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lunedì 3 dicembre 2012
Il buco dell'ozono non è mai stato così piccolo
Il buco dell'ozono si sta riducendo: è la buona notizia che arriva dalla NASA e dall’Agenzia Americana per l’Atmosfera e gli Oceani (NOAA), i cui satelliti monitorano incessantemente lo stato di salute del Pianeta. Il merito, spiegano gli scienziati, è dell’aumento della temperatura degli strati più bassi dell’atmosfera (la stratosfera), la zona in cui l’ozono si dissolve a contatto con i raggi ultravioletti emanati dal sole. In generale, stando alle rilevazioni effettuate dai satelliti americani, il 2012 è “partito bene”, registrando dimensioni del buco dell’ozono ben al di sotto dei pericolosi picchi dei decenni passati. In media il diametro del buco è stato di 17,9 milioni di kmq, con un picco registrato il 22 settembre scorso quando l’ampiezza aveva raggiunto i 21,2 milioni di kmq (pari a Canada, Stati Uniti e Messico messi insieme). Una dimensione che, secondo le rilevazioni NASA, è la seconda più piccola negli ultimi 20 anni. Un dato decisamente più basso rispetto al picco record di quasi 30 milioni di kmq registrata il 6 settembre 2000. “Il buco dell'ozono è causato principalmente dal cloro prodotto dagli impianti industriali e i livelli di questa sostanza sono ancora rilevabili nella stratosfera antartica”, ha spiegato Paul Newman, scienziato del centro “Goddard Space Flight” della NASA specializzato nei fenomeni atmosferici. “Quest'anno – ha aggiunto - le naturali fluttuazioni atmosferiche hanno portato a riscaldare la stratosfera e queste temperature più alte hanno portato a ridurre il buco dell'ozono”. Solo un fenomeno naturale, dunque, dai benefici effetti, perciò lo scudo che protegge la Terra, trattenendo quasi il 99% delle pericolose radiazioni ultraviolette che provengono dal Sole, si è notevolmente ingrandito. D’altra parte, anche il “buco dell’ozono”, cioè la diminuzione dello spessore dello strato di ozono che si trova nella stratosfera e che ci protegge, appunto, dai raggi ultravioletti, è un fenomeno naturale e temporalmente limitato alla stagione primaverile nelle regioni polari. O meglio, sarebbe un fenomeno temporalmente limitato e naturale se non intervenisse il venefico effetto dell’Uomo. La NASA, che monitora il buco nell’ozono sull’Antartide fin dagli anni Settanta, rilevò da subito un graduale allargamento del buco. A partire dagli anni Ottanta infatti - spiega Newman - si è osservato che accanto a questo fenomeno naturale alcuni gas artificiali come i clorofluorocarburi (Cfc) contribuiscono all’assottigliamento dello strato di ozono, diminuendo le difese naturali di Gea. Da allora il fenomeno è costantemente monitorato. Secondo gli scienziati americani però non sarà possibile tornare alla situazione precedente gli anni Settanta prima del 2065. Quando le proiezioni dicono che il costante e graduale abbattimento dei gas-serra, cioè i gas che aggrediscono l’ozono, potrà far tornare il sereno sull’Antartide.
lunedì 29 novembre 2010
Vas Lombardia: immissioni ed emissioni sostenibili
Si terrà giovedì 16 dicembre 2010 a partire dalle ore 9.00, presso la Sala Consiglio della Camera di Commercio di Via Meravigli 9/B a Milano, l'ottava edizione del Convegno Nazionale Immissioni ed Emissioni Sostenibili dal titolo “Le emissioni nelle grandi città: piani e azioni per fermare l'inquinamento".
L'iniziativa si svolge con il contributo di Fondazione Cariplo, della Regione Lombardia, della
Provincia di Milano e con il patrocinio di Camera di Commercio e della Rappresentanza a Milano della Commissione Europea.
La partecipazione è gratuita.
