Per millenni la natura ha imposto la sua legge all'uomo. Poi l'uomo ha iniziato a modificare la natura, a imporre che le sue ragioni contribuissero a modificare il mondo. Spostando il corso dei fiumi, bucando le montagne, rimuovendo o costruendo intere isole. Ogni tanto la natura si vendica, e impone all'uomo di cambiare molte cose. Anche i confini tra gli Stati. Ma siccome per cambiare i confini bisogna modificare i trattati, adesso la natura cambia le Leggi degli Stati, quelle votate dai Parlamenti. Italia e Svizzera si preparano a cambiare i loro confini perché il riscaldamento climatico sta sciogliendo i ghiacciai. E in alta quota, se cambiano i profili dei ghiacciai, cambiano le linee che dividono uno Stato dall'altro. Tutti sanno che i ghiacciai si ritirano, si riducono: l'allarme però deve essere serio se perfino le burocrazie svizzera ed italiana chiedono ai governi di modificare i trattati che fissano i confini. Significa che la commissione tecnica mista dell'Istituto Geografico Militare di Firenze e quella della "Swisstopo", l'agenzia cartografica federale di Berna, hanno accertato che la riduzione dei ghiacciai è talmente cospicua che i confini legali non corrispondono più alla realtà. E per questo il Parlamento italiano, su proposta del ministro degli Esteri Franco Frattini, si prepara ad autorizzare la commissione mista a fare il suo lavoro di rettifica. "Una volta i confini si stabilivano con le armi, oggi con gli esperti", dice all'AdnKronos il relatore del disegno di legge Franco Narducci, deputato del Partito democratico.
Il capo dei tecnici italiani è il generale Carlo Colella, comandante dell'IGM di Firenze. "Negli Anni Settanta io cambiai un altro confine tra Italia e Svizzera, quello di Brogeda", dice l'ufficiale, "ma fu un cambiamento dovuto all'uomo, per costruire l'autostrada Como-Lugano fu deviato il corso di un torrente". Adesso sono i ghiacciai a imporre le modifiche: "Sul Plateau Rosà del Monte Cervino, sul Monte Rosa, sul Pizzo Bernina il ghiaccio è calato molto". Se il confine è sulla displuviale del ghiacciaio, quando il ghiaccio scende la displuviale sul terreno si sposta anche per decine di metri. "Con la Svizzera i confini non erano mai cambiati, praticamente sono quelli riconosciuti dalla Costituzione italiana del 1861", dice il generale Colella: "Adesso sembra tutto in movimento, tutto potrebbe essere diverso". (da repubblica.it)
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martedì 24 marzo 2009
giovedì 15 gennaio 2009
Happy Hour al museo, con i cambiamenti climatici
A lezione di scienza a Roma sorseggiando un caffè caldo. Proprio oggi prende il via «Happy Hour al Museo», un'iniziativa del Museo Civico di Zoologia (Salone degli Scheletri fino al 30 aprile, ingresso libero) in collaborazione con il WWF, che prevede un ciclo di incontri, all'ora dell'aperitivo (18.30), per discutere in modo piacevole con protagonisti della scienza a proposito delle tematiche e dei problemi più attuali dell'ambiente.Quattro i temi che vengono affrontati rispettivamente in due appuntamenti: il primo in cui si discute a livello globale, l'altro per comprendere come affrontare i problemi ambientali sul nostro territorio. Si comincia oggi con «Il nostro contributo ai cambiamenti climatici»: Gianfranco Bologna del WWF e Massimo Frezzotti dell'Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) discuteranno con il pubblico a proposito dei gas serra e di quali potrebbero essere le conseguenze dei cambiamenti climatici. Uno sguardo sulla realtà locale, su come diminuire gli effetti dei gas e risolvere il problema della mobilità a Roma, sarà il tema dell'incontro «Percorsi per Kyoto» (29 gennaio) in cui Mario Gamberale (Kyoto Club) e Sergio La Motta (Enea) presenteranno alcuni progetti per la Capitale.Ma poichè il rispetto dell'ambiente è un dovere individuale prima che collettivo, a febbraio gli appuntamenti di «Happy Hour al Museo» saranno dedicati al riciclaggio dei rifiuti: quindi un approfondimento sui rifiuti che si producono nelle società industriali (con i docenti universitari Giorgio Nebbia e Andrea Fasullo), poi una lezione sulla raccolta differenziata domestica, tenuta dal docente Sergio Ulgiati e Maria Luisa Frattini del Comune di Roma.«Il biondo Tevere, tra cultura e natura» è invece il titolo di un interessante incontro previsto a marzo: il fiume capitolino, la culla che ha visto nascere sulle sue sponde la Città Eterna, oggi rappresenta una grande risorsa per l'energia ed è un «corridoio biologico » che garantisce il mantenimento delle specie vegetali e animali.E per imparare come mantenere viva la natura in città, si chiude ad aprile con «L'erba del vicino non sempre è più verde», una lezione sulla ricchezza biologica di Roma, e su come rispettarla. Nell'ambito di «Happy Hour al Museo» si terranno anche alcune visite guidate sul territorio, organizzate dal WWF Lazio (Info 06.84497206).
