Sin dalla formazione della Terra, circa 5 miliardi di anni fa, il clima del pianeta è dinamico e ancora adesso non è stabile.
Alcune conseguenze di questa variabilità sono le fluttuazioni periodiche nella temperatura e nelle modalità di precipitazione. Oltretutto, l’aumento della concentrazione dei gas serra sta causando un aumento della temperatura globale. Come si può immaginare le zone maggiormente colpite da questo fenomeno sono le aree urbane, sia a causa dei cambiamenti che si sono verificati nelle coperture dei terreni sia per il consumo di energia che avviene nelle aree densamente sviluppate. Le cause dell’aumento generale delle temperature non sono date solo da fenomeni naturali: questi cambiamenti sono causati soprattutto dalle attività umane.
L’innalzamento della temperatura ha però anche importanti effetti a livello meteorologico. Aumentandola temperatura aumenta, di conseguenza, anche l’evaporazione perciò l’inasprimento dell’effetto serra porterà ad una crescita delle precipitazioni e ad una maggiore frequenza delle tempeste di forte intensità. Inoltre, in varie regioni delle zone tropicali ci saranno siccità più frequenti date dal maggior calore che porta a una riduzione dell’umidità. Bisogna però anche soffermarsi sulle condizioni climatiche europee future. Si pensa che lo scioglimento dei ghiacci artici, provocato dal riscaldamento globale, provocherà un potenziamento delle correnti oceaniche provenienti dall’Artico. Queste causeranno la deviazione della Corrente del Golfo del Messico che si protrae fino alle coste dell’Europa Occidentale contribuendo a mitigare le temperature del nostro continente. La mancanza di questo riscaldamento potrebbe portare l’Europa nel nord verso un raffreddamento.
In ogni caso si è scoperto che, mentre la maggior parte della terra si sta riscaldando, le regioni che sono sottoposte alla ricaduta delle emissioni di biossido di zolfo si stanno in genere raffreddando. Le nuvole di solfati atmosferici prodotti dalle emissioni industriali raffreddano l’atmosfera perché riflettono la luce solare verso lo spazio ed attenuano l’effetto dell’incremento della concentrazione dei gas serra; comunque i solfati hanno una permanenza atmosferica molto bassa e la loro presenza varia nelle diverse zone della Terra.
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venerdì 13 luglio 2012
venerdì 4 novembre 2011
L’alluvione non sarebbe conseguenza dei cambiamenti climatici
"Caro Presidente,
Una settimana è passata. Un tempo giusto per continuare a esprimere la solidarietà e le condoglianze a chi nell’alluvione del 25 ottobre scorso ha perso affetti, ricordi, beni materiali. Un tempo giusto per confermarle la mia grande ammirazione e stima come persona e come Capo dello Stato. Un tempo giusto per non essere d’accordo con Lei per l’affermazione a Lei attribuita e riportata dai media: “Sono tributi molto dolorosi che purtroppo paghiamo ai cambiamenti climatici, non solo noi”.
No, Signor Presidente, non sono tributi che paghiamo a cambiamenti climatici. In caso sono tributi che paghiamo a eventi meteorologici che non hanno nulla di eccezionale. La macchina dell’atmosfera, nella sua complessità, può generare eventi come quello registrato il 25 ottobre in modo del tutto normale.
Fosse eccezionale, non avremmo registrato nel recente passato altre alluvioni, altre vittime, altri danni sempre negli stessi luoghi della Liguria e dell’alta Toscana.
Signor Presidente, ciò che è eccezionale è l’incuria, l’indifferenza, la violenza con cui noi italiani abusiamo del nostro territorio. Eccezionale è che mai nessuno e nessuna delle istituzioni siano responsabili di alcunché. Eccezionale è che ogni volta la colpa è del clima che impazzisce.
Signor Presidente, sono tributi molto dolorosi che purtroppo paghiamo alla stupidità nazionale. Però Lei, Signor Presidente, forse l’ultima voce che abbiamo in questo paese che parla parole di saggezza e attenzione, Lei non dica cose inesatte. La prego."
giovedì 21 luglio 2011
Civetta delle nevi spia dei cambiamenti climatici nell’Artico
Cambiamenti climatici registrati dalla civetta delle nevi, rapace spia, più di qualunque altro, dei mutamenti che avvengono in Alaska, territorio in cui le variazioni si verificano ad una velocità superiore a quella di molte altre aree del mondo.
Denver Holt, a capo dell’Owl Research Institute, studia gli esemplari della specie da oltre diciannove anni. Ogni estate da vent’anni si reca infatti a Barrow, in Alaska, per analizzare la relazione tra i lemming della tundra e le civette che li predano.
Possedere ben venti anni di dati, raccolti con precisione ed oculatezza, sul trend demografico di una specie, è estremamente importante, in tal caso è determinante proprio perché si tratta della civetta delle nevi. Questo uccello, infatti, essendo diffuso in tutta la regione artica, potrebbe fornire delle spiegazioni piuttosto attendibili sui cambiamenti climatici in atto nella vasta area.
Se la popolazione di lemming, roditori di cui si ciba il rapace, gode di condizioni ottimali, anche gli ededroni (anatre marine), le gru, le volpi artiche e le donnole se la caveranno egregiamente. Al contrario, quando i mutamenti climatici vanno ad influire sulla conservazione degli habitat artici e dunque sui lemming, le civette delle nevi, che basano ben il 90% della loro dieta proprio su queste prede, ne saranno sicuramente testimoni.
Gli studi compiuti nel corso degli anni dall’Owl Research Institute hanno permesso di scoprire come la nidificazione della civetta fluttuasse seguendo i ritmi demografici dei lemming. Il rapace si muove ad alte latitudini, spaziando da Barrow alla Russia, dall’Alaska al Canada. Queste migrazioni così estese nel perimetro sottolineano la necessità di preservare l’habitat artico compiendo uno sforzo sul fronte internazionale per garantire la conservazione della specie.
Nel biennio 2005-2006 le civette delle nevi hanno sconfinato a latitudini più basse, nel Montana settentrionale, cibandosi prettamente di arvicole. L’inusuale deviazione dal solito percorso ha sottolineato l’esigenza, per questi volatili, di usufruire di spazi aperti oltre l’Artico atti a soddisfare le loro tendenze nomadi.
(da Ecologiae)
Denver Holt, a capo dell’Owl Research Institute, studia gli esemplari della specie da oltre diciannove anni. Ogni estate da vent’anni si reca infatti a Barrow, in Alaska, per analizzare la relazione tra i lemming della tundra e le civette che li predano.
Possedere ben venti anni di dati, raccolti con precisione ed oculatezza, sul trend demografico di una specie, è estremamente importante, in tal caso è determinante proprio perché si tratta della civetta delle nevi. Questo uccello, infatti, essendo diffuso in tutta la regione artica, potrebbe fornire delle spiegazioni piuttosto attendibili sui cambiamenti climatici in atto nella vasta area.
Se la popolazione di lemming, roditori di cui si ciba il rapace, gode di condizioni ottimali, anche gli ededroni (anatre marine), le gru, le volpi artiche e le donnole se la caveranno egregiamente. Al contrario, quando i mutamenti climatici vanno ad influire sulla conservazione degli habitat artici e dunque sui lemming, le civette delle nevi, che basano ben il 90% della loro dieta proprio su queste prede, ne saranno sicuramente testimoni.
