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lunedì 17 maggio 2010

Salvare i coralli dalle emissioni di CO2

I coralli soffrono due volte per le emissioni di CO2: per prima cosa perché risentono del riscaldamento globale, ma anche perché l'acqua marina, a contatto con l'anidride carbonica, si acidifica, danneggiando quegli organismi che producono scheletri di carbonato di calcio, come appunto i coralli.

Per questo, il Consiglio Europeo delle Ricerche ha accordato un finanziamento di 3,3 milioni al progetto Coral warm, che per 5 anni metterà sotto osservazione il Mar Mediterraneo e il Mar Rosso, con l'obiettivo di capire quali danni ha provocato l’aumento dei gas serra.

"Lo studio, al via il 1° giugno, vede coinvolti i dipartimenti di Chimica e di Biologia evoluzionistica sperimentale dell’Università di Bologna, oltre alla Bar-Ilan University di Tel Aviv. Il progetto, il più ampio mai aggiudicato per una ricerca sui coralli in Europa, se l’è vista con la concorrenza di 1500 candidature. Alla fine solo l’1% delle proposte ha ottenuto i fondi.

Tra i ricercatori impegnati c’è Stefano Goffredo, un biologo bolognese di 41 anni che lavora da precario all’ateneo emiliano dal 1996. Istruttore subacqueo da quando era un ventenne che dava lezioni di immersioni nel reef, ora guarda con ansia alla sorte dei coralli: «Questi progetti nascono dalla passione che hai dentro e dalla preoccupazione per un ambiente che ho sempre frequentato – racconta –. Nel ’98, a causa del riscaldamento dell’acqua, c’è stata una mortalità di massa nell’Oceano indiano, con la perdita di notevoli estensioni di coralli. Qualche anno fa, poi, nel Mar Ligure, c’è stato un fenomeno analogo, anche se di dimensioni minori, provocato dall’acqua particolarmente calda e calma. I cambiamenti climatici ci sono sempre stati, ma ora gli effetti sono misurabili».

Non che i ricercatori temano di trovarsi davanti a una situazione catastrofica: «Ci sono specie più sensibili di altre – continua Goffredo – e alcune forme forse saranno anche facilitate. Se è vero che la CO2 danneggia gli organismi che producono scheletri calcarei, ci sono alghe che saranno avvantaggiate dalla fotosintesi. Alcune industrie sono interessate proprio a questi aspetti per la realizzazione di antiossidanti o biofuel, anche se questo aspetto esula dal nostro lavoro».

Tornando alle 40 specie di corallo presenti nel Mediterraneo, il loro valore ecologico consiste nella loro capacità di costruire habitat tridimensionali dove si fissano e vivono altri organismi, oltre che nel convogliare sui fondali quantità di energia. In ambienti bui, nelle grotte o a grandi profondità, arrivano a coprire il 90% dei fondali. L’anidride carbonica rende acida l’acqua, facendo dissolvere il carbonato di calcio che costituisce lo scheletro del corallo.

Per comprendere l’entità dei danni subiti, saranno dislocate stazioni-sonda ogni 15-20 km delle nostre coste, allo scopo di rilevare temperature e ph. Gli studi avverranno in sette stazioni, una delle quali ha caratteristiche speciali: «All’isola di Panarea, teatro di emissioni di anidride carbonica di origine vulcanica, ci sono combinazioni di temperature e acidità simili a quelle che, secondo le previsioni, si realizzeranno fra 100 anni negli oceani del pianeta – spiega Goffredo –. Metteremo i coralli lì per vedere come reagiscono»."
(da LaStampa.it)

martedì 7 aprile 2009

il clima è diventato oggetto privilegiato della politica

DA QUANDO il clima è diventato oggetto privilegiato della politica invece di sentirci più sicuri, ci sentiamo ancor più preoccupati. Infatti, la battaglia per la tutela dell'ambiente e la lotta contro il mutamento climatico sta creando una sorta di ideologia dei politicamente corretti che, come tutte le fedi laiche, crede di combattere per la "salvezza del pianeta". In realtà dietro questa nuova ideologia ci sono buoni motivi, ma anche tanta demagogia e giganteschi interessi. Qualsiasi azione volta a conservare l'ambiente e a rispettare la natura è, in sé, sicuramente positiva. Un mondo in cui la popolazione è cresciuta di oltre quattro miliardi in un secolo non può non considerare essenziale il rapporto con le risorse naturali e con i rischi derivanti dal riscaldamento del clima. Tuttavia proprio sul clima si è aperta una disputa che sta dividendo non solo le grandi potenze industriali da quelle emergenti, ma apre una spaccatura profonda fra gli scienziati e ancora di più fra scienziati e politici. In verità anche fra gli scienziati i più intolleranti, come altre volte nella storia, sono proprio i più catastrofisti. Il problema vero sta nel fatto se i cambiamenti climatici siano governati da leggi complesse che solo in parte dipendono dall'uomo oppure se proprio dalle attività umane (emissioni di gas serra e di anidride carbonica) derivano i cambiamenti climatici dell'ultimo secolo. La Commissione Internazionale sui Cambiamenti Climatici dell'Onu, un organismo più politico che scientifico, sostiene che il riscaldamento è dovuto alle attività umane, la Commissione Internazionale non Governativa sui cambiamenti climatici, che raccoglie scienziati indipendenti, sostiene che la cause stanno nei cicli naturali. In realtà i modelli scientifici per spiegare il mutamento climatico sono ancora poco affidabili. Molti scienziati dicono che bisognerebbe considerare meglio l'assetto astronomico, l'attività del sole, le variazioni dell'asse terrestre opporre le attività dei vulcani, che secondo alcuni ricercatori sarebbero responsabili del 69% del riscaldamento delle acque oceaniche. Dopo la scesa in campo di Al Gore e il successo di Obama, i catastrofisti sembrano avere la meglio, ma sarebbe grave se su un tema così serio prevalessero gli opposti estremismi. (Da Il Giorno)


Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni

venerdì 20 marzo 2009

"Ancora tre gradi di temperatura e la calotta antartica collasserà"

Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.
ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera». (Da corriere.it)

lunedì 16 marzo 2009

Come cambia il fitoplancton antartico

Via via che il clima freddo e asciutto della Penisola antartica diventa sempre più caldo e umido, il fitoplancton, il primo anello della catena alimentare della fauna marina va diminuendo nella parte nord della penisola e aumentando in quella sud, come sostengono i ricercatori della Rutgers University Martin Montes-Hugo e Oscar Schofield sull'ultimo numero della rivista “Science”.Il loro articolo “Recent Changes in Phytoplankton Communities Associated with Rapid Regional Climate Change Along the Western Antarctic Peninsula”, traccia infatti un quadro esaustivo a partire dagli ultimi 30 anni di dati ottenuti da satellite.La Penisola Antartica è la regione più settentrionale dell'Antartide che si potende verso la Terra del Fuoco, l'estremo lembo meridionale del Sud America. Complessivamente, i livelli di fitoplacton della regione sono diminuiti del 12 per cento negli ultimi tre decenni."La novità è che stiamo rilevando per la prima volta un cambiamento nella concentrazione e nella composizione del fitoplancton lungo le coste della Penisola Antartica associata a una modificazione a lungo termine del clima”, ha commentato Montes-Hugo. "Questi cambiamenti possono spiegare in parte l'osservata diminuzione di alcune popolazioni di pinguini.”Alcune ricerche hanno infatti evidenziato come le popolazioni di pinguini di Adelia, le cui abitudini di vita richiedono un clima molto freddo, si siano ridotte drasticamente in anni recenti nella parte settentrionale della penisola, mentre le popolazioni di pinguini sub-antartici, come i pinguini della specie Pygoscelis antarctica sono aumentati."Ora sappiamo che i cambiamenti climatici stanno avendo un impatto sulla prima parte della catena alimentare” ha spiegato Hugh Ducklow, coautore dell'articolo e condirettore dell'Ecosystems Center del Marine Biological Laboratory di Woods Hole, nel Massachusetts.Gli scienziati hanno da tempo notato che la Penisola Antartica si sta riscaldando più velocemente di qualunque altra parte del mondo durante l'inve (Da

mercoledì 11 marzo 2009

Pochi, isolati e senza fondi: il raduno dei "meteoscettici"

Oltre seicento persone, autoproclamatisi "meteoscettici", si sono date appuntamento in un hotel di Times Square per sfidare quella che è ormai diventata un´opinione scientifica e politica prevalente, secondo la quale l´umanità - a meno di non compiere delle scelte radicali in campo energetico - finirà per rendersi responsabile di un pericoloso livello di riscaldamento del pianeta. La Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici è una tre-giorni organizzata dall´Heartland Institute - un´associazione nonprofit che promuove la deregolamentazione e il libero mercato - che riunisce esponenti politici, attivisti conservatori, scienziati, un astronauta dell´Apollo e il presidente della Repubblica ceca, Vaclav Klaus. Obiettivo, opporsi a quanto annunciato dall´amministrazione Obama e dai legislatori democratici, che hanno promesso di far fronte al riscaldamento globale emanando leggi che prevedano la riduzione delle emissioni dei gas responsabili dell´effetto serra.I partecipanti all´incontro coprono un´ampia varietà di vedute in fatto di clima: alcuni di loro riconoscono un probabile contributo dell´uomo al riscaldamento globale, ma ritengono che le variazioni di temperatura non rappresentino un rischio impellente; altri attribuiscono il riscaldamento globale - cosí come le temperature più basse verificatesi negli ultimi anni - a mutamenti avvenuti nel sole o ai cicli oceanici. Alcune grandi società (come la Exxon Mobil), che in passato finanziavano l´Heartland Institute e altri gruppi che sfidano l´opinione prevalente in fatto di clima, hanno tagliato i propri contributi. Secondo il presidente dell´Heartland Institute, Joseph L. Bast, la cosa ha a che fare con motivi di immagine. Il raduno dell´Istituto, afferma, rappresenta l´ultimo bastione dell´onestà intellettuale in fatto di clima. «Le grandi società vogliono dare l´impressione di essere ecologicamente consapevoli in fatto di riscaldamento globale», ha detto Bast, aggiungendo che queste hanno mutato i propri sforzi di lobbying per poter dare un proprio «vantaggioso contributo alle nuove leggi in tema di ambiente».Punto focale del raduno del 2008 era stata la pubblicazione del rapporto "È la natura, e non le attività umane, a governare il clima". Quest´anno il raduno si incentra invece su una domanda più vaga: "Riscaldamento globale: è mai stata crisi?". Domenica sera Richard S. Lindzen, professore presso il Mit e scettico di lunga data, ha sferrato un violento attacco a quello che definisce il «movimento di allarmismo climatico». «Non esiste alcuna prova scientifica attendibile a sostegno dei modelli su cui i climatologi si basano per minacciare le disastrose conseguenze di un protratto riscaldamento globale», ha detto. Dal raduno di quest´anno mancano però alcune importanti personalità, come il fisico Russel Seitz, di Cambrige, Massachusetts, che lo scorso anno figurava tra i relatori. Seitz, che un tempo accusava gli ambientalisti di distorcere la climatologia, adesso mette in guardia sul rischio che i meteoscettici facciano altrettanto. John H. Christy, uno scienziato dell´atmosfera presso l´Università dell´Alabama che da molto tempo si dimostra pubblicamente scettico, dice di essersi tenuto lontano dai raduni dell´Heartland, per evitare di essere considerato «colpevole per associazione».Molti dei partecipanti all´incontro di Times Square raccontano che le divergenze di opinione e i dissensi sono minimi, e che la recessione globale e un sfilza di annate in cui si sono registrate delle temperature basse li aiuteranno a battersi contro la nuova politica energetica annunciata da Washington. «L´unico luogo in cui questa presunta catastrofe climatica si sta verificando è nell´ambito virtuale dei modelli realizzati al computer, e non nel mondo reale», ha detto Marc Morano, uno dei relatori - nonché portavoce del senatore James M. Inhofe (Repubblicano dell´Oklahoma) in fatto di tematiche ambientali.Il raduno è stato aspramente criticato da diversi climatologi. Ma Yvo de Boer, che dirige l´ufficio delle Nazioni Unite sul nuovo trattato globale che sarà firmato a dicembre a Copenaghen, ha dichiarato: «Non credo che quanto affermato dagli scettici debba rappresentare una scusa per rinviare ulteriormente» gli interventi volti a combattere il riscaldamento globale. E ha aggiunto: «Lo scetticismo è una buona cosa: è importante che la gente sappia che un dato tema viene messo in discussione». (da Repubblica)

