Visualizzazione post con etichetta berlusconi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta berlusconi. Mostra tutti i post

giovedì 2 aprile 2009

Clima, Berlusconi scrive lettera a Obama

Il presidente del Consiglio ha scritto a Obama dicendo di aver apprezzato la sua proposta di tenere un vertice internazionale sulla questione dei cambiamenti climatici, che si svolgerà a margine del G8 a La Maddalena. Lettera del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Secondo quanto viene confermato da fonti di palazzo Chigi, nella missiva il premier spiega di aver accolto con molto favore la sua proposta di tenere un vertice internazionale sulla questione dei cambiamenti climatici, che si svolgerà a margine del G8 a La Maddalena. La lettera segue quella inviata dal presidente americano a Berlusconi la scorsa settimana. (Da il Giornale)

martedì 31 marzo 2009

Obama lancia un summit sul clima

L'Amministrazione di Barack Obama ha convocato un vertice su energia e clima tra le sedici maggiori potenze mondiali, con la partecipazione anche delle Nazioni Unite, per facilitare un futuro accordo internazionale sulla lotta all'effetto serra.E l'Italia avrà un ruolo cruciale nel facilitare il nuovo round negoziale. Il «Major economies forum on energy and climate » è stato convocato per il 27 e 28 aprile al Dipartimento di Stato a Washington, a livello di rappresentanti dei Governi. Il vertice, ha aggiunto la Casa Bianca, servirà però a mettere a fuoco un appuntamento sul clima ai massimi livelli organizzato in Italia alla Maddalena, al margine del G-8 dell'8-10 luglio. Obama ha scritto al primo ministro Silvio Berlusconi una lettera nella quale si chiede l'aiuto dell'Italia per far decollare il Forum. Berlusconi, fanno sapere fonti governative italiane, ha dato il suo via libera all'appuntamento. Il vertice, che vuole sottolineare la rottura di Obama con il predecessore George W. Bush sull'ambiente, è stato esplicitamente definito ieri sera dalla Casa Bianca, in un comunicato, come un appuntamento preparatorio che culminerà fra poco più di tre mesi in un «Forum a livello di leader delle maggiori economie» ospitato dal primo ministro italiano.L'obiettivo,ha aggiunto l'Amministrazione, è quello di facilitare un dialogo «sincero» tra Paesi sviluppati e nazioni in via di sviluppo, «per generare la leadership politica necessaria a raggiungere un risultato di successo ai negoziati di Copenaghen di dicembre, nell'ambito delle Nazioni Unite, sul cambiamento climatico». Non solo: le trattative serviranno anche, ha continuato la Casa Bianca, «a far avanzare l'esplorazione di iniziative concrete e di jointventure che sappiano aumentare le forniture di energia pulita e tagliare le emissioni di gas che provocano l'effetto serra».Gli invitati da Obama al summit, accanto agli Stati Uniti, sono, nell'ordine dato dall'Amministrazione: Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione Europea, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea, Messico, Russia, Sudafrica, Regno Unito e Danimarca, quest'ultimo Paese presidente della Conferenza Onu di Copenaghen di dicembre.L'iniziativa americana arriva dopo un'aggressiva offensiva sull'energia e sull'ambiente lanciata da Obama nei suoi primi mesi alla Casa Bianca. Il presidente ha trasformato in priorità un'agenda riformatrice anche durante la crisi economica. Nel suo stesso piano di stimolo economico da 787 miliardi di dollari per superare la recessione sono contenuti numerosi provvedimenti a favore di fonti rinnovabili di energia e di riduzioni delle emissioni. Nella sua proposta di budget al Congresso, inoltre, è previsto un sistema di "cap and trade", di compravendita di permessi di inquinamento, che abbia il traguardo di ridurre gli scarichi di anidride carbonica nell'atmosfera. Anche nel dare aiuti all'auto in crisi Obama ha insistito sulle vetture pulite. E alla guida del Dipartimento dell'Energia ha nominato un noto scienziato e ambientalista, Steven Chu. (Dal Sole 24 Ore)