Gli studi compiuti nel corso degli anni dall’Owl Research Institute hanno permesso di scoprire come la nidificazione della civetta fluttuasse seguendo i ritmi demografici dei lemming. Il rapace si muove ad alte latitudini, spaziando da Barrow alla Russia, dall’Alaska al Canada. Queste migrazioni così estese nel perimetro sottolineano la necessità di preservare l’habitat artico compiendo uno sforzo sul fronte internazionale per garantire la conservazione della specie.
Nel biennio 2005-2006 le civette delle nevi hanno sconfinato a latitudini più basse, nel Montana settentrionale, cibandosi prettamente di arvicole. L’inusuale deviazione dal solito percorso ha sottolineato l’esigenza, per questi volatili, di usufruire di spazi aperti oltre l’Artico atti a soddisfare le loro tendenze nomadi.
(da Ecologiae)
giovedì 14 ottobre 2010
Cambiamenti climatici? Giardini sani in tempi grami!
Effetto serra. Riscaldamento del pianeta. Inverni brevi ed asciutti. Temperatura di 8 gradi sui ghiacciai in pieno inverno. Aumento record sulla banchisa polare. Canicola estiva. Precipitazioni insufficienti. Siccità. Acqua sempre più preziosa, spesso rara, sempre più costosa. Ce n’è a sufficienza per concludere che è giunto il momento di affrontare un nuovo modo di fare giardinaggio, di concepire un giardino rispettoso delle risorse, un giardino in sintonia con la natura.Di questo tratta "Giardini sani in tempi grami", la piccola guida per affrontare caldo e siccità, a cura di Susanna Magistretti e Anna Peyron.
Costa solo 5 € ed è edita da Cascina Bollate, una cooperativa sociale che opera nella Casa di Reclusione di Milano-Bollate.
Ecco due modi per ricevere "Giardini sani in tempi grami":
1. inviare per posta, con i dati anagrafici e l'indirizzo, 7 € comprensivi dei costi di spedizione a
Cooperativa sociale Cascina Bollate
Via Cristina Belgioioso 120
20157 MILANO
2. fare un bonifico bancario di 7 € a
Cooperativa sociale Cascina Bollate
Banca Popolare Commercio e Industria
Iban IT46Z0504801616000000096017
lunedì 4 ottobre 2010
Verità scomode: i 10 miti verdi da sfatare
Un paio di anni fa Wired aveva fatto parecchio scalpore con un articolo su alcuni miti "verdi" da sfatare. Secondo la rivista americana, infatti, ci sarebbero una serie di convinzioni portate avanti come bandiere delle proteste degli ambientalisti da diversi anni, che in realtà non sarebbero altro che leggende.
Il punto centrale dell'articolo era che è inutile battersi per piccole singole campagne, come fa la maggior aprte degli ambientalisti, quando il cambiamento climatico sta spingendo il pianeta verso il caos.
1) La vita in campagna non è più ecologica di quella cittadina.
I motivi sono molteplici: dalla benzina (e i gas di scarico) sprigionati per raggiungere i centri abitati, alle emissioni del terreno durante la lavorazione, o degli animali durante l’allevamento, fino anche alla concentrazione dei consumi raggruppati in comunità, che potrebbero diventare più dannosi se utilizzati singolarmente nelle case isolate.
2) L’aria condizionata può essere ecologica,
infatti è preferibile usarla d’inverno, nonostante lo spreco di energia elettrica, e le conseguenti emissioni, perchè l’alternativa sarebbero i termosifoni, che inquinano molto più dei condizionatori stessi.
3) Gli Ogm sono più ecologici dei prodotti agricoli bio,
infatti gli organismi geneticamente modificati, su cui anche la Fao punta, potrebbero risolvere il problema della fame nei paesi poveri, fornendo artificialmente cibo, in quantità anche maggiori e a costo inferiore rispetto alle colture organiche.
4) Le foreste vergini contribuiscono al riscaldamento del pianeta,
meglio quindi costruire aziende agricole al loro interno.
5) La Cina sarà la soluzione ai problemi ecologici,
infatti i cinesi, insieme agli indiani, stanno producendo uno sforzo per sviluppare le energie rinnovabili su scala industriale, molto di più di quello che avviene ad esempio in America e in Europa.
6) Accettiamo l' ingegneria genetica,
perché i nuovi Ogm superefficienti potrebbero diminuire le emissioni di gas serra.
7) Il commercio del "credito del carbonio" non è un bene,
perché l’accordo tra paesi industrializzati e paesi poveri per acquistare quote di “inquinabilità” porta a una concentrazione dell'’inquinamento in determinate zone, situazioen assai più dannosa di una produzione più estesa ma meno fitta.
8) E' meglio acquistare un’auto usata che una nuova ibrida,
infatti la diminuzione di produzione automobilistica inquinerà molto meno di un'auto a Euro zero.
9) Il nucleare è ecologico,
dato che formisce energia elettrica senza emissioni di Co2.
10) E' inutile ostinarsi a combattere i cambiamenti climatici,
bisogna abituarci ad essi, ed agire di conseguenza, preparandosi magari al peggio. Secondo Wired, infatti, saremmo ormai in ritardo per rimediare, e l’unica cosa da fare è utilizzare le conoscenze tecniche e scientifiche per cercare di limitare i danni .
E' interessante rivedere adesso queste 10 "eresie verdi", perché in soli 2 anni alcune sono state rivalutate. Che ne pensate?
Il punto centrale dell'articolo era che è inutile battersi per piccole singole campagne, come fa la maggior aprte degli ambientalisti, quando il cambiamento climatico sta spingendo il pianeta verso il caos.
1) La vita in campagna non è più ecologica di quella cittadina.
I motivi sono molteplici: dalla benzina (e i gas di scarico) sprigionati per raggiungere i centri abitati, alle emissioni del terreno durante la lavorazione, o degli animali durante l’allevamento, fino anche alla concentrazione dei consumi raggruppati in comunità, che potrebbero diventare più dannosi se utilizzati singolarmente nelle case isolate.
2) L’aria condizionata può essere ecologica,
infatti è preferibile usarla d’inverno, nonostante lo spreco di energia elettrica, e le conseguenti emissioni, perchè l’alternativa sarebbero i termosifoni, che inquinano molto più dei condizionatori stessi.
3) Gli Ogm sono più ecologici dei prodotti agricoli bio,
infatti gli organismi geneticamente modificati, su cui anche la Fao punta, potrebbero risolvere il problema della fame nei paesi poveri, fornendo artificialmente cibo, in quantità anche maggiori e a costo inferiore rispetto alle colture organiche.
4) Le foreste vergini contribuiscono al riscaldamento del pianeta,
meglio quindi costruire aziende agricole al loro interno.
5) La Cina sarà la soluzione ai problemi ecologici,
infatti i cinesi, insieme agli indiani, stanno producendo uno sforzo per sviluppare le energie rinnovabili su scala industriale, molto di più di quello che avviene ad esempio in America e in Europa.
6) Accettiamo l' ingegneria genetica,
perché i nuovi Ogm superefficienti potrebbero diminuire le emissioni di gas serra.
