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mercoledì 25 marzo 2009
2009, anno del gorilla. Che protegge l'ambiente
Il 2009 è l’«Anno del gorilla». L'iniziativa, lanciata dal Programma dell’Onu per l'Ambiente (Unep) e dalla Convenzione sulle specie migratrici (Cms) vuole mobilitare governi e opinioni pubbliche per difendere le ultime popolazioni di gorilla in Africa.La lotta al riscaldamentoSecondo Robert Hepworth, segretario del Cms, la campagna dovrebbe raccogliere «almeno mezzo milione di euro entro l'anno»: è significativo - sottolinea - che la tutela delle aree dove vivono questi animali così prossimi all’uomo potrebbe diventare anche uno strumento nella lotta ai cambiamenti climatici: secondo l'«Atlante su carbonio e biodiversità» dell’Unep, le aree in Ruanda e Uganda sono uno dei polmoni verdi del Pianeta.«Convivenza tra noi e loro»A fare da madrina del «Year of Gorilla» è Jane Goodall, la primatologa celebre per le sue ricerche e le sue battaglie. «Le popolazioni all'interno o in prossimità delle foreste lottano per sopravvivere - spiega -. Se non le aiuteremo a trovare un modo di vivere che non costringa a distruggere la giungla, falliremo anche nello sforzo di proteggere queste meravigliose scimmie». (Da La Stampa)
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lunedì 16 marzo 2009
Effetto serra: se non rallenta orsi polari estinti entro il 2100
Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l'"Earth Hour", una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni. Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall'Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili». (da Corriere.it)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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lunedì 2 marzo 2009
Requiem per i boschi dei Savoia, colpa del clima
L’inizio della fine si manifesta con una calvizie precoce: il verde sfuma nel rosso e poi nel marrone, cadono le foglie, si disseccano le radici più fini e periferiche. Il colosso cerca di reagire sviluppando numerose e brevi ramificazioni secondarie lungo il tronco principale. Quel che resta della chioma si sviluppa in altezza, nel disperato tentativo di raggiungere la luce. E’ l’ultimo atto di una battaglia silenziosa e implacabile che spesso termina con la morte dell’albero, esposto a parassiti (funghi e insetti) pronti a sfruttarne la vulnerabilità.Cedono le grandi querce da 50 metri piantate da re Carlo Alberto nel Parco di Racconigi. Nelle zone di brughiera della Mandria ormai sono un ricordo. Più in generale, muoiono i boschi del Piemonte: ridotti dallo sviluppo dell’agricoltura, e poi dell’industria; abbandonati a favore di attività considerate più redditizie; privati dell’acqua da coltivazioni idrovore (è il caso del mais a Racconigi). Da ultimo, espulsi come corpi estranei da un ecosistema in cui non si riconoscono più. La strage, innescata alla fine degli Anni 80, chiama in causa il cambiamento climatico ed è monitorata con crescente apprensione dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Torino e dall’Ipla (Istituto piante da legno e ambiente). Giovanni Nicolotti, uno degli esperti dell’Università che nel 2007 la Regione Piemonte ha chiamato al capezzale dei nostri boschi, conferma l’allarme e lo rilancia. Il fenomeno non è una prerogativa del Piemonte: interessa tutto l’arco alpino e il centro Europa, spaziando dalla quercia al pino silvestre e all’abete rosso. «Ma il Piemonte conserva la maggior parte delle foreste di querce superstiti di tutta la Pianura Padana - spiega Nicolotti -: il nostro capitale raggiunge i 90 mila ettari di boschi planiziali concentrati in aree protette».Non foreste qualsiasi, gli epigoni di quelle che in epoca romana e poi medievale permettevano di attraversare tutta la Pianura Padana, dalla Gallia a Venezia, senza uscire dal loro cono d’ombra. Durante gli scavi per l’Alta Velocità Torino-Milano frequenti sono stati i ritrovamenti di imponenti tronchi di quercia, a 8-12 metri, datati intorno al 200-400 d.c. Non solo natura, quindi, ma un patrimonio di storia e cultura. L’innalzamento delle temperature, la diversa distribuzione stagionale delle precipitazioni e il protrarsi del deficit-idrico, che ha provocato un forte abbassamento delle falde (con punte di 7 metri), rischia di completare in pochi anni l’opera dell’uomo. Il bosco arretra alla Mandria come a Racconigi, lungo le fasce fluviali della Stura di Lanzo, del Ticino, delle Lame del Sesia. Il fenomeno è particolarmente evidente sul fronte dei querceti. «Sui 20 mila ettari disponibili - aggiunge Nicolotti -, è stata rilevata una defogliazione media del 50%. In molti casi questo valore rischia di coincidere con il deperimento irreversibile delle piante. Dove accade, subentrano nuove specie pioniere e spesso esotiche». Rimediare è un’impresa. Questione di finanziamenti col contagocce - la Regione ha stanziato 120 mila euro in due anni, per affrontare il deperimento del pino silvestre la Svizzera ha impegnato oltre un milione di franchi svizzeri in tre anni -, e di tecniche di intervento: impianti di irrigazione per compensare il deficit idrico, tagli e diradamenti selettivi del bosco per ridurre la competizione di altre specie e favorire le migliori piante portaseme, diserbo manuale e progetti di lotta fitosanitaria a basso impatto ambientale, ripiantamenti. Il tempo stringe.In qualche caso, penso a Racconigi, bisogna avere il coraggio di scelte impopolari: un parco storico non può convivere con la coltivazione del mais. Più in generale, temo ci sia poco da fare». Paolo Pejrone, l’architetto dei giardini, vede nero sul futuro dei boschi piemontesi. (Da la Stampa)
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni
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martedì 17 febbraio 2009
Londra, quanto inquinano i vip ecologisti
