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venerdì 27 marzo 2009
L’Europa si svegli, l’effetto serra è un effetto patacca
Caro Granzotto, le straordinarie eruzioni vulcaniche sottomarine recentemente avvenute nell’arcipelago di Tonga hanno senza dubbio provocato l’immissione di tonnellate di gas serra nell’atmosfera, probabilmente non previste da coloro che sono seriamente impegnati a studiare il riscaldamento globale del nostro pianeta. Ma che fanno codesti vulcani? Non si rendono conto che esistono dei parametri fissati dal protocollo di Kyoto che anch’essi devono rispettare? Ma, visto che non è fino a oggi possibile ridurre l’attività vulcanica, ci dobbiamo forse aspettare che gli scienziati dell’Ipcc, l’organismo dell’Onu che vigila sui cambiamenti climatici, chiedano (in questi tempi di crisi) ai governi del mondo di destinare maggiori stanziamenti per le loro ricerche? (Lettera al Giornale)
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lunedì 16 marzo 2009
Effetto serra: se non rallenta orsi polari estinti entro il 2100
Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l'"Earth Hour", una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni. Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall'Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili». (da Corriere.it)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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martedì 10 marzo 2009
Un inverno rigido ha rilanciato gli scettici del riscaldamento globale
Un paio di mesi di calcoli ininterrotti grazie alla potenza di due supercalcolatori. Un intero secolo di clima simulato: i cinquant´anni appena trascorsi e i cinquanta che ci attendono. Una risoluzione dettagliatissima, in grado di proiettare sul monitor del computer cosa accadrà da qui al 2050 al clima di piccole porzioni di territorio italiano. Quadrati di 30 chilometri per lato, più o meno come l´area compresa tra Melegnano, Binasco, Abbiategrasso e Milano. Uno scenario che conferma tutte le preoccupazioni espresse sino ad oggi sull´andamento e gli effetti del riscaldamento globale, con picchi estivi di calore sempre più violenti e frequenti a partire dal 2020.E´ il risultato dell´ultimo sforzo della ricerca italiana - dell´Enea in particolare - che verrà presentato oggi a Copenaghen in occasione del congresso convocato dall´Ipcc, l´organismo creato dall´Onu per capire e monitorare i cambiamenti climatici. Un appuntamento dal titolo «Summit of science for politics», essendo pensato soprattutto per fornire ai leader mondiali gli elementi scientifici più aggiornati in vista della decisiva scadenza di dicembre, quando si tenterà di trovare la difficile quanto indispensabile intesa in grado di prolungare il Protocollo di Kyoto oltre il 2012.Le cose che la scienza del clima ha da dire alla politica sono essenzialmente due. Primo: la situazione è decisamente più grave di quanto non pensassimo fino ad appena due anni fa, soprattutto perché anche la circolazione della Corrente del Golfo, che si riteneva fosse tutto sommato sotto controllo, rischia di impazzire. (da Repubblica)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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mercoledì 4 marzo 2009
Effetto sera, ecco gli scienziati scettici
Il clima non sta cambiando. Anzi sì, ma non è colpa dell'uomo. O meglio, forse, ma qualche grado in più non può che far bene all'agricoltura. È questo il chiaro e univoco messaggio da un convegno organizzato ieri da Forza Italia per spiegare ai rappresentanti delle Commissioni di parlamentari la verità scientifica sul riscaldamento del pianeta. Intento poco riuscito perché esigenze «organizzative» hanno portato ad anticipare la vetrina dei politici, costretti poi ad abbandonare la successiva sessione scientifica. Eppure le attese erano molto alte, visto l'annuncio della presentazione di un documento in grado di sbugiardare il IV Rapporto dell'Ipcc, il gruppo di studiosi che fornisce le basi scientifiche all'Onu. Il testo è stato realizzato dal Nipcc (curiosa la somiglianza con la sigla Ipcc, con cui non ha però niente a che fare), presentato lo scorso anno al Senato americano con 650 firme di scienziati e subito smentito dal mondo scientifico per la sua scarsa affidabilità.Curioso che l'asso nella manica degli organizzatori non sia neanche stato presentato nel corso del convegno. Non si è però abbandonato il tentativo di smascherare la presunta faziosità dell'Ipcc, optando faziosamente per un panel caratterizzato dalla totale assenza di scienziati difensori delle tesi dell'Ipcc. Decisamente granitica la posizione dei relatori, nel vedere il riscaldamento del pianeta come una grande bufala. «Il clima cambia in modo naturale, l'uomo non c'entra», sentenzia Franco Battaglia, prof. di chimica all'Università di Modena che non conta alcuna bibliografia scientifica sul tema, ma noto per l'assidua presenza sulle pagine del Giornale come confutatore dei cambiamenti climatici. Del resto, chiarisce Battaglia, «su questi temi non serve avere pubblicazioni scientifiche... perché queste ono cose banali».Nella difficoltà di spiegare quali fossero le tesi scientifiche realmente contestate all'Ipcc, nel corso della giornata sono state presentate interessanti certezze scientifiche. Scopriamo così finalmente che il CO2 non è gas velenoso, che il clima è sempre cambiato nella storia della terra e che l'effetto serra è indispensabile per consentire la vita sulla terra. A più voci è stata manifestata la convinzione che esista un grande disegno basato sulla disinformazione e sulla paura per manovrare l'opinione pubblica su questi temi, denunciando un meccanismo di cui sembravano essere ben conosciute le dinamiche. Svanita la paura del cambiamento del clima era necessario trovare un altro elemento per sostenere la soluzione chiave a tutti i problemi: il nucleare. Si riconosce così l'esistenza del picco del petrolio, risorsa destinata ad essere sempre più rara in futuro. Ed è forse la cosa più interessante della giornata. (Dal manifesto)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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giovedì 12 febbraio 2009
Qui Terra: punto di non ritorno
Da Il Sole 24 Ore
Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l'andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, "chief scientist" del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera.Un quadro che ribadisce l'importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO 2 nella nostra atmosfera.«Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO 2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni », sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l'altro una delle figure di punta dell'Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO 2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia d'anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 parti per milione (ppm) dell'inizio dell'era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.Insieme agli oceani i ghiacci si riscaldano rallentando l'innalzamento di temperature, proprio come farebbe l'impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di cominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In «Nature» Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell'Antartide in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto "buco nell'ozono" che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parte occidentale del continente. Un'ambiguità che era diventata un'argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L'analisi diSteig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell'ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo nella Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. «È un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell'emisfero meridionale – sottolineano gli esperti – difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all'aumento di concentrazione dei gas serra».Le tendenze future delle temperature sull'Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell'atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell'emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO 2 nell'atmosfera aumenti airitmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l'equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l'Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l'Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell'Ovest dell'Australia.Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tantopiù che il taglio delle emissioni continua a incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell'ipotesi di "Gaia", che propone di puntare sull'energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO 2 dall'atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l'agricoltura. «La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO 2 ogni anno, mentre l'uomo è responsabile dell'emissione di circa 30 – ha spiegato lo scienziato – .Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quota di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 in atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno».
Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l'andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, "chief scientist" del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera.Un quadro che ribadisce l'importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO 2 nella nostra atmosfera.«Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO 2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni », sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l'altro una delle figure di punta dell'Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO 2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia d'anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 parti per milione (ppm) dell'inizio dell'era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.Insieme agli oceani i ghiacci si riscaldano rallentando l'innalzamento di temperature, proprio come farebbe l'impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di cominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In «Nature» Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell'Antartide in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto "buco nell'ozono" che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parte occidentale del continente. Un'ambiguità che era diventata un'argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L'analisi diSteig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell'ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo nella Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. «È un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell'emisfero meridionale – sottolineano gli esperti – difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all'aumento di concentrazione dei gas serra».Le tendenze future delle temperature sull'Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell'atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell'emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO 2 nell'atmosfera aumenti airitmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l'equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l'Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l'Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell'Ovest dell'Australia.Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tantopiù che il taglio delle emissioni continua a incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell'ipotesi di "Gaia", che propone di puntare sull'energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO 2 dall'atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l'agricoltura. «La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO 2 ogni anno, mentre l'uomo è responsabile dell'emissione di circa 30 – ha spiegato lo scienziato – .Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quota di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 in atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno».
giovedì 5 febbraio 2009
Bufale climatiche
Da Il Manifesto
Il meccanismo è vecchio, ma funziona sempre. Si lancia la «bufala» sui giornali sapendo che la forza d'urto dell'onda dello scoop sarà sempre maggiore di quella dei rivoli di risacca delle smentite. Poco importa quanto siano grosse le sparate iniziali, l'effetto è garantito. Così è avvenuto anche per i cambiamenti climatici in Italia dove, dopo alcuni articoli in ordine sparso dello scorso autunno, all'inizio del 2009 si è svelato un ampio fronte che nega l'esistenza stessa del riscaldamento del pianeta.Non si trattava in questo caso del classico «al lupo, al lupo» gridato contro le teorie del riscaldamento del pianeta in occasione dei primi freddi invernali, ma di un fatto ben più grave, capace da solo di far tremare le convinzioni di tutti i catastrofisti del pianeta.Molti giornali hanno infatti rilanciato all'unisono la notizia che l'estensione dei ghiacci dell'artico era tornata a crescere notevolmente, riportandoli all'estensione che questi avevano nel 1979. Si minava così alla base la credibilità dell'Ipcc, il panel di scienziati del clima che opera per l'Onu e che nel IV Rapporto (2007), manifestava tutta la sua preoccupazione sul futuro della banchisa artica.C'è solo un piccolo particolare: quella notizia era completamente errata e falsa. Errata perché partiva da un articolo di un giovane climatologo americano messo in discussione poco dopo la sua pubblicazione perché analizzava dati provenienti da due satelliti diversi senza apportarvi alcuna correzione ma, ancora peggio, confrontava solo due dati puntuali e non l'analisi delle tendenze delle temperature nel tempo. Come affermare che il pianeta si sta raffreddando perché oggi è più freddo dello stesso giorno di 30 anni fa.La notizia riportata dai giornali è però anche falsa perché prende spunto dal confronto di dati cumulativi puntuali di copertura dei ghiacci di polo nord e polo sud e viene trasformata nella stampa italiana in un annuncio di riduzione dei soli ghiacci artici.Può sembrare una differenza secondaria, ma nasconde una sottile sfumatura, perché gli scienziati dell'Ipcc differenziano la loro posizione sul destino dei ghiacci nei due poli.Da una parte vi è l'ampia convinzione, supportata anche dall'oggettivo andamento delle misurazioni negli anni, che il riscaldamento del pianeta sta portando alla riduzione dell'estensione del ghiaccio della banchisa artica e che probabilmente nei prossimi anni si arriverà a un suo temporaneo ma totale scioglimento nei mesi più caldi.Per il polo sud la situazione è invece più complessa e allo scioglimento del ghiaccio marino potrebbe corrispondere un aumento di quello continentale per le maggiori precipitazioni nevose legate all'aumento dell'umidità nell'aria e alle temperature sempre rigide di quell'area. I dati reali ci dimostrano per il momento che il polo nord diminuisce in media ogni anno di 47.000 km e il polo sud aumenta di circa 15.000 km, con una riduzione netta globale di 32.000 km, in linea con le posizioni dell'Ipcc.Negare l'esistenza del processo di riduzione dei ghiacci artici significa negare la realtà e mettere in discussione l'ipotesi stessa di cambiamento del clima.Perché allora la stampa italiana dà così spazio a notizie poco attendibili sul clima? È colpa dei giornalisti che non hanno le competenze per affrontare un tema complesso come i cambiamenti climatici? O vi è il dolo di chi cerca sul fronte politico e culturale, anche davanti alle evidenze, di impedire la spinta al necessario cambiamento? Difficile da dirsi. Intanto restiamo in attesa della prossima onda.