7) Il commercio del "credito del carbonio" non è un bene,
perché l’accordo tra paesi industrializzati e paesi poveri per acquistare quote di “inquinabilità” porta a una concentrazione dell'’inquinamento in determinate zone, situazioen assai più dannosa di una produzione più estesa ma meno fitta.
8) E' meglio acquistare un’auto usata che una nuova ibrida,
infatti la diminuzione di produzione automobilistica inquinerà molto meno di un'auto a Euro zero.
9) Il nucleare è ecologico,
dato che formisce energia elettrica senza emissioni di Co2.
10) E' inutile ostinarsi a combattere i cambiamenti climatici,
bisogna abituarci ad essi, ed agire di conseguenza, preparandosi magari al peggio. Secondo Wired, infatti, saremmo ormai in ritardo per rimediare, e l’unica cosa da fare è utilizzare le conoscenze tecniche e scientifiche per cercare di limitare i danni .
E' interessante rivedere adesso queste 10 "eresie verdi", perché in soli 2 anni alcune sono state rivalutate. Che ne pensate?
martedì 7 settembre 2010
Le 10 forme di inquinamento peggiori
Il sito Greenme.it ha stilato uan classifica delle 10 peggiori forme di inquinamento al Mond.
"Viviamo nell’era dello Squilibrio Naturale - scrive Serena Bianchi - siamo in troppi, consumiamo risorse in quantità sempre crescente e i rifiuti invadono il Pianeta. L’energia impiegata per alimentare l’attuale sistema produttivo mondiale, ha sempre un sottoprodotto di scarto. E’ il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge ma, tutto si trasforma”. In cosa? Ecco una lista delle 10 peggiori forme di inquinamento nel Mondo e i loro effetti sull’uomo".
Ed ecco la classifica:
1) Riversamenti di petrolio
2) radioattività
3)Inquinamento urbano
4) Avvelenamento da mercurio
5) Gas serra
6) Inquinamento farmacologico
7) Plastica
8) Acque reflue contaminate
9) Avvelenamento da piombo
10) Inquinamento agricolo
Per leggere l'articolo: http://www.greenme.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2903&Itemid=355
"Viviamo nell’era dello Squilibrio Naturale - scrive Serena Bianchi - siamo in troppi, consumiamo risorse in quantità sempre crescente e i rifiuti invadono il Pianeta. L’energia impiegata per alimentare l’attuale sistema produttivo mondiale, ha sempre un sottoprodotto di scarto. E’ il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge ma, tutto si trasforma”. In cosa? Ecco una lista delle 10 peggiori forme di inquinamento nel Mondo e i loro effetti sull’uomo".
Ed ecco la classifica:
1) Riversamenti di petrolio
2) radioattività
3)Inquinamento urbano
4) Avvelenamento da mercurio
5) Gas serra
6) Inquinamento farmacologico
7) Plastica
8) Acque reflue contaminate
9) Avvelenamento da piombo
10) Inquinamento agricolo
Per leggere l'articolo: http://www.greenme.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2903&Itemid=355
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martedì 8 giugno 2010
Clima: 10 anni per fissare obiettivi soddisfacenti
La comunità internazionale potrebbe impiegare ancora dieci anni per impegnarsi su obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra che possano davvero fermare il riscaldamento globale, secondo il responsabile del clima dell'Onu Yvo de Boer. "penso che il processo possa concludersi, nel giro di dieci anni, con degli obiettivi riduzione adatti" ha detto De Boer in una conferenza stampa a Bonn trasmessa su internet. "Nel processo avremo bisogno di molte tappe, ma sono convinto che ci arriveremo a lungo termine" ha aggiunto il segretario della convenzione onu sul Clima, che lascia il suo incarico a fine mese. I rappresentanti di 180 paesi sono riuniti a Bonn da una settimana e fino a venerdì per preparare la prossima riunione internazionale il clima dal 29 novembre al 10 dicembre a Cancun, in Messico.
Apcom-Nuova Energia)
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lunedì 17 maggio 2010
Salvare i coralli dalle emissioni di CO2
I coralli soffrono due volte per le emissioni di CO2: per prima cosa perché risentono del riscaldamento globale, ma anche perché l'acqua marina, a contatto con l'anidride carbonica, si acidifica, danneggiando quegli organismi che producono scheletri di carbonato di calcio, come appunto i coralli.
Per questo, il Consiglio Europeo delle Ricerche ha accordato un finanziamento di 3,3 milioni al progetto Coral warm, che per 5 anni metterà sotto osservazione il Mar Mediterraneo e il Mar Rosso, con l'obiettivo di capire quali danni ha provocato l’aumento dei gas serra.
"Lo studio, al via il 1° giugno, vede coinvolti i dipartimenti di Chimica e di Biologia evoluzionistica sperimentale dell’Università di Bologna, oltre alla Bar-Ilan University di Tel Aviv. Il progetto, il più ampio mai aggiudicato per una ricerca sui coralli in Europa, se l’è vista con la concorrenza di 1500 candidature. Alla fine solo l’1% delle proposte ha ottenuto i fondi.
Tra i ricercatori impegnati c’è Stefano Goffredo, un biologo bolognese di 41 anni che lavora da precario all’ateneo emiliano dal 1996. Istruttore subacqueo da quando era un ventenne che dava lezioni di immersioni nel reef, ora guarda con ansia alla sorte dei coralli: «Questi progetti nascono dalla passione che hai dentro e dalla preoccupazione per un ambiente che ho sempre frequentato – racconta –. Nel ’98, a causa del riscaldamento dell’acqua, c’è stata una mortalità di massa nell’Oceano indiano, con la perdita di notevoli estensioni di coralli. Qualche anno fa, poi, nel Mar Ligure, c’è stato un fenomeno analogo, anche se di dimensioni minori, provocato dall’acqua particolarmente calda e calma. I cambiamenti climatici ci sono sempre stati, ma ora gli effetti sono misurabili».
Non che i ricercatori temano di trovarsi davanti a una situazione catastrofica: «Ci sono specie più sensibili di altre – continua Goffredo – e alcune forme forse saranno anche facilitate. Se è vero che la CO2 danneggia gli organismi che producono scheletri calcarei, ci sono alghe che saranno avvantaggiate dalla fotosintesi. Alcune industrie sono interessate proprio a questi aspetti per la realizzazione di antiossidanti o biofuel, anche se questo aspetto esula dal nostro lavoro».
Tornando alle 40 specie di corallo presenti nel Mediterraneo, il loro valore ecologico consiste nella loro capacità di costruire habitat tridimensionali dove si fissano e vivono altri organismi, oltre che nel convogliare sui fondali quantità di energia. In ambienti bui, nelle grotte o a grandi profondità, arrivano a coprire il 90% dei fondali. L’anidride carbonica rende acida l’acqua, facendo dissolvere il carbonato di calcio che costituisce lo scheletro del corallo.
Per comprendere l’entità dei danni subiti, saranno dislocate stazioni-sonda ogni 15-20 km delle nostre coste, allo scopo di rilevare temperature e ph. Gli studi avverranno in sette stazioni, una delle quali ha caratteristiche speciali: «All’isola di Panarea, teatro di emissioni di anidride carbonica di origine vulcanica, ci sono combinazioni di temperature e acidità simili a quelle che, secondo le previsioni, si realizzeranno fra 100 anni negli oceani del pianeta – spiega Goffredo –. Metteremo i coralli lì per vedere come reagiscono»."