Si fa presto a dire verde. C’è chi adotta un albero a rischio d’estinzione a migliaia di chilometri di distanza e sente d’aver salvato la foresta amazzonica. L’impegno ecologista va di moda: rende molto in termini d’immagine e costa poche dichiarazioni altisonanti al momento giusto. A meno che qualcuno non si presenti alla porta a misurare vizi privati e pubbliche virtù, come è capitato alla rock star inglese Chris Martin, pizzicato dal quotidiano «Sunday Times» a predicare bene e non razzolare altrettanto. Martin, frontman dei Coldplay nonché marito dell’attrice Gwyneth Paltrow, è un campione dell’ambientalismo internazionale. Come l’illustre consorte, madrina della campagna americana per il risparmio energetico Act Green e tra le prime star a utilizzare cosmetici naturali, il cantante ha molto a cuore la riduzione di CO2, uno dei gas responsabili del surriscaldamento globale, al punto da compensare le emissioni prodotte per l’uscita dal secondo album del suo gruppo finanziando una piantagione di alberi di mango in India. Peccato che, secondo gli esperti della Irt Survey, la società di rilevazioni ingaggiata dal «Sunday Times», la casa della coppia, un bijou da 2,5 milioni di sterline (circa 2,7 milioni di euro) in Belsize Park, a Londra, disperda 1020 chilowattora di calore l’anno. E con l’energia di rinforzo, necessaria per non morire dal freddo, quell’immobile produca 265 chili di anidride carbonica, quanto un automobile di media cilindrata in un percorso di 1300 chilometri. I Martin in realtà sono in buona compagnia. Altri nove celebri ambientalisti inglesi, dal deputato liberaldemocratico Simon Hughes, responsabile dell’effetto serra, al vescovo della capitale Richard Chertres, non hanno passato la prova coerenza. Non che le loro abitazioni inquinino in maniera drammatica ma, per negligenza di manutenzione, sono più energivore (o al massimo equivalenti) di quelle qualsiasi di cittadini non particolarmente interessati a rendere il mondo un posto migliore. Inoltre, sostiene Steve Howard dell’organizzazione Climate Group, «muri a intercapedine isolanti sono un “lusso" che anche chi non guadagna molto può permettersi». Figurarsi una star. Prendete il sindaco della City, Boris Johnson, ciclista convinto e fedele alla causa ecologista tanto da offrire ai londinesi incentivi per isolare termicamente gli appartamenti. La sua magione vittoriana nel quartiere di Islington, la culla del New Labour, rilascia un extra bonus di 1388 kWh e 360 chili di CO2 l’anno. Un dato che ha mandato su tutte le furie il consigliere verde Janny Jones: «In questi casi bisogna essere credibili, deve mettersi in regola». La causa della perdita, rivela il Sunday Times, sarebbero gli infissi delle finestre troppo vecchi e irreparabili che avrebbero indotto il primo cittadino a cercarsi a breve una nuova sistemazione.Anche mister Hughes, con 471 chili di anidride carbonica sulla coscienza (1812 kWh), progetta di traslocare: «Sono consapevole che la casa deve essere riparata il prima possibile». La settimana scorsa ha annunciato un piano per rendere ogni dimora londinese «energicamente efficiente» nel giro di dieci anni. Dimenticando la sua. «Se non vado altrove provvederò», promette.Ad eccezione di Chris Martin, i cui portavoce hanno preferito non commentare, gli «spreconi» alzano le mani pescate nel sacco. «La proprietà ha duecento anni e possiamo intervenire in modo limitato», ammette sir David Attenborough, volto storico della Bbc e pioniere dei documentari naturalisti. (Da La Stampa)
lunedì 16 febbraio 2009
Terra da salvare
Circumnavigare il mondo con lo sguardo. Dai ghiacciai artici alle distese oceaniche in più di cento clic: è la fotografia del pianeta scattata dalla mostra «Madre Terra», ospitata nelle sale di Palazzo delle Esposizioni (fino al 29 marzo, via Milano 13; info 06.39967500). A cura di Guglielmo Pepe, presidente di National Geographic Italia, la rassegna è un viaggio nei continenti, tra oasi incontaminate e urbanizzazione selvaggia. Dopo il focus dello scorso anno sui quattro elementi, la «magna mater» balza in primo piano negli scatti di circa sessanta reporter, ovvero la crème della rivista.«Abbiamo selezionato più di tremila foto – spiega il curatore – per lo più materiale inedito». La sua preferita? «Il pinguino dell'Antartide: mi colpisce la sua solitudine in un habitat che sta subendo le conseguenze del riscaldamento globale ». Nell'inquadratura di Maria Stenzel, un iceberg campeggia sublime, come in un dipinto di Friedrich: maestosa e fragile al tempo stesso, la piramide di ghiaccio è l'emblema di un ecosistema vicino al collasso. In filigrana, le immagini dicono anche questo: «Salvare il pianeta – ricorda Pepe – non è solo responsabilità dei governi. Ciascuno di noi, nel suo piccolo, può dare un contributo, riducendo il consumo energetico e usando l'automobile quando è davvero necessario ».Così, per l'aspirante globe-trotter, la bussola è proprio la biodiversità: sentirsi a casa a tutte le latitudini, tra canyon rocciosi e pianure sconfinate, acque tropicali e dune desertiche. Con la sola forza dello sguardo, la sequenza rivela il fascino, e la precarietà, di un equilibrio messo a dura prova dai cambiamenti climatici. Bando agli allarmismi, è l'emozione la chiave per riconciliare l'uomo con il suo habitat. Ed ecco che la terra si offre generosa all'obiettivo da infinite angolazioni. Come in un periplo ideale, lo sguardo spazia dalle foreste equatoriali alle Alpi italiane, alla scoperta di ecosistemi rari e paesaggi mozzafiato.Nel variopinto mosaico terrestre, gli animali – grizzly dell'Alaska e panda giganti, elefanti e ippopotami – accentuano il fascino esotico dei luoghi. In pieno ruggito, la tigre immortalata da Michael Nichols, asso dell'obiettivo, intimidisce con la sua regalità. Il ritratto delle gru giapponesi, filiformi e screziate, di Roy Toft ricorda, invece, la raffinatezza delle stampe di Hokusai. Completano l'excursus i gruppi umani che vivono in situazioni di emergenza, come i bambini malnutriti della Nigeria e quelli poverissimi di Gaza, i monaci buddisti e i guerrieri maori. La suggestione, però, non è l'unico ingrediente della rassegna: toccano nel profondo le inquadrature che documentano gli effetti dannosi dello sviluppo indiscriminato e i limiti della tutela ambientale. Tutt'altro che asettico, l'occhio dei reporter racconta personaggi, atmosfere, stati d'animo. «I nostri autori – sottolinea Pepe – sono coinvolti nel loro lavoro. Ogni immagine ha un suo percorso e una sua storia». Il filo che le unisce, ai quattro angoli del globo, è la sofferenza: condizione comune agli esseri viventi, tutti figli della stessa madre terra. Consolatoria e protettiva come la donna inuit con bambino, icona della mostra, che sorride all'obiettivo.
