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giovedì 31 maggio 2012

L’Agenzia europea dell'ambiente: come rendere le città luoghi più piacevoli in cui vivere

Il rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente (EEA) “ Urban adaptation to climate change in Europe” è il primo studio a livello europeo che fa il punto della situazione sulla vulnerabilità urbana ai cambiamenti climatici.
Secondo lo studio le migliori pratiche sono state in alcune città europee, tra cui Londra, Malmö, Łódź e Copenhagen.
E’ stato evidenziato che la maggiore vulnerabilità delle città, in cui risiede circa il 75% della popolazione europea, è insita nella composizione stessa delle aree urbane. Come primo esempio, la forte presenza di superfici artificiali e la scarsa presenza di verde determinano temperature più alte rispetto alle zone rurali e aumentano la percezione delle ondate di calore da parte dei cittadini.
In futuro la scarsità d’acqua, le inondazioni e le ondate di caldo saranno fenomeni sempre più frequenti e intensi, per questo gli amministratori dovrebbero investire quanto prima in misure di mitigazione. Infatti prima lo faranno minori saranno i costi.
Il report mostra come le politiche di adattamento non possano essere obiettivi locali ma richiedano azioni concertate a tutti i livelli politici. A tale proposito un ruolo fondamentale può essere svolto dall’UE con l’applicazione di politiche di sostegno coerenti.
Un primo passo in tal senso è stata la messa a punto della piattaforma web, recentemente inaugurata, European Climate Adaptation Platform Climate-ADAPT , che l’UE ha messo a disposizione sul sito dell’Agenzia europea dell'ambiente. Tale piattaforma vuole essere un supporto concreto per i politici a livello europeo, nazionale e regionale, al fine di garantire azioni concrete e mirate per fronteggiare i cambiamenti climatici e le loro conseguenze.

martedì 11 ottobre 2011

Ue contro i cambiamenti climatici

Il 10 ottobre 2011, in occasione del consiglio dei ministri europeo, i ministri dell'Ambiente hanno trovato un accordo sulla posizione dell'UE in vista dei cruciali colloqui sul clima a livello internazionale in programma a Durban, Sudafrica, alla fine di novembre. L'Unione europea chiede un unico strumento giuridicamente vincolante in grado di porre un limite al riscaldamento globale. È tuttavia disposta a considerare una proroga dell'attuale protocollo di Kyoto, che giunge a scadenza nel 2012, per un periodo transitorio limitato.

Il protocollo di Kyoto del 1997 stabilisce obiettivi in materia di emissioni di CO2 soltanto per i paesi industrializzati, mentre l'UE intende giungere ad un risultato che impegni tutte le grandi economie e ritiene necessaria una riduzione delle emissioni di gas serra a livello mondiale per prevenire le conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici.

Da tempo l'UE è in prima linea negli sforzi internazionali in materia di cambiamenti climatici. Ad esempio, al momento l'UE sta attuando il suo impegno unilaterale a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 di almeno il 20% rispetto ai livelli del 1990. Ha inoltre offerto di passare ad una riduzione del 30% entro 2020 nel quadro di un accordo globale sul clima a condizione che altri paesi si impegnino a fare la loro parte.

sabato 8 ottobre 2011

Per gli europei, i cambiamenti climatici preoccupano più della crisi economica

Secondo quanto leggo su Ecoblog, i cittadini europei pecepirebbero i pericoli del cambiamento climatico come più seri di quelli della crisi finanziaria. L’unico problema percepito come più rilevante e più urgente da risolvere è quello della povertà, almeno stando alle rilevazioni contenute nell’ultimo report dell’Eurobarometer della Commissione Europea.

Ecco cosa scrive Ecoblog:
"Gli europei che valutano il climate change un problema molto serio sono saliti dal 64% del 2009 al 68% di oggi ed in una scala da 0 a 10 lo collocano mediamente su un punteggio di 7.4 contro il 7.1 di 2 anni fa. Il messaggio che ci siano benefici anche economici nelle misure prese per ridurre le emissioni climalteranti è passato: 8 persone su 10 pensano che affrontando il problema si possono creare posti di lavoro e dare impulso alle asfittiche economie del Vecchio Continente. Gran parte del campione si dice apertamente favorevole ad un tipo di tassazione che incoraggio l’efficienza energetica sfavorendo i soggetti meno virtuosi".

