelli realizzati al computer, e non nel mondo reale», ha detto Marc Morano, uno dei relatori - nonché portavoce del senatore James M. Inhofe (Repubblicano dell´Oklahoma) in fatto di tematiche ambientali.Il raduno è stato aspramente criticato da diversi climatologi. Ma Yvo de Boer, che dirige l´ufficio delle Nazioni Unite sul nuovo trattato globale che sarà firmato a dicembre a Copenaghen, ha dichiarato: «Non credo che quanto affermato dagli scettici debba rappresentare una scusa per rinviare ulteriormente» gli interventi volti a combattere il riscaldamento globale. E ha aggiunto: «Lo scetticismo è una buona cosa: è importante che la gente sappia che un dato tema viene messo in discussione». (da Repubblica)

lunedì 9 marzo 2009

Il ''Treno verde'' a Pescara

A che punto è il livello di inquinamento ambientale e acustico a Pescara? Lo sapremo fra tre giorni, dopo i rilevamenti effettuati dal Treno Verde di Legambiente e Ferrovie dello Stato. Da oggi a mercoledì 11 marzo, infatti, il Treno Verde monitorerà la quota di smog e di decibel presenti in città attraverso il laboratorio mobile dell'Istituto sperimentale di Rfi (Rete ferroviaria italiana), che analizzerà la qualità dell'aria e la rumorosità sostando per 72 ore consecutive in Corso Vittorio Emanuele II, e giovedì 12 fornirà i risultati. Il Treno Verde sarà aperto (ingresso libero) dalle 8.30 alle 13.30 alle scuole prenotate e dalle 16 alle 19 ai cittadini interessati. A bordo si parlerà di mobilità sostenibile, cambiamento climatico e delle novità in materia di energie rinnovabili, quest'ultima problematica legata a quella del risparmio energetico. Quella pescarese è la terza tappa del Treno Verde per l'edizione 2009, vediamo nel dettaglio il programma della tre giorni: oggi arrivo al binario 1, apertura dei dibattiti e visita ai modellini interattiviper studiare i cambiamenti climatici; domani alle 11 si svolgerà il Trofeo Tartaruga, gara tra bicicletta, bici elettrica, segway, autobus, automobile a gpl, a benzina e scooter, dedicato al tema della mobilità urbana; mercoledì pomeriggio sarà organizzato un laboratorio didattico per i bambini delle scuole elementari; giovedì 12 alle 11, a bordo del Treno Verde conferenza stampa conclusiva nel corso della quale saranno presentati i risultati del monitoraggio sull'inquinamento atmosferico e acustico di Pescara. (da il Tempo)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

giovedì 26 febbraio 2009

A Roma si parla di cambiamenti climatici

Alle ore 18 alla Feltrinelli di viale Libia 186 Andrea Pinchera di Greenpeace parlerà dei cambiamenti climatici insieme a Vincenzo Ferrara. Introduce Gabriele Salari.

martedì 24 febbraio 2009

Contrordine degli ambientalisti: "Solo il nucleare salverà la Terra"

