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giovedì 24 giugno 2010

Ban Ki Moon: servono green economy e sviluppo sostenibile

Ban Ki Moon, Segretario Generale dell’Onu, scrive ai leader del Mondo per esortarli a concentrarsi sulla ‘crescita verde’, come metodologia sicuramente efficace per combattere la recessione e lottare contro il cambiamento climatico. Quando mancano solo due giorni all’inizio del G20 del Canada (26 e 27 giugno), Ban chiede che al centro delle consultazioni ci siano le questioni ambientali e le problematiche ad esso collegate.
“Sulla base della nostra esperienza collettiva il modo più adatto per migliorare il quadro e per una crescita economica forte, equilibrata e sostenibile è mettere lo sviluppo sostenibile davanti a tutto e al centro di tutto, investendo nella green economy”, ha scritto il Segretario.
In particolare, egli ha invitato i leader delle nazioni industrializzate ad onorare gli impegni assunti al vertice di Copenaghen: offrire 30 miliardi di dollari in finanziamenti, elargiti nell’arco dei prossimi tre anni a sostegno delle nazioni più povere ad affrontare i cambiamenti climatici.
Ma nella lettera di tre pagine Ban Ki Moon fa anche riferimento alla possibilità di limitare i sussidi destinati ai combustibili fossili ed intraprendere ulteriori programmi per la riduzione delle emissioni dannose che, come conseguenza, porteranno anche alla creazione di flussi economici oltre che numerosi posti di lavoro.
Ma il segretario Onu non è il solo a voler incoraggiare il G20. Come lui anche il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, e il Presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, hanno inviato una lettera congiunta agli altri leader per presentare le loro riflessioni sui temi chiave all'ordine del giorno del vertice del G20 di Toronto. Nella missiva hanno voluto anch’essi sottolineare la necessità di garantire una crescita del Pianeta che sia forte ma allo stesso tempo sostenibile. In merito alle problematiche legate al cambiamento climatico i due leader UE sottolineano “Dobbiamo continuare a promuovere una forte azione sul climate change, mettendo l'accento sulla crescita verde, lavorando insieme per raggiungere un accordo globale e completo giuridicamente vincolante, spingendo affinchè i finanziamento vengano attribuiti velocemente e a livello nazionale per raggiungere l'obiettivo 2 gradi Celsius“.
(Rinnovabili.it)

martedì 8 giugno 2010

Clima: 10 anni per fissare obiettivi soddisfacenti

La comunità internazionale potrebbe impiegare ancora dieci anni per impegnarsi su obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra che possano davvero fermare il riscaldamento globale, secondo il responsabile del clima dell'Onu Yvo de Boer. "penso che il processo possa concludersi, nel giro di dieci anni, con degli obiettivi riduzione adatti" ha detto De Boer in una conferenza stampa a Bonn trasmessa su internet. "Nel processo avremo bisogno di molte tappe, ma sono convinto che ci arriveremo a lungo termine" ha aggiunto il segretario della convenzione onu sul Clima, che lascia il suo incarico a fine mese. I rappresentanti di 180 paesi sono riuniti a Bonn da una settimana e fino a venerdì per preparare la prossima riunione internazionale il clima dal 29 novembre al 10 dicembre a Cancun, in Messico.
Apcom-Nuova Energia)

martedì 7 aprile 2009

il clima è diventato oggetto privilegiato della politica

DA QUANDO il clima è diventato oggetto privilegiato della politica invece di sentirci più sicuri, ci sentiamo ancor più preoccupati. Infatti, la battaglia per la tutela dell'ambiente e la lotta contro il mutamento climatico sta creando una sorta di ideologia dei politicamente corretti che, come tutte le fedi laiche, crede di combattere per la "salvezza del pianeta". In realtà dietro questa nuova ideologia ci sono buoni motivi, ma anche tanta demagogia e giganteschi interessi. Qualsiasi azione volta a conservare l'ambiente e a rispettare la natura è, in sé, sicuramente positiva. Un mondo in cui la popolazione è cresciuta di oltre quattro miliardi in un secolo non può non considerare essenziale il rapporto con le risorse naturali e con i rischi derivanti dal riscaldamento del clima. Tuttavia proprio sul clima si è aperta una disputa che sta dividendo non solo le grandi potenze industriali da quelle emergenti, ma apre una spaccatura profonda fra gli scienziati e ancora di più fra scienziati e politici. In verità anche fra gli scienziati i più intolleranti, come altre volte nella storia, sono proprio i più catastrofisti. Il problema vero sta nel fatto se i cambiamenti climatici siano governati da leggi complesse che solo in parte dipendono dall'uomo oppure se proprio dalle attività umane (emissioni di gas serra e di anidride carbonica) derivano i cambiamenti climatici dell'ultimo secolo. La Commissione Internazionale sui Cambiamenti Climatici dell'Onu, un organismo più politico che scientifico, sostiene che il riscaldamento è dovuto alle attività umane, la Commissione Internazionale non Governativa sui cambiamenti climatici, che raccoglie scienziati indipendenti, sostiene che la cause stanno nei cicli naturali. In realtà i modelli scientifici per spiegare il mutamento climatico sono ancora poco affidabili. Molti scienziati dicono che bisognerebbe considerare meglio l'assetto astronomico, l'attività del sole, le variazioni dell'asse terrestre opporre le attività dei vulcani, che secondo alcuni ricercatori sarebbero responsabili del 69% del riscaldamento delle acque oceaniche. Dopo la scesa in campo di Al Gore e il successo di Obama, i catastrofisti sembrano avere la meglio, ma sarebbe grave se su un tema così serio prevalessero gli opposti estremismi. (Da Il Giorno)


Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni

domenica 5 aprile 2009

La mia ricetta per la rivoluzione verde

Invece di giocare di rimessa sul Protocollo di Kyoto, il governo italiano dovrebbe accettare «fino in fondo» la sfida che propone l'Unione europea e puntare anche sul risparmio e sull’efficienza energetica per affrontare crisi economica e crisi climatica. Ne è convinto Roberto Della Seta, 50 anni, capogruppo del Pd nella commissione Ambiente del Senato, fino a fine 2007 presidente di Legambiente, che lanciando le proposte dell’opposizione in tema di energia dice: «Sul nucleare niente pregiudizi, ma analisi costi-benefici. Non serve né a superare la crisi né ad abbattere i costi».Parliamo di energia e clima. Cosa ci si aspetta dai negoziati in ambito Onu in corso fino all'8 aprile a Bonn, in vista della Conferenza di Copenaghen che a dicembre dovrebbe vedere la conclusione di un accordo globale in vigore dal 2013 su energia e riduzione delle emissioni?Da Bonn e dagli appuntamenti internazionali di questi giorni, a cominciare dal G20 che si è riunito a Londra, per continuare con la riunione che precederà il G8 della Maddalena e che si terrà a Washington alla fine di aprile promossa dal presidente Barack Obama, ci si aspetta che emerga la piattaforma del nuovo accordo globale per il rilancio degli obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni. La novità deve essere il coinvolgimento in questi impegni delle grandi economie emergenti di Asia e America latina, quindi di Paesi non solo come Cina e India, ma anche come Brasile, Indonesia e Messico, da principio esclusi dal Protocollo di Kyoto e che invece ora devono assumere delle responsabilità nell’interesse di tutti. Se i mutamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale avranno un costo economico che il Rapporto Stern ha quantificato nel 5% del Pil mondiale. C’è da dire che ci sono state due novità decisive negli ultimi 6 mesi che fanno ben sperare. La prima è la svolta nella posizione degli Stati Uniti, che con Barack Obama hanno messo la questione della lotta ai mutamenti climatici al centro del programma della nuova amministrazione. La seconda è che, al contrario di quanto si temeva con l’esplosione della crisi, tutti i grandi Paesi come Francia, Germania, Regno Unito oltre agli Usa hanno capito che puntare sulla green revolution, ovvero sul miglioramento dell’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, conviene perché crea posti di lavoro, fa nascere imprese e serve a sostenere la domanda interna grazie ai risparmi delle famiglie sui costi dell’energia. Non le sembrano realistiche le preoccupazioni del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e di Confindustria relative a un eventuale aumento della disoccupazione a causa di obiettivi ambientali troppo gravosi per l’industria italiana? Sicuramente in un momento di crisi drammatico come quello attuale è necessario che tutte le politiche, su qualunque tema, siano compatibili con la necessità di non stressare il sistema produttivo. È un’analisi costi-benefici che può dire se un intervento è compatibile con le esigenze attuali del sistema produttivo oppure no. Invece il governo ha una posizione che è eufemistico definire timida, sostiene solo che in un momento così le imprese vanno sostenute direttamente, senza peraltro farlo concretamente. In realtà gran parte dell’industria italiana è di gran lunga più avanti. I settori più in difficoltà su sprechi energetici e trend di aumento delle emissioni sono altri: i trasporti, i consumi elettrici civili, la produzione dell’energia. Il vicepresidente di Confindustria Pasquale Pistorio, che da imprenditore è stato protagonista di quel grande caso di successo che è la Stmicroeletronics, multinazionale leader nel campo dei semiconduttori, racconta spesso come la sua azienda abbia nel giro di qualche hanno ammortizzato e alla fine guadagnato dagli investimenti fatti nel risparmio energetico. Direi che il governo e la maggioranza in Italia sono un’anomalia. Si tratta dell’unico caso di Destra europea che, oltre ad aver relegato ai margini i temi ambientali, teorizza che i cambiamenti climatici non esistono. Questa cose sono scritte nere su bianco in una mozione proposta dal Pdl che il Senato ha purtroppo appena approvato. (Da Finanza & Mercati)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’amministratore delegato Paolo Scaroni

venerdì 3 aprile 2009

Cina e India, bisogna tagliare i gas serra del 40%

Che gli Usa di Obama rientrino nel «mondo di Kyoto» (cioè quello dei gas serra da limitare) da cui gli Usa di Bush erano usciti, secondo i paesi più poveri è cosa buona ma non abbastanza. Cina e India, capofila delle cosiddette nazioni in via di sviluppo, al vertice Onu sui cambiamenti climatici in corso a Bonn chiedono alle nazioni più ricche - e più inquinanti - un taglio «di almeno il 40%» delle loro emissioni. «Riteniamo che entro il 2020 - ha detto il delegato cinese al vertice in corso a Bonn - le nazioni sviluppate dovrebbero ridurre le loro emissioni di almeno il 40% rispetto al livello del 1990». Sono 175 le nazioni che a Bonn si confrontano su come affrontare i cambiamenti climatici. Al loro interno si è formato un gruppo di pressione particolare, che chiede tagli massicci dei gas serra: si tratta delle nazioni formate da isole o arcipelaghi, come l'Islanda, che più di altre rischiano di ritrovarsi sommerse se il cambio climatico dovesse innalzare il livello dei mari. «Abbiamo un grande appoggio per il taglio del 40%», ha detto il delegato della Norvegia, parte delle cui coste rischia di ritrovarsi sott'acqua. (Da Il manifesto)