Questi dati sono ritenuti incoraggianti da Connie Hedegaard, commissario europeo per l’azione per il clima, che ha dichiarato:

"Il sondaggio mostra che i cittadini sono consapevole che le sfide economiche non sono le uniche da affrontare. Una netta maggioranza degli europei si aspetta dai politici e dagli industriali una risposta alla sfida dei cambiamenti climatici. Il fatto che più di un tre quarti degli intervistati veda nel miglioramento dell’efficienza energetica un mezzo per creare posti di lavoro è un segnale forte per i decision makers europei. Tutto ciò è decisamente incoraggiante per noi."

giovedì 12 marzo 2009

Blitz di Greenpeace al Consiglio europeo

Blitz di Greenpeace ieri mattina al Consiglio europeo, dov’era in corso la riunione dei ministri finanziari dell’Ue. Un centinaio di manifestanti, dopo aver protestato per tutta la mattinata sotto la pioggia, si sono improvvisamente diretti verso tutte le entrate dell’edificio, riuscendo a bloccare i passaggi. Per venti minuti è stato assolutamente impossibile entrare o uscire dal palazzo. Bloccati anche i ministri, visto che all’ingresso vip - riservato all’accesso delle auto blu - alcuni attivisti si sono incatenati al cancello. La protesta di Greenpeace contro l’azione Ue sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici, giudicata del tutto insufficiente. (Il Mattino)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

lunedì 9 marzo 2009

Il buco dell'ozono? Può guarire

Clima, ambiente e riscaldamento globale. Come certificato dall’Organizzazione meteorologica mondiale, e confermato dall’Agenzia Spaziale Europea, nel 2008 il buco nell’ozono sull’Antartide ha superato l’estensione massima toccata nel 2007, raggiungendo 27 milioni di km quadrati. Sembra tuttavia esistere un rimedio al fenomeno, ed è forse il più inatteso, trattandosi del riscaldamento globale, che, secondo uno studio pubblicato dalla rivista Atmospheric Chemistry and Physics Discussion, mostrerebbe in questo caso un aspetto virtuoso. Gli autori, Qiang Fu e Yongyun Hu, docenti di scienze atmosferiche rispettivamente presso le Università di Washington e Pechino, analizzando i dati forniti dai satelliti e relativi agli anni dal 1979 al 2006, hanno scoperto una tendenza all’incremento della temperatura, a livello dello stratosfera, su ampie zone della regione polare antartica, durante l’inverno e la primavera. Il valore massimo di questo incremento, compreso tra sette e otto gradi, viene toccato nei mesi di settembre e ottobre (nell’emisfero sud del pianeta le stagioni sono rovesciate rispetto al nostro emisfero), ovvero il periodo dell’anno in cui il buco nell’ozono sull’Antartide tende a espandersi. Il calore penetra all’interno del vortice polare antartico, rendendolo instabile e impedendogli di mantenere le sue gelide temperature. Secondo gli studiosi, il fenomeno potrebbe accelerare la chiusura del buco nell’ozono, più di quanto facciano pensare previsioni meno ottimistiche, in quanto il modello da loro elaborato dimostra che essa è provocata dall’innalzamento della temperatura della superficie dei mari tropicali, a sua volta determinato dalle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Basse temperature polari riducono infatti la formazione di nuvole polari stratosferiche, sulle quali hanno luogo diverse reazioni chimiche che coinvolgono il cloro antropogenico e sono all’origine della rapida distruzione dell’ozonosfera. (Fonte: panorama.it)

martedì 3 marzo 2009

Ambiente, Ue divisa sugli interventi

Bisogna ripulire i cieli inquinati del mondo, questo l'Europa l'ha detto cento volte. E cento volte ha cercato di decidere come, senza mai riuscirci fino in fondo. Anche perché, in questo come in altri campi, non si balla da soli: pianeti ammorbati come la Cina o l'India, per ripulirsi chiedono sostegno, cioè finanziamenti. Ma quanti? E chi deve dare di più? Ieri, avrebbero dovuto dirlo i ministri dell'Ambiente della Ue riuniti a Bruxelles per parlare appunto di questo. Ma tutto si è concluso tra le scintille: tre ore in più di discussione non prevista, e alla fine un accordo solo di facciata limato a fatica dai cechi, presidenti di turno della Ue. Nessuna cifra sulla carta, di sicuro: ogni decisione è stata demandata al prossimo vertice dei capi di Stato e di governo, il 19 marzo.Soprattutto la Polonia, tormentata dal pensiero delle sue pestilenziali acciaierie ex sovietiche a carbone, ha puntato i piedi. Ma secondo fonti ufficiose vari altri Paesi, fra cui l'Italia rappresentata dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, erano pure d'accordo nel non indicare almeno per ora cifre precise, se non altro per motivi di tattica negoziale: perché questi numeri farebbero parte del «pacchetto » che l'Europa porterà alla conferenza di Copenaghen sul cambiamento del clima, e molti hanno pensato che non fosse il caso di scoprire da subito le carte. I numeri, comunque, sono circolati e continuano a circolare: secondo stime dell'Onu, i Paesi più inquinati degli altri continenti avrebbero bisogno di almeno 100 miliardi di euro da qui al 2020. Secondo altre fonti, sarebbero invece molti di più: dai 25 ai 52 miliardi all'anno e per un tempo più lungo, anche fino al 2030.Quanto all'Italia, alla riunione di ieri il ministro Prestigiacomo ha presentato l'agenda del G8 per l'ambiente che si svolgerà a Siracusa a il 22 e 24 aprile. «L'Italia è presidente del G8 ambiente e noi confidiamo — ha detto — di dare un contributo su temi come i cambiamenti climatici e la biodiversità, in particolare sul rapporto tra biodiversità ed economia, oltre alla possibilità di stabilire delle metodologie per la rilevazione della perdita di biodiversità». (Dal Corriere della Sera)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