(da LaStampa.it)
Per questo, il Consiglio Europeo delle Ricerche ha accordato un finanziamento di 3,3 milioni al progetto Coral warm, che per 5 anni metterà sotto osservazione il Mar Mediterraneo e il Mar Rosso, con l'obiettivo di capire quali danni ha provocato l’aumento dei gas serra.
"Lo studio, al via il 1° giugno, vede coinvolti i dipartimenti di Chimica e di Biologia evoluzionistica sperimentale dell’Università di Bologna, oltre alla Bar-Ilan University di Tel Aviv. Il progetto, il più ampio mai aggiudicato per una ricerca sui coralli in Europa, se l’è vista con la concorrenza di 1500 candidature. Alla fine solo l’1% delle proposte ha ottenuto i fondi.
Tra i ricercatori impegnati c’è Stefano Goffredo, un biologo bolognese di 41 anni che lavora da precario all’ateneo emiliano dal 1996. Istruttore subacqueo da quando era un ventenne che dava lezioni di immersioni nel reef, ora guarda con ansia alla sorte dei coralli: «Questi progetti nascono dalla passione che hai dentro e dalla preoccupazione per un ambiente che ho sempre frequentato – racconta –. Nel ’98, a causa del riscaldamento dell’acqua, c’è stata una mortalità di massa nell’Oceano indiano, con la perdita di notevoli estensioni di coralli. Qualche anno fa, poi, nel Mar Ligure, c’è stato un fenomeno analogo, anche se di dimensioni minori, provocato dall’acqua particolarmente calda e calma. I cambiamenti climatici ci sono sempre stati, ma ora gli effetti sono misurabili».
Non che i ricercatori temano di trovarsi davanti a una situazione catastrofica: «Ci sono specie più sensibili di altre – continua Goffredo – e alcune forme forse saranno anche facilitate. Se è vero che la CO2 danneggia gli organismi che producono scheletri calcarei, ci sono alghe che saranno avvantaggiate dalla fotosintesi. Alcune industrie sono interessate proprio a questi aspetti per la realizzazione di antiossidanti o biofuel, anche se questo aspetto esula dal nostro lavoro».
Tornando alle 40 specie di corallo presenti nel Mediterraneo, il loro valore ecologico consiste nella loro capacità di costruire habitat tridimensionali dove si fissano e vivono altri organismi, oltre che nel convogliare sui fondali quantità di energia. In ambienti bui, nelle grotte o a grandi profondità, arrivano a coprire il 90% dei fondali. L’anidride carbonica rende acida l’acqua, facendo dissolvere il carbonato di calcio che costituisce lo scheletro del corallo.
Per comprendere l’entità dei danni subiti, saranno dislocate stazioni-sonda ogni 15-20 km delle nostre coste, allo scopo di rilevare temperature e ph. Gli studi avverranno in sette stazioni, una delle quali ha caratteristiche speciali: «All’isola di Panarea, teatro di emissioni di anidride carbonica di origine vulcanica, ci sono combinazioni di temperature e acidità simili a quelle che, secondo le previsioni, si realizzeranno fra 100 anni negli oceani del pianeta – spiega Goffredo –. Metteremo i coralli lì per vedere come reagiscono»."
(da LaStampa.it)
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venerdì 3 aprile 2009
Cina e India, bisogna tagliare i gas serra del 40%
Che gli Usa di Obama rientrino nel «mondo di Kyoto» (cioè quello dei gas serra da limitare) da cui gli Usa di Bush erano usciti, secondo i paesi più poveri è cosa buona ma non abbastanza. Cina e India, capofila delle cosiddette nazioni in via di sviluppo, al vertice Onu sui cambiamenti climatici in corso a Bonn chiedono alle nazioni più ricche - e più inquinanti - un taglio «di almeno il 40%» delle loro emissioni. «Riteniamo che entro il 2020 - ha detto il delegato cinese al vertice in corso a Bonn - le nazioni sviluppate dovrebbero ridurre le loro emissioni di almeno il 40% rispetto al livello del 1990». Sono 175 le nazioni che a Bonn si confrontano su come affrontare i cambiamenti climatici. Al loro interno si è formato un gruppo di pressione particolare, che chiede tagli massicci dei gas serra: si tratta delle nazioni formate da isole o arcipelaghi, come l'Islanda, che più di altre rischiano di ritrovarsi sommerse se il cambio climatico dovesse innalzare il livello dei mari. «Abbiamo un grande appoggio per il taglio del 40%», ha detto il delegato della Norvegia, parte delle cui coste rischia di ritrovarsi sott'acqua. (Da Il manifesto)
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«Un taglio ai gas serra». Debutta Obama il verde
Lontano dal G20 londinese, un altro evento multilaterale sta mettendo alla prova la nuova amministrazione degli Stati uniti e le sue relazioni con le nazioni «emergenti», Cina e India in testa. E' la conferenza dei 175 paesi aderenti alla Convenzione delle Nazioni unite clima, riunita a Bonn questa settimana per preparare il terreno al vertice che nel prossimo dicembre, a Copenhagen, dovrebbe definire un accordo per il dopo-Kyoto, ovvero che definisca impegno per ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) e altri gas «di serra» da qui al 2020 - ovvero vada oltre l'orizzonte del trattato che prende il nome dalla città giapponese, che chiedeva di tagliare entro il 2010 le emissioni di gas di serra del 5,2% in media rispetto al 1990.La conferenza di Bonn è la prima uscita ufficiale dell'amministrazione di Barack Obama per ciò che riguarda la politica del clima: significativo, dunque, che a guidare la delegazione americana in Germania sia Todd Stern, già capo delegazione Usa ai tempi della stesura del Protocollo di Kyoto (allora alla Casa Bianca c'era Bill Clinton). E Stern non ha perso tempo nell'annunciare la volontà americana di invertire la rotta rispetto al recente passato e di riportare gli Usa alla guida dei negoziati sul clima. Del resto, fin dal suo insediamento Obama ha posto la lotta ai cambiamenti climatici tra le priorità del suo governo, al pari della volontà di uscire dalla crisi economico-finanziaria mondiale o di mettere fine alla guerra in Iraq. Un cambio netto rispetto al predecessore George W. Bush, che aveva inaugurato la sua amministrazione ricusando proprio il Protocollo di Kyoto. (Da Il Manifesto)
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
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giovedì 2 aprile 2009
Nasce il partito dei Kyotoscettici
La temperatura sale, ma sarà vero che è tutta colpa delle emissioni di gas nell'ambiente? A sostenere che non è così, che «l'effetto serra è una delle tante creazioni della storia intellettuale, perché la temperatura si è mossa nei secoli con variazioni che prescindono dalle emissioni di gas», è un gruppo di senatori di primo piano del Pdl - D'Alì, Dell'Utri, Nania, Malan e Poli Bortone, primi proponenti- che ieri ha visto approvata dall'aula di Palazzo Madama una raccomandazione con la quale si sconfessano le premesse del protocollo di Kyoto e delle reprimende della Commissione europea in materia. Ed è subito salita la temperatura del Transatlantico, che sulla vicenda del clima ha ritrovato la verve di ben altri provvedimenti. La capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, parla di «eclettismo e pressappocchismo di questa destra, che mentre il premier, nella sua ansia di apparire sempre in prima fila, ha scritto al presidente degli Stati Uniti per dare il proprio assenso al vertice sul clima da tenersi a margine del G8 alla Maddalena, in parlamento nega l'esistenza dei cambiamenti climatici». Mentre Felice Belisario, presidente dei senatori dell'Italia dei valori, attacca il Pdl come «oscurantista», sottolineando «la strumentalità del dibattito, teso a supportare i prossimi impegni internazionali del governo. La mozione del Pdl», dice Belisario, firmatario di un'opposta mozione, «si contrappone ai risultati scientifici e agli impegni assunti a livello internazionale». Altro che oscurantismo, «non neghiamo che ci siano stati cambiamenti climatici, chiediamo solo che sia appurato una volta per tutte se e quanto ci sia di vero nella relazione tra le temperature che salgono e i gas emessi», spiega Lucio Malan (Pdl), tra i più fervidi sostenitori del partito Kyotoscettici. Che spiega, grafici alla mano, come «una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non crede che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell'atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 gradi centigradi) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all'anidride carbonica di emissione antropica». E «se pure vi fosse a seguito dell'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera un aumento della temperatura terrestre al suolo, i conseguentidanni all'ambiente, all'economia e all'incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti». Nel mirino gli accordi di Kyoto e l'impegno dell'Unione europea ad arrivare agli obiettivi di innalzamento dell'efficienza dell'industria europea diminuendo al contempo la dipendenza dai combustibili fossili. A chi accusa il Pdl di voler indebolire il fronte ambientalista a favore degli interessi delle industrie, Malan replica: «Sappiamo che ci siamo assunti come stato degli impegni, che la strada scelta dall'Unione Europea non permette ripensamenti. Proprio per questo chiediamo che, prima di avviarci definitivamente su di essa, con i suoi costi enormi e la perdita di competitività che comporta, si prendano in considerazione non soltanto le decine diScienziati e le centinaia di politici che la sostengono, ma anche le centinaia che la avversano. I cambiamenti climatici non sono un atto di fede. Anche se so che dicendo questo divento automaticamente un eretico, da condannare». (Da Italia Oggi)
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni.
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni.
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martedì 31 marzo 2009
Obama lancia un summit sul clima
L'Amministrazione di Barack Obama ha convocato un vertice su energia e clima tra le sedici maggiori potenze mondiali, con la partecipazione anche delle Nazioni Unite, per facilitare un futuro accordo internazionale sulla lotta all'effetto serra.E l'Italia avrà un ruolo cruciale nel facilitare il nuovo round negoziale. Il «Major economies forum on energy and climate » è stato convocato per il 27 e 28 aprile al Dipartimento di Stato a Washington, a livello di rappresentanti dei Governi. Il vertice, ha aggiunto la Casa Bianca, servirà però a mettere a fuoco un appuntamento sul clima ai massimi livelli organizzato in Italia alla Maddalena, al margine del G-8 dell'8-10 luglio. Obama ha scritto al primo ministro Silvio Berlusconi una lettera nella quale si chiede l'aiuto dell'Italia per far decollare il Forum. Berlusconi, fanno sapere fonti governative italiane, ha dato il suo via libera all'appuntamento. Il vertice, che vuole sottolineare la rottura di Obama con il predecessore George W. Bush sull'ambiente, è stato esplicitamente definito ieri sera dalla Casa Bianca, in un comunicato, come un appuntamento preparatorio che culminerà fra poco più di tre mesi in un «Forum a livello di leader delle maggiori economie» ospitato dal primo ministro italiano.L'obiettivo,ha aggiunto l'Amministrazione, è quello di facilitare un dialogo «sincero» tra Paesi sviluppati e nazioni in via di sviluppo, «per generare la leadership politica necessaria a raggiungere un risultato di successo ai negoziati di Copenaghen di dicembre, nell'ambito delle Nazioni Unite, sul cambiamento climatico». Non solo: le trattative serviranno anche, ha continuato la Casa Bianca, «a far avanzare l'esplorazione di iniziative concrete e di jointventure che sappiano aumentare le forniture di energia pulita e tagliare le emissioni di gas che provocano l'effetto serra».Gli invitati da Obama al summit, accanto agli Stati Uniti, sono, nell'ordine dato dall'Amministrazione: Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione Europea, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea, Messico, Russia, Sudafrica, Regno Unito e Danimarca, quest'ultimo Paese presidente della Conferenza Onu di Copenaghen di dicembre.L'iniziativa americana arriva dopo un'aggressiva offensiva sull'energia e sull'ambiente lanciata da Obama nei suoi primi mesi alla Casa Bianca. Il presidente ha trasformato in priorità un'agenda riformatrice anche durante la crisi economica. Nel suo stesso piano di stimolo economico da 787 miliardi di dollari per superare la recessione sono contenuti numerosi provvedimenti a favore di fonti rinnovabili di energia e di riduzioni delle emissioni. Nella sua proposta di budget al Congresso, inoltre, è previsto un sistema di "cap and trade", di compravendita di permessi di inquinamento, che abbia il traguardo di ridurre gli scarichi di anidride carbonica nell'atmosfera. Anche nel dare aiuti all'auto in crisi Obama ha insistito sulle vetture pulite. E alla guida del Dipartimento dell'Energia ha nominato un noto scienziato e ambientalista, Steven Chu. (Dal Sole 24 Ore)
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Scienziati e Nobel smentiscono Obama sull'effetto serra
Mr President, sul clima ha torto». In coincidenza con l’odierno inizio del viaggio europeo di Barack Obama 114 scienziati e premi Nobel di 13 nazioni firmano un manifesto per contestare, documenti alla mano, la posizione dell’Amministrazione sui cambiamenti climatici, che è alla base delle nuove politiche energetiche.«Noi sottoscritti scienziati confermiamo che l’allarme sui cambiamenti climatici è grossolanamente esagerato» si legge nel testo redatto dal Cato Institute di Washington, pubblicato a pagamento su un’intera pagina del New York Times sotto il titolo «Con tutto il rispetto, Mr President, non è vero». Non è vero quanto ha detto Obama dopo l’elezione sul fatto che «poche sfide sono più urgenti della lotta ai cambiamenti climatici e la scienza non ha dubbi in proposito». Il centro studi Cato, di area libertaria, aveva già sfidato Obama il mese scorso pubblicando un manifesto di economisti ostili alle politiche keynesiane dell’amministrazione e ora apre un secondo fronte sul clima schierando il premio Nobel Ivar Giaever assieme a scienziati, accademici, esperti e ricercatori sui temi del clima provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada, Germania, Pakistan, Sud Africa, Paraguay, Finlandia, Svezia, Norvegia, Spagna e anche Italia. Il nostro Paese infatti è rappresentato da Antonio Zichichi, presidente della Federazione mondiale degli scienziati, da Umberto Crescenti, ex presidente della Società geologica italiana e da Carlo-Forese Wezel, dell’Università di Urbino. L’affondo che la pattuglia di scienziati del clima lancia contro Obama punta a smantellare l’approccio sull’ambiente del quale il presidente si fa portatore in Europa al fine di promuovere nuove politiche energetiche e di accelerare una solida intesa sul taglio delle emissioni nocive alla Conferenza Onu di Copenhagen che si svolgerà alla fine di dicembre. In concreto le obiezioni raccolte dal