martedì 31 marzo 2009

Obama lancia un summit sul clima

L'Amministrazione di Barack Obama ha convocato un vertice su energia e clima tra le sedici maggiori potenze mondiali, con la partecipazione anche delle Nazioni Unite, per facilitare un futuro accordo internazionale sulla lotta all'effetto serra.E l'Italia avrà un ruolo cruciale nel facilitare il nuovo round negoziale. Il «Major economies forum on energy and climate » è stato convocato per il 27 e 28 aprile al Dipartimento di Stato a Washington, a livello di rappresentanti dei Governi. Il vertice, ha aggiunto la Casa Bianca, servirà però a mettere a fuoco un appuntamento sul clima ai massimi livelli organizzato in Italia alla Maddalena, al margine del G-8 dell'8-10 luglio. Obama ha scritto al primo ministro Silvio Berlusconi una lettera nella quale si chiede l'aiuto dell'Italia per far decollare il Forum. Berlusconi, fanno sapere fonti governative italiane, ha dato il suo via libera all'appuntamento. Il vertice, che vuole sottolineare la rottura di Obama con il predecessore George W. Bush sull'ambiente, è stato esplicitamente definito ieri sera dalla Casa Bianca, in un comunicato, come un appuntamento preparatorio che culminerà fra poco più di tre mesi in un «Forum a livello di leader delle maggiori economie» ospitato dal primo ministro italiano.L'obiettivo,ha aggiunto l'Amministrazione, è quello di facilitare un dialogo «sincero» tra Paesi sviluppati e nazioni in via di sviluppo, «per generare la leadership politica necessaria a raggiungere un risultato di successo ai negoziati di Copenaghen di dicembre, nell'ambito delle Nazioni Unite, sul cambiamento climatico». Non solo: le trattative serviranno anche, ha continuato la Casa Bianca, «a far avanzare l'esplorazione di iniziative concrete e di jointventure che sappiano aumentare le forniture di energia pulita e tagliare le emissioni di gas che provocano l'effetto serra».Gli invitati da Obama al summit, accanto agli Stati Uniti, sono, nell'ordine dato dall'Amministrazione: Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione Europea, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea, Messico, Russia, Sudafrica, Regno Unito e Danimarca, quest'ultimo Paese presidente della Conferenza Onu di Copenaghen di dicembre.L'iniziativa americana arriva dopo un'aggressiva offensiva sull'energia e sull'ambiente lanciata da Obama nei suoi primi mesi alla Casa Bianca. Il presidente ha trasformato in priorità un'agenda riformatrice anche durante la crisi economica. Nel suo stesso piano di stimolo economico da 787 miliardi di dollari per superare la recessione sono contenuti numerosi provvedimenti a favore di fonti rinnovabili di energia e di riduzioni delle emissioni. Nella sua proposta di budget al Congresso, inoltre, è previsto un sistema di "cap and trade", di compravendita di permessi di inquinamento, che abbia il traguardo di ridurre gli scarichi di anidride carbonica nell'atmosfera. Anche nel dare aiuti all'auto in crisi Obama ha insistito sulle vetture pulite. E alla guida del Dipartimento dell'Energia ha nominato un noto scienziato e ambientalista, Steven Chu. (Dal Sole 24 Ore)

Scienziati e Nobel smentiscono Obama sull'effetto serra

Mr President, sul clima ha torto». In coincidenza con l’odierno inizio del viaggio europeo di Barack Obama 114 scienziati e premi Nobel di 13 nazioni firmano un manifesto per contestare, documenti alla mano, la posizione dell’Amministrazione sui cambiamenti climatici, che è alla base delle nuove politiche energetiche.«Noi sottoscritti scienziati confermiamo che l’allarme sui cambiamenti climatici è grossolanamente esagerato» si legge nel testo redatto dal Cato Institute di Washington, pubblicato a pagamento su un’intera pagina del New York Times sotto il titolo «Con tutto il rispetto, Mr President, non è vero». Non è vero quanto ha detto Obama dopo l’elezione sul fatto che «poche sfide sono più urgenti della lotta ai cambiamenti climatici e la scienza non ha dubbi in proposito». Il centro studi Cato, di area libertaria, aveva già sfidato Obama il mese scorso pubblicando un manifesto di economisti ostili alle politiche keynesiane dell’amministrazione e ora apre un secondo fronte sul clima schierando il premio Nobel Ivar Giaever assieme a scienziati, accademici, esperti e ricercatori sui temi del clima provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada, Germania, Pakistan, Sud Africa, Paraguay, Finlandia, Svezia, Norvegia, Spagna e anche Italia. Il nostro Paese infatti è rappresentato da Antonio Zichichi, presidente della Federazione mondiale degli scienziati, da Umberto Crescenti, ex presidente della Società geologica italiana e da Carlo-Forese Wezel, dell’Università di Urbino. L’affondo che la pattuglia di scienziati del clima lancia contro Obama punta a smantellare l’approccio sull’ambiente del quale il presidente si fa portatore in Europa al fine di promuovere nuove politiche energetiche e di accelerare una solida intesa sul taglio delle emissioni nocive alla Conferenza Onu di Copenhagen che si svolgerà alla fine di dicembre. In concreto le obiezioni raccolte dal Cato Institute sono tre. Ecco di cosa si tratta. Primo: «I cambiamenti delle temperature di superficie nel corso dell’ultimo secolo sono stati episodici, modesti e non vi è stato un netto surriscaldamento del clima negli ultimi dieci anni» come attestato dalla recente pubblicazione della Geophysical Research Letters ed anche da uno studio apparso sul Journal of Geophysical Research nel 2006. Secondo: «Dopo aver controllato l’aumento della popolazione e i valori delle proprietà» si può affermare che «non vi è stato un aumento dei danni causato da eventi dovuti al clima» come attestato da uno studio apparso nel 2005 nel Bullettin of the American Meteorological Society. Terzo: «I modelli computerizzati che prevedono un rapido cambiamento delle temperature non riescono a spiegare i recenti comportamenti climatici» come documentato nel 2007 dall’International Journal of Climatology. Da qui la conclusione: «Mr President, la sua descrizione dei fatti scientifici riguardo i cambiamenti climatici e il livello di informazione del dibattito scientifico è semplicemente non corretta». L’aver fatto riferimento ad una documentazione scientifica risalente ad alcuni anni fa è stata una scelta con la quale gli scienziati hanno voluto sottolineare come i dubbi sui cambiamenti climatici sono consolidati da tempo, smentendo quindi la tesi del premio Nobel Al Gore protagonista, con libri e un film insignito dall’Oscar, di una campagna sull’«assenza di dubbi» sul processo di surriscaldamento del clima le cui conclusioni sono state fatte proprie dalla Casa Bianca. (Da La Stampa)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’ad Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

lunedì 30 marzo 2009

Cambiamenti climatici, vertice a luglio al G8 della Maddalena

Lo ha annunciato la Casa Bianca. Gli Stati Uniti di Barack Obama intendono assumere la guida della lotta ai cambiamenti climatici. Per questo il presidente americano ha inviato i leader dei 16 Paesi più ricchi in questo forum-vertice in programma a Washington il 27 e il 28 aprile. Il forum trarrà le conclusioni al G8 della Maddalena in Italia dall'8 al 10 luglio. Lo ha reso noto la Casa Bianca. L'obiettivo finale e' giungere a un nuovo accordo sui cambiamenti climatici all'Onu. I leader invitati sono quelli di Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa. La Danimarca parteciperà come presidente della Conferenza del dicembre 2009 in vista di una convenzione Onu sul clima. Sono state invitate al dialogo anche le Nazioni Unite. Il presidente americano Barack Obama ha scritto una lettera al premier Silvio Berlusconi nella quale si chiede l'aiuto dell'Italia per riattivare il «Major economies Forum» sull'energia ed i cambiamenti climatici. Berlusconi ha dato il suo via libera affinchè la riunione si tenga a margine del G8 della Maddalena. (Da Il Tempo)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, ad dell’Eni