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Il meccanismo è vecchio, ma funziona sempre. Si lancia la «bufala» sui giornali sapendo che la forza d'urto dell'onda dello scoop sarà sempre maggiore di quella dei rivoli di risacca delle smentite. Poco importa quanto siano grosse le sparate iniziali, l'effetto è garantito. Così è avvenuto anche per i cambiamenti climatici in Italia dove, dopo alcuni articoli in ordine sparso dello scorso autunno, all'inizio del 2009 si è svelato un ampio fronte che nega l'esistenza stessa del riscaldamento del pianeta.Non si trattava in questo caso del classico «al lupo, al lupo» gridato contro le teorie del riscaldamento del pianeta in occasione dei primi freddi invernali, ma di un fatto ben più grave, capace da solo di far tremare le convinzioni di tutti i catastrofisti del pianeta.Molti giornali hanno infatti rilanciato all'unisono la notizia che l'estensione dei ghiacci dell'artico era tornata a crescere notevolmente, riportandoli all'estensione che questi avevano nel 1979. Si minava così alla base la credibilità dell'Ipcc, il panel di scienziati del clima che opera per l'Onu e che nel IV Rapporto (2007), manifestava tutta la sua preoccupazione sul futuro della banchisa artica.C'è solo un piccolo particolare: quella notizia era completamente errata e falsa. Errata perché partiva da un articolo di un giovane climatologo americano messo in discussione poco dopo la sua pubblicazione perché analizzava dati provenienti da due satelliti diversi senza apportarvi alcuna correzione ma, ancora peggio, confrontava solo due dati puntuali e non l'analisi delle tendenze delle temperature nel tempo. Come affermare che il pianeta si sta raffreddando perché oggi è più freddo dello stesso giorno di 30 anni fa.La notizia riportata dai giornali è però anche falsa perché prende spunto dal confronto di dati cumulativi puntuali di copertura dei ghiacci di polo nord e polo sud e viene trasformata nella stampa italiana in un annuncio di riduzione dei soli ghiacci artici.Può sembrare una differenza secondaria, ma nasconde una sottile sfumatura, perché gli scienziati dell'Ipcc differenziano la loro posizione sul destino dei ghiacci nei due poli.Da una parte vi è l'ampia convinzione, supportata anche dall'oggettivo andamento delle misurazioni negli anni, che il riscaldamento del pianeta sta portando alla riduzione dell'estensione del ghiaccio della banchisa artica e che probabilmente nei prossimi anni si arriverà a un suo temporaneo ma totale scioglimento nei mesi più caldi.Per il polo sud la situazione è invece più complessa e allo scioglimento del ghiaccio marino potrebbe corrispondere un aumento di quello continentale per le maggiori precipitazioni nevose legate all'aumento dell'umidità nell'aria e alle temperature sempre rigide di quell'area. I dati reali ci dimostrano per il momento che il polo nord diminuisce in media ogni anno di 47.000 km e il polo sud aumenta di circa 15.000 km, con una riduzione netta globale di 32.000 km, in linea con le posizioni dell'Ipcc.Negare l'esistenza del processo di riduzione dei ghiacci artici significa negare la realtà e mettere in discussione l'ipotesi stessa di cambiamento del clima.Perché allora la stampa italiana dà così spazio a notizie poco attendibili sul clima? È colpa dei giornalisti che non hanno le competenze per affrontare un tema complesso come i cambiamenti climatici? O vi è il dolo di chi cerca sul fronte politico e culturale, anche davanti alle evidenze, di impedire la spinta al necessario cambiamento? Difficile da dirsi. Intanto restiamo in attesa della prossima onda.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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martedì 20 gennaio 2009
Casa Bianca America Verde
Obama ha promesso il massimo impegno nella lotta ai cambiamenti climatici. Adesso è il tempo dei fatti. Per ridare credibilità agli Stati Uniti ì, racconta L'espresso
Yes We Can. Queste tre parole, "Sì, noi possiamo", sono diventate lo slogan non ufficiale della campagna per la presidenza di Barack Obama, il suo modo di esortare gli americani a credere nella loro capacità di poter vincere contro ogni previsione e cambiare il corso della storia. Adesso 'Yes We Can' deve diventare il motto dell'America intera nella battaglia per proteggere il pianeta affinché resti vivibile. Se la civiltà umana intende avere una chance realistica di sopravvivere al riscaldamento globale, Obama dovrà mettersi alla guida di una rivoluzione pressoché radicale nell'approccio statunitense alla questione. Da otto anni e più Washington ha fermato ogni iniziativa mentre il riscaldamento globale si è accelerato, arrivando a un livello di grande emergenza. Il cambiamento del clima è già in corso in modo palese, sotto forma di tempeste più violente e di siccità spaventose, e l'inerzia del sistema climatico rende pressoché inevitabile che simili effetti andranno incontro, nei decenni a venire, a una spiccata intensificazione. Per evitare la catastrofe completa, affermano gli scienziati dell'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, le emissioni globali di gas serra devono iniziare a diminuire già entro il 2015, per poi continuare a scendere di oltre l'80 per cento entro il 2050. Di sicuro, si tratta di un cambiamento enorme ed epocale. Poiché il tempo stringe e il ruolo dell'America è cruciale da questo punto di vista, Obama deve tenere le redini su tre fronti: prima di tutto deve impegnarsi a perseguire un'incisiva riduzione delle emissioni di gas serra in America. Ciò gli conferirà l'autorevolezza per poter perseguire un secondo obbligo morale: stringere un accordo con Pechino sul clima per ridurre le emissioni cinesi. Infine, Obama dovrà premere affinché tutte le nazioni inizino a premunirsi nei confronti del previsto innalzamento del livello dei mari e di altri effetti del cambiamento del clima. Si tratta sicuramente di un problema immane, ma qualche buona notizia c'è. Obama comprende sia l'impellenza del problema, sia le opportunità economiche che questo presenta. Da candidato ha proposto di spendere 15 miliardi di dollari l'anno per promuovere lo sviluppo di energie verdi, in grado di risanare l'economia e l'atmosfera. Da presidente eletto si è impegnato a creare o tutelare due milioni e mezzo di posti di lavoro almeno in parte con uno "sforzo massiccio", mirante a rendere le scuole e gli altri immobili dell'edilizia pubblica più efficienti dal punto di vista energetico. Questo programma di investimenti e di creazione di posti di lavoro 'verdi' è stato sollecitato e caldeggiato da oltre un decennio da analisti esterni (tra i quali anche il sottoscritto) e da attivisti. Adesso negli Usa questa idea sta ricevendo un'accoglienza migliore e sta affermandosi negli ambienti mainstream, sia nei media (vedi il nuovo libro del columnist del 'New York Times', Thomas Friedman, 'Hot, Flat and Crowded'), sia a Capitol Hill, dove quasi tutti i democratici e perfino molti repubblicani appoggiano alcune forme di spesa che possano incentivare le energie verdi.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Yes We Can. Queste tre parole, "Sì, noi possiamo", sono diventate lo slogan non ufficiale della campagna per la presidenza di Barack Obama, il suo modo di esortare gli americani a credere nella loro capacità di poter vincere contro ogni previsione e cambiare il corso della storia. Adesso 'Yes We Can' deve diventare il motto dell'America intera nella battaglia per proteggere il pianeta affinché resti vivibile. Se la civiltà umana intende avere una chance realistica di sopravvivere al riscaldamento globale, Obama dovrà mettersi alla guida di una rivoluzione pressoché radicale nell'approccio statunitense alla questione. Da otto anni e più Washington ha fermato ogni iniziativa mentre il riscaldamento globale si è accelerato, arrivando a un livello di grande emergenza. Il cambiamento del clima è già in corso in modo palese, sotto forma di tempeste più violente e di siccità spaventose, e l'inerzia del sistema climatico rende pressoché inevitabile che simili effetti andranno incontro, nei decenni a venire, a una spiccata intensificazione. Per evitare la catastrofe completa, affermano gli scienziati dell'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, le emissioni globali di gas serra devono iniziare a diminuire già entro il 2015, per poi continuare a scendere di oltre l'80 per cento entro il 2050. Di sicuro, si tratta di un cambiamento enorme ed epocale. Poiché il tempo stringe e il ruolo dell'America è cruciale da questo punto di vista, Obama deve tenere le redini su tre fronti: prima di tutto deve impegnarsi a perseguire un'incisiva riduzione delle emissioni di gas serra in America. Ciò gli conferirà l'autorevolezza per poter perseguire un secondo obbligo morale: stringere un accordo con Pechino sul clima per ridurre le emissioni cinesi. Infine, Obama dovrà premere affinché tutte le nazioni inizino a premunirsi nei confronti del previsto innalzamento del livello dei mari e di altri effetti del cambiamento del clima. Si tratta sicuramente di un problema immane, ma qualche buona notizia c'è. Obama comprende sia l'impellenza del problema, sia le opportunità economiche che questo presenta. Da candidato ha proposto di spendere 15 miliardi di dollari l'anno per promuovere lo sviluppo di energie verdi, in grado di risanare l'economia e l'atmosfera. Da presidente eletto si è impegnato a creare o tutelare due milioni e mezzo di posti di lavoro almeno in parte con uno "sforzo massiccio", mirante a rendere le scuole e gli altri immobili dell'edilizia pubblica più efficienti dal punto di vista energetico. Questo programma di investimenti e di creazione di posti di lavoro 'verdi' è stato sollecitato e caldeggiato da oltre un decennio da analisti esterni (tra i quali anche il sottoscritto) e da attivisti. Adesso negli Usa questa idea sta ricevendo un'accoglienza migliore e sta affermandosi negli ambienti mainstream, sia nei media (vedi il nuovo libro del columnist del 'New York Times', Thomas Friedman, 'Hot, Flat and Crowded'), sia a Capitol Hill, dove quasi tutti i democratici e perfino molti repubblicani appoggiano alcune forme di spesa che possano incentivare le energie verdi.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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martedì 13 gennaio 2009
I negazionisti dei gas serra
Da Repubblica
Karasjok, nella Norvegia settentrionale, è uno dei luoghi più freddi d´Europa, nel 1886 ha registrato 51 gradi sottozero. Nei giorni scorsi vi faceva più caldo che a Piacenza, con "soltanto" meno nove gradi, nel buio della notte polare. Lassù il dicembre 2008 si è chiuso con sette gradi oltre la media. Quindi, mentre nell´Italia innevata il riscaldamento globale non va più di moda, in Scandinavia si potrebbero fare titoli cubitali sulla sua avanzata. L´aggettivo "globale" serve proprio per evitare questo continuo rumore di fondo focalizzando l´analisi su un dato significativo per l´intero pianeta. Michel Jarraud, segretario generale dell´Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato che «nonostante l´attuale freddo sull´Europa centro-meridionale, la tendenza generale rimane senza dubbio verso il riscaldamento». Ed è la stessa agenzia internazionale, che dal 1951 coordina le osservazioni meteorologiche di tutto il mondo, a ribadire che il 2008 è stato il decimo anno più caldo dal 1850 (il settimo in Italia dal 1800, dati Cnr-Isac) e ha visto una stagione degli uragani atlantici tra le più attive, con 16 eventi. E i ghiacci artici in aumento? Frutto di un frettoloso giornalismo in cerca di scandali, basato su dati non correttamente interpretati a causa di differenti satelliti utilizzati dal 1979 a oggi per misurare la banchisa artica. (AspoItalia ha fatto chiarezza qui: www.aspoitalia.it/archivio-articoli). Ma è assurdo trasformare il problema del cambiamento climatico antropogenico in uno scontro da tifoseria calcistica: oggi fa freddo uno a zero per i negazionisti, domani fa caldo e segnano i serristi. Così come è assurda la divisione, aggressiva e improduttiva, tra elenchi di scienziati pro e contro: la scienza non si fa a maggioranza, ma verificando le ipotesi con fatti ed esperimenti. L´Ipcc, tanto vituperato quanto poco conosciuto, non è certo depositario di verità assolute, ma ha posto in essere dal 1988, anno della sua fondazione, un serrato processo di validazione dei dati che è quanto di meglio oggi si sia riusciti a mettere in atto con la cooperazione di tutti i governi. Il riscaldamento degli ultimi decenni è inequivocabile e l´aumento dei gas serra è il processo fisico che ha maggiori probabilità di spiegarlo, come aveva già intuito nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius. Sulla previsione del futuro le incertezze sono molte di più, lo diceva già il Nobel per la fisica Niels Bohr, ma da quando nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton elaborarono la prima previsione numerica computerizzata del riscaldamento atmosferico causato dall´aumento dei gas serra, qualcosa si è imparato e il legame più CO2 uguale più caldo non è mai stato smentito. Semmai è la complessità delle interazioni nell´intero sistema terrestre � atmosfera, oceani, ghiacci, suoli, foreste, alghe, batteri, uomo � a rendere per ora limitata la comprensione del problema. Il fatto che poi le risposte all´aumento della concentrazione di gas serra siano lente rispetto alla durata della vita umana e si esplicitino in molteplici modalità, ci priva di quella desiderabile verifica causa-effetto che in altri settori della scienza è talora più netta, ma meno diffusa di quanto si immagini. Se prendiamo la medicina, vediamo che sono ancora molte le patologie mal conosciute. Non per questo si rinuncia alla cura. E considerando il fumo, pur nella concorde affermazione della sua tossicità, nessuno è disposto a credere che quelle cupe minacce stampate sul pacchetto di sigarette si verificheranno proprio su di sé molti anni più tardi. Se le sigarette uccidessero all´istante, il nesso causa-effetto sarebbe chiarissimo e nessuno fumerebbe.