Cato Institute sono tre. Ecco di cosa si tratta. Primo: «I cambiamenti delle temperature di superficie nel corso dell’ultimo secolo sono stati episodici, modesti e non vi è stato un netto surriscaldamento del clima negli ultimi dieci anni» come attestato dalla recente pubblicazione della Geophysical Research Letters ed anche da uno studio apparso sul Journal of Geophysical Research nel 2006. Secondo: «Dopo aver controllato l’aumento della popolazione e i valori delle proprietà» si può affermare che «non vi è stato un aumento dei danni causato da eventi dovuti al clima» come attestato da uno studio apparso nel 2005 nel Bullettin of the American Meteorological Society. Terzo: «I modelli computerizzati che prevedono un rapido cambiamento delle temperature non riescono a spiegare i recenti comportamenti climatici» come documentato nel 2007 dall’International Journal of Climatology. Da qui la conclusione: «Mr President, la sua descrizione dei fatti scientifici riguardo i cambiamenti climatici e il livello di informazione del dibattito scientifico è semplicemente non corretta». L’aver fatto riferimento ad una documentazione scientifica risalente ad alcuni anni fa è stata una scelta con la quale gli scienziati hanno voluto sottolineare come i dubbi sui cambiamenti climatici sono consolidati da tempo, smentendo quindi la tesi del premio Nobel Al Gore protagonista, con libri e un film insignito dall’Oscar, di una campagna sull’«assenza di dubbi» sul processo di surriscaldamento del clima le cui conclusioni sono state fatte proprie dalla Casa Bianca. (Da La Stampa)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’ad Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’ad Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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venerdì 27 marzo 2009
L’Europa si svegli, l’effetto serra è un effetto patacca
Caro Granzotto, le straordinarie eruzioni vulcaniche sottomarine recentemente avvenute nell’arcipelago di Tonga hanno senza dubbio provocato l’immissione di tonnellate di gas serra nell’atmosfera, probabilmente non previste da coloro che sono seriamente impegnati a studiare il riscaldamento globale del nostro pianeta. Ma che fanno codesti vulcani? Non si rendono conto che esistono dei parametri fissati dal protocollo di Kyoto che anch’essi devono rispettare? Ma, visto che non è fino a oggi possibile ridurre l’attività vulcanica, ci dobbiamo forse aspettare che gli scienziati dell’Ipcc, l’organismo dell’Onu che vigila sui cambiamenti climatici, chiedano (in questi tempi di crisi) ai governi del mondo di destinare maggiori stanziamenti per le loro ricerche? (Lettera al Giornale)
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giovedì 26 marzo 2009
Le città di domani? Come grossi animali
Parlare tanto di un futuro mentre il presente ci fa soffrire diventa inevitabilmente un rito scaramantico o un atto di fede. Anche se in questo caso non c´è nessuna prospettiva messianica. A meno che non si voglia mettere il pesante fardello di far apparire un messia sulle spalle del governo. Ad ogni modo, mentre per l´edilizia questo è l´anno della crisi, e proprio il governo studia come fare ripartire una delle macchine che fanno da traino a tutta l´economia, per architetti, urbanisti e altri addetti ai lavori il 2009 è il tempo di pensare le città del futuro. Tema principale a febbraio durante la fiera Made, Milano Architetttura Design Edilizia, ora si ripresenta, ma con protagonisti e, ovviamente, suggerimenti diversi, a Ecopolis (dal 1° al 3 aprile alla Fiera di Roma), che mette al centro la questione ambientale. Costruzioni e trasporti: due settori chiave per le città, sono anche tra le prime cause di inquinamento. Ed Ecopolis, anche se cerca risposte con ricchezza di spunti, novità (per esempio Free Duck, quadriciclo elettrico leggero per uso urbano di Ducati energia), curiosità (il più grande impianto fotovoltaico al mondo in thin film: 38 mila metri quadrati di tetti e padiglioni proprio al polo fieristico di Roma), resta imperniata proprio sulle città del futuro. Argomento all´apparenza per filosofi utopisti, futurologi alla Roberto Vacca e sceneggiatori di film onirico-avveniristici (dalla San Angeles di Blade Runner alla New York del 1997 che John Carpenter immagina nel 1981 proprio in 1997: Fuga da New York), sul quale invece si esibiscono con pragmatismo gli architetti. La relazione di apertura del convegno sul tema è di Alejandro Gutierrez, che ha avuto la fortuna di poter davvero progettare da zero un´intera città "verde": Dongtan, sull´isola Chongming alle porte di Shanghai, dove le case saranno tutte ecocompatibili e i trasporti funzioneranno solo con fonti energetiche rinnovabili. Architetto Gutierrez, il futuro delle città è il tema dominante di questo 2009. Non sarà che si costruisce con l´immaginazione nel futuro considerato che nel presente l´edilizia è quasi ferma?«L´importanza delle città adesso e in futuro riguarda motivi diversi dalla crisi. Per la prima volta nella storia più della metà degli abitanti vive nelle città, con un cambiamento radicale rispetto al passato, quando la gente viveva prevalentemente in aree agricole. Siamo diventati una razza urbana, quindi l´impatto di quello che si fa o non si fa nelle città sulla vita delle persone è fondamentale: un concetto apparentemente ovvio, ma non così evidente per quella parte di popolazione che non vive in città. In secondo luogo, le città sono le principali responsabili dei cambiamenti climatici e dei gas a effetto serra. Le persone che vivono nelle città hanno una maggiore disponibilità economica e sono impegnate ogni giorno in molteplici attività, dai viaggi tra casa e lavoro ai consumi di beni alimentari e risorse energetiche, alla produzione di rifiuti. Le città quindi da un lato sono colpevoli, ma dall´altro hanno la grande opportunità di modificare il funzionamento dell´economia e il cambiamento climatico. Innanzi tutto perchè sono entità relativamente semplici da un punto di vista amministrativo: è più semplice incidere su una nazione prendendo le decisioni giuste nelle sue città più importanti, piuttosto che agire a livello centrale e complessivo. Questa appare la strada ideale, ma occorre agire in fretta».Quali sono i problemi delle città che secondo lei vanno risolti per primi?«Il punto di partenza è considerare le città non come sistemi lineari di produzione e richiesta di beni, cultura, risorse, ma come sistemi circolari. Dobbiamo vedere le città come sistemi organici. Finora l´Occidente ha guardato alle città come consumatori di materie prime, che usano massicciamente, producendo grandi quantità di rifiuti. Pensare alle città come sistemi circolari significa pensare a come riutilizzare i grandi flussi di materiali e rifiuti all´interno del sistema urbano stesso, creando valore ed efficienza per l´economia e l´ambiente. Un esempio viene dalla Lombardia, dove in una fabbrica di automobili un imprenditore ha deciso di riciclare tutti gli scarti metallici delle macchine vecchie rivendendoli ad altre imprese per usi diversi. Un modo per dare ai rifiuti nuovo valore. In termini di sviluppo costruttivo, questo modo di pensare coinvolge tutti gli aspetti: le fognature e i rifiuti per generare energia, i materiali edili a basso consumo energetico e basso contenuto di anidride carbonica. Quindi non bisogna progettare per sistemi lineari, da una parte le fognature, dall´altra il sistema di approvvigionamento energetico, qui il progetto paesaggistico e là i trasporti: tutti gli elementi vanno sviluppati come un tutto integrato per generare efficienza». (Da Repubblica)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è ciò che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è ciò che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