venerdì 27 marzo 2009

L’Europa si svegli, l’effetto serra è un effetto patacca

Caro Granzotto, le straordinarie eruzioni vulcaniche sottomarine recentemente avvenute nell’arcipelago di Tonga hanno senza dubbio provocato l’immissione di tonnellate di gas serra nell’atmosfera, probabilmente non previste da coloro che sono seriamente impegnati a studiare il riscaldamento globale del nostro pianeta. Ma che fanno codesti vulcani? Non si rendono conto che esistono dei parametri fissati dal protocollo di Kyoto che anch’essi devono rispettare? Ma, visto che non è fino a oggi possibile ridurre l’attività vulcanica, ci dobbiamo forse aspettare che gli scienziati dell’Ipcc, l’organismo dell’Onu che vigila sui cambiamenti climatici, chiedano (in questi tempi di crisi) ai governi del mondo di destinare maggiori stanziamenti per le loro ricerche? (Lettera al Giornale)

mercoledì 25 marzo 2009

2009, anno del gorilla. Che protegge l'ambiente

Il 2009 è l’«Anno del gorilla». L'iniziativa, lanciata dal Programma dell’Onu per l'Ambiente (Unep) e dalla Convenzione sulle specie migratrici (Cms) vuole mobilitare governi e opinioni pubbliche per difendere le ultime popolazioni di gorilla in Africa.La lotta al riscaldamentoSecondo Robert Hepworth, segretario del Cms, la campagna dovrebbe raccogliere «almeno mezzo milione di euro entro l'anno»: è significativo - sottolinea - che la tutela delle aree dove vivono questi animali così prossimi all’uomo potrebbe diventare anche uno strumento nella lotta ai cambiamenti climatici: secondo l'«Atlante su carbonio e biodiversità» dell’Unep, le aree in Ruanda e Uganda sono uno dei polmoni verdi del Pianeta.«Convivenza tra noi e loro»A fare da madrina del «Year of Gorilla» è Jane Goodall, la primatologa celebre per le sue ricerche e le sue battaglie. «Le popolazioni all'interno o in prossimità delle foreste lottano per sopravvivere - spiega -. Se non le aiuteremo a trovare un modo di vivere che non costringa a distruggere la giungla, falliremo anche nello sforzo di proteggere queste meravigliose scimmie». (Da La Stampa)

martedì 17 marzo 2009

Acqua, nel 2030 avrà sete un abitante su due

A secco, costretta a dividersi una risorsa limitata e sempre meno accessibile. Di qui al 2030 quasi la metà della popolazione mondiale si troverà a vivere in zone definite ad alto stress idrico, il che tradotto significa che ci sarà ben poca acqua da spartirsi. In Africa già da un decennio prima i cambiamenti climatici metteranno a dura prova tra i 75 e i 250 milioni di persone. Siccità e desertificazione moltiplicheranno il numero dei profughi, intere popolazioni - tra i 24 e i 700 milioni - saranno in fuga alla ricerca di acqua. Nuovi conflitti si innescheranno per difendere o accaparrarsi le risorse necessarie.Non promette niente di buono il terzo Rapporto Onu sullo stato di salute delle risorse idriche planetarie, presentato ieri al V Forum mondiale organizzato dal Consiglio mondiale dell’acqua, che a Instabul ha visto una partecipazione record: 30.000 partecipanti, 3000 organizzazioni, una ventina di capi di Stato e di governo, 180 ministri dell’ambiente - per l’Italia Stefania Prestigiacomo.
POVERI E ASSETATI«Colmare il divario per l’acqua», questo il titolo dell’evento. E di strada da fare, a giudicare dal rapporto Onu ce n’è fin troppa. Ogni 17 secondi un bambino muore per una banale diarrea, dovuta all’indisponibilità di acqua pulita e di impianti fognari. La mappa della povertà pressoché coincide con quella dell’inaccessibilità di risorse idriche: quelli che vivono con 1,25 dollari al giorno sono gli stessi che non possono bere acqua pulita. Mentre metà della popolazione mondiale soffre la sete, il consumo di acqua non è mai aumentato tanto come negli ultimi cinquant’anni - è triplicato - soprattutto a causa della crescita demografica. Attualmente la popolazione mondiale sale di 80 milioni all’anno, una pressione che produce un aumento dei consumi d’acqua pari a 64 miliardi di metri cubi annui. Di qui al 2050 la popolazione mondiale passerà dai 6,6 miliardi attuali a circa 9 miliardi, e l’aumento sarà concentrato soprattutto nelle zone dove già le risorse idriche scarseggiano. L’agricoltura che già oggi assorbe il 70% circa delle risorse idriche, se non si introdurranno nuovi metodi di qui al 2050 inghiottirà il 90% dell’acqua disponibile. (da L'Unità)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidata dall’ad Paolo Scaroni

martedì 10 marzo 2009

Un inverno rigido ha rilanciato gli scettici del riscaldamento globale

Un paio di mesi di calcoli ininterrotti grazie alla potenza di due supercalcolatori. Un intero secolo di clima simulato: i cinquant´anni appena trascorsi e i cinquanta che ci attendono. Una risoluzione dettagliatissima, in grado di proiettare sul monitor del computer cosa accadrà da qui al 2050 al clima di piccole porzioni di territorio italiano. Quadrati di 30 chilometri per lato, più o meno come l´area compresa tra Melegnano, Binasco, Abbiategrasso e Milano. Uno scenario che conferma tutte le preoccupazioni espresse sino ad oggi sull´andamento e gli effetti del riscaldamento globale, con picchi estivi di calore sempre più violenti e frequenti a partire dal 2020.E´ il risultato dell´ultimo sforzo della ricerca italiana - dell´Enea in particolare - che verrà presentato oggi a Copenaghen in occasione del congresso convocato dall´Ipcc, l´organismo creato dall´Onu per capire e monitorare i cambiamenti climatici. Un appuntamento dal titolo «Summit of science for politics», essendo pensato soprattutto per fornire ai leader mondiali gli elementi scientifici più aggiornati in vista della decisiva scadenza di dicembre, quando si tenterà di trovare la difficile quanto indispensabile intesa in grado di prolungare il Protocollo di Kyoto oltre il 2012.Le cose che la scienza del clima ha da dire alla politica sono essenzialmente due. Primo: la situazione è decisamente più grave di quanto non pensassimo fino ad appena due anni fa, soprattutto perché anche la circolazione della Corrente del Golfo, che si riteneva fosse tutto sommato sotto controllo, rischia di impazzire. (da Repubblica)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