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni
Karasjok, nella Norvegia settentrionale, è uno dei luoghi più freddi d´Europa, nel 1886 ha registrato 51 gradi sottozero. Nei giorni scorsi vi faceva più caldo che a Piacenza, con "soltanto" meno nove gradi, nel buio della notte polare. Lassù il dicembre 2008 si è chiuso con sette gradi oltre la media. Quindi, mentre nell´Italia innevata il riscaldamento globale non va più di moda, in Scandinavia si potrebbero fare titoli cubitali sulla sua avanzata. L´aggettivo "globale" serve proprio per evitare questo continuo rumore di fondo focalizzando l´analisi su un dato significativo per l´intero pianeta. Michel Jarraud, segretario generale dell´Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato che «nonostante l´attuale freddo sull´Europa centro-meridionale, la tendenza generale rimane senza dubbio verso il riscaldamento». Ed è la stessa agenzia internazionale, che dal 1951 coordina le osservazioni meteorologiche di tutto il mondo, a ribadire che il 2008 è stato il decimo anno più caldo dal 1850 (il settimo in Italia dal 1800, dati Cnr-Isac) e ha visto una stagione degli uragani atlantici tra le più attive, con 16 eventi. E i ghiacci artici in aumento? Frutto di un frettoloso giornalismo in cerca di scandali, basato su dati non correttamente interpretati a causa di differenti satelliti utilizzati dal 1979 a oggi per misurare la banchisa artica. (AspoItalia ha fatto chiarezza qui: www.aspoitalia.it/archivio-articoli). Ma è assurdo trasformare il problema del cambiamento climatico antropogenico in uno scontro da tifoseria calcistica: oggi fa freddo uno a zero per i negazionisti, domani fa caldo e segnano i serristi. Così come è assurda la divisione, aggressiva e improduttiva, tra elenchi di scienziati pro e contro: la scienza non si fa a maggioranza, ma verificando le ipotesi con fatti ed esperimenti. L´Ipcc, tanto vituperato quanto poco conosciuto, non è certo depositario di verità assolute, ma ha posto in essere dal 1988, anno della sua fondazione, un serrato processo di validazione dei dati che è quanto di meglio oggi si sia riusciti a mettere in atto con la cooperazione di tutti i governi. Il riscaldamento degli ultimi decenni è inequivocabile e l´aumento dei gas serra è il processo fisico che ha maggiori probabilità di spiegarlo, come aveva già intuito nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius. Sulla previsione del futuro le incertezze sono molte di più, lo diceva già il Nobel per la fisica Niels Bohr, ma da quando nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton elaborarono la prima previsione numerica computerizzata del riscaldamento atmosferico causato dall´aumento dei gas serra, qualcosa si è imparato e il legame più CO2 uguale più caldo non è mai stato smentito. Semmai è la complessità delle interazioni nell´intero sistema terrestre � atmosfera, oceani, ghiacci, suoli, foreste, alghe, batteri, uomo � a rendere per ora limitata la comprensione del problema. Il fatto che poi le risposte all´aumento della concentrazione di gas serra siano lente rispetto alla durata della vita umana e si esplicitino in molteplici modalità, ci priva di quella desiderabile verifica causa-effetto che in altri settori della scienza è talora più netta, ma meno diffusa di quanto si immagini. Se prendiamo la medicina, vediamo che sono ancora molte le patologie mal conosciute. Non per questo si rinuncia alla cura. E considerando il fumo, pur nella concorde affermazione della sua tossicità, nessuno è disposto a credere che quelle cupe minacce stampate sul pacchetto di sigarette si verificheranno proprio su di sé molti anni più tardi. Se le sigarette uccidessero all´istante, il nesso causa-effetto sarebbe chiarissimo e nessuno fumerebbe.
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni
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lunedì 12 gennaio 2009
Il dietrofront di 650 scienziati «La Terra più calda? Una bugia»
Dal Corriere della Sera
Dice l'immaginario collettivo che non ci sono più le stagioni di una volta. Eppure il freddo e la neve di questi giorni sono un revival di inverni dimenticati. Dicono alcuni studiosi del clima che la temperatura del nostro pianeta è sempre più alta, che il 2008 è stato il settimo anno più caldo dal 1800. Ma esiste anche una seconda versione, di altri scienziati: la Terra, giurano, dal 1998 in poi si sta raffreddando, non è vero che l'uomo possa influire sui cambiamenti climatici e poi la temperatura globale registrata nel corso del 2007 è stata addirittura la più fredda del millennio.E allora? Andiamo dritti verso un surriscaldamento da catastrofe o ci stiamo preoccupando inutilmente?Certo, i continui allarmi sull'effetto serra e il riscaldamento globale evocano più scenari da inverni miti che giornate dal termometro in picchiata. E un inverno come quello appena cominciato va a nozze con le tesi dei negazionisti del cambiamento climatico e della responsabilità umana. Sono tanti: geologi, glaciologi, fisici, meteorologi, astrofisici, oceanografi, paleoclimatologi. 650 scienziati di tutto il mondo, così decisi nel loro dissenso da presentare al Senato americano (l'11 dicembre scorso) un dossier di 231 pagine sul «global warming ».Gli skeptical scientist provano a confutare con i loro studi la teoria dell'Ipcc, il gruppo di scienziati che alle Nazioni Unite si occupano delle ricerche sui cambiamenti climatici, che sostengono un'influenza umana del 90% nelle variazioni del clima e che i colleghi «ribelli» chiamano catastrofisti.«È il riscaldamento globale che provoca aumenti di biossido di carbonio nell'atmosfera, e non il contrario» è sicuro Andrei Kapitsa, geografo russo e ricercatore sui ghiacci antartici. «Io sono scettico, il riscaldamento globale è diventato una nuova religione» dice Ivar Giaevar, premio Nobel per la Fisica.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Dice l'immaginario collettivo che non ci sono più le stagioni di una volta. Eppure il freddo e la neve di questi giorni sono un revival di inverni dimenticati. Dicono alcuni studiosi del clima che la temperatura del nostro pianeta è sempre più alta, che il 2008 è stato il settimo anno più caldo dal 1800. Ma esiste anche una seconda versione, di altri scienziati: la Terra, giurano, dal 1998 in poi si sta raffreddando, non è vero che l'uomo possa influire sui cambiamenti climatici e poi la temperatura globale registrata nel corso del 2007 è stata addirittura la più fredda del millennio.E allora? Andiamo dritti verso un surriscaldamento da catastrofe o ci stiamo preoccupando inutilmente?Certo, i continui allarmi sull'effetto serra e il riscaldamento globale evocano più scenari da inverni miti che giornate dal termometro in picchiata. E un inverno come quello appena cominciato va a nozze con le tesi dei negazionisti del cambiamento climatico e della responsabilità umana. Sono tanti: geologi, glaciologi, fisici, meteorologi, astrofisici, oceanografi, paleoclimatologi. 650 scienziati di tutto il mondo, così decisi nel loro dissenso da presentare al Senato americano (l'11 dicembre scorso) un dossier di 231 pagine sul «global warming ».Gli skeptical scientist provano a confutare con i loro studi la teoria dell'Ipcc, il gruppo di scienziati che alle Nazioni Unite si occupano delle ricerche sui cambiamenti climatici, che sostengono un'influenza umana del 90% nelle variazioni del clima e che i colleghi «ribelli» chiamano catastrofisti.«È il riscaldamento globale che provoca aumenti di biossido di carbonio nell'atmosfera, e non il contrario» è sicuro Andrei Kapitsa, geografo russo e ricercatore sui ghiacci antartici. «Io sono scettico, il riscaldamento globale è diventato una nuova religione» dice Ivar Giaevar, premio Nobel per la Fisica.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
lunedì 15 dicembre 2008
«Le alluvioni in Italia? Eventi previsti, ma trascurati»
Da Il Giorno
«LA PIENA del Tevere? Eventi come le alluvioni in Italia e in altre parti del globo sono esattamente quello che noi abbiamo previsto. E accadrà sempre più per effetto del cambiamento climatico. Non posso fare affermazioni su un solo evento, ma se allarghiamo la scala, il quadro è chiaro. E chi non lo vede o è male informato, o rema contro perché ha voglia di protagonismo oppure ha molti fondi per negare l’evidenza. E non è difficile immaginare da dove vengano». Il professor Rajeendra Kumar Pachauri è il presidente dell’Ipcc, il comitato di scienziati creato dall’Onu per studiare il cambiamento climatico e i cui 4 rapporti costituiscono l’ossatura del processo negoziale che ha portato a Kyoto e ora sta portando verso un nuovo protocollo. Nel 2007 Pachauri è stato insignito con Al Gore del premio Nobel per la pace. Professor Pachauri, che cosa prevede il quarto rapporto dell’Ipcc relativamente agli eventi meteo estremi? «Che diventeranno sempre più intensi. Alle vostre latitudini avremo periodi di siccità più lunghi, specie al Sud del vostro Paese, e precipitazioni più concentrate e intese. Diminuirà la copertura nevosa, e questo determinerà una riduzione della portata dei fiumi in estate. Avremo un accresciuto rischio di alluvioni pericolose specie se non si farà attenzione alla pianificazione territoriale. Ma non è solo un problema di precipitazioni. Diventeranno più frequenti e intense le ondate di calore come quella del 2003 e le fasce climatiche si sposteranno a Nord. Verso la metà del secolo Roma avrà il clima di Napoli. E quindi l’agricoltura dovrà cambiare le specie da coltivare e i sistemi di irrigazione, anche a causa della desertificazione di molti terreni e all’avanzamento dell’acqua salata nel delta dei fiumi e nelle falde costiere. E’ necessario adattarsi da adesso, anche se gli impatti accederanno presto la nostra capacità di adattarci». Quali saranno gli effetti sul livello del mare? «Ha visto la recente acqua alta a Venezia?». Voi dell’Ipcc però ritenere probabile che l’aumento del livello del mare sia meno di un metro a fine secolo, ma recenti studi dicono che se la temperatura si innalzerà oltre 1.5 gradi sopra i livelli preindustriali, cioè mezzo grado in più di oggi, si potrebbe innescare uno scioglimento dei ghiacci della Groenlandia. «Lo so bene. Ma noi non ci basiamo solo su una pubblicazione o due, ma su centinaia. Nel quarto rapporto non abbiamo messo un tetto massimo sull’innazamento del mare, ma solo indicato una cifra probabile. Però abbiamo anche scritto che potremmo avere cambiamenti climatici improvvisi e irreversibili. E ci riferivamo allo scioglimento della calotta glaciale che copre la Groenlandia. Che significherebbe un innalzamento del livello del mare tra sei e sette metri». Quanto tempo abbiamo? «Per limitare il riscaldamento di 2 gradi siamo molto vicini al livello al quale si deve stabilizzare. Il 2015 è l’anno limite entro il quale dobbiamo raggiungere il picco delle emissioni e poi iniziare a scendere. E il 2015 è dopodomani». Crede che ce la faremo? «Ci sono sempre più leader convinti che il cambiamento climatico sia reale. E quindi sono cautamente ottimista sul fatto che a Copenaghen si raggiunga un accordo globale. Quando la situazione economica sarà più chiara i governi si focalizzeranno sulle misure per far ripartire l’economia. E una ristrutturazione energetica come quella richiesta dalla lotta al cambiamento climatico provvederà anche un’occasione per produrre milioni di posti di lavoro».