(dal "Corriere della Sera)
(dal "Corriere della Sera)
martedì 27 gennaio 2009
Rane, rospi e foreste. E il cambiamento climatico
Dal Manifesto
Rane, rospi, e altre specie di anfibi sono considerati un «bio indicatore»: la salute di queste popolazioni dice molto sullo stato di salute generale degli ecosistemi, naturali e coltivati. Ma sono popolazioni a rischio, come sottolineano diverse organizzazioni per la conservazione della natura, che parlano di un incombente rischio di estinzione di massa, E infatti il 2008 era stato decretato «anno degli anfibi» dalle organizzazioni ambientaliste internazionali, che chiedevano a governi e istituzioni di appoggiare un piano globale e programmi conservazionisti locali capaci di rallentare la decimazione accelerata di rane e altro. Gli anfibi sono gravemente minacciati a causa del cambiamento climatico, dell'inquinamento sempre più diffuso negli ambienti in cui vivono, della perdita di ecosistemi umidi e dall'uso di pesticidi. Senza dimenticare la mortale malattia diffusa dal fungo Chytrid che sta devastando le popolazioni di anfibi in tutto il mondo, né l'introduzione di specie invasore e dalla commercializzazione incontrollata delle rane come animali da compagnia. Un futuro fosco e con poche soluzioni realistiche.In Colombia, il secondo paese al mondo per diversitá di specie di batraci minacciate, sono state decretate due nuove riserve per la protezione di anfibi. La prima, piú publicizzata dalla stampa e dai siti web, è nella zona andina a 1.600 metri di altezza, nella regione di Tolima, nelle montagne di Falan. Qui, alla fine del 2007, due ricercatori avevano annunciato la sorprendente scoperta di due sconosciute variopinte specie di rane velenose, la Ranitomeya doriswainsonae e la Ranitomeya tolimense. L'hanno battezzata «Reserva de anfibios Ranita dorata», è il risultato di uno sforzo congiunto dell'associazione conservazionista colombiana Pro Aves, vari gruppi di protezione degli anfibi affiliate all'Unione mondiale per la conservazione della natura (Uicn), di Conservation International e della Netherland Postcode Lottery, la lottería nazionale privata olandese.
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
Rane, rospi, e altre specie di anfibi sono considerati un «bio indicatore»: la salute di queste popolazioni dice molto sullo stato di salute generale degli ecosistemi, naturali e coltivati. Ma sono popolazioni a rischio, come sottolineano diverse organizzazioni per la conservazione della natura, che parlano di un incombente rischio di estinzione di massa, E infatti il 2008 era stato decretato «anno degli anfibi» dalle organizzazioni ambientaliste internazionali, che chiedevano a governi e istituzioni di appoggiare un piano globale e programmi conservazionisti locali capaci di rallentare la decimazione accelerata di rane e altro. Gli anfibi sono gravemente minacciati a causa del cambiamento climatico, dell'inquinamento sempre più diffuso negli ambienti in cui vivono, della perdita di ecosistemi umidi e dall'uso di pesticidi. Senza dimenticare la mortale malattia diffusa dal fungo Chytrid che sta devastando le popolazioni di anfibi in tutto il mondo, né l'introduzione di specie invasore e dalla commercializzazione incontrollata delle rane come animali da compagnia. Un futuro fosco e con poche soluzioni realistiche.In Colombia, il secondo paese al mondo per diversitá di specie di batraci minacciate, sono state decretate due nuove riserve per la protezione di anfibi. La prima, piú publicizzata dalla stampa e dai siti web, è nella zona andina a 1.600 metri di altezza, nella regione di Tolima, nelle montagne di Falan. Qui, alla fine del 2007, due ricercatori avevano annunciato la sorprendente scoperta di due sconosciute variopinte specie di rane velenose, la Ranitomeya doriswainsonae e la Ranitomeya tolimense. L'hanno battezzata «Reserva de anfibios Ranita dorata», è il risultato di uno sforzo congiunto dell'associazione conservazionista colombiana Pro Aves, vari gruppi di protezione degli anfibi affiliate all'Unione mondiale per la conservazione della natura (Uicn), di Conservation International e della Netherland Postcode Lottery, la lottería nazionale privata olandese.
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
giovedì 22 gennaio 2009
Biodiversità marina, è allarme
Sollecitata dalla perdita globale di biodiversità, la comunità internazionale sta incoraggiando la tutela degli ecosistemi terrestri e marini. Le aree protette nel mondo si sono ampliate significativamente negli ultimi anni, fino a raggiungere i circa 20 milioni di chilometri quadrati del 2006 - una superficie doppia rispetto a quella della Cina. Tuttavia, non sempre le aree sottoposte a tutela sono gestite con efficacia ai fini della conservazione ambientale. E solamente un decimo di queste aree coprono ecosistemi marini, a dispetto del loro ruolo fondamentale nella protezione della fauna ittica e degli ambienti costieri. Non deve quindi stupire che, sebbene le aree protette si estendano progressivamente, non accenna a rallentare il ritmo dell'estinzione di specie animali e vegetali o il declino di specifiche popolazioni. Occorrono sforzi senza precedenti per conservare in modo sostenibile gli habitat, gli ecosistemi e le specie a rischio, se vogliamo raggiungere l'obiettivo di ridurre significativamente il tasso di estinzioni di qui al 2010. Sono esposti a particolare pericolo le popolazioni ittiche di tutto il pianeta, ed è urgente una immediata cooperazione tra gli Stati per salvare i pesci in via di estinzione e frenare lo spopolamento di singole specie. Dopo decenni di sfruttamento selvaggio delle risorse, la quota di banchi di pesce spopolati, sovrasfruttati o in via di recupero si è oggi stabilizzata al 25% rispetto agli anni Novanta. Ma sono sempre meno i banchi sfruttati sotto la soglia di allarme: se nel 1975 il 40% dei banchi erano considerati sostenibili, oggi tale proporzione è calata al 22%. (tratto da www.unicef.it)
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venerdì 31 ottobre 2008
L'ecatombe dei fiori di Henry
Tra letteratura e scienza - Una ricerca pubblicata su Pnas lancia l'allarme, dice Il Sole 24 Ore : in soli 150 anni il 27% delle piante erbacee si è estinto e un altro 35% è ad alto rischio