giovedì 16 ottobre 2008
Scontro sul clima, Italia pronta al veto
Per il "no" al piano di riduzione dei gas serra si schiera anche la Polonia, dice La repubblica
Un drammatico confronto sui cambiamenti climatici ha segnato la prima giornata del vertice europeo di Bruxelles, chiamato a dotare l´Ue degli strumenti per rispondere all´innalzamento delle temperature globali. Ad esasperare lo scontro sul pacchetto approvato faticosamente un anno e mezzo fa è stato il veto messo sul tavolo da Italia e Polonia, seguite con maggior prudenza da altri sette Paesi dell´Europa orientale. Più defilata la Germania, oggi dubbiosa sull´adozione definitiva di quelle regole la cui ideazione nel 2007 aveva rappresentato il fiore all´occhiello della presidenza di turno Ue della Cancelliera Angela Merkel.La posta in gioco è altissima. Da un lato la necessità di mettere l´Europa all´avanguardia nella lotta al cambiamento climatico con le regole per il post-Kyoto, i cui effetti scadono nel 2020: un´esigenza non rinviabile dal punto di vista scientifico e un´opportunità di crescita, visto che la leadership nell´economia pulita rappresenta una delle poche carte vincenti per l´Europa.D´altro lato la consapevolezza che oggi, all´alba di una dura crisi economica, impegnarsi su obiettivi ambiziosi potrebbe costare troppo a governi e industria, che nel breve periodo potrebbe perdere competitività rispetto alle economie emergenti che dell´ambiente se ne infischiano. Nel concreto il pacchetto Ue prevede di tagliare le emissioni industriali di Co2 del 20% entro il 2020, di accrescere l´incidenza delle fonti rinnovabili e di aumentare l´efficienza energetica. Ma lo scontro tocca anche il taglio dei gas di scarico delle automobili. Il tutto - è la speranza della Francia, presidente di turno dell´Ue - da approvare defnitivamente entro dicembre, in modo da portare l´Europa in una posizione di leadership al 2009, quando si apriranno le trattative internazionali sull´era post-Kyoto.La posizione italiana, già anticipata nelle scorse settimane, ieri è stata ribadita con veemenza dal premier Silvio Berlusconi. «Gli impegni che l´Unione europea si era data sotto presidenza tedesca - ha dichiarato - oggi si confrontano con la crisi. Non crediamo che questo sia il momento per andare avanti da soli e fare i Don Chisciotte». Il punto, ha sottolineato, è che «i maggiori produttori di Co2, Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione e l´economia italiana dovrebbe pagare 25 miliardi all´anno». Di fatto ad essere in discussione non sono gli obiettivi, ma le modalità del loro raggiungimento, con quattro punti «irrinunciabili» sottolineati a margine del summit dal ministro degli Esteri, Franco Frattini: abolizione dei target annuali intermedi, in modo da tirare le somme solo nel 2020 e dare tempo alla nuovo corso del nucleare italiano di abbattere le emissioni; annullare l´impegno a portare il taglio di Co2 al 30% in caso di accordo internazionale in seno all´Onu; ammorbidire gli impegni per le industrie atumobilistiche italiane; esentare i settori industriali che mangiano più energia dal sistema dai tetti delle emissioni (Ets).E a scoperchiare il vaso di Pandora ci si sono messi anche i polacchi, seguiti da sette paesi dell´ex blocco sovietico. Chiedono modifiche e più tempo per chiudere il pacchetto nella speranza di arrivare a gennaio, quando la presidenza di turno passerà alla Repubblica Ceca: per quanto ieri Praga si sia dimostrata neutrale per delicatezza istituzionale, sarebbe più propensa ad accettare le richieste dei vicini. Una prospettiva, quella del ritardo, che all´Italia non dispiacerebbe, anche se le nostre istanze sono diverse, e in alcuni passaggi contrastanti, da quelle del blocco dell´Est. Sul fronte opposto, schierate a fianco di Francia, Commissione e Parlamento Ue, spiccano Spagna e Gran Bretagna. Proprio ieri il premier Gordon Brown ha sottolineato che «non è assolutamente tempo di abbandonare l´agenda sui cambiamenti climatici». E oggi, dopo una lunga notte, si vedrà quanto avrà ottenuto il fronte del no.