venerdì 13 febbraio 2009

Anche il Comune di Foligno firma convenzione europea

Anche il Comune di Foligno ha firmato a Bruxelles la convenzione dei 400 Comuni europei che hanno aderito alla proposta della Ue in materia di cambiamento climatico, per favorire la riduzione delle emissioni di CO2 nell'atmosfera e incrementare l'uso delle energie rinnovabili. La delegazione del Comune di Foligno era composta dal sindaco Manlio Marini, dall'assessore all'ambiente, Paolo Trenta, e dal direttore generale del Comune, Alfiero Moretti. La cerimonia si e' svolta nella capitale belga nella sede del Parlamento Europeo, alla presenza del presidente della Commissione Europea, Jose' Manuel Barroso e del vicepresidente del Parlamento Europeo, Alejo Vidal-Quadras Roca. "Si e' trattato di un momento emozionante e al tempo stesso di grande valore politico - ha dichiarato il sindaco di Foligno, Manlio Marini - quello di incontrarsi, nella sede prestigiosa del Parlamento Europeo, con centinaia di sindaci in rappresentanza delle Nazioni d'Europa riunite per siglare un patto estremamente impegnativo sull'uso di energie rinnovabili per ridurre del 20 per cento, entro il 2020, le emissioni di CO2 nell'atmosfera e garantire una migliore qualita' di vita per i cittadini". (Agi)

Un progetto di risparmio ed efficienza energetica è stato lanciato dall’Eni di Paolo Scaroni più di un anno fa con l’obiettivo di permettere un risparmio del 30% sull’attuale bolletta energetica di ogni famiglia

mercoledì 11 febbraio 2009

"Premio Polena" a Bjorn Lomborg per «Il clima e il paradosso del safari»

Questa settimana il "Premio Polena" per l'articolo più interessante va a Bjorn Lomborg con «Il clima e il paradosso del safari» pubblicato sul "Sole 24 Ore" di domenica 1 febbraio 2009. Scrive Lomborg (fondatore del Copenhagen Consensus e autore de "L'ambientalista scettico. Non è vero che la terra è in pericolo") che il riscaldamento del pianeta non è contestabile, ma purtroppo l'efficacia delle proposte degli ambientalisti, soprattutto se si considera il rapporto costi/benefici, è molto discutibile.Barack Obama, nel suo libro "I sogni di mio padre", racconta che quando stava in Kenya e voleva andare a un safari, la sorella Auma lo rimproverava di avere un comportamento da colonialista. «Perchè mai - diceva - tutta quella terra dovrebbe essere riservata al turismo quando potrebbe invece essere destinata all'agricoltura», salvando in questo modo molti bambini dalla fame? L'aneddoto di Obama, sostiene Lomborg, trova un corrispettivo nell'attuale preoccupazione per il riscaldamento del pianeta.L'Unione Europea si è infatti impegnata a raggiungere in 12 anni l'ambizioso obiettivo di tagliare le emissioni di Co2 del 20% rispetto ai livelli del 1990, usando le energie rinnovabili. Una misura di questo tipo costerebbe più dell'1% del pil, e se anche tutto il mondo facesse altrettanto, il risultato sarebbe quello di abbassare la temperatura del pianeta di un ventesimo di grado Fahrenheit per la fine del secolo. Il tutto allo strabiliante costo di 10mila miliardi di dollari. Per molti meno soldi potremmo fornire a 2-3 miliardi di persone nel mondo i micronutrienti essenziali evitando forse un milione di morti e rendendo metà della popolazione mondiale più forte nel fisico e nella mente. I modelli economici dicono che il riscaldamento dell'ambiente produrrà di qui alla fine del secolo danni per il 3% del pil. Non è trascurabile ma non è la fine del mondo. Rimane invece il dilemma del safari: perché le nazioni spendono tanto contro i cambiamenti climatici per non ottenere praticamente nulla nell'arco di un secolo, quando spendendo meno soldi si potrebbe fare davvero tanto per il genere umano? (da il riformista)

mercoledì 4 febbraio 2009

La borsa delle emissioni

L'Unione Europea e l'America uniscono le forze per raggiungere l'obiettuvo comune, dice Il Sole 24 Ore