Sono passati 150 anni da quando lo scrittore Henry David Thoreau passeggiava nella campagna del Massachu-setts, lungo il fiume Concord. Oggi però i prati fioriti che hanno ispirato lo scrittore americano non sono più quelli di un tempo: un terzo delle specie di fiori si sono estinti, mentre quasi un quarto delle altre piante erbacee sono a rischio di estinzione. Questo è il risultato di una ricerca condotta da un team di botanici delle Università di Harvard e Boston nei territori prediletti di Thoreau. Secondo loro il colpevole di questa ecatombe è ancora lui: il cambiamento climatico.Thoreau (1817-1862) è originario di Concord, una regione di laghi e colline boscose nel Massachusetts. Tra il 1845 e il 1847 lo scrittore passò due anni in isolamento sulle sponde del lago Walden. Voleva dimostrare come l'uomo moderno potesse sopravvivere con mezzi semplici a contatto con la natura. In seguito Thoreau pubblicò un saggio che è diventato un riferimento per generazioni di ecologisti: "Walden, ovvero vita nei boschi". L'opera celebra infatti l'abbandono dei beni materiali e un intimo contatto con la natura.Per i biologi però Thoreau era più di uno scrittore. Era anche uno scienziato. Thoreau aveva infatti studiato scienze all'Università di Harvard e durante le sue escursioni tra i campi fioriti intorno a Walden aveva iniziato un importante inventario di botanica. L'inventario è stato poi aggiornato in epoche successive, fino a ora. Forse però Thoreau non si sarebbe immaginato che in un secolo e mezzo il 27% delle specie di fiori si sarebbero estinte, mentre il 36% di piante erbacee sono a un passo dall'estinzione. Questo è il risultato di una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Proceedings of the National Academy of Science» (Pnas) da un team di biologi guidati da Charles Davis dell'Università di Harvard.Davis presenta i risultati di uno studio condotto su 473 specie di fiori. «Walden è molto cambiata in 150 anni – dice il biologo –. Ma il 60% della regione è sotto tutela e si è mantenuta integra ». E quindi, secondo il team, la causa della scomparsa di queste specie non è l'urbanizzazione ma il cambiamento climatico. A Concord la temperatura media annua è aumentata di ben 2,4ÚC in unsecolo, e la fioritura è anticipata di almeno una settimana dai tempi di Thoreau. Questo spiegherebbe l'estinzione di molte specie erbacee. Secondo Davis, infatti, le piante che hanno adattato la loro fioritura a un anticipo di stagione stanno avendo la meglio rispetto a quelle che non sono in grado di tenere il passo con il rapido riscaldamento del clima. Tra le prime vittime ci sono le orchidee e le campanule.Secondo Davis un nodo del problema sarebbe l'interazione tra piante e insetti impollinatori. Davis spiega infatti che una delle cause principali dell'estinzione di queste piante potrebbe essere la mancanza di insetti che diffondono il polline. Insetti che oggi hanno anticipato la loro attività rispetto a 150 anni fa, e che quindi favoriscono le piante che fioriscono prima. Qualcosa sta cambiando, dunque, nel regno vegetale. Gli studi sul cambiamento climatico e la diffusione globale dei vegetali si moltiplicano di anno in anno, dice Davis. Una di queste per esempio, è stata pubblicata in estate sulla rivista «Science», e mostrava che nelle Alpi diverse specie erbose sono risalite lungo i pendii alla velocità strepitosa (per delle piante) di 30 metri per decade. Mentre, spiega Davis, altri studi mostrano il movimento di specie temperate verso le regioni artiche.Triste destino, dunque, per quei fiori che continuano la loro maturazione con la stessa scadenza che avevano ai tempi di Thoreau. E chissà se il grande scrittoreecologista americano sarebbe ancora oggi ispirato dai boschi di Concord, come lo fu un secolo e mezzo fa.
Sono passati 150 anni da quando lo scrittore Henry David Thoreau passeggiava nella campagna del Massachu-setts, lungo il fiume Concord. Oggi però i prati fioriti che hanno ispirato lo scrittore americano non sono più quelli di un tempo: un terzo delle specie di fiori si sono estinti, mentre quasi un quarto delle altre piante erbacee sono a rischio di estinzione. Questo è il risultato di una ricerca condotta da un team di botanici delle Università di Harvard e Boston nei territori prediletti di Thoreau. Secondo loro il colpevole di questa ecatombe è ancora lui: il cambiamento climatico.Thoreau (1817-1862) è originario di Concord, una regione di laghi e colline boscose nel Massachusetts. Tra il 1845 e il 1847 lo scrittore passò due anni in isolamento sulle sponde del lago Walden. Voleva dimostrare come l'uomo moderno potesse sopravvivere con mezzi semplici a contatto con la natura. In seguito Thoreau pubblicò un saggio che è diventato un riferimento per generazioni di ecologisti: "Walden, ovvero vita nei boschi". L'opera celebra infatti l'abbandono dei beni materiali e un intimo contatto con la natura.Per i biologi però Thoreau era più di uno scrittore. Era anche uno scienziato. Thoreau aveva infatti studiato scienze all'Università di Harvard e durante le sue escursioni tra i campi fioriti intorno a Walden aveva iniziato un importante inventario di botanica. L'inventario è stato poi aggiornato in epoche successive, fino a ora. Forse però Thoreau non si sarebbe immaginato che in un secolo e mezzo il 27% delle specie di fiori si sarebbero estinte, mentre il 36% di piante erbacee sono a un passo dall'estinzione. Questo è il risultato di una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Proceedings of the National Academy of Science» (Pnas) da un team di biologi guidati da Charles Davis dell'Università di Harvard.Davis presenta i risultati di uno studio condotto su 473 specie di fiori. «Walden è molto cambiata in 150 anni – dice il biologo –. Ma il 60% della regione è sotto tutela e si è mantenuta integra ». E quindi, secondo il team, la causa della scomparsa di queste specie non è l'urbanizzazione ma il cambiamento climatico. A Concord la temperatura media annua è aumentata di ben 2,4ÚC in unsecolo, e la fioritura è anticipata di almeno una settimana dai tempi di Thoreau. Questo spiegherebbe l'estinzione di molte specie erbacee. Secondo Davis, infatti, le piante che hanno adattato la loro fioritura a un anticipo di stagione stanno avendo la meglio rispetto a quelle che non sono in grado di tenere il passo con il rapido riscaldamento del clima. Tra le prime vittime ci sono le orchidee e le campanule.Secondo Davis un nodo del problema sarebbe l'interazione tra piante e insetti impollinatori. Davis spiega infatti che una delle cause principali dell'estinzione di queste piante potrebbe essere la mancanza di insetti che diffondono il polline. Insetti che oggi hanno anticipato la loro attività rispetto a 150 anni fa, e che quindi favoriscono le piante che fioriscono prima. Qualcosa sta cambiando, dunque, nel regno vegetale. Gli studi sul cambiamento climatico e la diffusione globale dei vegetali si moltiplicano di anno in anno, dice Davis. Una di queste per esempio, è stata pubblicata in estate sulla rivista «Science», e mostrava che nelle Alpi diverse specie erbose sono risalite lungo i pendii alla velocità strepitosa (per delle piante) di 30 metri per decade. Mentre, spiega Davis, altri studi mostrano il movimento di specie temperate verso le regioni artiche.Triste destino, dunque, per quei fiori che continuano la loro maturazione con la stessa scadenza che avevano ai tempi di Thoreau. E chissà se il grande scrittoreecologista americano sarebbe ancora oggi ispirato dai boschi di Concord, come lo fu un secolo e mezzo fa.