«LA PIENA del Tevere? Eventi come le alluvioni in Italia e in altre parti del globo sono esattamente quello che noi abbiamo previsto. E accadrà sempre più per effetto del cambiamento climatico. Non posso fare affermazioni su un solo evento, ma se allarghiamo la scala, il quadro è chiaro. E chi non lo vede o è male informato, o rema contro perché ha voglia di protagonismo oppure ha molti fondi per negare l’evidenza. E non è difficile immaginare da dove vengano». Il professor Rajeendra Kumar Pachauri è il presidente dell’Ipcc, il comitato di scienziati creato dall’Onu per studiare il cambiamento climatico e i cui 4 rapporti costituiscono l’ossatura del processo negoziale che ha portato a Kyoto e ora sta portando verso un nuovo protocollo. Nel 2007 Pachauri è stato insignito con Al Gore del premio Nobel per la pace. Professor Pachauri, che cosa prevede il quarto rapporto dell’Ipcc relativamente agli eventi meteo estremi? «Che diventeranno sempre più intensi. Alle vostre latitudini avremo periodi di siccità più lunghi, specie al Sud del vostro Paese, e precipitazioni più concentrate e intese. Diminuirà la copertura nevosa, e questo determinerà una riduzione della portata dei fiumi in estate. Avremo un accresciuto rischio di alluvioni pericolose specie se non si farà attenzione alla pianificazione territoriale. Ma non è solo un problema di precipitazioni. Diventeranno più frequenti e intense le ondate di calore come quella del 2003 e le fasce climatiche si sposteranno a Nord. Verso la metà del secolo Roma avrà il clima di Napoli. E quindi l’agricoltura dovrà cambiare le specie da coltivare e i sistemi di irrigazione, anche a causa della desertificazione di molti terreni e all’avanzamento dell’acqua salata nel delta dei fiumi e nelle falde costiere. E’ necessario adattarsi da adesso, anche se gli impatti accederanno presto la nostra capacità di adattarci». Quali saranno gli effetti sul livello del mare? «Ha visto la recente acqua alta a Venezia?». Voi dell’Ipcc però ritenere probabile che l’aumento del livello del mare sia meno di un metro a fine secolo, ma recenti studi dicono che se la temperatura si innalzerà oltre 1.5 gradi sopra i livelli preindustriali, cioè mezzo grado in più di oggi, si potrebbe innescare uno scioglimento dei ghiacci della Groenlandia. «Lo so bene. Ma noi non ci basiamo solo su una pubblicazione o due, ma su centinaia. Nel quarto rapporto non abbiamo messo un tetto massimo sull’innazamento del mare, ma solo indicato una cifra probabile. Però abbiamo anche scritto che potremmo avere cambiamenti climatici improvvisi e irreversibili. E ci riferivamo allo scioglimento della calotta glaciale che copre la Groenlandia. Che significherebbe un innalzamento del livello del mare tra sei e sette metri». Quanto tempo abbiamo? «Per limitare il riscaldamento di 2 gradi siamo molto vicini al livello al quale si deve stabilizzare. Il 2015 è l’anno limite entro il quale dobbiamo raggiungere il picco delle emissioni e poi iniziare a scendere. E il 2015 è dopodomani». Crede che ce la faremo? «Ci sono sempre più leader convinti che il cambiamento climatico sia reale. E quindi sono cautamente ottimista sul fatto che a Copenaghen si raggiunga un accordo globale. Quando la situazione economica sarà più chiara i governi si focalizzeranno sulle misure per far ripartire l’economia. E una ristrutturazione energetica come quella richiesta dalla lotta al cambiamento climatico provvederà anche un’occasione per produrre milioni di posti di lavoro».
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scioglimento dei ghiacciai
mercoledì 3 dicembre 2008
Clima, la strada del cambiamento parte da Kyoto e arriva a Poznan
Articolo tratto da Il riformista
Undicimila partecipanti da 187 paesi. Capi di stato e di governo, rappresentanti del mondo degli affari e dell'industria, più di 400 tra organizzazioni ambientaliste e istituti di ricerca, 800 media accreditati da tutto il mondo. Se bastassero i numeri a decretare il successo di una conferenza, il meeting delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici - iniziato lunedì a Poznan, in Polonia, e che si chiuderà il prossimo 12 dicembre - sarebbe già un trionfo.
Ci sarà da combattere, invece, per raggiungere quelli che il segretario esecutivo della conferenza, l'incaricato Onu per il clima Ivo de Boer, ha indicato come gli obiettivi «possibili». Il meeting di Poznan è la tappa intermedia della road map partita l'anno scorso da Bali e che si concluderà l'anno prossimo a Copenhagen. Nella capitale danese, alla fine del 2009, si delineeranno le risposte della comunità internazionale per contenere il cambiamento climatico in atto a partire dal 2013, quando si chiuderà la prima fase del Protocollo di Kyoto.
Gran parte delle risposte che verranno dipendono però dai passi avanti che gli attori della conferenza saranno in grado di fare qui e ora, a Poznan. Nel 2007, ha detto de Boer, dalla comunità scientifica ed economica sono arrivati segnali chiari. Come il rapporto dell'Ipcc - il Comitato intergovernativo per i mutamenti climatici dell'Onu, insignito del Nobel per la pace nel 2007 -, che se da una parte ha definito in maniera inequivocabile le catastrofi alle quali andiamo incontro, dall'altra lascia speranze, considerato che oggi ci sarebbero le tecnologie per invertire il corso degli eventi. O come il rapporto di Sir Nicholas Stern, consigliere del governo inglese, secondo cui non intervenire in tempo porterebbe a un crollo economico paragonabile alle conseguenze di due guerre mondiali e della depressione del '29 messe insieme.
Ma si possono mobilitare le risorse finanziarie necessarie in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo? Una domanda critica per de Boer, alla quale c'è però solo una risposta plausibile: sì, perché non farlo sarebbe un suicidio anche economico. «La comunità scientifica concorda sul fatto che un innalzamento della temperatura superiore ai due gradi porterebbe cambiamenti irreversibili», ha ricordato il presidente polacco Donald Tusk nel discorso di apertura del meeting. Se ci sarà un New Deal, allora dovrà essere un Green New Deal. Negli incontri preparatori che si sono tenuti durante il 2008 sono state avanzate proposte per oltre 700 pagine, che oggi sono state ridotte in un unico documento di 82 pagine. Bisognerà condensare ancora, per delineare interventi risolutivi e per non offrire ai paesi più riluttanti la possibilità di affondare l'accordo nel caos.
Undicimila partecipanti da 187 paesi. Capi di stato e di governo, rappresentanti del mondo degli affari e dell'industria, più di 400 tra organizzazioni ambientaliste e istituti di ricerca, 800 media accreditati da tutto il mondo. Se bastassero i numeri a decretare il successo di una conferenza, il meeting delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici - iniziato lunedì a Poznan, in Polonia, e che si chiuderà il prossimo 12 dicembre - sarebbe già un trionfo.
Ci sarà da combattere, invece, per raggiungere quelli che il segretario esecutivo della conferenza, l'incaricato Onu per il clima Ivo de Boer, ha indicato come gli obiettivi «possibili». Il meeting di Poznan è la tappa intermedia della road map partita l'anno scorso da Bali e che si concluderà l'anno prossimo a Copenhagen. Nella capitale danese, alla fine del 2009, si delineeranno le risposte della comunità internazionale per contenere il cambiamento climatico in atto a partire dal 2013, quando si chiuderà la prima fase del Protocollo di Kyoto.
Gran parte delle risposte che verranno dipendono però dai passi avanti che gli attori della conferenza saranno in grado di fare qui e ora, a Poznan. Nel 2007, ha detto de Boer, dalla comunità scientifica ed economica sono arrivati segnali chiari. Come il rapporto dell'Ipcc - il Comitato intergovernativo per i mutamenti climatici dell'Onu, insignito del Nobel per la pace nel 2007 -, che se da una parte ha definito in maniera inequivocabile le catastrofi alle quali andiamo incontro, dall'altra lascia speranze, considerato che oggi ci sarebbero le tecnologie per invertire il corso degli eventi. O come il rapporto di Sir Nicholas Stern, consigliere del governo inglese, secondo cui non intervenire in tempo porterebbe a un crollo economico paragonabile alle conseguenze di due guerre mondiali e della depressione del '29 messe insieme.
Ma si possono mobilitare le risorse finanziarie necessarie in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo? Una domanda critica per de Boer, alla quale c'è però solo una risposta plausibile: sì, perché non farlo sarebbe un suicidio anche economico. «La comunità scientifica concorda sul fatto che un innalzamento della temperatura superiore ai due gradi porterebbe cambiamenti irreversibili», ha ricordato il presidente polacco Donald Tusk nel discorso di apertura del meeting. Se ci sarà un New Deal, allora dovrà essere un Green New Deal. Negli incontri preparatori che si sono tenuti durante il 2008 sono state avanzate proposte per oltre 700 pagine, che oggi sono state ridotte in un unico documento di 82 pagine. Bisognerà condensare ancora, per delineare interventi risolutivi e per non offrire ai paesi più riluttanti la possibilità di affondare l'accordo nel caos.