lunedì 30 marzo 2009

Cambiamenti climatici, vertice a luglio al G8 della Maddalena

Lo ha annunciato la Casa Bianca. Gli Stati Uniti di Barack Obama intendono assumere la guida della lotta ai cambiamenti climatici. Per questo il presidente americano ha inviato i leader dei 16 Paesi più ricchi in questo forum-vertice in programma a Washington il 27 e il 28 aprile. Il forum trarrà le conclusioni al G8 della Maddalena in Italia dall'8 al 10 luglio. Lo ha reso noto la Casa Bianca. L'obiettivo finale e' giungere a un nuovo accordo sui cambiamenti climatici all'Onu. I leader invitati sono quelli di Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa. La Danimarca parteciperà come presidente della Conferenza del dicembre 2009 in vista di una convenzione Onu sul clima. Sono state invitate al dialogo anche le Nazioni Unite. Il presidente americano Barack Obama ha scritto una lettera al premier Silvio Berlusconi nella quale si chiede l'aiuto dell'Italia per riattivare il «Major economies Forum» sull'energia ed i cambiamenti climatici. Berlusconi ha dato il suo via libera affinchè la riunione si tenga a margine del G8 della Maddalena. (Da Il Tempo)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, ad dell’Eni

martedì 3 marzo 2009

No al nucleare: istruzioni per l'uso

Fin dal primo annuncio di Berlusconi e Scajola ho pensato che il ritorno al nucleare fosse per questo governo, per la cultura di cui si alimenta, per la comunicazione con cui si relaziona ai "sentimenti del popolo", un tassello strategico. Questo aspetto si intreccia con la collocazione internazionale che il centrodestra si è riservata in occasione della discussione sul clima in Europa, quando ha capeggiato, contro le rinnovabili, il manipolo dei Paesi dell'Est destinatari quanto l'Italia di una obsoleta filiera nucleare. Messaggio culturale e politica economica: un intreccio che va messo a fuoco per sviluppare una battaglia contro le centrali atomiche ed evitare di adagiarci solo sul riaggiornamento delle motivazioni vincenti di vent'anni fa. Allora ci impadronimmo di una "narrazione" contro il miracolismo dell'atomo (l'Italia dei terremoti, la permanenza millenaria degli effetti nocivi, l'inevitabilità del rischio catastrofico, la sostituibilità dell'uranio con il metano). Oggi, per rimettere in gioco una scelta che invece ci schiaccerebbe solo sul presente e sulla insensata continuità del modello che ha condotto alla crisi più grave del dopoguerra, occorre una più stretta relazione con le nozioni di pericolo climatico, di sopravvivenza della specie, di inversione della crescita, di cambiamento del paradigma energetico e non solo delle fonti. Innanzitutto, l'acuirsi ed il sovrapporsi di alcune emergenze (la catastrofe climatica, l'esaurimento delle fonti fossili, l'impennata dei prezzi del petrolio, le accresciute probabilità di black-out, la persistenza della crisi finanziaria e la progressiva riduzione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni) condizionano pesantemente la quotidianità e facilitano la riammissione del nucleare nel novero dei rischi da correre per affrontarle, dato che si propone come la tecnologia già disponibile che sarebbe in grado nel breve periodo sia di riassicurare alla popolazione quella crescita che la realtà stessa sembra contraddire, sia di garantire agli attuali ceti dominanti continuità, comando autoritario e controllo dell'economia.In effetti, il mito del prolungamento della crescita e della riserva a cui possono attingere i ricchi se si tengono alla larga i poveri, è parte dell'onda lunga di destra ed è una suggestione che, soprattutto al Nord, ha basi di consenso popolare elevate. Formigoni e Galan infatti hanno da subito lodato l'accordo Berlusconi-Sarkozy. Per di più, ci troviamo oggi di fronte a nuovi dilemmi: molte alternative sui grandi rischi non comportano la scelta tra alternative sicure e rischiose, ma tra diverse alternative rischiose: è il caso dei pericoli del cambiamento climatico combattuti con i pericoli incalcolabili delle centrali nucleari. Berlusconi oggi controlla il campo della paura e senza una adeguata reazione, quella che io chiamo una autonoma narrazione, noi saremmo persi. La paura del declino e della rinuncia ai consumi mette in secondo piano i rischi imponderabili del nucleare, che riguardano basse probabilità di occorrenza. Questa volta bisogna spostare l'attenzione sulle alternative non pericolose, realizzabili già oggi e che, soprattutto, prefigurano una organizzazione sociale desiderabile. Si tratta di una svolta propositiva opposta, al prevalere dell'azione offensiva di questo governo nei confronti della partecipazione, dell'autorganizzazione territoriale, dell'autonomia del mondo del lavoro e di quella democrazia di massa che diede tra i suoi frutti l'abbandono del nucleare attraverso una consultazione popolare. (Da Liberazione)