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venerdì 10 ottobre 2008
Le malattie nell’era dei cambiamenti climatici
La diffusione di alcune malattie negli animali può essere l’indicatore dei cambiamenti climatici e svelare quali effetti attendersi, a cascata, sulla salute dell’uomo. In pratica, sostiene Steven Sanderson, presidente della WCS, “monitorare la salute degli animali ci aiuterà a prevedere quali saranno le zone critiche e a organizzarci per farci trovare pronti”.
mercoledì 8 ottobre 2008
Un mammifero su quattro è a rischio
Un mammifero su quattro nel mondo è a rischio estinzione. Questo il nuovo allarme che viene dalla Lista rossa della natura sotto minaccia resa nota a Barcellona in occasione del IV Congresso mondiale dell'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn). In particolare, su 5.487 specie di mammiferi conosciute sulla Terra, 1.141 è sotto minaccia di estinzione, precisa l'Iucn. Ma la realtà potrebbe essere molto peggiore visto che mancano informazioni su circa 836 mammiferi. Perdita di habitat, sfruttamento delle risorse marine e terrestri, inquinamento e cambiamento climatico tra le cause di questa crisi ecologica. Per quanto riguarda le specie, 76 sono già scomparse, altre 29 sono considerate potenzialmente estinte. «È impressionante come dopo milioni e milioni di anni di evoluzione si è arrivati a una crisi simile», ha detto Andrew Smith, docente all’Arizona State University, uno degli scienziati che hanno redatto lo studio sullo stato di salute dei mammiferi
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giovedì 2 ottobre 2008
Letargo impazzito e false migrazioni così l´effetto serra cambia gli animali
Entro il 2050 ci giocheremo quasi la metà degli anfibi. E´ la Zoological Society of London (Zsl) ad avvertirci che la strage dei rospi, dei tritoni e delle salamandre è in atto: la pressione congiunta del cambiamento climatico, dell´erosione degli habitat e delle malattie li sta massacrando. L´antenato della rana che gioca nel giardino di casa saltellava sulla Terra 140 milioni di anni prima dei dinosauri, i suoi discendenti potrebbero avere un futuro molto breve.Più del 32 per cento degli anfibi (assieme al 12 per cento degli uccelli e al 23 per cento dei mammiferi) è già nella lista rossa dei disperati che lottano per non scomparire. Si calcola che 165 specie di anfibi siano state cancellate dal pianeta. Una, il rospo dorato del Costa Rica, è sospettata di essere la prima eliminata direttamente dal cambiamento climatico, visto che è sparita da una foresta pluviale incontaminata. Altri biologi sostengono che, nel caso del rospo dorato, il killer sia stata una malattia, ma nel processo indiziario che vede sul banco degli accusati i combustibili fossili e le loro emissioni serra c´è una certezza: con il passare del tempo gli indizi a carico dell´imputato continuano a rafforzarsi. (Da Repubblica)
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Il racconto dell'etologo: "Leopardi comuni sulle nevi dell´Himalaya"
ROMA - «L´effetto dei cambiamenti climatici? L´ultimo l´ho visto a 4.200 metri di quota, nel parco nazionale dell´Everest. Aveva la forma di un leopardo comune e si trovava dove non avrebbe dovuto stare, nell´ultimo lembo di foresta di rododendri, nell´habitat del leopardo delle nevi». Sandro Lovari, docente di etologia e gestione della fauna selvatica all´università di Siena, da 20 anni segue l´adattamento dei grandi felini negli ambienti estremi.Quindi il riscaldamento globale si traduce anche in una competizione feroce tra le specie, per dividersi un ambiente favorevole sempre più piccolo.«Proprio così. Ovviamente la competizione fa parte del grande gioco della natura, ma a questa velocità di cambiamento i rischi crescono sempre di più: non c´è tempo per adattarsi. E non c´è spazio. Il leopardo delle nevi occupava uno dei pochi territori lasciati liberi dal leopardo comune, animale di straordinaria adattabilità ma poco amante dei climi molto freddi: adesso si trova il suo rivale sulla porta di casa».Quali altri animali sentono particolarmente la pressione del caldo?«I migratori hanno seri problemi. Ad esempio i pivieri artici avevano una stagione riproduttiva ridotta al solo mese in cui le condizione climatiche erano accettabili e se la cavavano affidando cinque covate consecutive ad altrettanti maschi che le custodivano. Con la stagione mite che si allarga a due o tre mesi cosa succederà? Non si sa, ma i cambiamenti bruschi sono sempre pericolosi». (Da Repubblica)
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lunedì 29 settembre 2008
Il caso dei ghiacciai scomparsi
Il rapporto 2008 sulle montagne italiane conferma le conseguenze del riscaldamento globale: lo strato ghiacciato si sta riducendo ovunque. Lo spiega Panorama.
Sono sulle cime delle Alpi le prove più evidenti del riscaldamento globale sul nostro territorio. I dati sullo stato di salute dei ghiacciai nazionali, raccolti dal Comitato glaciologico italiano e in uscita a fine ottobre (che Panorama anticipa), confermano che quasi tutti i 200 ghiacciai sotto studio stanno arretrando a ritmo accelerato. Per i più piccoli significherà l’estinzione nel giro di qualche anno; per i più grandi, se le condizioni non muteranno, occorrerà attendere solo qualche decina di anni.
Il presidente del Comitato glaciologico, Claudio Smiraglia, spiega che i metodi da loro utilizzati sono due: il primo è quello delle variazioni frontali, che misura quanto un ghiacciaio è arretrato rispetto all’anno precedente; il secondo è il metodo della misura del bilancio di massa, cioè la variazione dello spessore del ghiaccio dalla fine di un’estate alla successiva.
A volte viene utilizzato anche un terzo metodo: il telerilevamento dal satellite. Un esperto di questo sistema, Francesco Rota Nodari, ricercatore del Cnr e del Servizio glaciologico lombardo, spiega che il suo vantaggio è fornire una visione dall’alto sia complessiva sia ripetitiva. A essere misurata è la variazione dell’area fra passaggi successivi del satellite con una risoluzione inferiore ai 30 metri per pixel.
La fase di crisi dei ghiacciai appare impressionante se osservata con ciascuno di questi metodi di rilevamento: «In quanto a spessore, da 20 anni la tendenza costante è la perdita media in un anno di un metro di ghiaccio» dice Smiraglia. «La variazione frontale annuale cambia invece da pochi metri ad alcune decine, che in casi particolari diventano un centinaio».
Molto dipende dalle dimensioni di un ghiacciaio: più grande è, maggiore è l’inerzia a fondersi. Dal momento che in Italia la maggior parte è piccola, in media decine di metri di spessore, non è un caso che si registri un grande numero di trasformazioni di ghiacciai veri e propri nei «glacionevati», cioè in esaurimento e privi di movimento. Piccoli ghiacciai già divenuti glacionevati sono diffusi in tutte le Alpi, in particolare nelle Dolomiti, nelle Alpi Giulie e nelle Marittime; sugli Appennini, anche il Calderone, nel Gran Sasso (il più a sud d’Europa) si è trasformato in un glacionevato.