È notizia di questi giorni che la Commissione dell'Unione Europea propone agli Stati Uniti di creare un sistema transatlantico di scambio delle emissioni di CO2, sull'esempio della borsa dei diritti ad inquinare già creata in Europa, in un documento sulla lotta al cambiamento climatico, in preparazione della Conferenza di Copenaghen sul clima di *ne 2009. La proposta arriva mentre, con la nuova amministrazione di Barack Obama, gli Usa si preparano a voltare pagina nella politica contro il riscaldamento del pianeta, con una strategia molto più simile a quella molto attiva seguita dagli europei. Per certi versi la linea modernista del neoelette presidente sembra voler infrangere anche alcuni tabù ambientali da noi decisamente consolidati. Il documento raccomanda anche un aumento graduale degli investimenti mondiali per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra, con l'obiettivo di portarli a 175 miliardi di euro per anno nel 2020, di cui 30 miliardi destinati ad aiutare i Paesi più poveri. Tra le fonti possibili di *nanziamento previste dalla Commissione, c'è anche l'introduzione di una somma per ogni tonnellata di CO2 emessa dai paesi sviluppati: la ‘tassa' che andrebbe da un euro a tre euro potrebbe generare un reddito di 13 miliardi di euro nel 2013 e di 28 miliardi di euro nel 2020, secondo l'esecutivo europeo. L'Unione europea è responsabile ogni anno dell'emissione di quattro miliardi di tonnellate di CO2, pari al 14% del totale. In testa ci sono gli Stati Uniti con 5,8 miliardi di tonnellate di CO2 e la Cina (5,1 miliardi).

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

venerdì 30 gennaio 2009

La Ue propone un mercato globale delle emissioni

Dal Sole 24 Ore

L'Unione europea punta con decisione a un patto globale per contenere i cambiamenti climatici in prospettiva della Conferenza Onu che si terrà a dicembre a Copenaghen. E prevede la necessità di un investimento globale di 175 miliardi l'anno dal 2020 in poi per contenere l'aumento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 gradi rispetto al periodo preindustriale, evitando conseguenze pericolose.Il commissario Ue all'Ambiente, Stavros Dimas, ha presentato ieri a Bruxelles la strategia europea post-Kyoto sul clima, per il periodo seguente al 2012. L'obiettivo è di arrivare a un consenso sul taglio del 30% delle emissioni di Co2 da parte dei Paesi sviluppati entro il 2020, andando al di là del 20% che l'Unione europea si è comunque unilateralmente impegnata a conseguire con il pacchetto di misure approvate nel dicembre scorso. «È necessario un accordo globale stavolta » ha affermato Dimas, spiegando di aver ottenuto dal neopresidente Barak Obama assicurazioni sul pieno impegno degli Stati Uniti in tal senso. «È una grande novità rispetto all'era Bush che minacciava il veto su questi temi», ha detto il commissario, precisando tuttavia chela nuova amministrazione Usa probabilmente non sarà in grado di presentarsi a Copenhagen con una Borsa dei permessi di emissioni già operante, come quella europea.Le proposte della Commissione prevedono entro il 2015 l'istituzione di un mercato di Co2 globale, che copra tutti i Paesi dell'Ocse e lo sviluppo di fonti di finanziamento innovative basate sulle emissioni dei Paesi e sulle loro capacità finanziarie. Dimas ha però sottolineato che per arrivare a un accordo internazionale a Copenaghen è essenziale che i Paesi ricchi garantiscano ai Paesi in via di sviluppo i finanziamenti necessari. "No money, no deal" (niente patto senza denaro), ha avvertito il commissario.Gli investimenti globali dovrebbero aumentare progressivamente, culminando in 175 miliardi di euro aggiuntivi l'anno nel 2020, al netto dei ritorni derivanti dal risparmio energetico o dalle energie rinnovabili. Secondo la Commissione, una buona parte di questa cifra, attorno ai 95 miliardi di euro, dovrà essere investita nei Paesi in via di sviluppo. Il documento dell'Esecutivo Ue, tuttavia, non contiene più la proposta (presente nelle bozze di lavoro precedenti) dell'impegno esplicito europeo a finanziare con 30 miliardi di euro gli investimenti nei Paesi più poveri. Dimas ha però sostenuto che i finanziamenti pubblici necessari potranno essere ricavati da due diversi meccanismi, magari combinati insieme: un contributo dei Paesi ricchi proporzionale al Pil pro-capite, e un prelievo dagli introiti del commercio dei diritti di emissione. Il commissario ha anche sottolineato come le economie emergenti - Cina, India, Brasile, Messico - saranno a un certo punto in grado di "pagare da sole" per le misure contro il cambiamento climatico, senza dipendere più dalle sovvenzioni degli altri Paesi industrializzati.