giovedì 5 marzo 2009

Rapporto Fao: la pesca si prepari ad affrontare i cambiamenti climatici

Il cambiamento climatico mette a rischio la produzione di pesce e sta già modificando la distribuzione sia delle specie marine sia di quelle di acqua dolce, “influenzando la stagionalità dei processi biologici, alterando i sistemi alimentari marini, con conseguenze imprevedibili per la produzione di pesce”. A rilevarlo è il nuovo rapporto della Fao, intitolato “ Stato mondiale della pesca e dell’acquacoltura” (Sofia nell’acronimo inglese), secondo il quale l’industria ittica e le autorità nazionali per la pesca “devono fare di più per prepararsi ad affrontare l’impatto che il cambiamento climatico avrà sulla pesca mondiale. Le specie che vivono in acque calde vengono spinte verso i poli e stanno subendo cambiamenti nelle dimensioni degli habitat e nella riproduttività”.
Secondo il rapporto, il 19 per cento delle principali specie marine commerciali sono sfruttate in eccesso, l’8 per cento è esaurito e l’1 per cento è in fase di recupero. Il settore della pesca sembra non conoscere limiti di espansione. Nel 2006 è stato raggiunto un nuovo record di 143,6 milioni di tonnellate (di cui 92 milioni da pesca da cattura e i restanti 51,6 da acquacoltura) e le aree in cui si registra una maggiore produzione o sovra-produzione sono il nord Atlantico, l’Oceano Indiano occidentale e il nord ovest del Pacifico. La flotta mondiale conta circa 2,1 milioni di unità ma la stragrande maggioranza di queste (circa il 90 per cento) è più piccolo di 12 metri di lunghezza. Considerando tutte le attività dirette o indirette legale a pesca e acquacoltura, oltre mezzo miliardo di persone nel mondo dipende dal settore ittico. Il pesce fornisce a oltre 2,9 miliardi di persone almeno il 15 per cento del consumo medio pro-capite annuale di proteine animali e contribuisce ad almeno il 50 per cento del consumo totale di proteine animali in molti piccoli stati insulari e in molti paesi in via di sviluppo. (da Panorama.it)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

martedì 24 febbraio 2009

Studiare il clima, le Maldive ''danno'' un'isola alla Bicocca

La Repubblica delle Maldive regala un´isola alla Bicocca. Uno dei 1.190 atolli corallini che costituiscono l´arcipelago verrà infatti gestito dall´Università e sarà utilizzato per scopi di ricerca, con l´allestimento di un vero e proprio centro studi. Ad annunciarlo ufficialmente sarà oggi il presidente della piccola repubblica dell´oceano Indiano, Mohamed Nasheed, nell´ambito di un incontro con il sindaco Moratti, il rettore Marcello Fontanesi, la presidente di Assolombarda Diana Bracco e l´assessore al Lavoro Mascaretti. Un dono, quello del presidente Nasheed, che permetterà di sviluppare le ricerche della Bicocca sulla biodiversità dei coralli (autentico patrimonio delle Maldive), sullo sbiancamento dei coralli come indicatore dei cambiamenti climatici e su come le attività dell´uomo e gli eventi naturali possono avere influenza sulla flora dei fondali marini. Al seguito del presidente maldiviano ci sono ventidue tra ministri e uomini di governo, arrivati a Milano con il duplice obiettivo di incontrare imprenditori che investano turisticamente alle Maldive e rendere operativo l´accordo con l´università Bicocca. Grazie all´aiuto dell´ateneo milanese l´attuale High School dell´arcipelago verrà poi trasformata in una vera e propria università, la prima della piccola repubblica asiatica. L´intesa fa parte del progetto di collaborazione per l´Expo 2015, siglato proprio ieri mattina fra il presidente maldiviano (che l´anno scorso aveva votato a favore di Milano contro Smirne) e la Moratti a Palazzo Marino. (Da Repubblica)

lunedì 16 febbraio 2009

Le nuove rotte del disgelo

L'estensione dei ghiacci artici è diminuita di un milione di chilometri quadri dal 1978 a oggi. Ciò potrebbe ridurre i tempi di navigazione e rendere sfruttabili petrolio e gas....Quest'anno l'andamento dell'estensione del ghiaccio marino, che in genere raggiunge il suo massimo in marzo, era partita da valori piuttosto bassi. In ottobre era di circa 4,5 milioni di chilometri quadrati, al di sotto del valore registrato nell'inverno 2006-2007 che rappresenta per ora il minimo assoluto. Il ghiaccio è aumentato piuttosto vigorosamente tra novembre e dicembre, ma poi è rimasto pressoché stazionario per due settimane in dicembre e di nuovo tra il 15 e il 26 gennaio. Al momento attuale è praticamente agli stessi valori minimi del 2006-2007.Le cause di questo trend così deciso sono poco chiare. Non è possibile attribuire un singolo evento a una tendenza di lungo periodo, quindi non è possibile additare con sicurezza l'aumento di CO 2 come il responsabile di questa situazione, ma lo scenario di aumento delle temperature polari e quindi di diminuzione del ghiaccio galleggiante, è consistente con le simulazioni dei modelli numerici di cambiamenti climatici che in genere danno aumenti di temperatura più marcati nelle zone polari e il ghiaccio in caduta libera.....L'Artico diventa quindi un crocevia di problemi climatici ed ecologici, economici, commerciali, politici e giuridici. Un esempio del tipo di problema interdisciplinare che i cambiamenti climatici, naturali o meno, ci pongono e ci porranno sempre di più e che avranno effetti ben al di là delle nazioni artiche propriamente dette che si affacciano direttamente su questo oceano. (da "Il Sole 24 Ore)
I cambiamenti climatici, ormai sotto gli occhi di tutti, richiedono che soprattutto le giovani generazioni assumano comportamenti eco sostenibili. Ecco cosa fa l’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni per sensibilizzare i giovani e la scuola.