Un drammatico confronto sui cambiamenti climatici ha segnato la prima giornata del vertice europeo di Bruxelles, chiamato a dotare l´Ue degli strumenti per rispondere all´innalzamento delle temperature globali. Ad esasperare lo scontro sul pacchetto approvato faticosamente un anno e mezzo fa è stato il veto messo sul tavolo da Italia e Polonia, seguite con maggior prudenza da altri sette Paesi dell´Europa orientale. Più defilata la Germania, oggi dubbiosa sull´adozione definitiva di quelle regole la cui ideazione nel 2007 aveva rappresentato il fiore all´occhiello della presidenza di turno Ue della Cancelliera Angela Merkel.La posta in gioco è altissima. Da un lato la necessità di mettere l´Europa all´avanguardia nella lotta al cambiamento climatico con le regole per il post-Kyoto, i cui effetti scadono nel 2020: un´esigenza non rinviabile dal punto di vista scientifico e un´opportunità di crescita, visto che la leadership nell´economia pulita rappresenta una delle poche carte vincenti per l´Europa.D´altro lato la consapevolezza che oggi, all´alba di una dura crisi economica, impegnarsi su obiettivi ambiziosi potrebbe costare troppo a governi e industria, che nel breve periodo potrebbe perdere competitività rispetto alle economie emergenti che dell´ambiente se ne infischiano. Nel concreto il pacchetto Ue prevede di tagliare le emissioni industriali di Co2 del 20% entro il 2020, di accrescere l´incidenza delle fonti rinnovabili e di aumentare l´efficienza energetica. Ma lo scontro tocca anche il taglio dei gas di scarico delle automobili. Il tutto - è la speranza della Francia, presidente di turno dell´Ue - da approvare defnitivamente entro dicembre, in modo da portare l´Europa in una posizione di leadership al 2009, quando si apriranno le trattative internazionali sull´era post-Kyoto.La posizione italiana, già anticipata nelle scorse settimane, ieri è stata ribadita con veemenza dal premier Silvio Berlusconi. «Gli impegni che l´Unione europea si era data sotto presidenza tedesca - ha dichiarato - oggi si confrontano con la crisi. Non crediamo che questo sia il momento per andare avanti da soli e fare i Don Chisciotte». Il punto, ha sottolineato, è che «i maggiori produttori di Co2, Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione e l´economia italiana dovrebbe pagare 25 miliardi all´anno». Di fatto ad essere in discussione non sono gli obiettivi, ma le modalità del loro raggiungimento, con quattro punti «irrinunciabili» sottolineati a margine del summit dal ministro degli Esteri, Franco Frattini: abolizione dei target annuali intermedi, in modo da tirare le somme solo nel 2020 e dare tempo alla nuovo corso del nucleare italiano di abbattere le emissioni; annullare l´impegno a portare il taglio di Co2 al 30% in caso di accordo internazionale in seno all´Onu; ammorbidire gli impegni per le industrie atumobilistiche italiane; esentare i settori industriali che mangiano più energia dal sistema dai tetti delle emissioni (Ets).E a scoperchiare il vaso di Pandora ci si sono messi anche i polacchi, seguiti da sette paesi dell´ex blocco sovietico. Chiedono modifiche e più tempo per chiudere il pacchetto nella speranza di arrivare a gennaio, quando la presidenza di turno passerà alla Repubblica Ceca: per quanto ieri Praga si sia dimostrata neutrale per delicatezza istituzionale, sarebbe più propensa ad accettare le richieste dei vicini. Una prospettiva, quella del ritardo, che all´Italia non dispiacerebbe, anche se le nostre istanze sono diverse, e in alcuni passaggi contrastanti, da quelle del blocco dell´Est. Sul fronte opposto, schierate a fianco di Francia, Commissione e Parlamento Ue, spiccano Spagna e Gran Bretagna. Proprio ieri il premier Gordon Brown ha sottolineato che «non è assolutamente tempo di abbandonare l´agenda sui cambiamenti climatici». E oggi, dopo una lunga notte, si vedrà quanto avrà ottenuto il fronte del no.