giovedì 19 marzo 2009
«Nucleare e carbone? Indispensabili». Nessun alibi sull'effetto serra
Guai a illudersi. Le fonti fossili, petrolio e gas, manterranno per decenni l'assoluta supremazia nell'energia di cui avrà bisogno il nostro pianeta. Le riserve non mancano. Servono però massicci investimenti per liberare le nuove tecnologie di estrazione, e nuovi patti tra Paesi produttori e consumatori per conciliare i reciproci interessi. Ma nel frattempo l'effetto serra rischia di provocare conseguenze irreversibili. Ecco allora l'analisi e i suggerimenti degli esperti che hanno preparato l'ultimo World Energy Outlook, che sarà presentato oggi a Roma in un convegno promosso dalla sezione italiana del Consiglio mondiale per l'energia.L'analisi ci dice che i trend della domanda e dell'offerta di energia sono insostenibili per l'ambiente, per l'economia e per i difficili equilibri sociali del pianeta. «Ma questo scenario può essere cambiato. La rotta si può modificare». La ricetta? Un'azione su più fronti. Bisogna decarbonizzare le emissioni sequestrando il massimo possibile della CO2 emessa dalle fonti fossili. E bisogna accelerare, anche con incentivi pubblici, il ricorso combinato all'energia nucleare e alle nuove tecnologie capaci di rendere convenienti e diffuse le rinnovabili.Fatih Birol, nato 51 anni fa ad Ankara, è chief economist dell'Agenzia internazionale dell'energia, l'artefice dell'Outlook. Ce ne anticipa i contenuti lanciando un ammonimento: ai trend attuali le emissioni di anidride carbonica causeranno nei prossimi decenni un rialzo della temperatura media del pianeta di 6 gradi. Ben oltre i 2 gradi considerati il tetto massimo sopportabile, corrispondente a una saturazione di 450 parti per milione di CO2 nell'atmosfera, rispetto alle 380 ppm che già abbiamo disgraziatamente superato.È la premessa per la catastrofe planetaria?È evidente che il quadro attuale è insostenibile. La nostra agenzia non elabora direttamente le previsioni sulle conseguenze climatiche, ma tutti i report più autorevoli confermano che basterebbe un aumento di circa 4 gradi per avere gravi conseguenze nel lungo termine su eco-sistemi, acqua, inondazioni e salute umana, con la possibilità di cambiamenti bruschi quando non addirittura irreversibili. Dobbiamo agire subito.Per salvarci, da dove dobbiamo cominciare?Il settore energetico è uno dei primi da cui partire, se consideriamo che da solo è responsabile per più del 75% delle emissioni di CO2 mondiali. Abbiamo al massimo due decenni di tempo per invertire la rotta. E nessun alibi: molte tecnologie a basso contenuto di carbonio sono già disponibili. Devono essere diffuse. Penso ai margini per incrementare l'efficienza energetica nel settore automobilistico, nell'edilizia, nelle apparecchiature elettriche. Penso al potenziale, enorme anche oggi, per la produzione di elettricità con le rinnovabili. E guai a non sviluppare le tecnologie chiave per il futuro delle fonti fossili, dalla nuova generazione di veicoli e di carburanti alla cattura e stoccaggio della CO2.La crisi economica mondiale da una parte frena i consumi, dall'altra frena gli investimenti sulle fonti pulite. C'è chi sostiene che la crisi potrebbe essere un'opportunità per cambiare in meglio le regole del gioco.Che ne pensa?Abbiamo bisogno di una vera rivoluzione energetica. La riduzione delle emissioni nel breve periodo è una magra consolazione se gli investimenti che potrebbero portare a un futuro sostenibile sono rimandati o cancellati, o se il progresso tecnologico viene rallentato a causa della riduzione della spesa in ricerca. È importante che i governi diano slancio a questa azione, con misure di stimolo definite. Sull'efficienza,sulle rinnovabili ma anche, lo ripeto, sul migliore sfruttamnento delle fonti fossili. Anche il nucleare dovrà avere un ruolo importante.L'ultimo Outlook auspica un patto tra Paesi produttori di petrolio di gas e Paesi consumatori per un maggiore sfruttamento dei giacimenti, e suggerisce strumenti alternativi per differenziare le fonti e contenere le emissioni. Non c'è una contraddizione tra i due richiami?No. Da un lato è evidente che per ottenere un quadro energetico più sostenibile, rispettando il limite delle 450 parti per milione, è necessario perseguire tutte le opzioni per abbattere la CO2. Nello scenario che disegnamo per rispettare tale limite, dopo il 2020 tutti ma proprio tutti gli investimenti nel settore elettrico devono essere orientati a nuove centrali elettriche a zero contenuto di carbonio. Una sfida di portata storica. D'altro lato, però, anche in questo scenario il petrolio e il gas continueranno ad avere un ruolo molto importante per soddisfare la domanda mondiale di energia, specialmente nel settore dei trasporti. Per questo è fondamentale che le forniture di petrolio e gas avvengano in maniera sicura ed efficiente.Come giudica il sistema di vincoli e negoziazioni dei diritti di emissione introdotto con il protocollo di Kyoto?Un sistema di questo genere deve far parte delle misure di risposta, almeno per quan-to riguarda i Paesi industrializzati, anche perché offre la possibilità di un commercio delle emissioni capace di finanziare gli investimenti. D'altronde,in vista dell'appuntamento di Copenhagen di fine anno, durante il quale si terranno le negoziazioni per il cambiamento climatico, è chiaro che per garantire risultati tangibili le azioni devono essere concordate a livello mondiale. (Dal Sole 24 Ore)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che Eni, su iniziativa del suo amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che Eni, su iniziativa del suo amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
mercoledì 18 marzo 2009
Edison punta 1 mld sulle rinnovabili
Edison investirà 1,1 miliardi nel settore delle energie rinnovabili in Italia e all'estero entro il 2014. Lo ha spiegato ieri alla Commissione Ambiente del Senato l'amministratore delegato di Foro Buonaparte, Umberto Quadrino, annunciando che l'obiettivo del gruppo energetico è arrivare a una capacità produttiva verde di circa 3 mila megawatt. In particolare, un forte impulso verrà dato nel settore eolico, dove la capacità di Foro Buonaparte crescerà dagli attuali 300 mw a circa 810 mw grazie allo sviluppo di nuovi progetti in Italia e all'estero. Nel settore idroelettrico è prevista una capacità installata complessiva di circa 2 mila mw grazie al potenziamento del parco di impianti in Italia, progetti all'estero e la costruzione di impianti mini hydro. Per quanto riguarda il tema del cambiamento climatico, Quadrino ha riconosciuto che gli obiettivi posti dall'Ue sono «estremamente ambiziosi ed onerosi se non si inquadrano in un contesto globale in cui anche altri Paesi assumano impegni concreti per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra». Sul fronte del risiko dell'utility, intanto, ieri è emerso che Edison potrebbe concorrere per rilevare il 100% di Pasubio Servizi, società di Schio (Vicenza) attiva nell'acquisto e vendita di gas metano