Qui si può scaricare la scheda iscrizione:
Per informazioni e iscrizioni:
Vas Lombardia
Via Passerini 18 Milano
Tel. 02 66104888
Fax 02 89076020
segreteria@vaslombardia.org
www.vaslombardia.org
L'iniziativa si svolge con il contributo di Fondazione Cariplo, della Regione Lombardia, della
Provincia di Milano e con il patrocinio di Camera di Commercio e della Rappresentanza a Milano della Commissione Europea.
La partecipazione è gratuita.
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lunedì 9 marzo 2009
Il buco dell'ozono? Può guarire
Clima, ambiente e riscaldamento globale. Come certificato dall’Organizzazione meteorologica mondiale, e confermato dall’Agenzia Spaziale Europea, nel 2008 il buco nell’ozono sull’Antartide ha superato l’estensione massima toccata nel 2007, raggiungendo 27 milioni di km quadrati. Sembra tuttavia esistere un rimedio al fenomeno, ed è forse il più inatteso, trattandosi del riscaldamento globale, che, secondo uno studio pubblicato dalla rivista Atmospheric Chemistry and Physics Discussion, mostrerebbe in questo caso un aspetto virtuoso. Gli autori, Qiang Fu e Yongyun Hu, docenti di scienze atmosferiche rispettivamente presso le Università di Washington e Pechino, analizzando i dati forniti dai satelliti e relativi agli anni dal 1979 al 2006, hanno scoperto una tendenza all’incremento della temperatura, a livello dello stratosfera, su ampie zone della regione polare antartica, durante l’inverno e la primavera. Il valore massimo di questo incremento, compreso tra sette e otto gradi, viene toccato nei mesi di settembre e ottobre (nell’emisfero sud del pianeta le stagioni sono rovesciate rispetto al nostro emisfero), ovvero il periodo dell’anno in cui il buco nell’ozono sull’Antartide tende a espandersi. Il calore penetra all’interno del vortice polare antartico, rendendolo instabile e impedendogli di mantenere le sue gelide temperature. Secondo gli studiosi, il fenomeno potrebbe accelerare la chiusura del buco nell’ozono, più di quanto facciano pensare previsioni meno ottimistiche, in quanto il modello da loro elaborato dimostra che essa è provocata dall’innalzamento della temperatura della superficie dei mari tropicali, a sua volta determinato dalle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Basse temperature polari riducono infatti la formazione di nuvole polari stratosferiche, sulle quali hanno luogo diverse reazioni chimiche che coinvolgono il cloro antropogenico e sono all’origine della rapida distruzione dell’ozonosfera. (Fonte: panorama.it)
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giovedì 12 febbraio 2009
Qui Terra: punto di non ritorno
Da Il Sole 24 Ore
Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l'andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, "chief scientist" del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera.Un quadro che ribadisce l'importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO 2 nella nostra atmosfera.«Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO 2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni », sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l'altro una delle figure di punta dell'Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO 2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia d'anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 parti per milione (ppm) dell'inizio dell'era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.Insieme agli oceani i ghiacci si riscaldano rallentando l'innalzamento di temperature, proprio come farebbe l'impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di cominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In «Nature» Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell'Antartide in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto "buco nell'ozono" che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parte occidentale del continente. Un'ambiguità che era diventata un'argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L'analisi diSteig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell'ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo nella Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. «È un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell'emisfero meridionale – sottolineano gli esperti – difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all'aumento di concentrazione dei gas serra».Le tendenze future delle temperature sull'Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell'atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell'emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO 2 nell'atmosfera aumenti airitmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l'equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l'Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l'Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell'Ovest dell'Australia.Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tantopiù che il taglio delle emissioni continua a incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell'ipotesi di "Gaia", che propone di puntare sull'energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO 2 dall'atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l'agricoltura. «La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO 2 ogni anno, mentre l'uomo è responsabile dell'emissione di circa 30 – ha spiegato lo scienziato – .Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quota di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 in atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno».
Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l'andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, "chief scientist" del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera.Un quadro che ribadisce l'importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO 2 nella nostra atmosfera.«Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO 2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni », sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l'altro una delle figure di punta dell'Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO 2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia d'anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 parti per milione (ppm) dell'inizio dell'era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.Insieme agli oceani i ghiacci si riscaldano rallentando l'innalzamento di temperature, proprio come farebbe l'impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di cominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In «Nature» Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell'Antartide in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto "buco nell'ozono" che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parte occidentale del continente. Un'ambiguità che era diventata un'argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L'analisi diSteig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell'ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo nella Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. «È un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell'emisfero meridionale – sottolineano gli esperti – difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all'aumento di concentrazione dei gas serra».Le tendenze future delle temperature sull'Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell'atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell'emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO 2 nell'atmosfera aumenti airitmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l'equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l'Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l'Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell'Ovest dell'Australia.Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tantopiù che il taglio delle emissioni continua a incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell'ipotesi di "Gaia", che propone di puntare sull'energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO 2 dall'atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l'agricoltura. «La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO 2 ogni anno, mentre l'uomo è responsabile dell'emissione di circa 30 – ha spiegato lo scienziato – .Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quota di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 in atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno».
giovedì 22 gennaio 2009
Buco dell'ozono: una storia di successo, ma ancora senza il lieto fine
Le emissioni di sostanze che distruggono lo strato di ozono si sono drasticamente ridotte, scendendo da 1,5 miliardi di tonnellate nel 1989 agli 89 milioni di tonnellate nel 2005, da quando è stato rilevato per la prima volta il buco dell'ozono. Il progresso registrato finora, 20 anni dopo la firma del Protocollo di Montreal, dimostra quanto sia possibile realizzare quando i paesi si coalizzano per risolvere i problemi ambientali globali.I tassi di concentrazioni di clorofuorocarburi (CFC) nell'atmosfera hanno iniziato a diminuire, ma fino a che non caleranno in misura significativa e lo strato di ozono non riacquisterà il suo spessore, le radiazioni ultraviolette continueranno a minacciare la nostra salute, la produttività agricola e la vita delle specie animali. Dagli anni Novanta in poi, tutte le regioni del pianeta hanno rispettato in pieno gli impegni del Protocollo di Montreal, andando anche oltre le previsioni. In molti Stati i CFC sono stati aboliti, e anche i Paesi in via di sviluppo seguiranno questo esempio entro il 2010. Parimenti, in tutti i continenti è stato ridotto l'impiego di altre sostanze che intaccano l'ozonosfera. Rimane però da raggiungere il traguardo della totale eliminazione di queste sostanze, in armonia con quanto previsto dal Protocollo. In alcuni paesi, quantitativi non indifferenti di CFC vengono tuttora prodotti e commercializzati illegalmente. Inoltre, va tenuto in considerazione l'ostico problema delle scorte di sostanze chimiche dannose per l'ozono: distruggerle è molto costoso sia da un punto di vista economico che ecologico, in quanto metodi di smaltimento poco sicuri potrebbero liberare nell'atmosfera quantitativi concentrati di sostanze, con effetti disastrosi per l'ambiente. Manca quindi ancora il "lieto fine" per questa storia, che rappresenta pur sempre uno dei migliori successi della comunità internazionale in tema di tutela ambientale.