Terra da salvare

Circumnavigare il mondo con lo sguardo. Dai ghiacciai artici alle distese oceaniche in più di cento clic: è la fotografia del pianeta scattata dalla mostra «Madre Terra», ospitata nelle sale di Palazzo delle Esposizioni (fino al 29 marzo, via Milano 13; info 06.39967500). A cura di Guglielmo Pepe, presidente di National Geographic Italia, la rassegna è un viaggio nei continenti, tra oasi incontaminate e urbanizzazione selvaggia. Dopo il focus dello scorso anno sui quattro elementi, la «magna mater» balza in primo piano negli scatti di circa sessanta reporter, ovvero la crème della rivista.«Abbiamo selezionato più di tremila foto – spiega il curatore – per lo più materiale inedito». La sua preferita? «Il pinguino dell'Antartide: mi colpisce la sua solitudine in un habitat che sta subendo le conseguenze del riscaldamento globale ». Nell'inquadratura di Maria Stenzel, un iceberg campeggia sublime, come in un dipinto di Friedrich: maestosa e fragile al tempo stesso, la piramide di ghiaccio è l'emblema di un ecosistema vicino al collasso. In filigrana, le immagini dicono anche questo: «Salvare il pianeta – ricorda Pepe – non è solo responsabilità dei governi. Ciascuno di noi, nel suo piccolo, può dare un contributo, riducendo il consumo energetico e usando l'automobile quando è davvero necessario ».Così, per l'aspirante globe-trotter, la bussola è proprio la biodiversità: sentirsi a casa a tutte le latitudini, tra canyon rocciosi e pianure sconfinate, acque tropicali e dune desertiche. Con la sola forza dello sguardo, la sequenza rivela il fascino, e la precarietà, di un equilibrio messo a dura prova dai cambiamenti climatici. Bando agli allarmismi, è l'emozione la chiave per riconciliare l'uomo con il suo habitat. Ed ecco che la terra si offre generosa all'obiettivo da infinite angolazioni. Come in un periplo ideale, lo sguardo spazia dalle foreste equatoriali alle Alpi italiane, alla scoperta di ecosistemi rari e paesaggi mozzafiato.Nel variopinto mosaico terrestre, gli animali – grizzly dell'Alaska e panda giganti, elefanti e ippopotami – accentuano il fascino esotico dei luoghi. In pieno ruggito, la tigre immortalata da Michael Nichols, asso dell'obiettivo, intimidisce con la sua regalità. Il ritratto delle gru giapponesi, filiformi e screziate, di Roy Toft ricorda, invece, la raffinatezza delle stampe di Hokusai. Completano l'excursus i gruppi umani che vivono in situazioni di emergenza, come i bambini malnutriti della Nigeria e quelli poverissimi di Gaza, i monaci buddisti e i guerrieri maori. La suggestione, però, non è l'unico ingrediente della rassegna: toccano nel profondo le inquadrature che documentano gli effetti dannosi dello sviluppo indiscriminato e i limiti della tutela ambientale. Tutt'altro che asettico, l'occhio dei reporter racconta personaggi, atmosfere, stati d'animo. «I nostri autori – sottolinea Pepe – sono coinvolti nel loro lavoro. Ogni immagine ha un suo percorso e una sua storia». Il filo che le unisce, ai quattro angoli del globo, è la sofferenza: condizione comune agli esseri viventi, tutti figli della stessa madre terra. Consolatoria e protettiva come la donna inuit con bambino, icona della mostra, che sorride all'obiettivo.
(dal "Corriere della Sera)

giovedì 12 febbraio 2009

Qui Terra: punto di non ritorno

Da Il Sole 24 Ore

Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l'andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, "chief scientist" del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera.Un quadro che ribadisce l'importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO 2 nella nostra atmosfera.«Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO 2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni », sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l'altro una delle figure di punta dell'Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO 2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia d'anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 parti per milione (ppm) dell'inizio dell'era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.Insieme agli oceani i ghiacci si riscaldano rallentando l'innalzamento di temperature, proprio come farebbe l'impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di cominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In «Nature» Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell'Antartide in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto "buco nell'ozono" che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parte occidentale del continente. Un'ambiguità che era diventata un'argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L'analisi diSteig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell'ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo nella Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. «È un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell'emisfero meridionale – sottolineano gli esperti – difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all'aumento di concentrazione dei gas serra».Le tendenze future delle temperature sull'Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell'atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell'emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO 2 nell'atmosfera aumenti airitmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l'equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l'Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l'Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell'Ovest dell'Australia.Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tantopiù che il taglio delle emissioni continua a incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell'ipotesi di "Gaia", che propone di puntare sull'energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO 2 dall'atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l'agricoltura. «La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO 2 ogni anno, mentre l'uomo è responsabile dell'emissione di circa 30 – ha spiegato lo scienziato – .Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quota di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 in atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno».

mercoledì 11 febbraio 2009

Così cinguetta l'evoluzione

alla civiltà greca antica, e probabilmente da molto prima, i filosofi della natura hanno tentato di spiegare perché il mondo sia così pieno di organismi. Ma fino al 1859, quando Charles Darwin pubblico il trattato Sull'origine delle specie, non si potè rispondere a questa domanda con una naturale e omnicomprensiva teoria dell'evoluzione.I fringuelli che egli osservò alle Galapagos, quelli che poi presero il suo nome, giocarono un ruolo piccolo ma importante nello sviluppo delle teoria della selezione naturale. Restò cinque settimane sulle isole, prestando attenzione tanto alle rocce e alle formazioni geologiche, quanto agli animali e alle piante. I fringuelli divennero importanti dopo il suo ritorno in Inghilterra, quando John Gould, un tassonomista, gli disse che tutte le specie appartenevano a un singolo gruppo. Questo fatto inatteso lo aiutò a formulare un'idea rivoluzionaria: le specie non sono "fisse", ma possono cambiare e diversificarsi attraverso molte generazioni. «Vedendo la gradazione e diversità di struttura in un piccolo, strettamente imparentato gruppo di uccelli – scrisse Darwin nel 1842 – si potrebbe fantasticare che, da un originario piccolo numero di uccelli in questo arcipelago, una specie è stata presa e modificata per fini diversi».Darwin ci ha così donato una teoria da applicare a tutti gli organismi in ogni situazione. Non possiamo biasimarlo per non avere applicato la sua teoria ai fringuelli, perché dopo la sua breve visita alle Galapagos non vi fece più ritorno. Ora sappiamo che sulle Isole Galapagos ci sono 13 diverse specie, e un'altra abita l'isola Cocos, al largo del Costa Rica. Si sono evolute negli ultimi 2-3 milioni di anni, da una specie antenata che ha attraversato in volo un lungo tratto dell'Oceano Pacifico,dal Sud al Centro America. Ma come si sono evolute e perché ci sono così tante specie? Per rispondere a queste domande, da 36 anni torniamo nell'arcipelago ogni anno, letteralmente sulle orme di Darwin. Ci siamo chiesti: in che modo due specie si sono formate da una sola, e così via?Questo processo, detto speciazione, inizia con la colonizzazione di un'isola da parte di alcuni esemplari provenienti da un'altraisola. Le due popolazioni divergono e poi, quando alcuni membri dell'una volano sull'isola occupata dall'altra, divergono lì ulteriormente: due specie vivono sulla stessa isola senza incrociarsi tra loro, se non raramente. Per approfondire e verificare la teoria abbiamo condotto studi sui fringuelli vivi, la loro alimentazione e il loro accoppiamento, le variazioni da un'isola all'altra e i loro geni. Abbiamo studiato fringuelli su quasi tutte le isole, ma soprattutto a Genovesa e Daphne Major. I nostri studi hanno illuminato due importanti aspetti dell'intero processo: la divergenza e l'ibridazione. La divergenza. Le isole presentano differenze nelle piante e negli insetti, quindi nell'alimentazione dei fringuelli. Quando volano su un'altra isola, trovano alimenti leggermente diversi; o anche sulla stessa isola, quando un cambiamento climatico modifica la disponibilità di cibo. Vi sono annate umide, con abbondanti precipitazioni (El Niño) e annate secche (La Niña). (dal Sole 24 Ore)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

venerdì 16 gennaio 2009

Una torre anti Co2 nella giungla

Clima e tecnologia Saranno italiani i primi dati sul ruolo degli ecosistemi africani contro l’effetto serra. A produrli è una struttura che, nella foresta del Ghana, misura l’anidride carbonica assorbita. Panorama è andato tra i ricercatori, che anticipano qui alcuni risultati.