ed energia elettrica che opera in 13 comuni servendo 63.000 clienti (60 milioni di ricavi del 2008). «Alla scadenza sono giunte quattro offerte vincolanti rispetto alle sei proposte non vincolanti iniziali, ma non posso fare i nomi», ha spiegato l'ad di Pasubio Group, Agostino Tognoli. Secondo fonti vicine al dossier, oltre a Edison, ha certamente presentato un'offerta vincolante anche la società trevigiana Ascopiave. Nella partita inoltre dovrebbe esserci anche Eni, mentre sul quarto nome c'è incertezza: potrebbe trattarsi di Agsm Verona in joint venture con Aim Vicenza ed Ergos Energia, oppure Hera o, ancora, Enìa. «Le offerte sono ora al vaglio del consiglio di amministrazione ed entro la settimana contiamo di dare una prima risposta. La basa d'asta è di 18 milioni», ha aggiunto Tognoli. Infine va segnalato che la sentenza del 27 novembre 2008 del Tribunale di Milano che ha stabilito in 0,4426 euro il valore del concambio nella fusione fra Edison e Italenergia (un'operazione datata 2002) sarà oggetto dell'assemblea speciale degli azionisti di risparmio Edison convocata per il prossimo 1 aprile per verificare un eventuale risarcimento del danno. Alla riunione sarà illustrato il contenuto della sentenza e le eventuali iniziative dei soci di risparmio che possono beneficiare del risarcimento del danno. Edison, che ha accantonato una somma in bilancio già nella prima semestrale 2005, sta valutando le opportune iniziative da intraprendere. (da Mf)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
lunedì 16 marzo 2009
Effetto serra: se non rallenta orsi polari estinti entro il 2100
Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l'"Earth Hour", una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni. Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall'Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili». (da Corriere.it)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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mercoledì 11 marzo 2009
Pochi, isolati e senza fondi: il raduno dei "meteoscettici"
Oltre seicento persone, autoproclamatisi "meteoscettici", si sono date appuntamento in un hotel di Times Square per sfidare quella che è ormai diventata un´opinione scientifica e politica prevalente, secondo la quale l´umanità - a meno di non compiere delle scelte radicali in campo energetico - finirà per rendersi responsabile di un pericoloso livello di riscaldamento del pianeta. La Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici è una tre-giorni organizzata dall´Heartland Institute - un´associazione nonprofit che promuove la deregolamentazione e il libero mercato - che riunisce esponenti politici, attivisti conservatori, scienziati, un astronauta dell´Apollo e il presidente della Repubblica ceca, Vaclav Klaus. Obiettivo, opporsi a quanto annunciato dall´amministrazione Obama e dai legislatori democratici, che hanno promesso di far fronte al riscaldamento globale emanando leggi che prevedano la riduzione delle emissioni dei gas responsabili dell´effetto serra.I partecipanti all´incontro coprono un´ampia varietà di vedute in fatto di clima: alcuni di loro riconoscono un probabile contributo dell´uomo al riscaldamento globale, ma ritengono che le variazioni di temperatura non rappresentino un rischio impellente; altri attribuiscono il riscaldamento globale - cosí come le temperature più basse verificatesi negli ultimi anni - a mutamenti avvenuti nel sole o ai cicli oceanici. Alcune grandi società (come la Exxon Mobil), che in passato finanziavano l´Heartland Institute e altri gruppi che sfidano l´opinione prevalente in fatto di clima, hanno tagliato i propri contributi. Secondo il presidente dell´Heartland Institute, Joseph L. Bast, la cosa ha a che fare con motivi di immagine. Il raduno dell´Istituto, afferma, rappresenta l´ultimo bastione dell´onestà intellettuale in fatto di clima. «Le grandi società vogliono dare l´impressione di essere ecologicamente consapevoli in fatto di riscaldamento globale», ha detto Bast, aggiungendo che queste hanno mutato i propri sforzi di lobbying per poter dare un proprio «vantaggioso contributo alle nuove leggi in tema di ambiente».Punto focale del raduno del 2008 era stata la pubblicazione del rapporto "È la natura, e non le attività umane, a governare il clima". Quest´anno il raduno si incentra invece su una domanda più vaga: "Riscaldamento globale: è mai stata crisi?". Domenica sera Richard S. Lindzen, professore presso il Mit e scettico di lunga data, ha sferrato un violento attacco a quello che definisce il «movimento di allarmismo climatico». «Non esiste alcuna prova scientifica attendibile a sostegno dei modelli su cui i climatologi si basano per minacciare le disastrose conseguenze di un protratto riscaldamento globale», ha detto. Dal raduno di quest´anno mancano però alcune importanti personalità, come il fisico Russel Seitz, di Cambrige, Massachusetts, che lo scorso anno figurava tra i relatori. Seitz, che un tempo accusava gli ambientalisti di distorcere la climatologia, adesso mette in guardia sul rischio che i meteoscettici facciano altrettanto. John H. Christy, uno scienziato dell´atmosfera presso l´Università dell´Alabama che da molto tempo si dimostra pubblicamente scettico, dice di essersi tenuto lontano dai raduni dell´Heartland, per evitare di essere considerato «colpevole per associazione».Molti dei partecipanti all´incontro di Times Square raccontano che le divergenze di opinione e i dissensi sono minimi, e che la recessione globale e un sfilza di annate in cui si sono registrate delle temperature basse li aiuteranno a battersi contro la nuova politica energetica annunciata da Washington. «L´unico luogo in cui questa presunta catastrofe climatica si sta verificando è nell´ambito virtuale dei modelli realizzati al computer, e non nel mondo reale», ha detto Marc Morano, uno dei relatori - nonché portavoce del senatore James M. Inhofe (Repubblicano dell´Oklahoma) in fatto di tematiche ambientali.Il raduno è stato aspramente criticato da diversi climatologi. Ma Yvo de Boer, che dirige l´ufficio delle Nazioni Unite sul nuovo trattato globale che sarà firmato a dicembre a Copenaghen, ha dichiarato: «Non credo che quanto affermato dagli scettici debba rappresentare una scusa per rinviare ulteriormente» gli interventi volti a combattere il riscaldamento globale. E ha aggiunto: «Lo scetticismo è una buona cosa: è importante che la gente sappia che un dato tema viene messo in discussione». (da Repubblica)
martedì 10 marzo 2009
Il 28 marzo mondo al buio per difendere il clima
Un'ora di buio, per ricordare alla Terra che la luce si sta esaurendo. Le attuali risorse energetiche non bastano, e il riscaldamento globale è una minaccia di fronte alla quale servono provvedimenti seri e urgenti. Questi sessanta minuti scatteranno il 28 marzo, dalle 20,30 alle 21,30: sono quelli dell' Earth Hour – l’Ora della Terra. Attraverserà 25 fusi orari diversi dalle coste del Pacifico ai paesi delle coste atlantiche, mirando a contagiare un miliardo di persone con il click di un interruttore per una ola mondiale senza luce. Le prime lampadine a spegnersi saranno quelle delle Chatham Islands, un piccolo arcipelago al largo delle coste neozelandesi che sono il luogo più lontano dall’Italia, distando circa 19.250 chilometri dal centro di Roma. (da Corriere.it)
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