mercoledì 25 febbraio 2009

Cambiamenti climatici, nei vaccini una risposta alla salute globale

"Serve un impegno di 50 miliardi di dollari per la salute globale da parte dei paesi ricchi. Il G8 che si tiene a luglio in Italia deve avere tra le priorità questo tema accanto a quelli economici, sulla sicurezza e i cambiamenti climatici": Tachi Yamada, presidente del Global Health Program della Fondazione Gates, è l'uomo del pressing sul governo Berlusconi. Pochi giorni fa, a Roma, ha incontrato i due diplomatici ai vertici dello speciale "Ufficio Sherpa G8", Giampiero Massolo e Pasquale Salzano, le persone che hanno il delicato compito di preparare e negoziare i documenti da proporre al vertice. Era già venuto in Italia per incontrare Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La Fondazione Gates non è sola in questo pressing: il network europeo Azione per la salute globale (che comprende 16 organizzazioni non governative) ha organizzato un summit sul tema che ha coinvolto paesi in via di sviluppo, esperti, enti internazionali. Bill Gates, parlando delle priorità del 2009 e del prossimo G8, aveva scritto a inizio anno dei tagli del governo italiano agli aiuti (nella cooperazione è del 56%, da 732 a 321 milioni di euro, denuncia Azione per la Salute globale): "Non credo che ciò dipenda da un minore interesse degli italiani, sono fiducioso che il governo troverà il modo di ripristinare i fondi come parte delle sue proposte politiche". (Da Repubblica Salute)

giovedì 29 gennaio 2009

Pacchetto clima. L'Europa spera in Barack

Da l'Unità

Taglio del 30% entro il 2020 delle emissioni di Co2 dei Paesi sviluppati. Coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo e investimenti mondiali nella lotta al cambiamento climatico per 175 miliardi di euro all'anno fino al 2020.È questa la proposta della Commissione europea, presentata ieri dal commissario Ue all'Ambiente Stavros Dimas, per un accordo globale post-Kyoto alla conferenza Onu di Copenhagen di dicembre.Con la svolta ambientalista degli Stati Uniti, seguita all'elezione di Obama, l'Ue sente il traguardo più vicino. Del resto, ha osservato Dimas, il negoziatore americano sul clima designato da Obama è lo stesso Todd Stern che per conto di Clinton contribuì a ideare il protocollo di Kyoto.Il problema però, in tempi di crisi economica, sono i soldi. «Senza un pacchetto finanziario credibile non ci sarà accordo a Copenhagen», ha ammonito il commissario europeo: «no money, no deal», niente soldi, niente accordo.La proposta della Commissione, che i Ventisette dovranno approvare nel Summit del 19-20 marzo, prevede quindi l'istituzione entro il 2015 di un mercato del carbonio che comprenderà tutti i Paesi Ocse. Questo servirà a reperire i fondi, insieme a «fonti innovative di finanziamento internazionale basate sul principio 'chi inquina paga'». La metà dei 175 miliardi all'anno servirà ai Paesi in via di sviluppo, a cui non si chiederanno impegni vincolanti ma piani per ridurre la crescita delle emissioni del 15-30% rispetto ai livelli previsti a politiche invariate.«L'Europa va avanti con il suo progetto», ha commentato l'eurodeputato del Pd Guido Sacconi, «altro che le frenate di Berlusconi sul pacchetto clima!».