In Africa, ad alcune centinaia di chilometri a ovest di Accra, capitale del Ghana, sorge una sterminata foresta chiamata Ankasa. Le piante si abbarbicano le une sulle altre in una lotta disperata per conquistare la luce, di quando in quando le loro alte chiome vengono agitate da branchi di scimmie rumorose. Verso sud, viaggiando su una larga strada rossastra che taglia la foresta, il grigio-azzurro dell’oceano appare all’improvviso, appena intravisto tra gruppi di palme piegate dal vento.La linea dell’Equatore corre poco più in là. Gira intorno al globo intersecando tutte le grandi foreste tropicali: Sumatra, Borneo e Nuova Guinea, e poi l’Amazzonia fino a raggiungere, in Africa, il Congo e ripassare proprio da lì, poco a sud della costa africana occidentale. Una fascia di foresta vergine che, per l’enorme quantità di biomassa, rappresenta una sorta di contenitore dell’anidride carbonica emessa dall’uomo. Conoscere il suo contributo alla quantità totale assorbita in un anno dalla biosfera potrebbe dirci quanto tempo abbiamo a disposizione prima che in atmosfera vengano superate le 450 parti di CO2 per milione, una soglia oltre la quale forse non potremmo più fare molto per scongiurare sconvolgimenti su scala globale.Manca però una serie di dati: il ruolo degli ecosistemi africani è tuttora un mistero. Nella foresta di Ankasa si va per questo. Da Accra ci vogliono almeno sei ore di strada sconnessa e buia. Non c’è illuminazione, solo un cielo stellato. La spedizione è guidata da Riccardo Valentini, professore dell’Università della Tuscia, uno dei massimi esperti al mondo del bilancio del carbonio; con lui tre ricercatori italiani, Paolo Stefani, Antonio Bombelli ed Elisa Grieco, una guida ghanese, Justice John Mensah, e due dottorandi dell’University of Cape Coast (Ghana).La meta del viaggio è una torre di 62 metri nel mezzo della foresta vergine, costruita dal gruppo di Valentini e alta a tal punto da raccogliere e quantificare il «respiro» delle piante sottostanti: durante il giorno gli alberi fotosintetizzano, cioè trasformano, con l’aiuto del sole e della clorofilla, anidride carbonica e acqua in zuccheri e ossigeno; in più, nell’arco delle 24 ore respirano, ossia combinano zucchero e ossigeno per dare vapore acqueo e anidride carbonica. Uno strumento in cima alla torre misura proprio il flusso netto di carbonio in entrata.La stazione fa parte di una rete di una ventina di altri punti di osservazione che coprono gli ecosistemi africani più rappresentativi, dalla savana alla foresta tropicale. L’intero progetto si chiama CarboAfrica: coordinato dai ricercatori dell’Università della Tuscia con il supporto del ministero dell’Ambiente, è stato finanziato con 2,8 milioni di euro dalla Commissione europea per il periodo 2006-2009 e coinvolge 15 organizzazioni internazionali. La concorrenza per ottenere questi risultati è spietata. Sembra che l’Università di Oxford stia per alzare un’altra torre in una zona limitrofa, ma due anni di lavoro e conoscenza del territorio appaiono un sicuro vantaggio per i ricercatori italiani. Il loro progetto contribuirà alle attuali politiche europee di cooperazione internazionale e favorirà lo sviluppo sostenibile dei paesi dell’Africa subsahariana. Non poco. Tanto che il Wwf ha indicato CarboAfrica come il progetto di ricerca più importante del 2009: sono dati necessari in vista di importanti vertici, quali quello di Copenaghen a fine 2009.L’arrivo è a notte fonda. La foresta non si vede, ma la si può ascoltare. Un frastuono di versi di animali che fa pensare alle origini dell’uomo, quando eravamo una specie fra le tante, impaurita e minacciata da animali feroci. Il giorno dopo, dalla torre, la foresta appare come una sterminata macchia verde che si perde all’orizzonte interrotta da zone di colori sgargianti. Sono le infiorescenze delle specie che in quel particolare periodo hanno la loro «primavera».Di fronte ai display degli strumenti, Valentini spiega: «Dalle prime misure emerge un fatto sorprendente. Questa foresta, se paragonata a quella amazzonica, sembra assorbire molto di più, dal doppio al quadruplo. Se i dati fossero confermati, vorrebbe dire che le foreste africane, sebbene meno estese, fanno un lavoro prezioso contro l’effetto serra».Senza contare il carbonio già immagazzinato in biomassa. «Come le altre foreste tropicali, quelle africane contengono 300 tonnellate di carbonio per ettaro» aggiunge Valentini. «Quindi, sommando tutti i dati, vuol dire che la sola deforestazione delle zone tropicali contribuisce a più del 20 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, dato paragonabile alle emissioni dovute ai combustibili fossili. Dovrebbe farci riflettere in vista di grandi appuntamenti come il vertice di Copenaghen. Con una buona politica forestale possiamo fare di più, molto di più».

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

mercoledì 14 gennaio 2009

Deforestazione, un fenomeno a due facce

Tra il 1990 e il 2005, il pianeta ha visto sparire il 3% delle sue foreste, a un tasso di decremento dello 0,2% annuo. La deforestazione è imputabile in primo luogo alla trasformazione delle foreste in terreni agricoli nei Paesi in via di sviluppo, che prosegue al ritmo allarmante di 13 milioni di ettari all'anno. La perdita di superficie alberata è stata particolarmente rapida proprio nelle aree del globo con maggiore biodiversità: Asia sud-orientale, Oceania, America Latina, Africa Subsahariana. Oltre alla perdita di biodiversità, un costo aggiuntivo della deforestazione è il suo contributo ai mutamenti climatici: l'impatto della deforestazione è calcolato tra il 18 e il 25% sul totale delle emissioni di gas serra. Negli ultimi anni, in altre regioni del mondo (Europa, Nord America ed Estremo Oriente) la riforestazione, il recupero di terreni degradati e la naturale espansione dei boschi hanno parzialmente controbilanciato il fenomeno, portando a un incremento delle foreste sul piano locale. Il bilancio complessivo, su scala planetaria, nel periodo 2000-2005 è quindi un calo netto di 7,3 milioni di ettari di foresta l'anno, rispetto agli 8,9 milioni di ettari l'anno nel periodo 1990-2000. Ciò significa che ogni giorno scompaiono 200 chilometri quadrati di foreste, una superficie doppia rispetto all'intera area metropolitana di Parigi.Segnali promettenti arrivano da aree a rischio come il Brasile o il Sahel africano, dove il decentramento alle autorità locali in fatto di lotta alla desertificazione ha dato positivi riscontri. (da Unicef.it)


Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

martedì 13 gennaio 2009

I negazionisti dei gas serra

Da Repubblica

Karasjok, nella Norvegia settentrionale, è uno dei luoghi più freddi d´Europa, nel 1886 ha registrato 51 gradi sottozero. Nei giorni scorsi vi faceva più caldo che a Piacenza, con "soltanto" meno nove gradi, nel buio della notte polare. Lassù il dicembre 2008 si è chiuso con sette gradi oltre la media. Quindi, mentre nell´Italia innevata il riscaldamento globale non va più di moda, in Scandinavia si potrebbero fare titoli cubitali sulla sua avanzata. L´aggettivo "globale" serve proprio per evitare questo continuo rumore di fondo focalizzando l´analisi su un dato significativo per l´intero pianeta. Michel Jarraud, segretario generale dell´Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato che «nonostante l´attuale freddo sull´Europa centro-meridionale, la tendenza generale rimane senza dubbio verso il riscaldamento». Ed è la stessa agenzia internazionale, che dal 1951 coordina le osservazioni meteorologiche di tutto il mondo, a ribadire che il 2008 è stato il decimo anno più caldo dal 1850 (il settimo in Italia dal 1800, dati Cnr-Isac) e ha visto una stagione degli uragani atlantici tra le più attive, con 16 eventi. E i ghiacci artici in aumento? Frutto di un frettoloso giornalismo in cerca di scandali, basato su dati non correttamente interpretati a causa di differenti satelliti utilizzati dal 1979 a oggi per misurare la banchisa artica. (AspoItalia ha fatto chiarezza qui: www.aspoitalia.it/archivio-articoli). Ma è assurdo trasformare il problema del cambiamento climatico antropogenico in uno scontro da tifoseria calcistica: oggi fa freddo uno a zero per i negazionisti, domani fa caldo e segnano i serristi. Così come è assurda la divisione, aggressiva e improduttiva, tra elenchi di scienziati pro e contro: la scienza non si fa a maggioranza, ma verificando le ipotesi con fatti ed esperimenti. L´Ipcc, tanto vituperato quanto poco conosciuto, non è certo depositario di verità assolute, ma ha posto in essere dal 1988, anno della sua fondazione, un serrato processo di validazione dei dati che è quanto di meglio oggi si sia riusciti a mettere in atto con la cooperazione di tutti i governi. Il riscaldamento degli ultimi decenni è inequivocabile e l´aumento dei gas serra è il processo fisico che ha maggiori probabilità di spiegarlo, come aveva già intuito nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius. Sulla previsione del futuro le incertezze sono molte di più, lo diceva già il Nobel per la fisica Niels Bohr, ma da quando nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton elaborarono la prima previsione numerica computerizzata del riscaldamento atmosferico causato dall´aumento dei gas serra, qualcosa si è imparato e il legame più CO2 uguale più caldo non è mai stato smentito. Semmai è la complessità delle interazioni nell´intero sistema terrestre � atmosfera, oceani, ghiacci, suoli, foreste, alghe, batteri, uomo � a rendere per ora limitata la comprensione del problema. Il fatto che poi le risposte all´aumento della concentrazione di gas serra siano lente rispetto alla durata della vita umana e si esplicitino in molteplici modalità, ci priva di quella desiderabile verifica causa-effetto che in altri settori della scienza è talora più netta, ma meno diffusa di quanto si immagini. Se prendiamo la medicina, vediamo che sono ancora molte le patologie mal conosciute. Non per questo si rinuncia alla cura. E considerando il fumo, pur nella concorde affermazione della sua tossicità, nessuno è disposto a credere che quelle cupe minacce stampate sul pacchetto di sigarette si verificheranno proprio su di sé molti anni più tardi. Se le sigarette uccidessero all´istante, il nesso causa-effetto sarebbe chiarissimo e nessuno fumerebbe.


Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni

lunedì 12 gennaio 2009

Il dietrofront di 650 scienziati «La Terra più calda? Una bugia»

Dal Corriere della Sera

Dice l'immaginario collettivo che non ci sono più le stagioni di una volta. Eppure il freddo e la neve di questi giorni sono un revival di inverni dimenticati. Dicono alcuni studiosi del clima che la temperatura del nostro pianeta è sempre più alta, che il 2008 è stato il settimo anno più caldo dal 1800. Ma esiste anche una seconda versione, di altri scienziati: la Terra, giurano, dal 1998 in poi si sta raffreddando, non è vero che l'uomo possa influire sui cambiamenti climatici e poi la temperatura globale registrata nel corso del 2007 è stata addirittura la più fredda del millennio.E allora? Andiamo dritti verso un surriscaldamento da catastrofe o ci stiamo preoccupando inutilmente?Certo, i continui allarmi sull'effetto serra e il riscaldamento globale evocano più scenari da inverni miti che giornate dal termometro in picchiata. E un inverno come quello appena cominciato va a nozze con le tesi dei negazionisti del cambiamento climatico e della responsabilità umana. Sono tanti: geologi, glaciologi, fisici, meteorologi, astrofisici, oceanografi, paleoclimatologi. 650 scienziati di tutto il mondo, così decisi nel loro dissenso da presentare al Senato americano (l'11 dicembre scorso) un dossier di 231 pagine sul «global warming ».Gli skeptical scientist provano a confutare con i loro studi la teoria dell'Ipcc, il gruppo di scienziati che alle Nazioni Unite si occupano delle ricerche sui cambiamenti climatici, che sostengono un'influenza umana del 90% nelle variazioni del clima e che i colleghi «ribelli» chiamano catastrofisti.«È il riscaldamento globale che provoca aumenti di biossido di carbonio nell'atmosfera, e non il contrario» è sicuro Andrei Kapitsa, geografo russo e ricercatore sui ghiacci antartici. «Io sono scettico, il riscaldamento globale è diventato una nuova religione» dice Ivar Giaevar, premio Nobel per la Fisica.