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Protocollo di Copenhagen
martedì 28 ottobre 2008
Anno 2100, sette metri e mezzo sotto i mari
Giunge da Potsdam (Germania) una nuova stima sul futuro innalzamento del livello delle acque terrestri, condotto dall’Istituto per la Ricerca sull’Impatto Climatico (Pik). I dati sino ad ora pubblicati nel rapporto del Panel Intergovernativo sul Mutamento Climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite - presentato nel febbraio 2007 - sono inesatti, poiché non tengono minimamente conto di alcune variabili sino ad ora sottovalutate - rivelano i ricercatori tedeschi. “Dovremmo prepararci per un innalzamento dei livelli dei mari di un metro durante questo secolo” ha chiarito alla stampa internazionale il direttore del Pik, c; il centro di ricerche ha difatti rilevato un raddoppiamento e addirittura un triplicamento del tasso di scioglimento dei ghiacciai himalayani e della calotta della Groenlandia. Due terzi dei ghiacciai dell’Himalaya, secondo questo studio, hanno subito e stanno subendo pesantemente gli effetti del riscaldamento globale, fenomeno aggravato dalla “nube marrone” che avvolge l’Asia Orientale. Questa nuova, terribile minaccia consiste in una nuvola tossica composta da inquinanti spesso incombusti che provocano - mediante il deposito di particelle carboniose sui ghiacciai - un’innaturale deficienza di riflessione, che induce un assorbimento maggiore dei raggi solari con conseguente rapidità di scioglimento delle riserve acquifere gelate custodite sulla più grande e imponente catena montuosa del pianeta.La liquefazione di questi antichissimi ghiacciai innescherà un effetto a catena che andrà ad alimentare la portata di grandi fiumi asiatici come Gange, Brahmaputra, Indo, Salween e Mekong, sulle cui rive vive oltre un miliardo di persone. L’Ipcc non ha tenuto conto di queste emissioni di gas a effetto serra provocate del grande sviluppo dell’economia cinese, prevedendo – erroneamente - un innalzamento del livello dei mari solo tra i 18 e i 59 centimetri entro il 2100. Schellnhuber avverte, inoltre, che limitare le emissioni in metropoli come Pechino per cercare di pulirne l’aria, paradossalmente, potrebbe aumentare le temperature globali invece di ridurle, a causa del calo del volume di particelle ’sporche’ nell’aria, che contribuiscono a proteggere la Terra dal Sole. L’Istituto d’economia mondiale rileva, in aggiunta, un aumento del 3,5% annuo – triplicato nell’ultimo ventennio - del tasso di emissione di Co2, principale responsabile del surriscaldamento globale, causato dal boom economico, come si è detto, di paesi emergenti quali Cina e India. “Nonostante sia sempre difficile fornire cifre certe da queste stime, continuano a uscire numeri importanti che rafforzano la serietà del problema al di là del numero preciso” - chiarisce il direttore del Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici, Antonio Navarra. “Nel caso tutta la calotta della Groenlandia si sciogliesse - ha aggiunto il portavoce dell’Istituto di Potsdam - l’innalzamento dei mari, è stato calcolato, sarebbe di 7,5 metri”.Gli scienziati del Pik ritengono, infine, che l’uomo abbia, allo stato attuale, solo il 50% di probabilità di limitare a soli 2°C l’aumento globale delle temperature prima del 2100; questo - a patto che i piani messi sul tavolo dai Paesi del G8 per ridurre le emissioni di gas serra vengano realizzati - risparmierebbe alla Terra seri danni. (Da L'Opinione)
lunedì 27 ottobre 2008
Ambiente, l'allarmismo non paga
Bjorn Lomborg, FONDATORE DEL COPENHAGEN CONSENSUS
A vete notato che i militanti ambientalisti quasi immancabilmente non si limitano a dire che c'è il riscaldamento globale e che è un male, ma anche che quello a cui stiamo assistendo è perfino peggio di quanto ci aspettassimo?È strano, perché qualunque approccio sensato ai procedimenti scientifici indurrebbe a pensare che, man mano che affiniamo le nostre conoscenze, scopriamo che le cose a volte vanno peggio e a volte meglio di quello che ci aspettavamo, con una distribuzione fra cattive e buone notizie che verosimilmente dovrebbe essere di 50 e 50. Per i militanti ambientalisti, invece, è quasi immancabilmente di 100 a 0.Se le sorprese sono regolarmente nella stessa direzione, se i nostri modelli vengono smentiti da una realtà che va peggiorando sempre più, vuol dire che il nostro approccio scientifico non è granché solido. Si potrebbe dire che se i modelli si sbagliano costantemente, probabilmente la ragione è che sono sbagliati. E se non possiamo fidarci dei nostri modelli, non possiamo sapere quali provvedimenti assumere per cambiare le cose.Ma se fatti nuovi ci dimostrano costantemente che le conseguenze dei cambiamenti climatici si stanno aggravando sempre di più, forse le nobili argomentazioni sul metodo scientifico non sono tanto convincenti. Sembra che questa sia la scommessa imperante nel vortice del riscaldamento globale: è sempre peggio di quello che pensavamo e quindi i nostri modelli si sono rivelati inadeguati, ma nonostante questo scommettiamo di sapere che cosa bisogna fare: tagliare drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2).Ma che i dati sul clima siano sistematicamente peggiori di quanto previsto è semplicemente falso; in molti casi rispettano le previsioni o addirittura sono migliori del previsto. Il fatto che si senta dire il contrario è una dimostrazione del fatto che i media sono sempre a caccia della notizia allarmante, ma una politica intelligente non può basarsi su questo.Il punto più ovvio riguardo al riscaldamento globale è che il Pianeta si sta riscaldando. Nell'ultimo secolo si è riscaldato di circa un grado centigrado e l'Ipcc,il gruppo diesperti sul clima delle Nazioni Unite, prevede che si riscalderà ulteriormente in questo secolo per un livello compreso tra 1,6 e 3,8 gradi, per colpa principalmente dell'aumento della CO2. Facendo la media di tutte le 38 elaborazioni standard messe a disposizione dall'Ipcc emerge che i modelli prevedono un incremento della temperatura per questo decennio di circa 0,2 gradi.Ma non è quello che si è verificato. E ciò vale per tutte le misurazioni della temperatura sulla superficie terrestre, e ancora di più per le misurazioni effettuate dal satellite. In questo decennio, le temperature non sono aumentate più del previsto: anzi, non sono aumentate affatto. In realtà sono diminuite tra 0,01 e 0,1 gradi per decennio. Nel caso di quello che è l'indicatore più importante del riscaldamento globale, cioè l'evoluzione delle temperature, dovremmo sentirci dire in realtà che i dati sono molto meglio del previsto.Un caso analogo, e direi molto più importante, è quello dell'entalpia (il calore totale) degli oceani negli ultimi quattro anni, che, laddove si dispone di misurazioni, risulta diminuita. Premesso che l'energia prodotta dalla temperatura può scomparire con relativa facilità attraverso l'atmosfera, non è chiaro dove sarebbe dovuto finire il calore del riscaldamento globale: e sicuramente anche questo è un dato migliore del previsto.Sentiamo continuamente dire che il Mar Glaciale Artico sta scomparendo più in fretta del previsto, e questo è vero. Ma gli scienziati più seri dicono anche che il riscaldamento globale è solo uno dei fattori all'origine di questo fenomeno. Pesa anche la cosiddetta Oscillazione Artica, cioè le variazioni dei venti che soffiano sull'Oceano Artico, e che attualmente si trova in uno stato che non consente l'accumulo di ghiaccio vecchio, che per la maggior parte viene scaricato nell'Atlantico Settentrionale.Una cosa ancora più importante è che quasi mai sentiamo dire che il ghiaccio marino nell'Antartico non solo non diminuisce, ma l'ultimo anno è stato al di sopra della media. I modelli dell'Ipcc prevedono una diminuzione del ghiaccio marino in entrambi gli emi-sferi, ma mentre nell'emisfero boreale le cose vanno peggio del previsto, in quello australe vanno meglio.L'ironia è che l'Associated Press, insieme a molti altri organi di stampa, ci ha raccontato nel 2007 che «l'Artico grida aiuto» e che il Passaggio a Nordovest era aperto «per la prima volta nella storia conosciuta». Eppure la Bbc già nel 2000 aveva comunicato che il leggendario Passaggio a Nordovest era sgombro dai ghiacci.Siamo costantemente inondati di articoli che ci dicono che i mari si alzeranno, che è uscito un nuovo studio che ha scoperto che le cose andranno molto peggio delle previsioni dell'Ipcc. Ma la maggior parte dei modelli hanno fornito risultati compresi nel range dell'Ipcc, che pronostica un incremento del livello dei mari tra i 18 e i 59 centimetri per questo secolo. È per questo ovviamente che le migliaia di scienziati dell'Ipcc avevano lasciato quella forbice. Ma uno studio che proclama che i mari saliranno di un metro o più è una notizia più ghiotta per i media.Dal 1992, abbiamo satelliti che misurano l'innalzamento del livello dei mari e questi satelliti hanno rivelato un incremento stabile di 3,2 millimetri all'anno, esattamente in linea con la proiezione dell'Ipcc. E per di più negli ultimi due anni il livello del mare è rimasto fermo (anzi, è leggermente calato). Non dovremmo sentirci dire che le cose vanno molto meglio del previsto?Gli uragani erano l'immagine dominante del famoso film di Al Gore sui cambiamenti climatici, e indubbiamente gli Stati Uniti sono stati colpiti pesantemente nel 2004 e nel 2005, scatenando previsioni di un futuro fatto di tempeste sempre più forti e costose. Ma nei due anni trascorsi da allora, i costi sono rimasti molto al di sotto della media, praticamente a zero nel 2006. Le cose vanno decisamente meglio del previsto.Gore ha citato Kerry Emmanuel, il ricercatore del Mit esperto in uragani, a sostegno di un presunto consenso scientifico sulla tesi che il riscaldamentoglobale starebbe rendendo gli uragani molto più devastanti. Ma Emmanuel ora ha pubblicato un nuovo studio che dimostra che anche in un pianeta con un riscaldamento accentuato, la frequenza e l'intensità degli uragani potrebbe rimanere sostanzialmente invariata per i prossimi due secoli. Queste conclusioni non hanno trovato grande attenzione sui media.Naturalmente, non tutto va meglio di quello che credevamo. Ma le esagerazioni a senso unico non servono a nulla. C'è urgente bisogno di equilibrio se vogliamo fare scelte sensate. (Dal Sole 24 Ore)
A vete notato che i militanti ambientalisti quasi immancabilmente non si limitano a dire che c'è il riscaldamento globale e che è un male, ma anche che quello a cui stiamo assistendo è perfino peggio di quanto ci aspettassimo?È strano, perché qualunque approccio sensato ai procedimenti scientifici indurrebbe a pensare che, man mano che affiniamo le nostre conoscenze, scopriamo che le cose a volte vanno peggio e a volte meglio di quello che ci aspettavamo, con una distribuzione fra cattive e buone notizie che verosimilmente dovrebbe essere di 50 e 50. Per i militanti ambientalisti, invece, è quasi immancabilmente di 100 a 0.Se le sorprese sono regolarmente nella stessa direzione, se i nostri modelli vengono smentiti da una realtà che va peggiorando sempre più, vuol dire che il nostro approccio scientifico non è granché solido. Si potrebbe dire che se i modelli si sbagliano costantemente, probabilmente la ragione è che sono sbagliati. E se non possiamo fidarci dei nostri modelli, non possiamo sapere quali provvedimenti assumere per cambiare le cose.Ma se fatti nuovi ci dimostrano costantemente che le conseguenze dei cambiamenti climatici si stanno aggravando sempre di più, forse le nobili argomentazioni sul metodo scientifico non sono tanto convincenti. Sembra che questa sia la scommessa imperante nel vortice del riscaldamento globale: è sempre peggio di quello che pensavamo e quindi i nostri modelli si sono rivelati inadeguati, ma nonostante questo scommettiamo di sapere che cosa bisogna fare: tagliare drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2).Ma che i dati sul clima siano sistematicamente peggiori di quanto previsto è semplicemente falso; in molti casi rispettano le previsioni o addirittura sono migliori del previsto. Il fatto che si senta dire il contrario è una dimostrazione del fatto che i media sono sempre a caccia della notizia allarmante, ma una politica intelligente non può basarsi su questo.Il punto più ovvio riguardo al riscaldamento globale è che il Pianeta si sta riscaldando. Nell'ultimo secolo si è riscaldato di circa un grado centigrado e l'Ipcc,il gruppo diesperti sul clima delle Nazioni Unite, prevede che si riscalderà ulteriormente in questo secolo per un livello compreso tra 1,6 e 3,8 gradi, per colpa principalmente dell'aumento della CO2. Facendo la media di tutte le 38 elaborazioni standard messe a disposizione dall'Ipcc emerge che i modelli prevedono un incremento della temperatura per questo decennio di circa 0,2 gradi.Ma non è quello che si è verificato. E ciò vale per tutte le misurazioni della temperatura sulla superficie terrestre, e ancora di più per le misurazioni effettuate dal satellite. In questo decennio, le temperature non sono aumentate più del previsto: anzi, non sono aumentate affatto. In realtà sono diminuite tra 0,01 e 0,1 gradi per decennio. Nel caso di quello che è l'indicatore più importante del riscaldamento globale, cioè l'evoluzione delle temperature, dovremmo sentirci dire in realtà che i dati sono molto meglio del previsto.Un caso analogo, e direi molto più importante, è quello dell'entalpia (il calore totale) degli oceani negli ultimi quattro anni, che, laddove si dispone di misurazioni, risulta diminuita. Premesso che l'energia prodotta dalla temperatura può scomparire con relativa facilità attraverso l'atmosfera, non è chiaro dove sarebbe dovuto finire il calore del riscaldamento globale: e sicuramente anche questo è un dato migliore del previsto.Sentiamo continuamente dire che il Mar Glaciale Artico sta scomparendo più in fretta del previsto, e questo è vero. Ma gli scienziati più seri dicono anche che il riscaldamento globale è solo uno dei fattori all'origine di questo fenomeno. Pesa anche la cosiddetta Oscillazione Artica, cioè le variazioni dei venti che soffiano sull'Oceano Artico, e che attualmente si trova in uno stato che non consente l'accumulo di ghiaccio vecchio, che per la maggior parte viene scaricato nell'Atlantico Settentrionale.Una cosa ancora più importante è che quasi mai sentiamo dire che il ghiaccio marino nell'Antartico non solo non diminuisce, ma l'ultimo anno è stato al di sopra della media. I modelli dell'Ipcc prevedono una diminuzione del ghiaccio marino in entrambi gli emi-sferi, ma mentre nell'emisfero boreale le cose vanno peggio del previsto, in quello australe vanno meglio.L'ironia è che l'Associated Press, insieme a molti altri organi di stampa, ci ha raccontato nel 2007 che «l'Artico grida aiuto» e che il Passaggio a Nordovest era aperto «per la prima volta nella storia conosciuta». Eppure la Bbc già nel 2000 aveva comunicato che il leggendario Passaggio a Nordovest era sgombro dai ghiacci.Siamo costantemente inondati di articoli che ci dicono che i mari si alzeranno, che è uscito un nuovo studio che ha scoperto che le cose andranno molto peggio delle previsioni dell'Ipcc. Ma la maggior parte dei modelli hanno fornito risultati compresi nel range dell'Ipcc, che pronostica un incremento del livello dei mari tra i 18 e i 59 centimetri per questo secolo. È per questo ovviamente che le migliaia di scienziati dell'Ipcc avevano lasciato quella forbice. Ma uno studio che proclama che i mari saliranno di un metro o più è una notizia più ghiotta per i media.Dal 1992, abbiamo satelliti che misurano l'innalzamento del livello dei mari e questi satelliti hanno rivelato un incremento stabile di 3,2 millimetri all'anno, esattamente in linea con la proiezione dell'Ipcc. E per di più negli ultimi due anni il livello del mare è rimasto fermo (anzi, è leggermente calato). Non dovremmo sentirci dire che le cose vanno molto meglio del previsto?Gli uragani erano l'immagine dominante del famoso film di Al Gore sui cambiamenti climatici, e indubbiamente gli Stati Uniti sono stati colpiti pesantemente nel 2004 e nel 2005, scatenando previsioni di un futuro fatto di tempeste sempre più forti e costose. Ma nei due anni trascorsi da allora, i costi sono rimasti molto al di sotto della media, praticamente a zero nel 2006. Le cose vanno decisamente meglio del previsto.Gore ha citato Kerry Emmanuel, il ricercatore del Mit esperto in uragani, a sostegno di un presunto consenso scientifico sulla tesi che il riscaldamentoglobale starebbe rendendo gli uragani molto più devastanti. Ma Emmanuel ora ha pubblicato un nuovo studio che dimostra che anche in un pianeta con un riscaldamento accentuato, la frequenza e l'intensità degli uragani potrebbe rimanere sostanzialmente invariata per i prossimi due secoli. Queste conclusioni non hanno trovato grande attenzione sui media.Naturalmente, non tutto va meglio di quello che credevamo. Ma le esagerazioni a senso unico non servono a nulla. C'è urgente bisogno di equilibrio se vogliamo fare scelte sensate. (Dal Sole 24 Ore)
martedì 21 ottobre 2008
Cambiamenti climatici oltre le previsioni
Da Corriere.it
Nel 2007 il Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC), vincitore del premio Nobel per la pace, ha pubblicato il suo quarto rapporto, un autorevole studio sulla conoscenza del riscaldamento globale che ha coinvolto circa 4.000 scienziati da più di 150 Paesi. Ma da allora la scienza del clima ha cominciato a produrre nuove ricerche. Il nuovo rapporto Wwf "Climate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino) riassume questi nuovi dati scientifici e rivela che il riscaldamento globale sta avanzando ben oltre le previsioni dell’Ipcc.