Questa è la rivincita di Enrico Fermi e dei ragazzi di via Panisperna. Le centrali nucleari non evocano più l’apocalisse, il freddo siderale di Chernobyl, le atmosfere da day after, con la neve e la polvere atomica, di certi video anni ’80. Le marce del popolo verde a Montalto di Castro sono archeologia storica. Il nucleare, quello che l’Italia ha cancellato con un referendum emotivo, non è più un tabù. Lo dicono gli ambientalisti, di tutto il mondo. Qualcosa è cambiato. Questo è il momento in cui molti ecologisti fanno outing e dicono: ci siamo sbagliati. Le centrali nucleari sono indispensabili per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Il concetto è semplice: per salvare la madre terra l’unica strada è non demonizzare il caro vecchio atomo. È quello che scrivono sull’Independent quattro inglesi «pentiti». Stephen Tindale, fino al 2005, era il direttore di Greenpeace: «È stata come una conversione religiosa. Essere contro il nucleare era il primo comandamento di un ambientalista, ma mi sono reso conto che l’energia atomica è meglio dei cambiamenti climatici». E chi sono gli altri tre? Lord Chris Smith of Finsbury non è un barone qualsiasi, ma il presidente dell’agenzia britannica per l’ambiente. Chris Goodall, uno storico pasdaran verde, e Mark Lynas, giornalista e autore di Six Degrees, i «sei gradi che possono cambiare il mondo», una sorta di cronaca sul come finiremo tutti arrosto. Questi quattro cavalieri dell’apocalisse non hanno rinnegato la propria religione, ma hanno spuntato dalla lista dei peccati mortali il nucleare. Lynas arriva perfino a dire che la moratoria sulla costruzione di nuove centrali, ora revocata dal governo di Londra, è stata un «errore enorme, per il quale ora la terra sta pagando il prezzo». Gli ecologisti si sono resi conto che l’unica alternativa al nucleare sono le vecchie centrali a carbone. Quelle che hanno riempito il cielo di nebbia verde.Gli ecologisti, per più di vent’anni, si sono mossi nel mondo come una masnada di Savonarola. È stato il loro grande errore ideologico. Hanno trasformato la sacrosanta tutela della terra in una guerra santa, da invasati, carichi di verità assolute, di scomuniche. Questo è buono e questo è cattivo. Ma l’atomo non è il demonio e neppure la «particella di Dio». È solo l’energia più pulita e meno costosa che c’è. Ora, adesso. Come al solito è il male minore. È pericoloso se ci giochi male, se non stai attento e si porta dietro il problema delle scorie, che vanno smaltite. E non è facile. Ma questo lo sapeva anche Fermi, quando il 2 dicembre 1942 fece partire, a Chicago, il primo reattore nucleare a fissione.La lista dei crociati pentiti è lunga. Patrick Moore, co-fondatore di Greenpeace, ha scritto un mea culpa. «Ho dovuto cancellare trent’anni della mia vita». James Lovelock, padre spirituale del «principio di Gaia», quella quasi religione olistica che adora la Terra come unico e grande essere vivente, ora sostiene: «L’opposizione al nucleare si basa su una paura irrazionale alimentata da fiction di tipo hollywoodiano, la lobby verde e i media». Stewart Brand, fondatore di The Whole Earth Catalog, assicura che lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi è «un problema sormontabile». (Da Il Giornale)