mercoledì 4 marzo 2009

Effetto sera, ecco gli scienziati scettici

Il clima non sta cambiando. Anzi sì, ma non è colpa dell'uomo. O meglio, forse, ma qualche grado in più non può che far bene all'agricoltura. È questo il chiaro e univoco messaggio da un convegno organizzato ieri da Forza Italia per spiegare ai rappresentanti delle Commissioni di parlamentari la verità scientifica sul riscaldamento del pianeta. Intento poco riuscito perché esigenze «organizzative» hanno portato ad anticipare la vetrina dei politici, costretti poi ad abbandonare la successiva sessione scientifica. Eppure le attese erano molto alte, visto l'annuncio della presentazione di un documento in grado di sbugiardare il IV Rapporto dell'Ipcc, il gruppo di studiosi che fornisce le basi scientifiche all'Onu. Il testo è stato realizzato dal Nipcc (curiosa la somiglianza con la sigla Ipcc, con cui non ha però niente a che fare), presentato lo scorso anno al Senato americano con 650 firme di scienziati e subito smentito dal mondo scientifico per la sua scarsa affidabilità.Curioso che l'asso nella manica degli organizzatori non sia neanche stato presentato nel corso del convegno. Non si è però abbandonato il tentativo di smascherare la presunta faziosità dell'Ipcc, optando faziosamente per un panel caratterizzato dalla totale assenza di scienziati difensori delle tesi dell'Ipcc. Decisamente granitica la posizione dei relatori, nel vedere il riscaldamento del pianeta come una grande bufala. «Il clima cambia in modo naturale, l'uomo non c'entra», sentenzia Franco Battaglia, prof. di chimica all'Università di Modena che non conta alcuna bibliografia scientifica sul tema, ma noto per l'assidua presenza sulle pagine del Giornale come confutatore dei cambiamenti climatici. Del resto, chiarisce Battaglia, «su questi temi non serve avere pubblicazioni scientifiche... perché queste ono cose banali».Nella difficoltà di spiegare quali fossero le tesi scientifiche realmente contestate all'Ipcc, nel corso della giornata sono state presentate interessanti certezze scientifiche. Scopriamo così finalmente che il CO2 non è gas velenoso, che il clima è sempre cambiato nella storia della terra e che l'effetto serra è indispensabile per consentire la vita sulla terra. A più voci è stata manifestata la convinzione che esista un grande disegno basato sulla disinformazione e sulla paura per manovrare l'opinione pubblica su questi temi, denunciando un meccanismo di cui sembravano essere ben conosciute le dinamiche. Svanita la paura del cambiamento del clima era necessario trovare un altro elemento per sostenere la soluzione chiave a tutti i problemi: il nucleare. Si riconosce così l'esistenza del picco del petrolio, risorsa destinata ad essere sempre più rara in futuro. Ed è forse la cosa più interessante della giornata. (Dal manifesto)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

martedì 3 marzo 2009

Ambiente, Ue divisa sugli interventi

Bisogna ripulire i cieli inquinati del mondo, questo l'Europa l'ha detto cento volte. E cento volte ha cercato di decidere come, senza mai riuscirci fino in fondo. Anche perché, in questo come in altri campi, non si balla da soli: pianeti ammorbati come la Cina o l'India, per ripulirsi chiedono sostegno, cioè finanziamenti. Ma quanti? E chi deve dare di più? Ieri, avrebbero dovuto dirlo i ministri dell'Ambiente della Ue riuniti a Bruxelles per parlare appunto di questo. Ma tutto si è concluso tra le scintille: tre ore in più di discussione non prevista, e alla fine un accordo solo di facciata limato a fatica dai cechi, presidenti di turno della Ue. Nessuna cifra sulla carta, di sicuro: ogni decisione è stata demandata al prossimo vertice dei capi di Stato e di governo, il 19 marzo.Soprattutto la Polonia, tormentata dal pensiero delle sue pestilenziali acciaierie ex sovietiche a carbone, ha puntato i piedi. Ma secondo fonti ufficiose vari altri Paesi, fra cui l'Italia rappresentata dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, erano pure d'accordo nel non indicare almeno per ora cifre precise, se non altro per motivi di tattica negoziale: perché questi numeri farebbero parte del «pacchetto » che l'Europa porterà alla conferenza di Copenaghen sul cambiamento del clima, e molti hanno pensato che non fosse il caso di scoprire da subito le carte. I numeri, comunque, sono circolati e continuano a circolare: secondo stime dell'Onu, i Paesi più inquinati degli altri continenti avrebbero bisogno di almeno 100 miliardi di euro da qui al 2020. Secondo altre fonti, sarebbero invece molti di più: dai 25 ai 52 miliardi all'anno e per un tempo più lungo, anche fino al 2030.Quanto all'Italia, alla riunione di ieri il ministro Prestigiacomo ha presentato l'agenda del G8 per l'ambiente che si svolgerà a Siracusa a il 22 e 24 aprile. «L'Italia è presidente del G8 ambiente e noi confidiamo — ha detto — di dare un contributo su temi come i cambiamenti climatici e la biodiversità, in particolare sul rapporto tra biodiversità ed economia, oltre alla possibilità di stabilire delle metodologie per la rilevazione della perdita di biodiversità». (Dal Corriere della Sera)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