«IMPATTI MAGGIORI DEL PREVISTO» - Lo studio è stato redatto con il supporto di esperti internazionali di climatologia tra cui il prof. Jean-Pascal van Ypersele, professore di climatologia e scienze ambientali all’Università cattolica di Lovanio (Belgio) e neo-eletto vice presidente dell’Ipcc, che ha dichiarato: «E’ ormai chiaro che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte di noi scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni (mitigazione) e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto Ipcc ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2°C, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente.”
Nel 2007 il Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC), vincitore del premio Nobel per la pace, ha pubblicato il suo quarto rapporto, un autorevole studio sulla conoscenza del riscaldamento globale che ha coinvolto circa 4.000 scienziati da più di 150 Paesi. Ma da allora la scienza del clima ha cominciato a produrre nuove ricerche. Il nuovo rapporto Wwf "Climate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino) riassume questi nuovi dati scientifici e rivela che il riscaldamento globale sta avanzando ben oltre le previsioni dell’Ipcc.
«IMPATTI MAGGIORI DEL PREVISTO» - Lo studio è stato redatto con il supporto di esperti internazionali di climatologia tra cui il prof. Jean-Pascal van Ypersele, professore di climatologia e scienze ambientali all’Università cattolica di Lovanio (Belgio) e neo-eletto vice presidente dell’Ipcc, che ha dichiarato: «E’ ormai chiaro che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte di noi scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni (mitigazione) e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto Ipcc ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2°C, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente.”
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mercoledì 15 ottobre 2008
Cambiamenti climatici, milioni di persone a rischio
Fame, malattie e cambiamenti climatici: un legame sempre piu' stretto e che porta con se' drammatiche incognite, cui gli esperti del panel sul clima in seno alle Nazioni Unite (Ipcc) hanno cercato di dare una prima risposta. Ma le loro proiezioni lo hanno confermato: malnutrizione ed epidemie aumenteranno con l'acuirsi degli effetti del surriscaldamento del pianeta e avranno ripercussioni negative su milioni di persone. Partono da qui le riflessioni del seminario 'Cambiamento climatico e impatti sanitari su cibo, acqua e nutrizione', che apre la settimana di iniziative alla Fao per la 'Giornata mondiale dell'Alimentazione', dedicata quest'anno proprio al tema del cambiamento climatico e della bioenergia. L'incontro e' organizzato da Organizzazione mondiale della sanita' ufficio Europeo (Oms Europa), Autorita' europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e dalla Fao, in collaborazione con il ministero del Lavoro, Salute e Affari sociali. Anche se in Europa tutti saranno colpiti, non lo saranno nello stesso modo. Il cambiamento climatico puo' peggiorare significativamente le disuguaglianze nello stato di salute tra Paesi e all'interno degli stessi, e creare ulteriore pressione sui piu' poveri (secondo l'Oms gia' oggi oltre 60 milioni di persone in Europa dell'est vivono in assoluta poverta'). Non solo. Gli esperti hanno stimato che entro la fine di questo secolo il costo globale del cambiamento climatico potrebbe arrivare al 5 per cento del Pil. Una minaccia "reale", hanno sottolineato dal seminario, che rischia di annullare i progressi ottenuti verso il raggiungimento degli Obiettivi Onu del millennio: la poverta' non puo' essere eliminata, mentre il degrado ambientale inasprisce la malnutrizione e le malattie trasmesse da acqua e cibo. Per questo, hanno ammonito dalla Fao Marc Danzon, direttore regionale Oms per l'Europa, "di fronte a quello che sappiamo sulle serie minacce poste dal cambiamento climatico alla salute, la questione oggi non e' se un'azione di sanita' pubblica sia necessaria ma quale azione intraprendere e come". Occorre al piu' presto, ha aggiunto, "garantire acqua pulita e igiene, alimenti sicuri e in quantita' adeguate, sorveglianza delle malattie e risposta, preparazione alle emergenze". E inoltre serve "sensibilizzare gli operatori sanitari sulle malattie legate al cambiamento climatico -ha continuato- fornire un'informazione accurata e tempestiva ai cittadini; stimolare all'azione i settori in cui la riduzione delle emissioni puo' produrre effetti benefici per la salute. Prima agiremo, maggiori saranno i benefici e minori i costi".Per contribuire a proteggere la salute dei consumatori, ha spiegato il direttore esecutivo Efsa, signora Catherine Geslain-Laneelle, "l'agenzia europea e' pronta a valutare i rischi futuri nella catena alimentare e ha gia' fatto numerosi passi in avanti in questo senso, creando ad esempio un dipartimento dedicato ai rischi emergenti". (fonte: Agi)
lunedì 13 ottobre 2008
«Ambiente, i conti non tornano»
L’ALLARME LANCIATO DA MOHAN MUNASINGHE, ESPERTO ONU DI CLIMA. Dal Giorno
«Si deve cominciare oggi. Occorre partire subito per avere politiche più equilibrate fra il 2020 e il 2040». Mohan Munasinghe, professore dello Sri Lanka titolare di una cattedra a Manchester, vice presidente della Commissione intergovernativa delle Nazioni Unite per il cambiamento del clima (in sigla Ipcc), covincitore del premio Nobel per la pace del 2007, non ammette distinguo. I dati sono clamorosi. Secondo il segretario generale del «Club di Roma» Martin Lees negli ultimi due anni la terra ha perso il 22 per cento dei ghiacciai. Due miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno, mentre si profila all’orizzonte un pari numero di appartenenti alla ‘borghesia’ che consuma intensamente. Mikhail Gorbaciov aggiunge di suo che l’inquinamento cinese è approdato nella Siberia russa. Stiamo consumando, sempre secondo il «Club di Roma», il 125 per cento delle risorse biologiche del pianeta. Che fare quindi professore? «Occorre partire, cominciare, non basta più parlarne. Sono necessari una nuova forza morale e più leader che pensino al bene comune. Assistiamo al fallimento dei neoconservatori. Erano convinti che dall’inseguimento dell’interesse personale scaturisse qualcosa di positivo per tutta la società. Così siamo arrivati ai mutui subprime». Il primo passo quale dovrebbe essere? «Costruire il consenso. Si debbono abbattere le paratie che dividono gli esperti. Esistono soluzioni multiple con benefici per tutti». Per esempio? «Il caso più tipico è la conservazione di energia. E’ un bene per tutti. Oppure la riforestazione. Giova all’ambiente e crea posti di lavoro. Per le soluzioni più conflittuali si possono cercare compromessi. Senza contare che nel giro di dieci – quindici anni possono maturare nuove soluzioni tecniche». Non c’è più tempo? «Prenda il caso del Darfur, dove sono morte migliaia di persone (per la repressione del governo di Khartum a danno delle minoranze nere e cristiane ndr). Il cambiamento climatico ha esacerbato la carenza d’acqua e di terra. Le Maldive sono solo pochi centimetri sopra il livello dell’oceano che è cresciuto di sedici centimetri nell’ultimo secolo...». Munasinghe lancia il suo appello dopo essere intervenuto al convegno su ambiente e mass media organizzato dal «World political forum» di Gorbaciov. L’ex presidente dell’Urss è impegnato nella sua sfida più recente, la glasnost planetaria sull’ecologia. «Attorno a Mosca — si infervora — c’è una battaglia su ogni metro quadrato di terra. La gente difende il posto nel quale vive. La Duma, il Parlamento, si occupa del problema quasi tutti i giorni».
«Si deve cominciare oggi. Occorre partire subito per avere politiche più equilibrate fra il 2020 e il 2040». Mohan Munasinghe, professore dello Sri Lanka titolare di una cattedra a Manchester, vice presidente della Commissione intergovernativa delle Nazioni Unite per il cambiamento del clima (in sigla Ipcc), covincitore del premio Nobel per la pace del 2007, non ammette distinguo. I dati sono clamorosi. Secondo il segretario generale del «Club di Roma» Martin Lees negli ultimi due anni la terra ha perso il 22 per cento dei ghiacciai. Due miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno, mentre si profila all’orizzonte un pari numero di appartenenti alla ‘borghesia’ che consuma intensamente. Mikhail Gorbaciov aggiunge di suo che l’inquinamento cinese è approdato nella Siberia russa. Stiamo consumando, sempre secondo il «Club di Roma», il 125 per cento delle risorse biologiche del pianeta. Che fare quindi professore? «Occorre partire, cominciare, non basta più parlarne. Sono necessari una nuova forza morale e più leader che pensino al bene comune. Assistiamo al fallimento dei neoconservatori. Erano convinti che dall’inseguimento dell’interesse personale scaturisse qualcosa di positivo per tutta la società. Così siamo arrivati ai mutui subprime». Il primo passo quale dovrebbe essere? «Costruire il consenso. Si debbono abbattere le paratie che dividono gli esperti. Esistono soluzioni multiple con benefici per tutti». Per esempio? «Il caso più tipico è la conservazione di energia. E’ un bene per tutti. Oppure la riforestazione. Giova all’ambiente e crea posti di lavoro. Per le soluzioni più conflittuali si possono cercare compromessi. Senza contare che nel giro di dieci – quindici anni possono maturare nuove soluzioni tecniche». Non c’è più tempo? «Prenda il caso del Darfur, dove sono morte migliaia di persone (per la repressione del governo di Khartum a danno delle minoranze nere e cristiane ndr). Il cambiamento climatico ha esacerbato la carenza d’acqua e di terra. Le Maldive sono solo pochi centimetri sopra il livello dell’oceano che è cresciuto di sedici centimetri nell’ultimo secolo...». Munasinghe lancia il suo appello dopo essere intervenuto al convegno su ambiente e mass media organizzato dal «World political forum» di Gorbaciov. L’ex presidente dell’Urss è impegnato nella sua sfida più recente, la glasnost planetaria sull’ecologia. «Attorno a Mosca — si infervora — c’è una battaglia su ogni metro quadrato di terra. La gente difende il posto nel quale vive. La Duma, il Parlamento, si occupa del problema quasi tutti i giorni».