venerdì 12 dicembre 2008

L'obiettivo ora è Copenhagen

«Desidero annunciare che l'Italia, durante la presidenza del G8 nel 2009, promuoverà tutte le iniziative utili a facilitare il raggiungimento di un accordo a Copenhagen». L'assemblea plenaria del vertice climatico delle Nazioni Unite, che si chiuderà oggi a Poznan, ha tributato un caloroso applauso al ministro Stefania Prestigiacomo, forse accogliendo le sue parole come il segnale che il Consiglio europeo in corso a Bruxelles riuscirà a trovare un'intesa sulle misure contro i cambiamenti climatici. «Me lo auguro anch'io», commenta il ministro dell'Ambiente, subito dopo il suo intervento. Il guaio è che, a poche ore dalla conclusione di due estenuanti settimane di lavori diplomatici, non è ancora chiaro quali saranno gli esiti del vertice di Poznan.Ad ascoltare le dichiarazioni dei 140 ministri che sono sfilati ieri sul palco, il consenso sulle misure da intraprendere sembrerebbe abbastanza vasto da garantire un successo del summit polacco, al quale si chiede di tracciare soltanto la strada che dovrebbe portare, fra un anno esatto, alla firma di un Protocollo di Copenhagen, destinato a sostituire quello di Kyoto dal 2013 in poi. Ma è evidente che, un conto sono le dichiarazioni ufficiali, un conto le più riservate posizioni negoziali.Non a caso, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon, nell'aprire i lavori di ieri, ha usato toni aulici. «Il mondo ci sta guardando. Le generazioni future contano su di noi. Non possiamo fallire», ha detto. «Non ci possono essere ripensamenti, al nostro impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica».Fatto sta che, sulla strada verso Copenhagen – 353 giorni, 22 ore, 11 minuti e 24 secondi, come si leggeva in quel momento sul diplay piazzato sul palco per esibire il conto alla rovescia – è facile che i governi di 190 Paesi del mondo saranno destinati a incontrarsi di nuovo, anzitempo. «Sto pensando di convocare un summit sul clima, in occasione dell'Assemblea generale del prossimo settembre», ha ammesso il numero uno della diplomazia internazionale. Segno che, di problemi da risolvere, ce ne sono ancora troppi.In verità, lo scenario sta cambiando rapidamente. «Gli Stati Uniti sono felici di concludere questa conferenza con una piano di lavoro che ci porterà verso gli intensi negoziati dell'anno prossimo», ha dichiarato Paula Dobriansky, viceministro dell'amministrazione Bush che, però, l'anno prossimo non ci sarà. «Siamo pronti ad assumerci la responsabilità per significativi tagli alle emissioni», ha rincarato poco dopo John Kerry, l'ex candidato alla presidenza, arrivato ieri a Poznan in qualità di inviato di Barack Obama.Negli ultimi due anni, lo stallo climatico internazionale era stato attribuito alla latitanza di Bush e al fatto che, sotto Kyoto, la Cina non ha obblighi. Ma ieri Moon ha apertamente elogiato Pechino per il suo atteggiamento e le sue azioni.«L'anno scorso – ha detto il ministro cinese Zhenhua Xie – abbiamo chiuso piccole centrali a carbone che producevano 14 gigawatt, e quest'anno altre per 14,5 gigawatt. Intanto, generiamo 164 gigawatt con l'idroelettrico, 10 con l'energia eolica e abbiamo installato 130 milioni di metri quadrati di pannelli solari. Nei prossimi due anni, investiremo 4mila miliardi di yuan (1,5 miliardi di euro) nelle rinnovabili, nell'efficienza energetica e nella protezione ambientale».E queste sono le dichiarazioni ufficiali. «La delegazione cinese – si legge in un documento riservato, tratto dai lavori di due giorni fa – esprime il proprio disappunto per il lavoro fatto sin qui. Ci sembra che i Paesi industrializzati stiano preparando la grande fuga da Copenhagen », il futuribile trattato che dovrà prescrivere anche gli impegni che i Paesi emergenti si accolleranno dal 2020 in poi.Ieri intanto, le associazioni ambientaliste hanno assegnato all''Italia il premio «Fossile del giorno», per le dichiarazioni rilasciate dal presidente Berlusconi al vertice di Bruxelles.
(Da Il Sole 24 Ore)
Per sapere come si muovono le grandi aziende italiane in campo ambientale vedi l’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni.

giovedì 11 dicembre 2008

Clima e Ue, Berlusconi pronto a mettere il veto

Dal Corriere della Sera

L'Italia minaccia di bloccare il «pacchetto clima-ambiente» nel vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea oggi e domani a Bruxelles, dove è atteso un duro scontro tra vari Paesi membri interessati a modificare le regole del nascente mega-business dell'anti-inquinamento. «Se gli interessi italiani saranno colpiti io opporrò il diritto di veto e non avrò nessuna esitazione», ha affermato il premier Silvio Berlusconi, schierato sulla linea della Germania, che punta a tutelare le industrie nazionali dai maggiori costi imposti dalle restrizioni ecologiche. Il Regno Unito vorrebbe creare un vero mercato della compravendita delle emissioni inquinanti. I Paesi membri dell'Est si aspettano compensazioni dagli esborsi pagati dagli Stati più industrializzati. Il presidente francese di turno del-l'Ue, Nicolas Sarkozy, ha fatto elaborare una proposta di compromesso per graduare sulle esigenze nazionali il conseguimento nel 2020 del taglio delle emissioni inquinanti del 20%, dell'aumento del 20% delle energie rinnovabili e di un miglioramento del 20% dell'efficienza energetica. «La posizione del governo nella difficile trattativa in Europa è pienamente condivisibile », ha detto il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia chiedendo la «totale difesa» delle industrie di siderurgia, ceramica, vetro, carta, laterizi, chimica. Il sottosegretario Gianni Letta ha riunito a Palazzo Chigi i ministri Andrea Ronchi (Politiche comunitarie) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente) per preparare il vertice. «Abbiamo fissato i punti oltre i quale non si tratta più e va messo il veto », spiega Ronchi, fin dall'inizio portatore della difesa a oltranza dell'industria manufatturiera. «Per raggiungere un'intesa efficace occorre saldare i temi della lotta ai cambiamenti climatici con quello della crescita economica nei Paesi in via di sviluppo», ha detto la Prestigiacomo che ha auspicato una possibile svolta partendo per la Conferenza dell'Onu a Poznan sui cambiamenti climatici. Critiche al premier sono arrivate dall'opposizione, dopo la notizia dell'arretramento dal 41Ëš al 44Ëš posto dell'Italia nel Performance Index di German Watch, che valuta la lotta alle emissioni inquinanti nei 57 Paesi più significativi.