martedì 17 febbraio 2009

Londra, quanto inquinano i vip ecologisti

Si fa presto a dire verde. C’è chi adotta un albero a rischio d’estinzione a migliaia di chilometri di distanza e sente d’aver salvato la foresta amazzonica. L’impegno ecologista va di moda: rende molto in termini d’immagine e costa poche dichiarazioni altisonanti al momento giusto. A meno che qualcuno non si presenti alla porta a misurare vizi privati e pubbliche virtù, come è capitato alla rock star inglese Chris Martin, pizzicato dal quotidiano «Sunday Times» a predicare bene e non razzolare altrettanto. Martin, frontman dei Coldplay nonché marito dell’attrice Gwyneth Paltrow, è un campione dell’ambientalismo internazionale. Come l’illustre consorte, madrina della campagna americana per il risparmio energetico Act Green e tra le prime star a utilizzare cosmetici naturali, il cantante ha molto a cuore la riduzione di CO2, uno dei gas responsabili del surriscaldamento globale, al punto da compensare le emissioni prodotte per l’uscita dal secondo album del suo gruppo finanziando una piantagione di alberi di mango in India. Peccato che, secondo gli esperti della Irt Survey, la società di rilevazioni ingaggiata dal «Sunday Times», la casa della coppia, un bijou da 2,5 milioni di sterline (circa 2,7 milioni di euro) in Belsize Park, a Londra, disperda 1020 chilowattora di calore l’anno. E con l’energia di rinforzo, necessaria per non morire dal freddo, quell’immobile produca 265 chili di anidride carbonica, quanto un automobile di media cilindrata in un percorso di 1300 chilometri. I Martin in realtà sono in buona compagnia. Altri nove celebri ambientalisti inglesi, dal deputato liberaldemocratico Simon Hughes, responsabile dell’effetto serra, al vescovo della capitale Richard Chertres, non hanno passato la prova coerenza. Non che le loro abitazioni inquinino in maniera drammatica ma, per negligenza di manutenzione, sono più energivore (o al massimo equivalenti) di quelle qualsiasi di cittadini non particolarmente interessati a rendere il mondo un posto migliore. Inoltre, sostiene Steve Howard dell’organizzazione Climate Group, «muri a intercapedine isolanti sono un “lusso" che anche chi non guadagna molto può permettersi». Figurarsi una star. Prendete il sindaco della City, Boris Johnson, ciclista convinto e fedele alla causa ecologista tanto da offrire ai londinesi incentivi per isolare termicamente gli appartamenti. La sua magione vittoriana nel quartiere di Islington, la culla del New Labour, rilascia un extra bonus di 1388 kWh e 360 chili di CO2 l’anno. Un dato che ha mandato su tutte le furie il consigliere verde Janny Jones: «In questi casi bisogna essere credibili, deve mettersi in regola». La causa della perdita, rivela il Sunday Times, sarebbero gli infissi delle finestre troppo vecchi e irreparabili che avrebbero indotto il primo cittadino a cercarsi a breve una nuova sistemazione.Anche mister Hughes, con 471 chili di anidride carbonica sulla coscienza (1812 kWh), progetta di traslocare: «Sono consapevole che la casa deve essere riparata il prima possibile». La settimana scorsa ha annunciato un piano per rendere ogni dimora londinese «energicamente efficiente» nel giro di dieci anni. Dimenticando la sua. «Se non vado altrove provvederò», promette.Ad eccezione di Chris Martin, i cui portavoce hanno preferito non commentare, gli «spreconi» alzano le mani pescate nel sacco. «La proprietà ha duecento anni e possiamo intervenire in modo limitato», ammette sir David Attenborough, volto storico della Bbc e pioniere dei documentari naturalisti. (Da La Stampa)

mercoledì 11 febbraio 2009

"Premio Polena" a Bjorn Lomborg per «Il clima e il paradosso del safari»

Questa settimana il "Premio Polena" per l'articolo più interessante va a Bjorn Lomborg con «Il clima e il paradosso del safari» pubblicato sul "Sole 24 Ore" di domenica 1 febbraio 2009. Scrive Lomborg (fondatore del Copenhagen Consensus e autore de "L'ambientalista scettico. Non è vero che la terra è in pericolo") che il riscaldamento del pianeta non è contestabile, ma purtroppo l'efficacia delle proposte degli ambientalisti, soprattutto se si considera il rapporto costi/benefici, è molto discutibile.Barack Obama, nel suo libro "I sogni di mio padre", racconta che quando stava in Kenya e voleva andare a un safari, la sorella Auma lo rimproverava di avere un comportamento da colonialista. «Perchè mai - diceva - tutta quella terra dovrebbe essere riservata al turismo quando potrebbe invece essere destinata all'agricoltura», salvando in questo modo molti bambini dalla fame? L'aneddoto di Obama, sostiene Lomborg, trova un corrispettivo nell'attuale preoccupazione per il riscaldamento del pianeta.L'Unione Europea si è infatti impegnata a raggiungere in 12 anni l'ambizioso obiettivo di tagliare le emissioni di Co2 del 20% rispetto ai livelli del 1990, usando le energie rinnovabili. Una misura di questo tipo costerebbe più dell'1% del pil, e se anche tutto il mondo facesse altrettanto, il risultato sarebbe quello di abbassare la temperatura del pianeta di un ventesimo di grado Fahrenheit per la fine del secolo. Il tutto allo strabiliante costo di 10mila miliardi di dollari. Per molti meno soldi potremmo fornire a 2-3 miliardi di persone nel mondo i micronutrienti essenziali evitando forse un milione di morti e rendendo metà della popolazione mondiale più forte nel fisico e nella mente. I modelli economici dicono che il riscaldamento dell'ambiente produrrà di qui alla fine del secolo danni per il 3% del pil. Non è trascurabile ma non è la fine del mondo. Rimane invece il dilemma del safari: perché le nazioni spendono tanto contro i cambiamenti climatici per non ottenere praticamente nulla nell'arco di un secolo, quando spendendo meno soldi si potrebbe fare davvero tanto per il genere umano? (da il riformista)