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venerdì 3 ottobre 2008
Wwf: abbattere i gas serra per risparmiare sulla spesa sanitaria in Europa
Se l’Unione Europea deciderà di intraprendere delle serie politiche per il clima, portando al target del 30 per cento la riduzione di gas serra, il risparmio che si avrà in termini di spese sanitarie sarà di circa 76 miliardi di euro l’anno. La stima arriva da uno studio del Wwf, che analizza proprio i benefici per la salute che si realizzerebbero se l’obiettivo dell’Ue di ridurre le emissioni di gas serra dal 20 al 30 per cento entro il 2020 verrà conseguito senza ritardi.Il risparmio di spese sanitarie per il target del 20 per cento sarebbe di 51 miliardi di euro, ma salirebbe a oltre 76 se il taglio fosse del 30 per cento: ciò vuol dire che il risparmio ulteriore per l’Ue, raggiungendo l’obiettivo di riduzione delle emissioni raccomandato dal Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), sarebbe di almeno 25 miliardi di euro di spese mediche l’anno, ovvero del 48%. La stima è calcolata sulla base delle spese derivanti dalle cure mediche, dalla perdita di giorni di lavoro e dai costi sostenuti dagli ospedali. Diminuire le emissioni di gas serra del 30 per cento entro il 2020 vorrebbe dire 8.000 ricoveri in meno (5.800 con il target del 20 per cento) e circa 2 milioni di giornate di lavoro in più.Cifre, quelle dei danni alla salute legate all’inquinamento, che non accennano a ridimensionarsi: la Commissione europea stima che ogni anno 369.000 persone muoiano prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico, e che queste morti e le cure mediche associate costino il 3-9 per cento del Pil europeo.‘’Finora le discussioni sul cambiamento climatico si sono focalizzate solo sui costi per l’industria e l’economia, mentre i costi per la società sono sempre rimasti sullo sfondo'’, commenta Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia. Da qui l’impegno del Wwf Italia, che con la Campagna GenerAzione Clima supporterà la grande pressione sui parlamentari e sui governi portata avanti a livello europeo dal Wwf affinché le trattative portino a un risultato positivo per il clima. Intanto, ricorda l’associazione, due importanti appuntamenti sono alle porte: il 14-15 ottobre il Consiglio Europeo a Bruxelles vedrà i capi di Stato e di Governo discutere della questione clima. Altro appuntamento decisivo per chiudere il pacchetto europeo sul clima sarà, poi, il 20-21 ottobre con il Consiglio ambientale europeo a Lussemburgo con i ministri dell’Ambiente europei. (Ansa)
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lunedì 29 settembre 2008
Cresce oltre ogni previsione l’anidride carbonica nell’atmosfera
Dall'Unità
L’emissione di carbonio in atmosfera da combustibili fossili è aumentata al ritmo del 3,5% annuo tra il 2000 e il 2007. Una velocità di crescita senza precedenti, addirittura quattro volte superiore a quella (0,9% annuo) fatta registrare nell’ultimo decennio del secolo scorso, tra il 1990 e il 1999. In termini assoluti, le emissioni annue di carbonio da combustibili fossili in atmosfera sono aumentate del 38% rispetto al 1990, passando da 6,2 a 8,5 miliardi di tonnellate. A queste emissioni bisogna aggiungere quelle derivanti dai processi di deforestazione - ancora attivi nelle foreste tropicali dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa - pari a 1,5 miliardi di tonnellate di carbonio. In pratica, a causa delle attività umane, ogni anno in atmosfera vengono immessi 10 miliardi di tonnellate di carbonio, aggiuntivi rispetto a quelle del ciclo naturale.È anche per questo che cresce la velocità con cui l’anidride carbonica si sta accumulando in atmosfera: nel 2007 l’aumento è stato di 2,2 parti per milione (ppm)- superiore alla media del periodo compreso tra il 2000 e il 2006 (2,0 ppm per anno) e decisamente superiore alla media di accumulo dei venti anni precedenti (1,5 ppm per anno). Di conseguenza, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha raggiunto nel 2007 il valore di 383 ppm. Una concentrazione superiore del 37% rispetto a quella di epoca preindustriale e mai raggiunta, sul pianeta, negli ultimi 650.000 anni e, probabilmente, negli ultimi 20 milioni di anni. Una condizione inedita per la specie umana e forse mai sperimentata da alcuna grande scimmia antropomorfa.Sono questi, in estrema sintesi, i dati del «Carbon Budget 2007» organizzati sulla base della migliore letteratura scientifica esistente e pubblicati nei giorni scorsi dal Global Carbon Project degli Stati Uniti. Sono dai dati piuttosto importanti. Perché da essi risulta che le emissioni antropiche di carbonio stanno aumentando a un ritmo superiore a ogni scenario previsto dall’IPCC, il gruppo di scienziati che segue le questioni dei cambiamenti climatici per conto della nazioni Unite. L’IPCC - e la gran parte dei climatologi del pianeta - trova infatti una correlazione stretta tra l’aumento dell’anidride carbonica e di altri gas serra in atmosfera e i mutamenti climatici, che stiamo già sperimentando e che potrebbero portare a un ulteriore incremento della temperatura media del pianeta compresa tra 2 e 6 gradi entro la fine di questo secolo. A cosa è dovuto questo deciso e, per certi versi, imprevisto aumento delle emissioni di carbonio? Secondo gli analisti del Global Carbon Project le cause sono tre, anche se hanno un peso diverso. La prima e la più importante, responsabile per il 65% dell’aumento delle emissioni, è la crescita dell’economia umana a scala globale (vedi scheda, ndr). In realtà, un buon 15% delle emissioni antropiche di carbonio in atmosfera è dovuto alla deforestazione.Una seconda causa, cui va attribuito il 17% dell’aumento delle emissioni antropiche, è costituita dalla crescita della «carbon intensity», ovvero dalle emissioni di carbonio per unità di ricchezza prodotta. La «carbon intensity» è un indicatore dell’efficienza della produzione. Da molti anni a questa parte questo indicatore tendeva a migliorare. Da qualche anno, invece, il sistema produttivo globale non solo non sta recuperando efficienza, ma la sta perdendo. A causa, soprattutto, della crescita impetuosa di alcuni paesi, ma anche - si pensi all’Italia - della incapacità di innovare e, soprattutto, di innovare in senso ecologico.Una terza causa, infine, non meno preoccupante certo più incontrollabile delle altre due è la perdita di efficienza dei sistemi naturali - in particolare degli oceani dell’emisfero meridionale - ad assorbire carbonio. Questa perdita di capacità è responsabile del 18% dell’incremento delle emissioni di carbonio.Questi dati parlano da soli. La realtà delle emissioni antropiche di gas serra risulta peggiore del peggiore scenario preso in considerazione. Il carbonio in atmosfera si sta accumulando a velocità superiore a ogni previsione. A Rio, nel 1992, l’umanità si era impegnata, con la Convenzione sul Clima, a stabilizzare le emissioni ai livelli del 1990 in attesa di abbatterle. Al contrario, le emissioni sono aumentate di quasi il 40%. Il Protocollo di Kyoto - che impegna pochi paesi a un piccolo taglio delle emissioni - non basta. Occorre un nuovo accordo, che coinvolga tutti. Da alcune settimane Ban Ki-moon, il segretario generale delle Nazioni Unite, insiste perché questo nuovo negoziato parta subito, entro il 2008. Alla luce di questi dati la sua fretta appare più che mai giustificata.
L’emissione di carbonio in atmosfera da combustibili fossili è aumentata al ritmo del 3,5% annuo tra il 2000 e il 2007. Una velocità di crescita senza precedenti, addirittura quattro volte superiore a quella (0,9% annuo) fatta registrare nell’ultimo decennio del secolo scorso, tra il 1990 e il 1999. In termini assoluti, le emissioni annue di carbonio da combustibili fossili in atmosfera sono aumentate del 38% rispetto al 1990, passando da 6,2 a 8,5 miliardi di tonnellate. A queste emissioni bisogna aggiungere quelle derivanti dai processi di deforestazione - ancora attivi nelle foreste tropicali dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa - pari a 1,5 miliardi di tonnellate di carbonio. In pratica, a causa delle attività umane, ogni anno in atmosfera vengono immessi 10 miliardi di tonnellate di carbonio, aggiuntivi rispetto a quelle del ciclo naturale.È anche per questo che cresce la velocità con cui l’anidride carbonica si sta accumulando in atmosfera: nel 2007 l’aumento è stato di 2,2 parti per milione (ppm)- superiore alla media del periodo compreso tra il 2000 e il 2006 (2,0 ppm per anno) e decisamente superiore alla media di accumulo dei venti anni precedenti (1,5 ppm per anno). Di conseguenza, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha raggiunto nel 2007 il valore di 383 ppm. Una concentrazione superiore del 37% rispetto a quella di epoca preindustriale e mai raggiunta, sul pianeta, negli ultimi 650.000 anni e, probabilmente, negli ultimi 20 milioni di anni. Una condizione inedita per la specie umana e forse mai sperimentata da alcuna grande scimmia antropomorfa.Sono questi, in estrema sintesi, i dati del «Carbon Budget 2007» organizzati sulla base della migliore letteratura scientifica esistente e pubblicati nei giorni scorsi dal Global Carbon Project degli Stati Uniti. Sono dai dati piuttosto importanti. Perché da essi risulta che le emissioni antropiche di carbonio stanno aumentando a un ritmo superiore a ogni scenario previsto dall’IPCC, il gruppo di scienziati che segue le questioni dei cambiamenti climatici per conto della nazioni Unite. L’IPCC - e la gran parte dei climatologi del pianeta - trova infatti una correlazione stretta tra l’aumento dell’anidride carbonica e di altri gas serra in atmosfera e i mutamenti climatici, che stiamo già sperimentando e che potrebbero portare a un ulteriore incremento della temperatura media del pianeta compresa tra 2 e 6 gradi entro la fine di questo secolo. A cosa è dovuto questo deciso e, per certi versi, imprevisto aumento delle emissioni di carbonio? Secondo gli analisti del Global Carbon Project le cause sono tre, anche se hanno un peso diverso. La prima e la più importante, responsabile per il 65% dell’aumento delle emissioni, è la crescita dell’economia umana a scala globale (vedi scheda, ndr). In realtà, un buon 15% delle emissioni antropiche di carbonio in atmosfera è dovuto alla deforestazione.Una seconda causa, cui va attribuito il 17% dell’aumento delle emissioni antropiche, è costituita dalla crescita della «carbon intensity», ovvero dalle emissioni di carbonio per unità di ricchezza prodotta. La «carbon intensity» è un indicatore dell’efficienza della produzione. Da molti anni a questa parte questo indicatore tendeva a migliorare. Da qualche anno, invece, il sistema produttivo globale non solo non sta recuperando efficienza, ma la sta perdendo. A causa, soprattutto, della crescita impetuosa di alcuni paesi, ma anche - si pensi all’Italia - della incapacità di innovare e, soprattutto, di innovare in senso ecologico.Una terza causa, infine, non meno preoccupante certo più incontrollabile delle altre due è la perdita di efficienza dei sistemi naturali - in particolare degli oceani dell’emisfero meridionale - ad assorbire carbonio. Questa perdita di capacità è responsabile del 18% dell’incremento delle emissioni di carbonio.Questi dati parlano da soli. La realtà delle emissioni antropiche di gas serra risulta peggiore del peggiore scenario preso in considerazione. Il carbonio in atmosfera si sta accumulando a velocità superiore a ogni previsione. A Rio, nel 1992, l’umanità si era impegnata, con la Convenzione sul Clima, a stabilizzare le emissioni ai livelli del 1990 in attesa di abbatterle. Al contrario, le emissioni sono aumentate di quasi il 40%. Il Protocollo di Kyoto - che impegna pochi paesi a un piccolo taglio delle emissioni - non basta. Occorre un nuovo accordo, che coinvolga tutti. Da alcune settimane Ban Ki-moon, il segretario generale delle Nazioni Unite, insiste perché questo nuovo negoziato parta subito, entro il 2008. Alla luce di questi dati la sua fretta appare più che mai giustificata.