giovedì 29 gennaio 2009

Pacchetto clima. L'Europa spera in Barack

Da l'Unità

Taglio del 30% entro il 2020 delle emissioni di Co2 dei Paesi sviluppati. Coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo e investimenti mondiali nella lotta al cambiamento climatico per 175 miliardi di euro all'anno fino al 2020.È questa la proposta della Commissione europea, presentata ieri dal commissario Ue all'Ambiente Stavros Dimas, per un accordo globale post-Kyoto alla conferenza Onu di Copenhagen di dicembre.Con la svolta ambientalista degli Stati Uniti, seguita all'elezione di Obama, l'Ue sente il traguardo più vicino. Del resto, ha osservato Dimas, il negoziatore americano sul clima designato da Obama è lo stesso Todd Stern che per conto di Clinton contribuì a ideare il protocollo di Kyoto.Il problema però, in tempi di crisi economica, sono i soldi. «Senza un pacchetto finanziario credibile non ci sarà accordo a Copenhagen», ha ammonito il commissario europeo: «no money, no deal», niente soldi, niente accordo.La proposta della Commissione, che i Ventisette dovranno approvare nel Summit del 19-20 marzo, prevede quindi l'istituzione entro il 2015 di un mercato del carbonio che comprenderà tutti i Paesi Ocse. Questo servirà a reperire i fondi, insieme a «fonti innovative di finanziamento internazionale basate sul principio 'chi inquina paga'». La metà dei 175 miliardi all'anno servirà ai Paesi in via di sviluppo, a cui non si chiederanno impegni vincolanti ma piani per ridurre la crescita delle emissioni del 15-30% rispetto ai livelli previsti a politiche invariate.«L'Europa va avanti con il suo progetto», ha commentato l'eurodeputato del Pd Guido Sacconi, «altro che le frenate di Berlusconi sul pacchetto clima!».

mercoledì 28 gennaio 2009

Aumentano gli investimenti ecosostenibili in Europa

L’Eurosif, un gruppo paneuropeo nato con la missione di indirizzare i finanziamenti europei verso mercati sostenibili, ha diffuso il rapporto della ricerca, giunto alla sua terza edizione, relativa agli investimenti sostenibili e responsabili. Nel bel mezzo della bufera economica che impone tagli alle spese delle aziende, le quali stanno attrivarsando grandi difficoltà di finanziamento dalle banche, ecco che avviene il ripensamento del sistema. In campo europeo, nonostante la crisi, si è avuta la prova che una direzione più “sensibile” ai temi socialmente responsabili è possibile: il rapporto dell’Eurosif evidenzia come la dimensione del mercato europeo relativo agli investimenti socialmente responsabili (SRI) abbia raggiunto un totale di 2.665 miliardi di €, che annualmente significa un incremento di ben il 42%.

lunedì 26 gennaio 2009

L’Europa crede ai cambiamenti climatici

Da L'Unità

I cittadini dell’Unione Europea pensano che i cambiamenti climatici siano il secondo problema più importante per l’umanità. Il primo è naturalmente la povertà. Così emerge da un sondaggio effettuato dall’Eurobarometro, lo strumento che si è dato la Commissione Europea per tastare il polso dei cittadini dell’Unione, nella primavera scorsa. Non solo. Il 60% degli intervistati pensa che quello dei cambiamenti climatici non sia un processo inarrestabile, ovvero che si può fare qualcosa per fermarlo, e il 65% che l’allarme non è stato esagerato. Tuttavia, alcuni paesi dell’Unione non si sentono sufficientemente informati sulle tematiche ambientali. Tra questi paesi c’è l’Italia.I dati sono stati presentati a Perugia durante il convegno «Cittadini nella società della conoscenza» organizzato dall’Arpa dell’Umbria. Il punto di partenza del convegno è una constatazione: siamo entrati nella società della conoscenza, ovvero in una società in cui la scienza è sempre più importante e entra nelle scelte che siamo chiamati a compiere quotidianamente. Eppure, proprio nel momento in cui la ricerca scientifica e tecnologica ha un ruolo centrale, intorno ad essa si crea un vuoto sociale. La scienza piace finché è una vetrina, ma non piace quando entra nei nostri spazi privati. Bisogna considerare, tra l’altro, che tra la comunità scientifica e la società ci sono vari intermediatori come la politica, le istituzioni e l’informazione. Il convegno ha voluto mettere insieme alcuni di questi attori (giornalisti, sociologi, politici, amministratori, scienziati) per cercare di riflettere su questi temi. In questo senso i dati che arrivano dalla comunità europea sono interessanti. Sui cambiamenti climatici la comunicazione almeno in parte ha funzionato. Molto meno su altri temi, come ad esempio le cellule staminali, gli Ogm o gli inceneritori. Il cammino per una partecipazione diretta della società alla produzione e alla valutazione della ricerca sarà lungo. Così come quello che porterà la scienza ad essere un fattore di inclusione sociale.