giovedì 4 dicembre 2008

Ambiente, è finito il tempo delle parole e dei rinvii

Non è solo la scienza a dirci che non è più il tempo delle parole. Ce lo dice ormai la vita di ogni giorno, sempre più funestata da quelle che, speculatori e profittatori, si ostinano a chiamare «catastrofi naturali» e che altro non sono che le figlie del loro insostenibile sistema di produzione e consumo. Rinviare ancora sarebbe un dramma: o si agisce ora o alla crisi economica e sociale, che sta sconvolgendo la vita di miliardi di donne e uomini, si aggiungerà sempre più quella ambientale e climatica che, in meno di un secolo, desertificherà gran parte della terra, la priverà dell'acqua sufficiente a dar da bere a tutti, innalzerà mari e oceani, e continuerà a moltiplicare uragani e tempeste. Ecco cosa è giusto aspettarsi dagli oltre ottomila delegati, in rappresentanza di 192 paesi del mondo, riuniti a Poznan: la consapevolezza che è finito il tempo delle parole e dei rinvii. Le speranze che l'esito sia questo sono notevoli. Le alimenta la vittoria di Barack Obama negli Stati uniti, soprattutto la sua ribadita volontà di fare dell'ambiente e in particolare della lotta al cambio di clima la base del green new deal. Le alimenta l'Europa, sebbene Berlusconi, che a Poznan si presenta forte delle sue decisioni unilaterali e vincolanti di procedere da sola nella lotta al riscaldamento globale, se il resto del mondo continuerà a non far nulla. Le alimenta infine la consapevolezza, maturata in paesi decisivi come Cina, Brasile, India, che la riconversione energetica e industriale, che la lotta ai cambiamenti climatici impone, è anche l'unica strada per uscire dalla crisi della globalizzazione liberista. (Da il manifesto)

Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente.

venerdì 31 ottobre 2008

Clima: Financial Times, 'Berlusconi gioca con politica'

Berlusconi 'gioca con la politica, mentre il pianeta si scalda'. Duro affondo del Financial Times sulla linea italiana in materia d'ambiente. Al nostro paese, secondo il quotidiano inglese, potrebbe essere assegnata la maglia nera nella lotta all'effetto serra, scatenata dall'Unione Europea. Dallo scorso anno, quando il nostro paese era in prima linea nel sottoscrivere l'ambizioso piano del '20-20-20', e' cambiato tutto. Mentre al Ministero dell'Ambiente c'era allora un Verde come Pecoraro Scanio, scrive il quotidiano, l'attuale governo italiano e' legato a filo doppio con le lobby industriali. (Agr)

mercoledì 22 ottobre 2008

Asem, si discuterà di clima e crisi finanziaria

Saranno 38 i capi di stato e di governo, incluso il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che confluiranno a Pechino venerdì e sabato prossimi per l’Asia-Europe Meeting (Asem): temi chiave crisi finanziaria e cambiamenti climatici. I capi di Stato e di governo dell’Unione europea e dell’Asia cercheranno innanzitutto di trovare un accordo sull'impegno nella lotta al cambiamento climatico, per arrivare con una posizione comune alla conferenza sul clima di Copenaghen nel dicembre 2009. Fonti dell’Ue confermano le divergenze di approccio fra Stati europei e asiatici, ma sottolineano che si farà il possibile per sottoscrivere un impegno comune sul problema. In materia di riscaldamento globale, si terranno anche negoziati bilaterali fra Ue, Cina, India e Indonesia, tutti attori chiave. (Dal Mattino)

Berlusconi: «Clima, misure irragionevoli»

Non è vero che l'industria è contro la tutela dell'ambiente, dice Emma Marcegaglia sul Sole 24 Ore