giovedì 5 febbraio 2009

Bufale climatiche

Da Il Manifesto

Il meccanismo è vecchio, ma funziona sempre. Si lancia la «bufala» sui giornali sapendo che la forza d'urto dell'onda dello scoop sarà sempre maggiore di quella dei rivoli di risacca delle smentite. Poco importa quanto siano grosse le sparate iniziali, l'effetto è garantito. Così è avvenuto anche per i cambiamenti climatici in Italia dove, dopo alcuni articoli in ordine sparso dello scorso autunno, all'inizio del 2009 si è svelato un ampio fronte che nega l'esistenza stessa del riscaldamento del pianeta.Non si trattava in questo caso del classico «al lupo, al lupo» gridato contro le teorie del riscaldamento del pianeta in occasione dei primi freddi invernali, ma di un fatto ben più grave, capace da solo di far tremare le convinzioni di tutti i catastrofisti del pianeta.Molti giornali hanno infatti rilanciato all'unisono la notizia che l'estensione dei ghiacci dell'artico era tornata a crescere notevolmente, riportandoli all'estensione che questi avevano nel 1979. Si minava così alla base la credibilità dell'Ipcc, il panel di scienziati del clima che opera per l'Onu e che nel IV Rapporto (2007), manifestava tutta la sua preoccupazione sul futuro della banchisa artica.C'è solo un piccolo particolare: quella notizia era completamente errata e falsa. Errata perché partiva da un articolo di un giovane climatologo americano messo in discussione poco dopo la sua pubblicazione perché analizzava dati provenienti da due satelliti diversi senza apportarvi alcuna correzione ma, ancora peggio, confrontava solo due dati puntuali e non l'analisi delle tendenze delle temperature nel tempo. Come affermare che il pianeta si sta raffreddando perché oggi è più freddo dello stesso giorno di 30 anni fa.La notizia riportata dai giornali è però anche falsa perché prende spunto dal confronto di dati cumulativi puntuali di copertura dei ghiacci di polo nord e polo sud e viene trasformata nella stampa italiana in un annuncio di riduzione dei soli ghiacci artici.Può sembrare una differenza secondaria, ma nasconde una sottile sfumatura, perché gli scienziati dell'Ipcc differenziano la loro posizione sul destino dei ghiacci nei due poli.Da una parte vi è l'ampia convinzione, supportata anche dall'oggettivo andamento delle misurazioni negli anni, che il riscaldamento del pianeta sta portando alla riduzione dell'estensione del ghiaccio della banchisa artica e che probabilmente nei prossimi anni si arriverà a un suo temporaneo ma totale scioglimento nei mesi più caldi.Per il polo sud la situazione è invece più complessa e allo scioglimento del ghiaccio marino potrebbe corrispondere un aumento di quello continentale per le maggiori precipitazioni nevose legate all'aumento dell'umidità nell'aria e alle temperature sempre rigide di quell'area. I dati reali ci dimostrano per il momento che il polo nord diminuisce in media ogni anno di 47.000 km e il polo sud aumenta di circa 15.000 km, con una riduzione netta globale di 32.000 km, in linea con le posizioni dell'Ipcc.Negare l'esistenza del processo di riduzione dei ghiacci artici significa negare la realtà e mettere in discussione l'ipotesi stessa di cambiamento del clima.Perché allora la stampa italiana dà così spazio a notizie poco attendibili sul clima? È colpa dei giornalisti che non hanno le competenze per affrontare un tema complesso come i cambiamenti climatici? O vi è il dolo di chi cerca sul fronte politico e culturale, anche davanti alle evidenze, di impedire la spinta al necessario cambiamento? Difficile da dirsi. Intanto restiamo in attesa della prossima onda.

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

lunedì 2 febbraio 2009

Il clima e il paradosso del safari

Dal Sole 24 Ore

Vale la pena riflettere su un brano del libro di Barack Obama I sogni di mio padre, che la dice lunga sul nostro modo di relazionarci ai problemi del pianeta.Obama sta in Kenya e vuole andarea un safari. Auma, la sua sorella keniana, lo rimbrotta perché si comporta da neocolonialista. «Perché mai tutta quella terra dovrebbe essere riservata ai turisti quando potrebbe invece essere destinata all'agricoltura? Questi wazungu (letteralmente "gente in movimento", termine dispregiativo swahili con cui vengono indicati i turisti) si preoccupano più per un elefante morto che per cento bambini neri». Obama alla fine a quel safari ci andò, ma non ha trovato nulla da replicare all'obiezione della sorella.Quell'aneddoto trova un corrispettivo nell'attuale preoccupazione per il riscaldamento del pianeta. Molta gente incluso il neopresidente americano - è convinta che il riscaldamento globale sia il problema più urgente della nostra epoca, e che tagliare le emissioni di anidride carbonica (CO2) sia una delle cose più meritevoli che possiamo fare.Forzando un pochino la metafora, equivale un po' a costruire parchi safari sempre più grandi invece di creare più aziende agricole per dare da mangiare agli affamati.Intendiamoci: il riscaldamento globale è un fatto reale ed è provocato dalle emissioni di CO2 prodotte dall'uomo. Il problema è che anche riducendo le emissioni a 360 gradi, in modo drastico e con costi enormi, l'impatto sulle temperature di qui alla metà del secolo sarà praticamente nullo. Invece di tagli inutili e costosi, dovremmo incanalare i nostri buoni propositi in materia di clima in direzione di un forte incremento della ricerca per trovare fonti energetiche a zero emissioni, cosa che consentirebbe di stabilizzare il clima entro la metà del secolo a costi contenuti. Ma- e per la maggior parte degli abitanti del pianeta questa è la cosa più importante - il riscaldamento globale non fa che aggravare problemi già esistenti, problemi che al momento non prendiamo sul serio.Per fare un esempio, i danni inflitti a New Orleans dall'uragano Katrina avrebbero potuto essere minimizzati non certo da una riduzione delle emissioni, ma da una corretta manutenzione degli argini e da un miglior servizio di evacuazione. Una lezione istruttiva viene dai due Stati che occupano l'isola di Hispaniola, Haiti e la Repubblica Dominicana: durante la stagione degli uragani, nel 2004, la Repubblica Domenicana, che aveva investito in rifugi antiuragano e sistemi di evacuazione d'emergenza, riuscì a contenere il bilancio delle vittime al di sotto dei dieci morti. Ad Haiti, dove non erano stati fatti questi investimenti, i morti furono duemila.Di fronte a un'identica perturbazione atmosferica, un haitiano aveva cento volte più probabilità di morire di un dominicano.L'elezione di Obama ha fatto crescere le speranze in un massiccio impegno in favore dei tagli alle emissioni e di consistenti investimenti nelle energie rinnovabili, per salvare il mondo, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Come forse confermerebbe la sorella keniana di Obama, indulgere a questa politica potrebbe rivelarsi molto costoso. Secondo alcuni, Obama dovrebbe seguire le orme dell'Unione Europea, che si è impegnata a raggiungere in 12 anni l'ambizioso obbiettivo di tagliare le emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990, usando le energie rinnovabili.Solo questo potrebbe costare più dell'1% del Pil. Anche se tutto il mondo facesse altrettanto, il risultato finale sarebbe quello di ridurre la temperatura del pianeta di un ventesimo di grado Fahrenheit per la fine del secolo, allo strabiliante costo di 10mila miliardi di dollari.La Germania ha sovvenzionato i pannelli solari, come alcuni sperano che faccia Obama. Di conseguenza tutti quanti, inclusi i poveri, pagano le tasse per consentire soprattutto ai più ricchi di sentirsi più ambientalisti. Ma i modelli climatici dimostrano che di qui alla fine del secolo i 156 miliardi di dollari spesi dalla Germania saranno serviti solo a ritardare il riscaldamento globale di un'ora.Per un cinquantesimo di quel costo, potremmo fornire a 2-3 miliardi di persone i micronutrienti essenziali, evitando forse in questo modo un milione di morti e rendendo metà della popolazione mondiale più forte nel fisico e nella mente. Per l'ennesima volta,sembriamo preferire il discutibile lusso dell'ennesimo parco safari ai prosaici benefici offerti da un'azienda agricola in più.La maggior parte dei modelli economici mostra che il riscaldamento globale produrrà, di qui alla fine del secolo, danni complessivamente pari a circa il 3% del Pil. Non è trascurabile, ma non è neanche la fine del mondo. Per la fine del secolo, le Nazioni Unite prevedono che la ricchezza del cittadino medio si sarà incrementata del 1400% rispetto a oggi.Un safari africano una volta mise il nuovo presidente degli Stati Uniti di fronte a un dilemma a cui non seppe dare risposta: perché per il mondo ricco contano più gli elefanti dei bambini africani? La trasposizione odierna di questo dilemma è: perché le nazioni più ricche spendono somme spropositate di denaro contro i cambiamenti climatici per non ottenere praticamente nulla nell'arco di un secolo,quando si potrebbe fare così tanto per il genere umano oggi spendendo molti meno soldi? Il mondo aspetta la risposta di Obama.