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

venerdì 23 gennaio 2009

Ambiente, «Lontani gli obiettivi Ue»

Analisi McKinsey sulla direttiva 20-20-20 pubblicata dal Sole 24 Ore

Gli obiettivi del pacchetto clima ed energia della Ue, il cosiddetto «20-20-20», non saranno raggiunti. Anche immaginando tutti gli interventi possibili, perfino ipotizzando che entro una dozzina d'anni siriesca nell'improbabile impresa di avviare un primo reattore nucleare (la produzione di elettricità con centrali atomiche non emette anidride carbonica), nel 2020 l'Italia continuerà a diffondere nell'aria circa 45 milioni di tonnellate di CO2 di troppo. In cifre: 524 milioni di tonnellate emesse contro le 480 tonnellate massime chieste dall'Europa. Emerge da uno studio realizzato dalla McKinsey, commissionato da Enel e presentato ieri a Roma al convegno «Il contributo dell'Italia nella lotta al cambiamento climatico» organizzato da Confindustria.Quale la ricetta? Ovviamente, a un problema complesso non si risponde con una soluzione semplice come quella individuata dall'Unione europea.Soluzione semplicistica in stile Bruxelles: creare vincoli, bastonare le facili emissioni delle centrali elettriche e dei settori ad alta intensità di energia. Un contributo verrà dal nucleare (dice Simone Mori dell'Enel) e dalle nuove tecnologie di cattura delle emissioni. Ma si otterrebbero effetti migliori – conferma Edoardo Zanchini della Legambiente – lavorando sulle case degli italiani (25 milioni di tonnellate di CO2 in meno) per dare loro un isolamento termico migliore e caldaie più efficienti, oppure con automobili e camion che consumano meno carburante (25 milioni di tonnellate in meno nel settore dei trasporti). «Noi abbiamo sostenuto la detrazione fiscale del 55% per le case efficienti», ricorda Andrea Moltrasio, vicepresidente per l'Europa della Confindustria, e «quell'esperienza ci conferma che il vero strumento è l'incentivazione, invece delle tasse. Questo serve ad accelerare un comportamento che comunque il mondo farà tramite l'innovazione tecnologica».In effetti, il mondo vede più avanti di Bruxelles. Come nel caso del nuovo programma climatico degli Usa tratteggiato da Barack Obama: «Per non perdere il treno internazionale trainato dagli Stati Uniti la Ue deve subito utilizzare la clausola di revisione nel pacchetto clima ed energia », avverte Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente che da anni lavora con gli stessi esperti Usa oggi al vertice dell'Amministrazione Obama.