martedì 17 febbraio 2009

Londra, quanto inquinano i vip ecologisti

Si fa presto a dire verde. C’è chi adotta un albero a rischio d’estinzione a migliaia di chilometri di distanza e sente d’aver salvato la foresta amazzonica. L’impegno ecologista va di moda: rende molto in termini d’immagine e costa poche dichiarazioni altisonanti al momento giusto. A meno che qualcuno non si presenti alla porta a misurare vizi privati e pubbliche virtù, come è capitato alla rock star inglese Chris Martin, pizzicato dal quotidiano «Sunday Times» a predicare bene e non razzolare altrettanto. Martin, frontman dei Coldplay nonché marito dell’attrice Gwyneth Paltrow, è un campione dell’ambientalismo internazionale. Come l’illustre consorte, madrina della campagna americana per il risparmio energetico Act Green e tra le prime star a utilizzare cosmetici naturali, il cantante ha molto a cuore la riduzione di CO2, uno dei gas responsabili del surriscaldamento globale, al punto da compensare le emissioni prodotte per l’uscita dal secondo album del suo gruppo finanziando una piantagione di alberi di mango in India. Peccato che, secondo gli esperti della Irt Survey, la società di rilevazioni ingaggiata dal «Sunday Times», la casa della coppia, un bijou da 2,5 milioni di sterline (circa 2,7 milioni di euro) in Belsize Park, a Londra, disperda 1020 chilowattora di calore l’anno. E con l’energia di rinforzo, necessaria per non morire dal freddo, quell’immobile produca 265 chili di anidride carbonica, quanto un automobile di media cilindrata in un percorso di 1300 chilometri. I Martin in realtà sono in buona compagnia. Altri nove celebri ambientalisti inglesi, dal deputato liberaldemocratico Simon Hughes, responsabile dell’effetto serra, al vescovo della capitale Richard Chertres, non hanno passato la prova coerenza. Non che le loro abitazioni inquinino in maniera drammatica ma, per negligenza di manutenzione, sono più energivore (o al massimo equivalenti) di quelle qualsiasi di cittadini non particolarmente interessati a rendere il mondo un posto migliore. Inoltre, sostiene Steve Howard dell’organizzazione Climate Group, «muri a intercapedine isolanti sono un “lusso" che anche chi non guadagna molto può permettersi». Figurarsi una star. Prendete il sindaco della City, Boris Johnson, ciclista convinto e fedele alla causa ecologista tanto da offrire ai londinesi incentivi per isolare termicamente gli appartamenti. La sua magione vittoriana nel quartiere di Islington, la culla del New Labour, rilascia un extra bonus di 1388 kWh e 360 chili di CO2 l’anno. Un dato che ha mandato su tutte le furie il consigliere verde Janny Jones: «In questi casi bisogna essere credibili, deve mettersi in regola». La causa della perdita, rivela il Sunday Times, sarebbero gli infissi delle finestre troppo vecchi e irreparabili che avrebbero indotto il primo cittadino a cercarsi a breve una nuova sistemazione.Anche mister Hughes, con 471 chili di anidride carbonica sulla coscienza (1812 kWh), progetta di traslocare: «Sono consapevole che la casa deve essere riparata il prima possibile». La settimana scorsa ha annunciato un piano per rendere ogni dimora londinese «energicamente efficiente» nel giro di dieci anni. Dimenticando la sua. «Se non vado altrove provvederò», promette.Ad eccezione di Chris Martin, i cui portavoce hanno preferito non commentare, gli «spreconi» alzano le mani pescate nel sacco. «La proprietà ha duecento anni e possiamo intervenire in modo limitato», ammette sir David Attenborough, volto storico della Bbc e pioniere dei documentari naturalisti. (Da La Stampa)

mercoledì 11 febbraio 2009

"Premio Polena" a Bjorn Lomborg per «Il clima e il paradosso del safari»

Questa settimana il "Premio Polena" per l'articolo più interessante va a Bjorn Lomborg con «Il clima e il paradosso del safari» pubblicato sul "Sole 24 Ore" di domenica 1 febbraio 2009. Scrive Lomborg (fondatore del Copenhagen Consensus e autore de "L'ambientalista scettico. Non è vero che la terra è in pericolo") che il riscaldamento del pianeta non è contestabile, ma purtroppo l'efficacia delle proposte degli ambientalisti, soprattutto se si considera il rapporto costi/benefici, è molto discutibile.Barack Obama, nel suo libro "I sogni di mio padre", racconta che quando stava in Kenya e voleva andare a un safari, la sorella Auma lo rimproverava di avere un comportamento da colonialista. «Perchè mai - diceva - tutta quella terra dovrebbe essere riservata al turismo quando potrebbe invece essere destinata all'agricoltura», salvando in questo modo molti bambini dalla fame? L'aneddoto di Obama, sostiene Lomborg, trova un corrispettivo nell'attuale preoccupazione per il riscaldamento del pianeta.L'Unione Europea si è infatti impegnata a raggiungere in 12 anni l'ambizioso obiettivo di tagliare le emissioni di Co2 del 20% rispetto ai livelli del 1990, usando le energie rinnovabili. Una misura di questo tipo costerebbe più dell'1% del pil, e se anche tutto il mondo facesse altrettanto, il risultato sarebbe quello di abbassare la temperatura del pianeta di un ventesimo di grado Fahrenheit per la fine del secolo. Il tutto allo strabiliante costo di 10mila miliardi di dollari. Per molti meno soldi potremmo fornire a 2-3 miliardi di persone nel mondo i micronutrienti essenziali evitando forse un milione di morti e rendendo metà della popolazione mondiale più forte nel fisico e nella mente. I modelli economici dicono che il riscaldamento dell'ambiente produrrà di qui alla fine del secolo danni per il 3% del pil. Non è trascurabile ma non è la fine del mondo. Rimane invece il dilemma del safari: perché le nazioni spendono tanto contro i cambiamenti climatici per non ottenere praticamente nulla nell'arco di un secolo, quando spendendo meno soldi si potrebbe fare davvero tanto per il genere umano? (da il riformista)