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
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martedì 23 settembre 2008
Un´Italia più calda a rischio malaria
"Zone sempre più ampie sono minacciate da patologie legate a insetti", dice Repubblica
«Andiamo incontro a tempi difficili, a una pressione climatica che rischia di azzerare i vantaggi faticosamente conquistati nei decenni in cui le condizioni di vita e di salute sono migliorate in ampie aree del pianeta». Roberto Bertollini, responsabile del rapporto tra cambiamento climatico e salute, coordina il gruppo di esperti dell´Organizzazione mondiale di sanità che sta preparando l´aggiornamento sull´impatto del global warming.L´ultima stima Oms è ormai datata: nel 2000 si parlava di 150 mila morti all´anno causati dall´incremento dell´effetto serra.«Effettivamente è una valutazione ormai superata. Anche grazie al lavoro svolto dall´Ipcc, l´Intergovernamental Panel on Climate Change, oggi abbiamo di fronte un quadro della situazione molto più preciso e possiamo affermare che la situazione è cambiata in maniera significativa sia per l´aggravarsi dei fattori che all´epoca erano già stati evidenziati, sia per l´emergere di nuove preoccupazioni».Quali sono i fattori di rischio emersi di recente?«In alcuni casi il rischio è totale: interi stati formati da piccole isole possono sparire dalla carta geografica a causa della risalita del livello dei mari. E poi non ci sono più dubbi sul drammatico aumento, sia dal punto di vista della frequenza che dell´intensità, degli eventi meteorologici estremi che hanno un impatto devastante diretto, in termini di vittime e di feriti, e strascichi pericolosi determinati dalla distruzione delle strutture sanitarie che lascia intere zone esposte al pericolo di epidemie».Un rischio che potrebbe essere ridotto adattando le infrastrutture sanitarie al nuovo clima.«Questo è uno dei temi all´ordine del giorno. Siamo di fronte a un cambiamento strutturale dell´impatto degli eventi estremi che richiede una diversa pianificazione del territorio: bisogna costruire le infrastrutture critiche dal punto di vista della difesa della salute in modo che resistano a sollecitazioni consistenti».Altri impatti sanitari non previsti?«Almeno altri due. Il primo è legato all´estendersi delle aree desertificate e alla misura degli effetti dei periodi di siccità che stanno raggiungendo una durata drammatica, come dimostra quello che è successo in Australia. Tutto ciò ha un impatto sui raccolti che si traduce in un indebolimento significativo di fasce della popolazione».Il secondo impatto?«L´aumento dei calcoli renali a seguito della crescita media della temperatura. Un fenomeno che si spiega con l´alterazione del bilancio idrico provocato dalla maggiore sudorazione».Le stime sugli effetti prodotti dalle ondate di calore e dall´allargarsi dell´area a rischio malaria e dengue sono state confermate?«Con alcune correzioni che vanno in direzione della crescita della preoccupazione. La violenza dell´ondata di calore che ha colpito l´Europa nel 2003 non era prevedibile: si è registrato un aumento di mortalità per malattie cardiovascolari che ha colpito soprattutto gli anziani e che è costato 35 mila morti in poche settimane, nel momento di picco del fenomeno. C´è chi ha calcolato che, considerando gli effetti sull´intera estate, il bilancio arrivi a 60 mila vittime. Inoltre bisogna tener presenti le conseguenze dell´esposizione delle popolazioni urbane a una quantità di ozono troposferico che cresce con il crescere dell´insolazione»La malaria potrebbe tornare in Italia?«Tutte le patologie legate agli insetti stanno minacciando zone sempre più ampie perché si allarga l´area dei tropici. L´Italia per ora rimane al margine di questo fenomeno: un ulteriore aumento della temperatura farebbe aumentare il rischio. Lo abbiamo visto anche con la chikungunya, una sorta di influenza che provoca problemi alle ossa e dolori articolari: tra luglio e agosto nella zona di Ravenna si sono registrati casi sporadici favoriti dalla presenza della zanzara tigre che, con inverni miti, potrebbe continuare a ospitare questo virus rendendo endemico un rischio che al momento non lo è».Ci sono poi i pericoli legati alla diminuzione della disponibilità di acqua pulita, che già costa la vita a 3,4 milioni di persone ogni anno.«L´insieme di queste preoccupazioni è oggetto del negoziato sul cambiamento climatico. Come Oms sottolineiamo la necessità di difendere gli investimenti per la tutela della salute nelle aree a maggior rischio e, nel maggio scorso, l´assemblea mondiale della sanità dei ministri della salute dei paesi di tutto il mondo ha deliberato di chiedere uno sforzo maggiore a livello internazionale».