giovedì 11 dicembre 2008

Clima e Ue, Berlusconi pronto a mettere il veto

Dal Corriere della Sera

L'Italia minaccia di bloccare il «pacchetto clima-ambiente» nel vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea oggi e domani a Bruxelles, dove è atteso un duro scontro tra vari Paesi membri interessati a modificare le regole del nascente mega-business dell'anti-inquinamento. «Se gli interessi italiani saranno colpiti io opporrò il diritto di veto e non avrò nessuna esitazione», ha affermato il premier Silvio Berlusconi, schierato sulla linea della Germania, che punta a tutelare le industrie nazionali dai maggiori costi imposti dalle restrizioni ecologiche. Il Regno Unito vorrebbe creare un vero mercato della compravendita delle emissioni inquinanti. I Paesi membri dell'Est si aspettano compensazioni dagli esborsi pagati dagli Stati più industrializzati. Il presidente francese di turno del-l'Ue, Nicolas Sarkozy, ha fatto elaborare una proposta di compromesso per graduare sulle esigenze nazionali il conseguimento nel 2020 del taglio delle emissioni inquinanti del 20%, dell'aumento del 20% delle energie rinnovabili e di un miglioramento del 20% dell'efficienza energetica. «La posizione del governo nella difficile trattativa in Europa è pienamente condivisibile », ha detto il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia chiedendo la «totale difesa» delle industrie di siderurgia, ceramica, vetro, carta, laterizi, chimica. Il sottosegretario Gianni Letta ha riunito a Palazzo Chigi i ministri Andrea Ronchi (Politiche comunitarie) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente) per preparare il vertice. «Abbiamo fissato i punti oltre i quale non si tratta più e va messo il veto », spiega Ronchi, fin dall'inizio portatore della difesa a oltranza dell'industria manufatturiera. «Per raggiungere un'intesa efficace occorre saldare i temi della lotta ai cambiamenti climatici con quello della crescita economica nei Paesi in via di sviluppo», ha detto la Prestigiacomo che ha auspicato una possibile svolta partendo per la Conferenza dell'Onu a Poznan sui cambiamenti climatici. Critiche al premier sono arrivate dall'opposizione, dopo la notizia dell'arretramento dal 41Ëš al 44Ëš posto dell'Italia nel Performance Index di German Watch, che valuta la lotta alle emissioni inquinanti nei 57 Paesi più significativi.

giovedì 4 dicembre 2008

Ambiente, è finito il tempo delle parole e dei rinvii

Non è solo la scienza a dirci che non è più il tempo delle parole. Ce lo dice ormai la vita di ogni giorno, sempre più funestata da quelle che, speculatori e profittatori, si ostinano a chiamare «catastrofi naturali» e che altro non sono che le figlie del loro insostenibile sistema di produzione e consumo. Rinviare ancora sarebbe un dramma: o si agisce ora o alla crisi economica e sociale, che sta sconvolgendo la vita di miliardi di donne e uomini, si aggiungerà sempre più quella ambientale e climatica che, in meno di un secolo, desertificherà gran parte della terra, la priverà dell'acqua sufficiente a dar da bere a tutti, innalzerà mari e oceani, e continuerà a moltiplicare uragani e tempeste. Ecco cosa è giusto aspettarsi dagli oltre ottomila delegati, in rappresentanza di 192 paesi del mondo, riuniti a Poznan: la consapevolezza che è finito il tempo delle parole e dei rinvii. Le speranze che l'esito sia questo sono notevoli. Le alimenta la vittoria di Barack Obama negli Stati uniti, soprattutto la sua ribadita volontà di fare dell'ambiente e in particolare della lotta al cambio di clima la base del green new deal. Le alimenta l'Europa, sebbene Berlusconi, che a Poznan si presenta forte delle sue decisioni unilaterali e vincolanti di procedere da sola nella lotta al riscaldamento globale, se il resto del mondo continuerà a non far nulla. Le alimenta infine la consapevolezza, maturata in paesi decisivi come Cina, Brasile, India, che la riconversione energetica e industriale, che la lotta ai cambiamenti climatici impone, è anche l'unica strada per uscire dalla crisi della globalizzazione liberista. (Da il manifesto)

Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente.

martedì 28 ottobre 2008

L’incubo clima

Il surriscaldamento globale e il cambiamento climatico sono diventati una spina nel fianco per gli europei: tre quarti della popolazione del Vecchio continente, infatti, lo considera come un problema molto serio. Questo è quanto emerge dalle ricerche condotte da Tns Infratest Political&Social per Eurobarometro. Secondo solo alla mancanza di beni alimentari, di acqua e più in generale alla povertà, il clima viene percepito come un problema fondamentale insieme al terrorismo, alla minaccia di conflitti armati e al riarmo nucleare. Hanno dimostrato maggior sensibilità rispetto a questa tematica gli uomini, le generazioni più giovani e tutti coloro che hanno un livello di istruzione più alto. (Da Affari & Finanza)

martedì 21 ottobre 2008

Dimas: ''Nessun rinvio su pacchetto Ue

Il commissario europeo all'Ambiente, Stavros Dimas, ha assicurato che non vi sara' alcun rinvio sull'approvazione del Pacchetto Clima-Energia e che l'Europa dara' l'esempio nello sforzo per stabilizzare gli effetti dei cambiamenti climatici. "Il Pacchetto conferma la leadership dell'Europa nell'affrontare i cambiamenti climatici perche' si propone come esempio", ha detto il commissario a margine del Consiglio Ue dell'Ambiente a Lussemburgo, "L'approvazione del pacchetto rafforzera' il nostro potere di trattativa nei negoziati internazionali. (Agi)

giovedì 16 ottobre 2008

Scontro sul clima, Italia pronta al veto

Per il "no" al piano di riduzione dei gas serra si schiera anche la Polonia, dice La repubblica