venerdì 30 gennaio 2009

La Ue propone un mercato globale delle emissioni

Dal Sole 24 Ore

L'Unione europea punta con decisione a un patto globale per contenere i cambiamenti climatici in prospettiva della Conferenza Onu che si terrà a dicembre a Copenaghen. E prevede la necessità di un investimento globale di 175 miliardi l'anno dal 2020 in poi per contenere l'aumento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 gradi rispetto al periodo preindustriale, evitando conseguenze pericolose.Il commissario Ue all'Ambiente, Stavros Dimas, ha presentato ieri a Bruxelles la strategia europea post-Kyoto sul clima, per il periodo seguente al 2012. L'obiettivo è di arrivare a un consenso sul taglio del 30% delle emissioni di Co2 da parte dei Paesi sviluppati entro il 2020, andando al di là del 20% che l'Unione europea si è comunque unilateralmente impegnata a conseguire con il pacchetto di misure approvate nel dicembre scorso. «È necessario un accordo globale stavolta » ha affermato Dimas, spiegando di aver ottenuto dal neopresidente Barak Obama assicurazioni sul pieno impegno degli Stati Uniti in tal senso. «È una grande novità rispetto all'era Bush che minacciava il veto su questi temi», ha detto il commissario, precisando tuttavia chela nuova amministrazione Usa probabilmente non sarà in grado di presentarsi a Copenhagen con una Borsa dei permessi di emissioni già operante, come quella europea.Le proposte della Commissione prevedono entro il 2015 l'istituzione di un mercato di Co2 globale, che copra tutti i Paesi dell'Ocse e lo sviluppo di fonti di finanziamento innovative basate sulle emissioni dei Paesi e sulle loro capacità finanziarie. Dimas ha però sottolineato che per arrivare a un accordo internazionale a Copenaghen è essenziale che i Paesi ricchi garantiscano ai Paesi in via di sviluppo i finanziamenti necessari. "No money, no deal" (niente patto senza denaro), ha avvertito il commissario.Gli investimenti globali dovrebbero aumentare progressivamente, culminando in 175 miliardi di euro aggiuntivi l'anno nel 2020, al netto dei ritorni derivanti dal risparmio energetico o dalle energie rinnovabili. Secondo la Commissione, una buona parte di questa cifra, attorno ai 95 miliardi di euro, dovrà essere investita nei Paesi in via di sviluppo. Il documento dell'Esecutivo Ue, tuttavia, non contiene più la proposta (presente nelle bozze di lavoro precedenti) dell'impegno esplicito europeo a finanziare con 30 miliardi di euro gli investimenti nei Paesi più poveri. Dimas ha però sostenuto che i finanziamenti pubblici necessari potranno essere ricavati da due diversi meccanismi, magari combinati insieme: un contributo dei Paesi ricchi proporzionale al Pil pro-capite, e un prelievo dagli introiti del commercio dei diritti di emissione. Il commissario ha anche sottolineato come le economie emergenti - Cina, India, Brasile, Messico - saranno a un certo punto in grado di "pagare da sole" per le misure contro il cambiamento climatico, senza dipendere più dalle sovvenzioni degli altri Paesi industrializzati.

giovedì 29 gennaio 2009

Pacchetto clima. L'Europa spera in Barack

Da l'Unità

Taglio del 30% entro il 2020 delle emissioni di Co2 dei Paesi sviluppati. Coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo e investimenti mondiali nella lotta al cambiamento climatico per 175 miliardi di euro all'anno fino al 2020.È questa la proposta della Commissione europea, presentata ieri dal commissario Ue all'Ambiente Stavros Dimas, per un accordo globale post-Kyoto alla conferenza Onu di Copenhagen di dicembre.Con la svolta ambientalista degli Stati Uniti, seguita all'elezione di Obama, l'Ue sente il traguardo più vicino. Del resto, ha osservato Dimas, il negoziatore americano sul clima designato da Obama è lo stesso Todd Stern che per conto di Clinton contribuì a ideare il protocollo di Kyoto.Il problema però, in tempi di crisi economica, sono i soldi. «Senza un pacchetto finanziario credibile non ci sarà accordo a Copenhagen», ha ammonito il commissario europeo: «no money, no deal», niente soldi, niente accordo.La proposta della Commissione, che i Ventisette dovranno approvare nel Summit del 19-20 marzo, prevede quindi l'istituzione entro il 2015 di un mercato del carbonio che comprenderà tutti i Paesi Ocse. Questo servirà a reperire i fondi, insieme a «fonti innovative di finanziamento internazionale basate sul principio 'chi inquina paga'». La metà dei 175 miliardi all'anno servirà ai Paesi in via di sviluppo, a cui non si chiederanno impegni vincolanti ma piani per ridurre la crescita delle emissioni del 15-30% rispetto ai livelli previsti a politiche invariate.«L'Europa va avanti con il suo progetto», ha commentato l'eurodeputato del Pd Guido Sacconi, «altro che le frenate di Berlusconi sul pacchetto clima!».