Guarda l'intervista sull'energia responsabile di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni
«Andiamo incontro a tempi difficili, a una pressione climatica che rischia di azzerare i vantaggi faticosamente conquistati nei decenni in cui le condizioni di vita e di salute sono migliorate in ampie aree del pianeta». Roberto Bertollini, responsabile del rapporto tra cambiamento climatico e salute, coordina il gruppo di esperti dell´Organizzazione mondiale di sanità che sta preparando l´aggiornamento sull´impatto del global warming.L´ultima stima Oms è ormai datata: nel 2000 si parlava di 150 mila morti all´anno causati dall´incremento dell´effetto serra.«Effettivamente è una valutazione ormai superata. Anche grazie al lavoro svolto dall´Ipcc, l´Intergovernamental Panel on Climate Change, oggi abbiamo di fronte un quadro della situazione molto più preciso e possiamo affermare che la situazione è cambiata in maniera significativa sia per l´aggravarsi dei fattori che all´epoca erano già stati evidenziati, sia per l´emergere di nuove preoccupazioni».Quali sono i fattori di rischio emersi di recente?«In alcuni casi il rischio è totale: interi stati formati da piccole isole possono sparire dalla carta geografica a causa della risalita del livello dei mari. E poi non ci sono più dubbi sul drammatico aumento, sia dal punto di vista della frequenza che dell´intensità, degli eventi meteorologici estremi che hanno un impatto devastante diretto, in termini di vittime e di feriti, e strascichi pericolosi determinati dalla distruzione delle strutture sanitarie che lascia intere zone esposte al pericolo di epidemie».Un rischio che potrebbe essere ridotto adattando le infrastrutture sanitarie al nuovo clima.«Questo è uno dei temi all´ordine del giorno. Siamo di fronte a un cambiamento strutturale dell´impatto degli eventi estremi che richiede una diversa pianificazione del territorio: bisogna costruire le infrastrutture critiche dal punto di vista della difesa della salute in modo che resistano a sollecitazioni consistenti».Altri impatti sanitari non previsti?«Almeno altri due. Il primo è legato all´estendersi delle aree desertificate e alla misura degli effetti dei periodi di siccità che stanno raggiungendo una durata drammatica, come dimostra quello che è successo in Australia. Tutto ciò ha un impatto sui raccolti che si traduce in un indebolimento significativo di fasce della popolazione».Il secondo impatto?«L´aumento dei calcoli renali a seguito della crescita media della temperatura. Un fenomeno che si spiega con l´alterazione del bilancio idrico provocato dalla maggiore sudorazione».Le stime sugli effetti prodotti dalle ondate di calore e dall´allargarsi dell´area a rischio malaria e dengue sono state confermate?«Con alcune correzioni che vanno in direzione della crescita della preoccupazione. La violenza dell´ondata di calore che ha colpito l´Europa nel 2003 non era prevedibile: si è registrato un aumento di mortalità per malattie cardiovascolari che ha colpito soprattutto gli anziani e che è costato 35 mila morti in poche settimane, nel momento di picco del fenomeno. C´è chi ha calcolato che, considerando gli effetti sull´intera estate, il bilancio arrivi a 60 mila vittime. Inoltre bisogna tener presenti le conseguenze dell´esposizione delle popolazioni urbane a una quantità di ozono troposferico che cresce con il crescere dell´insolazione»La malaria potrebbe tornare in Italia?«Tutte le patologie legate agli insetti stanno minacciando zone sempre più ampie perché si allarga l´area dei tropici. L´Italia per ora rimane al margine di questo fenomeno: un ulteriore aumento della temperatura farebbe aumentare il rischio. Lo abbiamo visto anche con la chikungunya, una sorta di influenza che provoca problemi alle ossa e dolori articolari: tra luglio e agosto nella zona di Ravenna si sono registrati casi sporadici favoriti dalla presenza della zanzara tigre che, con inverni miti, potrebbe continuare a ospitare questo virus rendendo endemico un rischio che al momento non lo è».Ci sono poi i pericoli legati alla diminuzione della disponibilità di acqua pulita, che già costa la vita a 3,4 milioni di persone ogni anno.«L´insieme di queste preoccupazioni è oggetto del negoziato sul cambiamento climatico. Come Oms sottolineiamo la necessità di difendere gli investimenti per la tutela della salute nelle aree a maggior rischio e, nel maggio scorso, l´assemblea mondiale della sanità dei ministri della salute dei paesi di tutto il mondo ha deliberato di chiedere uno sforzo maggiore a livello internazionale».