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

I negazionisti del clima

Dal Manifesto

Quelli che considerano il riscaldamento globale una bufala (su tutti spiccano gli intelligentoni del Foglio) prendono mezzo metro di neve a Milano come la prova provata che il clima non sta cambiando. «Signora mia, non c'è più l'effetto serra di una volta», ironizzano. Catafratti nelle loro certezze ottocentesche, sono impermeabili al fatto che le temperature e le precipitazioni di una sola settimana o di un solo mese sono fluttuazioni statistiche puntuali che non smentiscono una tendenza generale. E' dedicato a loro questo breve excursus tra le notizie battute dalle agenzie internazionali in meno di 24 ore, mentre sul Nord Italia nevicava.1) Secondo un rapporto riservato dell'esercito australiano, reso noto dal Sidney Morning Herald, il cambiamento climatico e l'innalzamento del livello del mare costituiscono il rischio maggiore per la sicurezza nel Pacifico. Nell'area si potranno innescare conflitti per il cibo, ma un po' in tutto il mondo lo stress ambientale funzionerà come un moltiplicatore dei rischi nei paesi fragili. Il punto più "caldo", se non si troveranno accordi preventivi, sarà l'Artico dove lo scioglimento dei ghiacciai darà il via a una furibonda corsa per accaparrarsi le riserve energetiche e i minerali custoditi nei fondali.2) L'agenzia spaziale giapponese annuncia che il 21 gennaio manderà in orbita un satellite per misurare la presenza di gas di serra (anidride carbonica e metano) sulla superficie terrestre e in atmosfera. «Per combattere il cambiamento climatico è necessario monitorare la densità dei gas di serra in tutto il globo», dicono gli scienziati dell'agenzia giapponese. Una volta al mese e per cinque anni (se non ci saranno intoppi o guasti) il satellite trasmetterà i dati rilevati in 56 mila località. Situate anche nei paesi in via di sviluppo, di cui poco si sa. La Nasa si prepara a lanciare entro l'anno una sua stazione orbitante per mappare la presenza nell'atmosfera dell'anidride carbonica.3) Un piccolo robot-sottomarino giallo (nessun riferimento ai Beatles) verrà calato sotto la piattaforma Antartica per raccogliere informazioni sull'innalzamento del livello degli oceani. L'aggeggino, alimentato a pile, costa svariati milioni di dollari. Dubitiamo che i due paesi che collaborano all'impresa - Usa e Gran Bretagna - butterebbero allegramente in fondo al mare i loro soldi, se non fossero preoccupati dallo scioglimento sempre più veloce dei ghiacciai. Il Panel per il clima delle Nazioni Unite prevede che entro il 2100 il livello dei mari si alzerà tra i 18 e i 59 centimetri a causa del riscaldamento globale, causato principalmente dai gas serra prodotti dai carburanti fossili.4) La crescita della Grande Barriera Corallina (al largo dell'Australia) ha toccato il punto più basso in 400 anni. Dal 1990 la calcificazione delle secolari masse porose coralline è diminuita del 13%. La colpa, secondo gli scienziati, è del riscaldamento globale e della crescente acidità dell'acqua marina. Il rallentamento della calcificazione della barriera corallina, che alimenta diversi organismi marini, avrà conseguenze sulla biodiversità.Se questo breve elenco non bastasse, consigliamo ai "negazionisti" la lettura del penultimo numero dell'Economist.La Bibbia del capitalismo, non dell'ambientalismo, dedica un report di 16 pagine allo stato di malattia del mare: acque acide, coralli che muoino, mucillagine che cresce, plastica infestante, scarsità di pesci... Il riscaldamento globale c'entra con quasi tutti questi disastri combinati dall'uomo.

giovedì 18 dicembre 2008

Come cambia l'acidità dell'oceano

Da Le Scienze

La composizione chimica dell’oceano è meno stabile di quanto ritenuto finora ed è molto più dipendente dai cambiamenti climatici: è quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università della California a Santa Cruz e della Carnegie Institution di Washington.
Secondo quanto riportato nell’ultimo numero della rivista “Science” la composizione chimica dell’oceano subì una brusca variazione in corrispondenza di un cambiamento del clima verificatosi 13 milioni di anni fa, e il timore è che lo stesso processo possa ripetersi oggi in risposta al global warming con conseguenze potenzialmente gravi per gli ecosistemi marini.

"Via via che la concentrazione di CO2 aumenta e che si modificano gli schemi del tempo meteorologico, cambia di conseguenza la composizione dei fiumi, e a sua volta anche quella degli oceani”, ha commentato Ken Caldeira del Dipartimento di ecologia globale della Carnegie Institution. "In particolare, questo processo cambierà la quantità di calcio e di altri elementi tra i sali disciolti nelle acque dell’oceano.”

La ricerca si è basata su campioni ottenuti da carotaggi dei sedimenti oceani prelevati dal Bacino dell’Oceano Pacifico. Dall’analisi degli isotopi del calcio nei grani del minerale baritina (BaSO4) in diversi strati, si potuto determinare che tra 13 e 8 milioni di anni i livelli di calcio si modificarono drasticamente, in corrispondenza dell’aumento della coltre antartica durante lo stesso intervallo. A causa dell’enorme volume di acqua trasformata in ghiaccio, il livello del mare diminuì.

"Il clima divenne più freddo, i ghiacci si espansero e i livelli dell’oceano calarono, e l’intensità, il tipo l’estensione dei fenomeni atmosferici sulla regione cambiarono”, ha commentato Griffith. “Ciò determinò dei cambiamenti nella circolazione oceanica e nella quantità e composizione di ciò che i fiumi portano nell’oceano.”

Le rocce contenenti calcio come il calcare sono la più grande riserva di carbonio del pianeta.

Il ciclo del calcio dell’oceano è strettamente collegato al biossido di carbonio atmosferico e con i processi che controllano l’acidità dell’acqua marina”, ha continuato Caldeira.

"Ciò che abbiamo compreso da questo lavoro è che il sistema oceanico è molto più sensibile ai cambiamenti climatici di quanto si sia mai ipotizzato”, ha concluso Griffith. "Pensavamo che la concentrazione di calcio, che rappresenta il maggiore elemento presente nell’acqua, cambiasse molto lentamente e gradualmente nell’arco di decine di milioni di anni, invece i nostri dati suggeriscono che ci possa essere una relazione molto più dinamica tra clima e chimica oceanica che talvolta può dare come risultato una rapida riorganizzazione biogeochimica.”