martedì 23 settembre 2008
Un´Italia più calda a rischio malaria
"Zone sempre più ampie sono minacciate da patologie legate a insetti", dice Repubblica
«Andiamo incontro a tempi difficili, a una pressione climatica che rischia di azzerare i vantaggi faticosamente conquistati nei decenni in cui le condizioni di vita e di salute sono migliorate in ampie aree del pianeta». Roberto Bertollini, responsabile del rapporto tra cambiamento climatico e salute, coordina il gruppo di esperti dell´Organizzazione mondiale di sanità che sta preparando l´aggiornamento sull´impatto del global warming.L´ultima stima Oms è ormai datata: nel 2000 si parlava di 150 mila morti all´anno causati dall´incremento dell´effetto serra.«Effettivamente è una valutazione ormai superata. Anche grazie al lavoro svolto dall´Ipcc, l´Intergovernamental Panel on Climate Change, oggi abbiamo di fronte un quadro della situazione molto più preciso e possiamo affermare che la situazione è cambiata in maniera significativa sia per l´aggravarsi dei fattori che all´epoca erano già stati evidenziati, sia per l´emergere di nuove preoccupazioni».Quali sono i fattori di rischio emersi di recente?«In alcuni casi il rischio è totale: interi stati formati da piccole isole possono sparire dalla carta geografica a causa della risalita del livello dei mari. E poi non ci sono più dubbi sul drammatico aumento, sia dal punto di vista della frequenza che dell´intensità, degli eventi meteorologici estremi che hanno un impatto devastante diretto, in termini di vittime e di feriti, e strascichi pericolosi determinati dalla distruzione delle strutture sanitarie che lascia intere zone esposte al pericolo di epidemie».Un rischio che potrebbe essere ridotto adattando le infrastrutture sanitarie al nuovo clima.«Questo è uno dei temi all´ordine del giorno. Siamo di fronte a un cambiamento strutturale dell´impatto degli eventi estremi che richiede una diversa pianificazione del territorio: bisogna costruire le infrastrutture critiche dal punto di vista della difesa della salute in modo che resistano a sollecitazioni consistenti».Altri impatti sanitari non previsti?«Almeno altri due. Il primo è legato all´estendersi delle aree desertificate e alla misura degli effetti dei periodi di siccità che stanno raggiungendo una durata drammatica, come dimostra quello che è successo in Australia. Tutto ciò ha un impatto sui raccolti che si traduce in un indebolimento significativo di fasce della popolazione».Il secondo impatto?«L´aumento dei calcoli renali a seguito della crescita media della temperatura. Un fenomeno che si spiega con l´alterazione del bilancio idrico provocato dalla maggiore sudorazione».Le stime sugli effetti prodotti dalle ondate di calore e dall´allargarsi dell´area a rischio malaria e dengue sono state confermate?«Con alcune correzioni che vanno in direzione della crescita della preoccupazione. La violenza dell´ondata di calore che ha colpito l´Europa nel 2003 non era prevedibile: si è registrato un aumento di mortalità per malattie cardiovascolari che ha colpito soprattutto gli anziani e che è costato 35 mila morti in poche settimane, nel momento di picco del fenomeno. C´è chi ha calcolato che, considerando gli effetti sull´intera estate, il bilancio arrivi a 60 mila vittime. Inoltre bisogna tener presenti le conseguenze dell´esposizione delle popolazioni urbane a una quantità di ozono troposferico che cresce con il crescere dell´insolazione»La malaria potrebbe tornare in Italia?«Tutte le patologie legate agli insetti stanno minacciando zone sempre più ampie perché si allarga l´area dei tropici. L´Italia per ora rimane al margine di questo fenomeno: un ulteriore aumento della temperatura farebbe aumentare il rischio. Lo abbiamo visto anche con la chikungunya, una sorta di influenza che provoca problemi alle ossa e dolori articolari: tra luglio e agosto nella zona di Ravenna si sono registrati casi sporadici favoriti dalla presenza della zanzara tigre che, con inverni miti, potrebbe continuare a ospitare questo virus rendendo endemico un rischio che al momento non lo è».Ci sono poi i pericoli legati alla diminuzione della disponibilità di acqua pulita, che già costa la vita a 3,4 milioni di persone ogni anno.«L´insieme di queste preoccupazioni è oggetto del negoziato sul cambiamento climatico. Come Oms sottolineiamo la necessità di difendere gli investimenti per la tutela della salute nelle aree a maggior rischio e, nel maggio scorso, l´assemblea mondiale della sanità dei ministri della salute dei paesi di tutto il mondo ha deliberato di chiedere uno sforzo maggiore a livello internazionale».
Guarda l'intervista sull'energia responsabile di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni
«Andiamo incontro a tempi difficili, a una pressione climatica che rischia di azzerare i vantaggi faticosamente conquistati nei decenni in cui le condizioni di vita e di salute sono migliorate in ampie aree del pianeta». Roberto Bertollini, responsabile del rapporto tra cambiamento climatico e salute, coordina il gruppo di esperti dell´Organizzazione mondiale di sanità che sta preparando l´aggiornamento sull´impatto del global warming.L´ultima stima Oms è ormai datata: nel 2000 si parlava di 150 mila morti all´anno causati dall´incremento dell´effetto serra.«Effettivamente è una valutazione ormai superata. Anche grazie al lavoro svolto dall´Ipcc, l´Intergovernamental Panel on Climate Change, oggi abbiamo di fronte un quadro della situazione molto più preciso e possiamo affermare che la situazione è cambiata in maniera significativa sia per l´aggravarsi dei fattori che all´epoca erano già stati evidenziati, sia per l´emergere di nuove preoccupazioni».Quali sono i fattori di rischio emersi di recente?«In alcuni casi il rischio è totale: interi stati formati da piccole isole possono sparire dalla carta geografica a causa della risalita del livello dei mari. E poi non ci sono più dubbi sul drammatico aumento, sia dal punto di vista della frequenza che dell´intensità, degli eventi meteorologici estremi che hanno un impatto devastante diretto, in termini di vittime e di feriti, e strascichi pericolosi determinati dalla distruzione delle strutture sanitarie che lascia intere zone esposte al pericolo di epidemie».Un rischio che potrebbe essere ridotto adattando le infrastrutture sanitarie al nuovo clima.«Questo è uno dei temi all´ordine del giorno. Siamo di fronte a un cambiamento strutturale dell´impatto degli eventi estremi che richiede una diversa pianificazione del territorio: bisogna costruire le infrastrutture critiche dal punto di vista della difesa della salute in modo che resistano a sollecitazioni consistenti».Altri impatti sanitari non previsti?«Almeno altri due. Il primo è legato all´estendersi delle aree desertificate e alla misura degli effetti dei periodi di siccità che stanno raggiungendo una durata drammatica, come dimostra quello che è successo in Australia. Tutto ciò ha un impatto sui raccolti che si traduce in un indebolimento significativo di fasce della popolazione».Il secondo impatto?«L´aumento dei calcoli renali a seguito della crescita media della temperatura. Un fenomeno che si spiega con l´alterazione del bilancio idrico provocato dalla maggiore sudorazione».Le stime sugli effetti prodotti dalle ondate di calore e dall´allargarsi dell´area a rischio malaria e dengue sono state confermate?«Con alcune correzioni che vanno in direzione della crescita della preoccupazione. La violenza dell´ondata di calore che ha colpito l´Europa nel 2003 non era prevedibile: si è registrato un aumento di mortalità per malattie cardiovascolari che ha colpito soprattutto gli anziani e che è costato 35 mila morti in poche settimane, nel momento di picco del fenomeno. C´è chi ha calcolato che, considerando gli effetti sull´intera estate, il bilancio arrivi a 60 mila vittime. Inoltre bisogna tener presenti le conseguenze dell´esposizione delle popolazioni urbane a una quantità di ozono troposferico che cresce con il crescere dell´insolazione»La malaria potrebbe tornare in Italia?«Tutte le patologie legate agli insetti stanno minacciando zone sempre più ampie perché si allarga l´area dei tropici. L´Italia per ora rimane al margine di questo fenomeno: un ulteriore aumento della temperatura farebbe aumentare il rischio. Lo abbiamo visto anche con la chikungunya, una sorta di influenza che provoca problemi alle ossa e dolori articolari: tra luglio e agosto nella zona di Ravenna si sono registrati casi sporadici favoriti dalla presenza della zanzara tigre che, con inverni miti, potrebbe continuare a ospitare questo virus rendendo endemico un rischio che al momento non lo è».Ci sono poi i pericoli legati alla diminuzione della disponibilità di acqua pulita, che già costa la vita a 3,4 milioni di persone ogni anno.«L´insieme di queste preoccupazioni è oggetto del negoziato sul cambiamento climatico. Come Oms sottolineiamo la necessità di difendere gli investimenti per la tutela della salute nelle aree a maggior rischio e, nel maggio scorso, l´assemblea mondiale della sanità dei ministri della salute dei paesi di tutto il mondo ha deliberato di chiedere uno sforzo maggiore a livello internazionale».
Guarda l'intervista sull'energia responsabile di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni
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venerdì 12 settembre 2008
"Alluvioni e siccità, ecco i nemici da combattere"
Da Repubblica, Vandana Shiva, fisico e ambientalista
«Mentre noi stiamo parlando al telefono, milioni di persone nella mia terra sono in fuga, cacciati dalle loro case dalla violenza dei cicloni. E nello stesso momento, in altri luoghi del mondo, milioni di esseri umani soffrono per la siccità che finirà per spingerne molti sulla via dell´esodo, in cerca di un luogo in cui il clima consenta di sopravvivere», Vandana Shiva, fisico, vincitrice del premio Nobel alternativo per la pace nel 1993 e animatrice di molte battaglie ambientaliste in India, lega l´esito dell´Expo di Saragozza alle cronache climatiche che mandano un messaggio sempre più chiaro.Le previsioni dell´Ipcc, la task force delle Nazioni Unite sul global warming, si stanno avverando. E il ritmo del cambiamento è addirittura superiore alle attese.«Infatti. La tendenza è stata più volte corretta tenendo conto dei nuovi dati che continuano a far crescere l´allarme. La lista degli uragani da temere si allunga, tanto che alle volte si finisce per esaurire la lista dei nomi a disposizione».Finora però l´attenzione si era focalizzata sull´abbinata clima - energia, cioè sulla necessità di intervenire sulle emissioni di anidride carbonica. Adesso la carenza di acqua sta diventando un tema centrale.«In realtà era centrale da molto tempo. Anche perché il cambiamento climatico è solo uno dei due principali responsabili del problema. L´altro è la follia della cosiddetta rivoluzione verde che ha introdotto l´agricoltura intensiva ad alto consumo di pesticidi e ad altissimo consumo idrico: la domanda di acqua, a parità di prodotto, è cresciuta di 10 volte. Una scelta irresponsabile».
«Mentre noi stiamo parlando al telefono, milioni di persone nella mia terra sono in fuga, cacciati dalle loro case dalla violenza dei cicloni. E nello stesso momento, in altri luoghi del mondo, milioni di esseri umani soffrono per la siccità che finirà per spingerne molti sulla via dell´esodo, in cerca di un luogo in cui il clima consenta di sopravvivere», Vandana Shiva, fisico, vincitrice del premio Nobel alternativo per la pace nel 1993 e animatrice di molte battaglie ambientaliste in India, lega l´esito dell´Expo di Saragozza alle cronache climatiche che mandano un messaggio sempre più chiaro.Le previsioni dell´Ipcc, la task force delle Nazioni Unite sul global warming, si stanno avverando. E il ritmo del cambiamento è addirittura superiore alle attese.«Infatti. La tendenza è stata più volte corretta tenendo conto dei nuovi dati che continuano a far crescere l´allarme. La lista degli uragani da temere si allunga, tanto che alle volte si finisce per esaurire la lista dei nomi a disposizione».Finora però l´attenzione si era focalizzata sull´abbinata clima - energia, cioè sulla necessità di intervenire sulle emissioni di anidride carbonica. Adesso la carenza di acqua sta diventando un tema centrale.«In realtà era centrale da molto tempo. Anche perché il cambiamento climatico è solo uno dei due principali responsabili del problema. L´altro è la follia della cosiddetta rivoluzione verde che ha introdotto l´agricoltura intensiva ad alto consumo di pesticidi e ad altissimo consumo idrico: la domanda di acqua, a parità di prodotto, è cresciuta di 10 volte. Una scelta irresponsabile».
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