lunedì 9 febbraio 2009

Clima, quasi 100 morti in Australia

Quasi cento morti, un fuoco che sta devastando il territorio agricolo e rurale a nord di Melbourne, dove in questi giorni è ancora estate, e il caldo eccezionale amplifica il disastro. Stranno assumendo contorni sempre più drammatici le conseguenze degli incendi che, ormai da quattro giorni, stanno investendo gli Stati sud-orientali dell'Australia, distruggendo tutto ciò che incontrano sul loro cammino con scene d’Apocalisse. I testimoni raccontano: «Ho visto il fuoco venire avanti come un proiettile». «Il mio villaggio assomiglia a Hiroshima». Altri testimoni hanno parlato di fiamme alte come un palazzo di quattro piani e di pioggia di cenere. Secondo l'ultimo bilancio, reso noto dalla polizia, le vittime causate dagli incendi sono già 96. E’ già la più grande tragedia mondiale, per gli incendi, nel nuovo secolo. Il vento che ancora soffia intenso sta rendendo sempre più difficile l'opera di migliaia tra vigili del fuoco e dei volontari, ai quali si è aggiunto nelle ultime ore anche l'esercito.È uno scenario infernale quello che si presenta nella zona rurale a nord di Melbourne, nel sud-est dell'Australia, colpita dai peggiori incendi da più di vent'anni. Gli incendi non sono una novità nelle estati australiane, e il più delle volte sono di origine dolosa. Ma quest'anno il caldo eccezionale, con temperature che sfiorano i 50 gradi, la siccità e i forti venti hanno ingigantito il fenomeno. Gli ambientalisti accusano: il governo renda più incisivi i provvedimenti contro il cambiamento climatico. (Dal Messaggero)

martedì 3 febbraio 2009

Yes, we can. L'esempio di una cittadina tedesca

In Germania, un modello di ambientalismo fattibile, c’è. Bisogna recarsi a Dardesheim, una cittadina di appena mille abitanti conficcata nel cuore della Germania, ma nota tra gli ambientalisti per essere interamente autonoma sul piano energetico. Ogni anno, Dardesheim produce una quantità di elettricità quaranta volte superiore rispetto al suo consumo annuale. A pochi chilometri da lì, dal nulla spunta l’eolica più potente del mondo. Il parco di Druiberg ne conta altre 27, attraverso le quali la regione di Harz intende coprire il fabbisogno elettrico di oltre 250.000 abitanti da qui ai prossimi quattro anni. Ma si sa, il vento non basta. E nemmeno il sole, che pure fa la sua parte. A Dardensheim non c’è edificio che non sia coperto da installazioni fotovoltaiche. Di fronte al Comune, c’è addirittura un contatore che indica la quantità di energia solare prodotta in tempo reale e le emissioni di CO2 risparmiate. E c’è pure una centrale al biogas alle porte della città. Per completare il dispositivo, una centrale idraulica è stata “riallacciata” al parco eolico di Druiberg, consentendo ai residenti locali di poter contare su due enormi cisterne pronte a entrare in moto e fornire alla popolazione l’elettricità non appena calano il sole o il vento. Il successo registrato a Dardesheim ha convinto lo Stato federale di espandere questo modello ecologico alla regione di Harz con una sovvenzione pari a 10 milioni di euro. (da panorama.it)


Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.