Un drammatico confronto sui cambiamenti climatici ha segnato la prima giornata del vertice europeo di Bruxelles, chiamato a dotare l´Ue degli strumenti per rispondere all´innalzamento delle temperature globali. Ad esasperare lo scontro sul pacchetto approvato faticosamente un anno e mezzo fa è stato il veto messo sul tavolo da Italia e Polonia, seguite con maggior prudenza da altri sette Paesi dell´Europa orientale. Più defilata la Germania, oggi dubbiosa sull´adozione definitiva di quelle regole la cui ideazione nel 2007 aveva rappresentato il fiore all´occhiello della presidenza di turno Ue della Cancelliera Angela Merkel.La posta in gioco è altissima. Da un lato la necessità di mettere l´Europa all´avanguardia nella lotta al cambiamento climatico con le regole per il post-Kyoto, i cui effetti scadono nel 2020: un´esigenza non rinviabile dal punto di vista scientifico e un´opportunità di crescita, visto che la leadership nell´economia pulita rappresenta una delle poche carte vincenti per l´Europa.D´altro lato la consapevolezza che oggi, all´alba di una dura crisi economica, impegnarsi su obiettivi ambiziosi potrebbe costare troppo a governi e industria, che nel breve periodo potrebbe perdere competitività rispetto alle economie emergenti che dell´ambiente se ne infischiano. Nel concreto il pacchetto Ue prevede di tagliare le emissioni industriali di Co2 del 20% entro il 2020, di accrescere l´incidenza delle fonti rinnovabili e di aumentare l´efficienza energetica. Ma lo scontro tocca anche il taglio dei gas di scarico delle automobili. Il tutto - è la speranza della Francia, presidente di turno dell´Ue - da approvare defnitivamente entro dicembre, in modo da portare l´Europa in una posizione di leadership al 2009, quando si apriranno le trattative internazionali sull´era post-Kyoto.La posizione italiana, già anticipata nelle scorse settimane, ieri è stata ribadita con veemenza dal premier Silvio Berlusconi. «Gli impegni che l´Unione europea si era data sotto presidenza tedesca - ha dichiarato - oggi si confrontano con la crisi. Non crediamo che questo sia il momento per andare avanti da soli e fare i Don Chisciotte». Il punto, ha sottolineato, è che «i maggiori produttori di Co2, Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione e l´economia italiana dovrebbe pagare 25 miliardi all´anno». Di fatto ad essere in discussione non sono gli obiettivi, ma le modalità del loro raggiungimento, con quattro punti «irrinunciabili» sottolineati a margine del summit dal ministro degli Esteri, Franco Frattini: abolizione dei target annuali intermedi, in modo da tirare le somme solo nel 2020 e dare tempo alla nuovo corso del nucleare italiano di abbattere le emissioni; annullare l´impegno a portare il taglio di Co2 al 30% in caso di accordo internazionale in seno all´Onu; ammorbidire gli impegni per le industrie atumobilistiche italiane; esentare i settori industriali che mangiano più energia dal sistema dai tetti delle emissioni (Ets).E a scoperchiare il vaso di Pandora ci si sono messi anche i polacchi, seguiti da sette paesi dell´ex blocco sovietico. Chiedono modifiche e più tempo per chiudere il pacchetto nella speranza di arrivare a gennaio, quando la presidenza di turno passerà alla Repubblica Ceca: per quanto ieri Praga si sia dimostrata neutrale per delicatezza istituzionale, sarebbe più propensa ad accettare le richieste dei vicini. Una prospettiva, quella del ritardo, che all´Italia non dispiacerebbe, anche se le nostre istanze sono diverse, e in alcuni passaggi contrastanti, da quelle del blocco dell´Est. Sul fronte opposto, schierate a fianco di Francia, Commissione e Parlamento Ue, spiccano Spagna e Gran Bretagna. Proprio ieri il premier Gordon Brown ha sottolineato che «non è assolutamente tempo di abbandonare l´agenda sui cambiamenti climatici». E oggi, dopo una lunga notte, si vedrà quanto avrà ottenuto il fronte del no.

mercoledì 15 ottobre 2008

La battaglia sui gas. L'Italia: ora più flessibilità

Difficile vertice europeo, oggi e domani, sulla lotta al cambiamento climatico. L'Italia ha chiesto più flessibilità nell'approvazione del «pacchetto» che prevede la riduzione delle emissioni inquinanti del 20% entro il 2020. Barroso: «Dobbiamo mantenere gli obiettivi» .