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martedì 14 ottobre 2008
Frattini: il pacchetto sul clima va rinegoziato a Bruxelles
Quanto costerà alle industrie e alle economie nazionali il piano europeo contro le emissioni di CO2, il biossido di carbonio? Forse troppo, soprattutto con la crisi finanziaria che ora sconvolge i mercati, e con la recessione che picchia alle porte un po' dovunque: e forse per questo, nella lotta al cambiamento climatico, bisognerà pensare a tempi più lunghi, pur non cambiando gli obiettivi di fondo.Questo dubbio esprime l'Italia, anzi chiede all'Unione Europea una «valutazione di impatto». E la Francia, presidente di turno della Ue, sembra stare al suo fianco, con il ministro degli esteri Bernard Kouchner che — al vertice appena tenuto nel granducato del Lussemburgo — loda il piano anti-CO2 parlando con il suo omologo italiano Franco Frattini, ma si augura anche che sia un progetto «sostenibile», nel senso economico della parola. Traduzione: se le industrie già colpite dalla crisi dovranno pagare in soldoni troppi «permessi di emissioni inquinanti», o dovranno imbavagliare troppi tipi di produzione, il piano anti- CO2 potrà fare più male che bene. Timore confermato dalle industrie automobilistiche, che chiedono lo stesso tipo di aiuto pubblico già offerto alle banche. «Non sarà facile per i politici — parole del commissario europeo all'Industria, Guenter Verheugen — spiegare ai lavoratori perché centinaia di miliardi siano a disposizione del sistema bancario, ma non avviene lo stesso quando un intero settore industriale è in difficoltà». Risposta degli ambientalisti: la vera emergenza è in ogni caso quella climatica, e la salute umana è più importante dei bilanci aziendali.Il perno dello scontro è l'ormai celebre «modello 20-20-20», messo nero su bianco nello scorso gennaio: 20% in meno di emissioni inquinanti, 20% in più di efficienza energetica, 20% in più di energia tratta da fonti rinnovabili. Su questo crinale, si dipana la schermaglia che sta dividendo tutta la Ue. E «la situazione è fluida», come dice Frattini. Il luogo dove molto si decide, è probabilmente Berlino: la Germania — patria, come Italia e Francia, di colossi dell'automobile — per ora fa l'osservatore silenzioso. Ma prima o poi, dovrà parlare. Spagna, Polonia, Repubblica Ceca e Romania sembrano invece fiancheggiare l'Italia e la Francia.A gennaio, anche l'Italia aveva approvato il piano presentato dalla Commissione Europea. Ma oggi, come ha spiegato Frattini, «il mondo è cambiato». Sono saliti i prezzi petroliferi e alimentari; e c'è stata la «tempesta perfetta», negli Usa e in Europa.I governi corrono al salvataggio delle banche, ma tutto ciò ha un costo: «Abbiamo appena deciso di drenare centinaia di miliardi di liquidità — ha detto ancora il capo della Farnesina — non possiamo dare con una mano e con l'altra bastonare ». Di qui, l'asserita necessità di una valutazione d'impatto: «non per fermare» il piano anti-CO2, ma per capire, ad esempio, «che cosa accade se queste misure saranno attuate solo dall'Europa e non dagli altri grandi attori mondiali, Usa, Cina, Brasile, India». (Dal Corriere della Sera)
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
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