Guarda l'intervista sull'energia responsabile di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni
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sabato 20 settembre 2008
Problema ozono
Dal Manifesto
Il problema dell'assottigliamento della fascia di ozono nella stratosfera non è più da tempo al centro dei riflettori, surclassato, fra l'altro, dal riscaldamento globale. Ma queste due spade di Damocle si incrociano in più punti, pericolosamente sopra le nostre teste. Lo strato di ozono funge da filtro per le radiazioni ultraviolette solari che possono essere dannose per la pelle umana, anche causare una parziale inibizione della fotosintesi delle piante e distruggere frazioni importanti del fitoplancton che è alla base della catena alimentare marina. L'assottigliamento della fascia si è manifestato a partire dagli anni '80, a causa dei clorofluorocarburi (Cfc), gas industriali impiegati in molti processi e merci, ad esempio nella refrigerazione. Il 16 settembre 1987 fu firmato il Protocollo di Montreal che li mise al bando, ma con periodi di tolleranza. L'accordo prevedeva una riduzione del 50% della produzione e uso dei Cfc entro il 1999. I Cfc furono sostituiti dagli Hcfc (idroclorofluorocarburi), meno dannosi per l'ozono ma comunque potenti gas serra, così come gli Hfc (quantomeno innocui per la fascia di ozono). L'anno scorso si è raggiunto un accordo per eliminare anche gli Hcfc ma non gli Hfc. Come spiega Greenpeace, è come passare «dalla padella alla brace». Intanto, se tutto andrà bene la fascia non tornerà allo spessore originario prima del 2050.
Guarda anche ''Il problema dell'energia responsabile" secondo l'amministartore delgato dell'Eni, Paolo Scaroni.
Il problema dell'assottigliamento della fascia di ozono nella stratosfera non è più da tempo al centro dei riflettori, surclassato, fra l'altro, dal riscaldamento globale. Ma queste due spade di Damocle si incrociano in più punti, pericolosamente sopra le nostre teste. Lo strato di ozono funge da filtro per le radiazioni ultraviolette solari che possono essere dannose per la pelle umana, anche causare una parziale inibizione della fotosintesi delle piante e distruggere frazioni importanti del fitoplancton che è alla base della catena alimentare marina. L'assottigliamento della fascia si è manifestato a partire dagli anni '80, a causa dei clorofluorocarburi (Cfc), gas industriali impiegati in molti processi e merci, ad esempio nella refrigerazione. Il 16 settembre 1987 fu firmato il Protocollo di Montreal che li mise al bando, ma con periodi di tolleranza. L'accordo prevedeva una riduzione del 50% della produzione e uso dei Cfc entro il 1999. I Cfc furono sostituiti dagli Hcfc (idroclorofluorocarburi), meno dannosi per l'ozono ma comunque potenti gas serra, così come gli Hfc (quantomeno innocui per la fascia di ozono). L'anno scorso si è raggiunto un accordo per eliminare anche gli Hcfc ma non gli Hfc. Come spiega Greenpeace, è come passare «dalla padella alla brace». Intanto, se tutto andrà bene la fascia non tornerà allo spessore originario prima del 2050.
Guarda anche ''Il problema dell'energia responsabile" secondo l'amministartore delgato dell'Eni, Paolo Scaroni.
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