venerdì 16 gennaio 2009

Una torre anti Co2 nella giungla

Clima e tecnologia Saranno italiani i primi dati sul ruolo degli ecosistemi africani contro l’effetto serra. A produrli è una struttura che, nella foresta del Ghana, misura l’anidride carbonica assorbita. Panorama è andato tra i ricercatori, che anticipano qui alcuni risultati.

In Africa, ad alcune centinaia di chilometri a ovest di Accra, capitale del Ghana, sorge una sterminata foresta chiamata Ankasa. Le piante si abbarbicano le une sulle altre in una lotta disperata per conquistare la luce, di quando in quando le loro alte chiome vengono agitate da branchi di scimmie rumorose. Verso sud, viaggiando su una larga strada rossastra che taglia la foresta, il grigio-azzurro dell’oceano appare all’improvviso, appena intravisto tra gruppi di palme piegate dal vento.La linea dell’Equatore corre poco più in là. Gira intorno al globo intersecando tutte le grandi foreste tropicali: Sumatra, Borneo e Nuova Guinea, e poi l’Amazzonia fino a raggiungere, in Africa, il Congo e ripassare proprio da lì, poco a sud della costa africana occidentale. Una fascia di foresta vergine che, per l’enorme quantità di biomassa, rappresenta una sorta di contenitore dell’anidride carbonica emessa dall’uomo. Conoscere il suo contributo alla quantità totale assorbita in un anno dalla biosfera potrebbe dirci quanto tempo abbiamo a disposizione prima che in atmosfera vengano superate le 450 parti di CO2 per milione, una soglia oltre la quale forse non potremmo più fare molto per scongiurare sconvolgimenti su scala globale.Manca però una serie di dati: il ruolo degli ecosistemi africani è tuttora un mistero. Nella foresta di Ankasa si va per questo. Da Accra ci vogliono almeno sei ore di strada sconnessa e buia. Non c’è illuminazione, solo un cielo stellato. La spedizione è guidata da Riccardo Valentini, professore dell’Università della Tuscia, uno dei massimi esperti al mondo del bilancio del carbonio; con lui tre ricercatori italiani, Paolo Stefani, Antonio Bombelli ed Elisa Grieco, una guida ghanese, Justice John Mensah, e due dottorandi dell’University of Cape Coast (Ghana).La meta del viaggio è una torre di 62 metri nel mezzo della foresta vergine, costruita dal gruppo di Valentini e alta a tal punto da raccogliere e quantificare il «respiro» delle piante sottostanti: durante il giorno gli alberi fotosintetizzano, cioè trasformano, con l’aiuto del sole e della clorofilla, anidride carbonica e acqua in zuccheri e ossigeno; in più, nell’arco delle 24 ore respirano, ossia combinano zucchero e ossigeno per dare vapore acqueo e anidride carbonica. Uno strumento in cima alla torre misura proprio il flusso netto di carbonio in entrata.La stazione fa parte di una rete di una ventina di altri punti di osservazione che coprono gli ecosistemi africani più rappresentativi, dalla savana alla foresta tropicale. L’intero progetto si chiama CarboAfrica: coordinato dai ricercatori dell’Università della Tuscia con il supporto del ministero dell’Ambiente, è stato finanziato con 2,8 milioni di euro dalla Commissione europea per il periodo 2006-2009 e coinvolge 15 organizzazioni internazionali. La concorrenza per ottenere questi risultati è spietata. Sembra che l’Università di Oxford stia per alzare un’altra torre in una zona limitrofa, ma due anni di lavoro e conoscenza del territorio appaiono un sicuro vantaggio per i ricercatori italiani. Il loro progetto contribuirà alle attuali politiche europee di cooperazione internazionale e favorirà lo sviluppo sostenibile dei paesi dell’Africa subsahariana. Non poco. Tanto che il Wwf ha indicato CarboAfrica come il progetto di ricerca più importante del 2009: sono dati necessari in vista di importanti vertici, quali quello di Copenaghen a fine 2009.L’arrivo è a notte fonda. La foresta non si vede, ma la si può ascoltare. Un frastuono di versi di animali che fa pensare alle origini dell’uomo, quando eravamo una specie fra le tante, impaurita e minacciata da animali feroci. Il giorno dopo, dalla torre, la foresta appare come una sterminata macchia verde che si perde all’orizzonte interrotta da zone di colori sgargianti. Sono le infiorescenze delle specie che in quel particolare periodo hanno la loro «primavera».Di fronte ai display degli strumenti, Valentini spiega: «Dalle prime misure emerge un fatto sorprendente. Questa foresta, se paragonata a quella amazzonica, sembra assorbire molto di più, dal doppio al quadruplo. Se i dati fossero confermati, vorrebbe dire che le foreste africane, sebbene meno estese, fanno un lavoro prezioso contro l’effetto serra».Senza contare il carbonio già immagazzinato in biomassa. «Come le altre foreste tropicali, quelle africane contengono 300 tonnellate di carbonio per ettaro» aggiunge Valentini. «Quindi, sommando tutti i dati, vuol dire che la sola deforestazione delle zone tropicali contribuisce a più del 20 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, dato paragonabile alle emissioni dovute ai combustibili fossili. Dovrebbe farci riflettere in vista di grandi appuntamenti come il vertice di Copenaghen. Con una buona politica forestale possiamo fare di più, molto di più».

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

1 commento:

lucaWD ha detto...

Fino a poco tempo fa si sentiva parlare insistentemente del problema della deforestazione in Africa centrale. Alla politica di sensibilizzazione condotta soprattutto da Greenpeace (in vari appelli, per esempio qui) fece seguito una moratoria che, in teoria, avrebbe dovuto impedire il rilascio di nuove concessioni per l’estrazione di legname. A quanto pare, però, tale moratoria sarebbe stata pressocchè ignorata .
Il punto non è solo il pericolo per la biodiversità e per il clima globale; il danno più grave lo subiscono le comunità locali che traggono dalle foreste il proprio sostentamento; oltretutto esse non ricevono nessun introito economico per l’estrazione di legname dai loro territori, visto che tale attività è gestita illegalmente.