Irragionevole: così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha definito il piano sul clima in discussione a livello europeo durante l'assemblea dell'Unione industriali a Napoli, mentre il premier francese Nicolas Sarkozy ribadiva, a Bruxelles, che abbandonare gli obiettivi fissati «sarebbe drammatico e irresponsabile ». «L'Italia – ha affermato Berlusconi – è un Paese manifatturiero e i costi di adattamento richiesti dal pacchetto-clima deprimerebbero la nostra economia, soprattutto in un momento di crisi come questo. La Ue pensa di poter abbattere le emissioni di anidride carbonica nonostante i rifiuti scontati di Russia, India, Cina, Africa e Usa. Vogliamo fare i Don Chisciotte? Benissimo: attacchiamo, ma con razionalità. Se l'Europa vuole dare l'esempio a tutto il mondo, pagando un prezzo elevato, che questo prezzo sia pagato da tutti in parti uguali. Il modo di affrontare la questione ambientale dell'Europa è assolutamente irragionevole ». Da Napoli anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha detto no al pacchetto clima- ambiente della Ue e ha ringraziato il premier Berlusconi «per aver portato avanti, con determinazione, sui tavoli europei la posizione di chi non accetta regole irrealistiche e pericolose ». La Marcegaglia ha anche sottolineato l'attenzione e la disponibilità, da parte di Confindustria, nei confronti delle tematiche ambientali. «Non è affatto vero –ha assicurato – che siamo insensibili alla difesa dell'ambiente. Vogliamo avere un ruolo importante e cogliere la sfida tecnologica. Non è con regole rigide, con un accordo unilaterale che Cina e Usa non sottoscriveranno, che risolveremo il problema». Il leader di viale dell'Astronomia ha poi sottolineato l'importanza degli incentivi per il risparmio energetico per tutti i settori industriali. «Li abbiamo messi nel piano per il risparmio energetico generalizzato, quindi –ha detto –riguardano auto, elettrodomestici, rifiuti, motori elettrici, edilizia. Tutto ciò che contribuisce al risparmio energetico e alla riduzione di emissioni di C02, va supportato non solo in un settore, ma in generale».

lunedì 20 ottobre 2008

Clima: l'Italia chiede tempo. Insieme ad altri Paesi

L'Italia non è il solo Paese a chiedere più tempo per l'applicazione del pacchetto sul clima. Ieri il premier Berlusconi ha difeso la posizione italiana, condivisa, sottolinea, «da altri nove Stati». Secondo Alberto Clò (Eni, azienda guidata dall'ad Paolo Scaroni) «le aziende sono già in crisi e non si può costringerle a spendere adesso per l'inquinamento».

giovedì 16 ottobre 2008

Scontro sul clima, Italia pronta al veto

Per il "no" al piano di riduzione dei gas serra si schiera anche la Polonia, dice La repubblica