Nelle Alpi occidentali perdiamo ogni anno circa 40 metri di lughezza. Si sono estinti il ghiacciaio della Porta in Valle Orco, il Galambra in Valsusa, mentre la lingua del Pré-de-Bar, in Val Ferret, è ormai coperta da detriti e pietre miste a ghiaccio nero. Questa è, in un certo senso, la fase finale della vita di un ghiacciaio, l’«estrema ratio» cui la natura ricorre per rallentare la fusione: la riduzione di spessore ghiacciato lascia maggiormente scoperte le pareti di roccia dalle quali cadono pietre e massi che ne ricoprono la superficie; si crea così una barriera al calore che rallentando la fusione permette una più lunga sopravvivenza. Questi fenomeni sono accompagnati anche dalla frammentazione nei ghiacciai più grandi, che tendono a separarsi in più tronconi, come è accaduto nella Brenva, ai piedi del Monte Bianco, pochi anni fa.
Ma sono in sofferenza tutti gli altri grandi ghiacciai italiani: Monte Rosa, Bernina, Ortles Cevedale, Adamello, Marmolada, Alpi Atesine. Inoltre, il permafrost, la parte del suolo alpino che rimane gelata tutto l’anno, sta fondendo (nel 2003 perfino ad altitudini di 4.600 metri).
Le conseguenze sono facili da immaginare. Se il Po non si è del tutto prosciugato in estati torride come quelle del 2003 lo si deve soprattutto alla presenza dei ghiacciai che hanno alimentato i bacini idroelettrici. Inoltre, lo scongelamento dei pendii provoca crolli e fratture che mettono a rischio intere regioni. Mark Lynas, giornalista scientifico del quotidiano inglese The Guardian, nel suo saggio Sei Gradi (appena uscito per Fazzi editore) scrive: «Alcune città, come Pontresina nella Svizzera orientale, hanno già cominciato a costruire dighe di terra di difesa contro le frane. Ma molte altre rimarranno indifese e impreparate, finché l’incubo non diventerà realtà e la morte non si abbatterà su di esse senza preavviso». Nonostante il tono apocalittico, c’è molto di vero in questa affermazione: quando il famoso glaciologo Wilfried Haeberli venne a sapere delle frane e dei disastri che più volte, nel 2003, ebbero luogo sul Cervino affermò: «Quella montagna si tiene insieme con il permafrost, è chiaro cosa sta succedendo».
Difficile dire come frenare questo fenomeno. La causa è alla radice: il riscaldamento globale causato dalle emissioni di origine antropica. Smiraglia, come presidente del Comitato glaciologico italiano, sta cercando di sperimentare in Alta Valtellina tecniche messe già in atto dagli svizzeri per difendere i ghiacciai usati per le piste di sci estivo: un telo di tessuto speciale che protegge neve e ghiaccio dall’energia solare. Sfortunatamente, i finanziamenti per le ricerche glaciologiche, già esigui, sono stati recentemente tagliati, ed è difficile continuare i lavori di monitoraggio. Problemi probabilmente giudicati di scarso interesse. Almeno fino a quando le conseguenze non saranno sotto gli occhi.
Sono sulle cime delle Alpi le prove più evidenti del riscaldamento globale sul nostro territorio. I dati sullo stato di salute dei ghiacciai nazionali, raccolti dal Comitato glaciologico italiano e in uscita a fine ottobre (che Panorama anticipa), confermano che quasi tutti i 200 ghiacciai sotto studio stanno arretrando a ritmo accelerato. Per i più piccoli significherà l’estinzione nel giro di qualche anno; per i più grandi, se le condizioni non muteranno, occorrerà attendere solo qualche decina di anni.
Il presidente del Comitato glaciologico, Claudio Smiraglia, spiega che i metodi da loro utilizzati sono due: il primo è quello delle variazioni frontali, che misura quanto un ghiacciaio è arretrato rispetto all’anno precedente; il secondo è il metodo della misura del bilancio di massa, cioè la variazione dello spessore del ghiaccio dalla fine di un’estate alla successiva.
A volte viene utilizzato anche un terzo metodo: il telerilevamento dal satellite. Un esperto di questo sistema, Francesco Rota Nodari, ricercatore del Cnr e del Servizio glaciologico lombardo, spiega che il suo vantaggio è fornire una visione dall’alto sia complessiva sia ripetitiva. A essere misurata è la variazione dell’area fra passaggi successivi del satellite con una risoluzione inferiore ai 30 metri per pixel.
La fase di crisi dei ghiacciai appare impressionante se osservata con ciascuno di questi metodi di rilevamento: «In quanto a spessore, da 20 anni la tendenza costante è la perdita media in un anno di un metro di ghiaccio» dice Smiraglia. «La variazione frontale annuale cambia invece da pochi metri ad alcune decine, che in casi particolari diventano un centinaio».
Molto dipende dalle dimensioni di un ghiacciaio: più grande è, maggiore è l’inerzia a fondersi. Dal momento che in Italia la maggior parte è piccola, in media decine di metri di spessore, non è un caso che si registri un grande numero di trasformazioni di ghiacciai veri e propri nei «glacionevati», cioè in esaurimento e privi di movimento. Piccoli ghiacciai già divenuti glacionevati sono diffusi in tutte le Alpi, in particolare nelle Dolomiti, nelle Alpi Giulie e nelle Marittime; sugli Appennini, anche il Calderone, nel Gran Sasso (il più a sud d’Europa) si è trasformato in un glacionevato.
Nelle Alpi occidentali perdiamo ogni anno circa 40 metri di lughezza. Si sono estinti il ghiacciaio della Porta in Valle Orco, il Galambra in Valsusa, mentre la lingua del Pré-de-Bar, in Val Ferret, è ormai coperta da detriti e pietre miste a ghiaccio nero. Questa è, in un certo senso, la fase finale della vita di un ghiacciaio, l’«estrema ratio» cui la natura ricorre per rallentare la fusione: la riduzione di spessore ghiacciato lascia maggiormente scoperte le pareti di roccia dalle quali cadono pietre e massi che ne ricoprono la superficie; si crea così una barriera al calore che rallentando la fusione permette una più lunga sopravvivenza. Questi fenomeni sono accompagnati anche dalla frammentazione nei ghiacciai più grandi, che tendono a separarsi in più tronconi, come è accaduto nella Brenva, ai piedi del Monte Bianco, pochi anni fa.
Ma sono in sofferenza tutti gli altri grandi ghiacciai italiani: Monte Rosa, Bernina, Ortles Cevedale, Adamello, Marmolada, Alpi Atesine. Inoltre, il permafrost, la parte del suolo alpino che rimane gelata tutto l’anno, sta fondendo (nel 2003 perfino ad altitudini di 4.600 metri).
Le conseguenze sono facili da immaginare. Se il Po non si è del tutto prosciugato in estati torride come quelle del 2003 lo si deve soprattutto alla presenza dei ghiacciai che hanno alimentato i bacini idroelettrici. Inoltre, lo scongelamento dei pendii provoca crolli e fratture che mettono a rischio intere regioni. Mark Lynas, giornalista scientifico del quotidiano inglese The Guardian, nel suo saggio Sei Gradi (appena uscito per Fazzi editore) scrive: «Alcune città, come Pontresina nella Svizzera orientale, hanno già cominciato a costruire dighe di terra di difesa contro le frane. Ma molte altre rimarranno indifese e impreparate, finché l’incubo non diventerà realtà e la morte non si abbatterà su di esse senza preavviso». Nonostante il tono apocalittico, c’è molto di vero in questa affermazione: quando il famoso glaciologo Wilfried Haeberli venne a sapere delle frane e dei disastri che più volte, nel 2003, ebbero luogo sul Cervino affermò: «Quella montagna si tiene insieme con il permafrost, è chiaro cosa sta succedendo».
Difficile dire come frenare questo fenomeno. La causa è alla radice: il riscaldamento globale causato dalle emissioni di origine antropica. Smiraglia, come presidente del Comitato glaciologico italiano, sta cercando di sperimentare in Alta Valtellina tecniche messe già in atto dagli svizzeri per difendere i ghiacciai usati per le piste di sci estivo: un telo di tessuto speciale che protegge neve e ghiaccio dall’energia solare. Sfortunatamente, i finanziamenti per le ricerche glaciologiche, già esigui, sono stati recentemente tagliati, ed è difficile continuare i lavori di monitoraggio. Problemi probabilmente giudicati di scarso interesse. Almeno fino a quando le conseguenze non saranno sotto gli occhi.
giovedì 18 settembre 2008
La morìa di api
Le api fuggono dalle campagne sembra a causa dei troppi pesticidi, delle onde elettromagnetiche, dei cambiamenti climatici, spesso riparano in città dove non sopravvivono. Sono come «impazzite, vanno in cerca di aria pulita e muoiono non riuscendo a tornare nei propri alveari - dice la Cia Confederazione italiana agricoltori - con un danno pesantissimo per la produzione di miele e soprattutto per il processo di impollinazione, fondamentale per rendere più produttiva l'agricoltura».
mercoledì 10 settembre 2008
Il futuro delle marmotte tra caccia e clima che cambia
Mentre in provincia di Bolzano sono scampate alla ghigliottina grazie a una sentenza del Tar, le marmotte in Valle d’Aosta sono al centro di studi per la conservazione e la tutela. Sono due scuole di pensiero a scontrarsi tra Alto Adige e Valle d’Aosta. Da una parte, la marmotta è vista come minaccia per le attività agricole, perché con le sue tane rende instabile il terreno. Dall’altra, è vittima degli interventi dell’uomo sulla natura: a oggi 2 specie, sulle 15 esistenti, sono in via di estinzione.
giovedì 4 settembre 2008
La strana guerra contro l´effetto serra
Gli studiosi della Royal Society sono ormai convinti che ogni iniziativa politica sia tardiva. Così hanno escogitato altri modi, anche stravaganti, per contenere l´aumento della temperatura. Un articolo da Repubblica
Se i governi non fanno abbastanza per affrontare la crescente minaccia del cambiamento climatico, toccherà agli scienziati, o magari agli inventori più audaci e creativi, escogitare un sistema per salvare la terra: producendo nuvole artificiali per riflettere i raggi del sole, allevando gigantesche colonie di alghe nei mari o addirittura aspirando via l´anidride carbonica dall´atmosfera del nostro pianeta.
Queste ed altre fantasiose soluzioni fanno parte di un rapporto speciale pubblicato da eminenti studiosi della Royal Society, convinti che ormai sia troppo tardi per ridurre l´effetto serra attraverso provvedimenti politici, che peraltro i leader della terra sembrano riluttanti ad approvare: dunque soltanto iniziative radicali, azioni estreme e rischiose, possono evitare le tragiche conseguenze di un aumento globale della temperatura.Non tutti, va detto subito, concordano con questa tesi, anzi secondo autorevoli pareri è una proposta non solo sbagliata ma controproducente, perché distrae dagli obiettivi più necessari, inducendo per certi versi a sminuire il problema. Se si può fermare l´effetto serra con uno scudo di nubi artificiali, potrebbe essere infatti l´implicito ragionamento, che bisogno c´è di ridurre l´inquinamento atmosferico e i gas di scarico? «Ma quale che sia il giudizio su tali soluzioni, vale la pena di studiarle, per comprendere se sono effettivamente realizzabili e per chiarirne gli eventuali effetti dannosi», dice Martin Jones, presidente della Royal Society, al quotidiano Guardian di Londra, che ha dedicato ieri una pagina alla questione.
Gli autori del rapporto, a cura del professor Brian Lauder della Manchester University e del professor Michael Thompson della Cambridge University, sostengono in pratica che, come dice il proverbio, a mali estremi si deve rispondere con estremi rimedi.L´inazione politica sul riscaldamento globale è diventata così grave, ritengono gli scienziati, che soltanto iniziative eccezionali, come bloccare i raggi del sole, possono evitare un catastrofico aumento della temperatura della terra nel prossimo futuro.Nonostante gli impegni presi dai leader del G8 e da altri organismi internazionali, le emissioni di gas nocivi stanno per raggiungere il livello di «650 parti per milione», che potrebbe far salire la temperatura media del pianeta di 4 gradi Celsius: un evento che, secondo il rapporto Stern sul cambiamento climatico apparso nel 2006 in Inghilterra, metterebbe da sette a 300 milioni di persone l´anno a rischio di inondazione, ridurrebbe del 30-50 per cento la disponibilità d´acqua in Africa e nel Mediterraneo, e minaccerebbe di estinzione il 20-50 per cento delle specie animali e delle piante.Le misure proposte fanno pensare alla fantascienza: aerei che spalmano nuvole artificiali in cielo per bloccare i raggi solari, coltivazioni di alghe, create scaricando enormi quantità di ferro in mare, per catturare anidride carbonica, macchinari in grado pompare la CO2 accumulatasi nell´atmosfera. «La geo-ingegneria è una perdita di tempo, la soluzione è puntare su energia solare e a vento, riducendo i consumi», replica Mike Childs dell´organizzazione ecologista Friends of the Earth. Senza contare i rischi e i costi di iniziative simili. Ma gli scienziati ci pensano lo stesso, se non altro per far capire ai politici che il tempo sta per scadere. O è già scaduto.