Un drammatico confronto sui cambiamenti climatici ha segnato la prima giornata del vertice europeo di Bruxelles, chiamato a dotare l´Ue degli strumenti per rispondere all´innalzamento delle temperature globali. Ad esasperare lo scontro sul pacchetto approvato faticosamente un anno e mezzo fa è stato il veto messo sul tavolo da Italia e Polonia, seguite con maggior prudenza da altri sette Paesi dell´Europa orientale. Più defilata la Germania, oggi dubbiosa sull´adozione definitiva di quelle regole la cui ideazione nel 2007 aveva rappresentato il fiore all´occhiello della presidenza di turno Ue della Cancelliera Angela Merkel.La posta in gioco è altissima. Da un lato la necessità di mettere l´Europa all´avanguardia nella lotta al cambiamento climatico con le regole per il post-Kyoto, i cui effetti scadono nel 2020: un´esigenza non rinviabile dal punto di vista scientifico e un´opportunità di crescita, visto che la leadership nell´economia pulita rappresenta una delle poche carte vincenti per l´Europa.D´altro lato la consapevolezza che oggi, all´alba di una dura crisi economica, impegnarsi su obiettivi ambiziosi potrebbe costare troppo a governi e industria, che nel breve periodo potrebbe perdere competitività rispetto alle economie emergenti che dell´ambiente se ne infischiano. Nel concreto il pacchetto Ue prevede di tagliare le emissioni industriali di Co2 del 20% entro il 2020, di accrescere l´incidenza delle fonti rinnovabili e di aumentare l´efficienza energetica. Ma lo scontro tocca anche il taglio dei gas di scarico delle automobili. Il tutto - è la speranza della Francia, presidente di turno dell´Ue - da approvare defnitivamente entro dicembre, in modo da portare l´Europa in una posizione di leadership al 2009, quando si apriranno le trattative internazionali sull´era post-Kyoto.La posizione italiana, già anticipata nelle scorse settimane, ieri è stata ribadita con veemenza dal premier Silvio Berlusconi. «Gli impegni che l´Unione europea si era data sotto presidenza tedesca - ha dichiarato - oggi si confrontano con la crisi. Non crediamo che questo sia il momento per andare avanti da soli e fare i Don Chisciotte». Il punto, ha sottolineato, è che «i maggiori produttori di Co2, Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione e l´economia italiana dovrebbe pagare 25 miliardi all´anno». Di fatto ad essere in discussione non sono gli obiettivi, ma le modalità del loro raggiungimento, con quattro punti «irrinunciabili» sottolineati a margine del summit dal ministro degli Esteri, Franco Frattini: abolizione dei target annuali intermedi, in modo da tirare le somme solo nel 2020 e dare tempo alla nuovo corso del nucleare italiano di abbattere le emissioni; annullare l´impegno a portare il taglio di Co2 al 30% in caso di accordo internazionale in seno all´Onu; ammorbidire gli impegni per le industrie atumobilistiche italiane; esentare i settori industriali che mangiano più energia dal sistema dai tetti delle emissioni (Ets).E a scoperchiare il vaso di Pandora ci si sono messi anche i polacchi, seguiti da sette paesi dell´ex blocco sovietico. Chiedono modifiche e più tempo per chiudere il pacchetto nella speranza di arrivare a gennaio, quando la presidenza di turno passerà alla Repubblica Ceca: per quanto ieri Praga si sia dimostrata neutrale per delicatezza istituzionale, sarebbe più propensa ad accettare le richieste dei vicini. Una prospettiva, quella del ritardo, che all´Italia non dispiacerebbe, anche se le nostre istanze sono diverse, e in alcuni passaggi contrastanti, da quelle del blocco dell´Est. Sul fronte opposto, schierate a fianco di Francia, Commissione e Parlamento Ue, spiccano Spagna e Gran Bretagna. Proprio ieri il premier Gordon Brown ha sottolineato che «non è assolutamente tempo di abbandonare l´agenda sui cambiamenti climatici». E oggi, dopo una lunga notte, si vedrà quanto avrà ottenuto il fronte del no.