Se i governi non fanno abbastanza per affrontare la crescente minaccia del cambiamento climatico, toccherà agli scienziati, o magari agli inventori più audaci e creativi, escogitare un sistema per salvare la terra: producendo nuvole artificiali per riflettere i raggi del sole, allevando gigantesche colonie di alghe nei mari o addirittura aspirando via l´anidride carbonica dall´atmosfera del nostro pianeta.
Queste ed altre fantasiose soluzioni fanno parte di un rapporto speciale pubblicato da eminenti studiosi della Royal Society, convinti che ormai sia troppo tardi per ridurre l´effetto serra attraverso provvedimenti politici, che peraltro i leader della terra sembrano riluttanti ad approvare: dunque soltanto iniziative radicali, azioni estreme e rischiose, possono evitare le tragiche conseguenze di un aumento globale della temperatura.Non tutti, va detto subito, concordano con questa tesi, anzi secondo autorevoli pareri è una proposta non solo sbagliata ma controproducente, perché distrae dagli obiettivi più necessari, inducendo per certi versi a sminuire il problema. Se si può fermare l´effetto serra con uno scudo di nubi artificiali, potrebbe essere infatti l´implicito ragionamento, che bisogno c´è di ridurre l´inquinamento atmosferico e i gas di scarico? «Ma quale che sia il giudizio su tali soluzioni, vale la pena di studiarle, per comprendere se sono effettivamente realizzabili e per chiarirne gli eventuali effetti dannosi», dice Martin Jones, presidente della Royal Society, al quotidiano Guardian di Londra, che ha dedicato ieri una pagina alla questione.
Gli autori del rapporto, a cura del professor Brian Lauder della Manchester University e del professor Michael Thompson della Cambridge University, sostengono in pratica che, come dice il proverbio, a mali estremi si deve rispondere con estremi rimedi.L´inazione politica sul riscaldamento globale è diventata così grave, ritengono gli scienziati, che soltanto iniziative eccezionali, come bloccare i raggi del sole, possono evitare un catastrofico aumento della temperatura della terra nel prossimo futuro.Nonostante gli impegni presi dai leader del G8 e da altri organismi internazionali, le emissioni di gas nocivi stanno per raggiungere il livello di «650 parti per milione», che potrebbe far salire la temperatura media del pianeta di 4 gradi Celsius: un evento che, secondo il rapporto Stern sul cambiamento climatico apparso nel 2006 in Inghilterra, metterebbe da sette a 300 milioni di persone l´anno a rischio di inondazione, ridurrebbe del 30-50 per cento la disponibilità d´acqua in Africa e nel Mediterraneo, e minaccerebbe di estinzione il 20-50 per cento delle specie animali e delle piante.Le misure proposte fanno pensare alla fantascienza: aerei che spalmano nuvole artificiali in cielo per bloccare i raggi solari, coltivazioni di alghe, create scaricando enormi quantità di ferro in mare, per catturare anidride carbonica, macchinari in grado pompare la CO2 accumulatasi nell´atmosfera. «La geo-ingegneria è una perdita di tempo, la soluzione è puntare su energia solare e a vento, riducendo i consumi», replica Mike Childs dell´organizzazione ecologista Friends of the Earth. Senza contare i rischi e i costi di iniziative simili. Ma gli scienziati ci pensano lo stesso, se non altro per far capire ai politici che il tempo sta per scadere. O è già scaduto.
martedì 2 settembre 2008
Alaska, nove orsi polari spersi in mare
Ha colpito l’immaginario collettivo la notizia degli orsi dispersi in mare a cuasa dello scioglimento dei ghiacci. Ecco il resoconto fatto dal quotidiano Liberazione
Nuota, forza, nuota. L'orso polare sta nuotando da giorni nell'oceano Artico alla disperata ricerca di un approdo. Ha percorso già 100 miglia, una distanza incredibile, e le forze lo stanno abbandonando. Dietro di lui altri otto: forse tutti abitavano lo stesso pezzo di ghiaccio prima che si sciogliesse, lasciandoli a galla nell'acqua. Li hanno individuati per caso alcuni scienziati del governo Usa nel mare di Chukchi, in Alaska, mentre stavano facendo una ricognizione aerea su alcune piattaforme petrolifere: foto e filmati sul Daily Mail londinese. Gli elicotteri stanno monitorando gli orsi: il punto, spiegano, è che nuotano nella direzione sbagliata.
Nuota, forza, nuota. L'orso polare sta nuotando da giorni nell'oceano Artico alla disperata ricerca di un approdo. Ha percorso già 100 miglia, una distanza incredibile, e le forze lo stanno abbandonando. Dietro di lui altri otto: forse tutti abitavano lo stesso pezzo di ghiaccio prima che si sciogliesse, lasciandoli a galla nell'acqua. Li hanno individuati per caso alcuni scienziati del governo Usa nel mare di Chukchi, in Alaska, mentre stavano facendo una ricognizione aerea su alcune piattaforme petrolifere: foto e filmati sul Daily Mail londinese. Gli elicotteri stanno monitorando gli orsi: il punto, spiegano, è che nuotano nella direzione sbagliata.
La terra più vicina sarebbe a 60 miglia a sud, ma gli orsi istintivamente cercano il ghiaccio dove Il Wwf sta facendo pressioni sulle forze armate americane perché mandino una nave, anche se il salvataggio sarebbe un'operazione difficilissima. «Trovare così tanti orsi al largo - spiega Geoff York, biologo del Wwf esperto di orsi polari - è il segno che il ghiaccio continua a sciogliersi. Se i cambiamenti climatici continuano a colpire l'Artico, gli orsi polari e i loro cuccioli saranno costretti a nuotare per lunghe distanze per cercare cibo e riparo». Venerdì alcuni ricercatori americani hanno confermato che è stato oltrepassato il tipping point : l'inverno non raffredda sufficientemente per ricongelare il ghiaccio che si è sciolto l'estate precedente. Lo scienziato Semark Serreze ha lanciato l'emergenza: «Lo scioglimento estivo normalmente rallenta dagli inizi di settembre. Quest'anno ha improvvisamente accelerato».
Secondo quanto riporta il Wwf Italia, le previsioni non sono positive: la perdita di ghiaccio del 2008 potrà superare quella del 2007, anno record per l'assottigliamento della calotta (abbiamo perso oltre un milione di chilometri quadrati, 6 volte la California). «Già oggi - ci spiega Ebe Dalle Fabbriche, responsabile del movimento Una, Coordinamento nazionale associazioni animaliste - l'Artico sta cambiando più rapidamente di qualsiasi altra parte del pianeta. Io dico che essere umano, natura e animale o si salvano insieme o si perdono insieme: occhio!».
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