La Maddalena, arriva la eco-rivoluzione sulla ex base Usa

Dopo 35 anni bisogna ripensare l’isola, i suoi nuovi spazi, progettare una nuova economia, per anni addomesticata e frustrata dalla servitù militare. Dodici studenti dell’Università del Massachussetts sono stati affiancati da 15 studenti del 5° anno di architettura dell’Università di Cagliari nel progetto back to Maddalena, messo insieme da Stefano Boeri, architetto e docente al Politecnico di Milano e quest’anno professore a Boston. Gli studenti hanno lavorato divisi in cinque gruppi, e su diverse angolazioni: la riva, le strutture ricettive, la marineria…entro 100 giorni ad Harvard si comporrà il mosaico per presentare una proposta completa, corredata da studi di fattibilità, a disposizione delle istituzioni locali.«Siamo amici degli americani - disse il governatore Renato Soru all’inizio del mandato - ma vorremmo ospitarli come turisti e non come soldati». Fu il giro di boa e questi ragazzi sono la fine e l’inizio della stessa storia, un anno dopo la partenza tutt’altro che struggente della Emory Land, la nave appoggio dei sottomarini da caccia dotati di armamento nucleare, capaci di sferrare attacchi contro obiettivi lontani tremila chilometri. E poi siluri, mine, missili. Questo ha covato sotto la Maddalena, per 35 anni, dal 2 agosto 1972, quando la Uss Fulton ormeggiò, onorando accordi segreti, rimasti nella sostanza sconosciuti ai cittadini italiani. Altre cose non si sono mai sapute: le gallerie di Santo Stefano, che s’addentrano segrete come caverne, hanno incuriosito gli studenti: munizioni? Armi? Adesso sono arrivate le autorizzazioni per vederci dentro, e si potrà sapere.Gli studenti sono stati in Gallura e in Costa Smeralda per conoscere l’architettura locale e fornire idee armoniche e pratiche. Cosa ci farebbero alla Maddalena? «Mi ci farei la casa», scherza Giame Meloni, infradito alla moda. «Il progresso è solo un mito» per Simon Bussiere, cravatta sfoderata per la foto di fine corso, candidate for the Master in Landscape Architecture (è scritto nel biglietto da visita che diffonde con personalità: aspirante architetto paesaggista): «Bisogna far poco e non certo un campo di golf: non diventi Porto Cervo». «Non lo saremo mai - risponde il sindaco Angelo Comiti, che ha ospitato i ragazzi con entusiasmo e spirito critico - perché questo è un paese vero, di 11 mila abitanti, una comunità e non un via vai di turisti. Avevamo 3 mila soldati, i loro familiari, i loro soldi. Costretti alla monocultura economica, abbiamo accumulato un ritardo infrastrutturale enorme: in questo paradiso sono appena 1036 posti letto per turisti». Partiti i soldati, liberato l’arcipelago da quella servitù, l’amministrazione è imbrigliata dalla Marina militare (Ministero della Difesa), che gravita sul 40% del territorio isolano, «e tutto il demanio marittimo. Per le concessioni dobbiamo trattare col ministero...e poi vogliono usare i depositi nel sottosuolo affrancato dagli americani per stoccare i nuovi sistemi d’armi», lamenta Comiti, che vorrebbe mettere un punto e andare a capo, anche perché il calendario offre l’occasione: se la Maddalena d’ottobre è posto di belle speranze a luglio invece sarà scena per potenti. Il G8 si farà qua, è ormai certo, ieri sull’isola madre si sono visti esponenti del ministero della Difesa, anche se Berlusconi non voleva, perché il G8 all’arcipelago fu deciso dal governo Prodi (per superare l'isola “di guerra” con un appuntamento di “pace”). Preferiva Napoli, il premier, per confezionare uno spot mondiale: tutti sotto il Vesuvio ripulito. Bertolaso era alleato dei sardi per motivi logistici: la Maddalena si presta a un “naturale” filtro di sicurezza. Per l’arcipelago è un evento chiave: arriveranno 320 milioni di euro, andranno trasformati in opere per intercettare turisti “solidi”. «Sono fondi per le aree sottosviluppate - spiega Comiti - e ci giochiamo il futuro». Al posto dell’ex ospedale militare verrà l’Hotel a 5 stelle per i capi di Stato. Dove insiste l’arsenale -150 mila metri quadri di terreno - ci sarà posto per turismo, nautica, cantieristica. Magari qualcosa si concretizzerà dalle osservazioni degli studenti. Intanto, si va avanti spinti dal ponentino: i cantieri hanno assorbito gli operai appiedati dalla dismissione della base, in tutto sono ottocento già al lavoro, divisi in tre turni per tenere i cantieri aperti 24 ore su 24. Operosità che ha sovrastato le voglie propagandiste del premier. (Da L'Unità)

mercoledì 17 settembre 2008

I rigassificatori? Quindici in lista d'attesa

Interessante articolo tratto dal Sole 24 Ore

La Puglia è una terra grande, ma è stretta di manica con i rigassificatori: in base alle indicazioni della Regione guidata da Nichi Vendola, si farà solamente uno dei tre impianti proposti. Quale? Difficile dirlo. Lunedì sera alla televisione ( «Porta a porta») il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha confermato l'impegno dell'Italia per l'impianto proposto a Brindisi dalla British Gas.Un impianto contestatissimo dai brindisini, qualunque Giunta esprimano, e per promuoverlo era dovuto intervenire anni fa addirittura Tony Blair, ma è un impianto già autorizzato e i cui lavori di costruzione erano già stati avviati. Enrico Monteleone, direttore generale della British Gas, è soddisfatto: l'impegno di Berlusconi è una «ulteriore conferma della solidità del progetto». Gli altri due investimenti sono della Sorgenia (Cir) a Trinitapoli (Foggia) e della catalana Gas Natural a Taranto. Nessuno di questi trova un forte consenso locale. Il progetto della Sorgenia prevede la costruzione di un approdo al largo per consentire alle navi metaniere di scaricare il metano liquido lontano dalla costa, ma il Comune vicino di Margherita di Savoia si oppone e si è immaginato di spostare altrove, per esempio nella zona di Chieuti,quell'istallazione. La società tuttavia non intende piegarsi, visto che la collocazione di Trinitapoli è tra le meglio indicate e l'impianto è del tutto sicuro anche dal punto di vista ambientale.I casi pugliesi sono una conferma degli ostacoli che trovano questi progetti: in teoria se venisse realizzata la quindicina di rigassificatori proposti, l'Italia potrebbe godere un import aggiuntivo di circa cento miliardi di metri cubi di gas l'anno, pari a tutti i consumi attuali che sono assicurati in sostanza dai soli grandi metanodotti (più un contributo dal vecchio terminale dell'Eni oggi guidata da Paolo Scaroni nel golfo della Spezia).