lunedì 8 dicembre 2008

Intervista a Wallace Broecker

(da Il Sole 24 Ore ) Il protocollo di Kyoto? Ineludibile, visto che l'effetto serra rischia davvero di ucciderci. Ma guai ad illudersi: soffiare nell'atmosfera un po' meno di anidride carbonica, qui da noi, non risolverà il problema. Perché nel frattempo India e Cina, da sole, ne aggiungeranno dieci, cento, mille volte di più. La soluzione? Aspirare la CO 2 e iniettarla nelle viscere nella terra. Oppure in fondo al mare. Si può.E si deve.«Subito»,ammonisce Wallace "Wally" Broecker, il guru della geo-climatologia che per primo, nell'ormai lontano 1975, ha lanciato l'allarme sugli sconquassi dell'effetto serra, traducendo in modelli previsionali le relazioni tra i mutamenti chimici degli oceani e il clima.Broecker, 77 anni, professore alla Columbia University, ha appena ricevuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il premio Balzan 2008 per la scienza del mutamento climatico. Eni ed Enel lo hanno accoltoa Roma come un profeta.E promettono: in Italia la cattura della CO 2 sarà presto una realtà. Un sito sperimentale a Brindisi, un paio in Toscana e uno nel Veneto faranno da apripista.Broecker ci sprona. Ma con un altolà: la struttura tettonica della Penisola, con la sua sismicità, potrebbe rivelarsi inadatta a ospitare in sicurezza le enormi sacche di C0 2 che si verrebbero a creare. Ma poco importa: nulla impedisce, anzi tutto incoraggia, ottimi accordi italiani per catturare e seppellire la CO 2 ,globale e delocalizzata com'è, in qualunque altra parte del pianeta, acquisendo lo stesso,per noi e per i Paesi che collaboreranno, identiche quote Kyoto, come prevedono le regole del protocollo ambientale.Lei studia e insegna nel Paese che più consuma e più inquina, ma che non ha voluto aderire al protocollo di Kyoto. Non si sente a disagio?Un po' sì. L'amministrazione Bush ha commesso un colpevole errore. Il problema è noto da tempo.Ce ne accorgemmo già dopo l'ultima guerra mondiale.L'anidride carbonica saliva e cercammo di capire cosa stava succedendo. Mettemmo sotto osservazione innanzitutto la Groenlandia. Dal 1975 il fenomeno cominciò a essere evidente e oggi anche gli scettici hanno dovuto convenire sulla relazione strettissima tra il global warming e le emissioni di CO 2 .L'Europa si muove, anche se con molte incertezze. Gli Usa erano fermi, ma Obama promette di cambiare registro. Può farcela?Di questo passo non può farcela Obama e non ce la farà nessuno. Né gli Stati Uniti, né l'Europa, né l'Italia. Rispetto all'entità del problema, quel che si sta tentando di fare, e che oltretutto non riuscite a fare, rappresenta un granello nel mare. E così facendo anche il semplice controllo della crescita delle emissioni è un obiettivo irrealizzabile. Perché anche se i Paesi industrializzati riuscissero a controllare il fenomeno a casa loro, e non è affatto detto che ci riescano, nel frattempo quelli in via di sviluppo moltiplicheranno comunque le loro emissioni. Diventeranno rapidamente i principali produttori di CO 2 , più che annullando qualunque sforzo dei Paesi più sviluppati.Uno scenario apocalittico. Cosa propone?La sola soluzione realmente praticabile:togliere dall'atmosfera questa quantità crescente di CO 2 che comunque sarà emessae seppellirla in modo sicuro.La corsa alle rinnovabili? Il nuovo sviluppo del nucleare?Obiettivi necessari e condivisibili. Ma nulla di tutto ciò servirà a risolvere il problema senza azioni di ben altra portata. Nella migliore delle ipotesi tutte le energie che non emettono anidride carbonica potranno raggiungere al massimo il 30% del fabbisogno energetico, coprendo solo una parte della crescita tendenziale della richiesta. Nulla potrà a medio termine rimpiazzare davvero i combustibili fossili. Ecco, ripeto, l'unica soluzione: la cattura dell'anidride carbonica....

giovedì 4 dicembre 2008

Ambiente, è finito il tempo delle parole e dei rinvii

Non è solo la scienza a dirci che non è più il tempo delle parole. Ce lo dice ormai la vita di ogni giorno, sempre più funestata da quelle che, speculatori e profittatori, si ostinano a chiamare «catastrofi naturali» e che altro non sono che le figlie del loro insostenibile sistema di produzione e consumo. Rinviare ancora sarebbe un dramma: o si agisce ora o alla crisi economica e sociale, che sta sconvolgendo la vita di miliardi di donne e uomini, si aggiungerà sempre più quella ambientale e climatica che, in meno di un secolo, desertificherà gran parte della terra, la priverà dell'acqua sufficiente a dar da bere a tutti, innalzerà mari e oceani, e continuerà a moltiplicare uragani e tempeste. Ecco cosa è giusto aspettarsi dagli oltre ottomila delegati, in rappresentanza di 192 paesi del mondo, riuniti a Poznan: la consapevolezza che è finito il tempo delle parole e dei rinvii. Le speranze che l'esito sia questo sono notevoli. Le alimenta la vittoria di Barack Obama negli Stati uniti, soprattutto la sua ribadita volontà di fare dell'ambiente e in particolare della lotta al cambio di clima la base del green new deal. Le alimenta l'Europa, sebbene Berlusconi, che a Poznan si presenta forte delle sue decisioni unilaterali e vincolanti di procedere da sola nella lotta al riscaldamento globale, se il resto del mondo continuerà a non far nulla. Le alimenta infine la consapevolezza, maturata in paesi decisivi come Cina, Brasile, India, che la riconversione energetica e industriale, che la lotta ai cambiamenti climatici impone, è anche l'unica strada per uscire dalla crisi della globalizzazione liberista. (Da il manifesto)

Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente.

martedì 28 ottobre 2008

Anno 2100, sette metri e mezzo sotto i mari

Giunge da Potsdam (Germania) una nuova stima sul futuro innalzamento del livello delle acque terrestri, condotto dall’Istituto per la Ricerca sull’Impatto Climatico (Pik). I dati sino ad ora pubblicati nel rapporto del Panel Intergovernativo sul Mutamento Climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite - presentato nel febbraio 2007 - sono inesatti, poiché non tengono minimamente conto di alcune variabili sino ad ora sottovalutate - rivelano i ricercatori tedeschi. “Dovremmo prepararci per un innalzamento dei livelli dei mari di un metro durante questo secolo” ha chiarito alla stampa internazionale il direttore del Pik, c; il centro di ricerche ha difatti rilevato un raddoppiamento e addirittura un triplicamento del tasso di scioglimento dei ghiacciai himalayani e della calotta della Groenlandia. Due terzi dei ghiacciai dell’Himalaya, secondo questo studio, hanno subito e stanno subendo pesantemente gli effetti del riscaldamento globale, fenomeno aggravato dalla “nube marrone” che avvolge l’Asia Orientale. Questa nuova, terribile minaccia consiste in una nuvola tossica composta da inquinanti spesso incombusti che provocano - mediante il deposito di particelle carboniose sui ghiacciai - un’innaturale deficienza di riflessione, che induce un assorbimento maggiore dei raggi solari con conseguente rapidità di scioglimento delle riserve acquifere gelate custodite sulla più grande e imponente catena montuosa del pianeta.La liquefazione di questi antichissimi ghiacciai innescherà un effetto a catena che andrà ad alimentare la portata di grandi fiumi asiatici come Gange, Brahmaputra, Indo, Salween e Mekong, sulle cui rive vive oltre un miliardo di persone. L’Ipcc non ha tenuto conto di queste emissioni di gas a effetto serra provocate del grande sviluppo dell’economia cinese, prevedendo – erroneamente - un innalzamento del livello dei mari solo tra i 18 e i 59 centimetri entro il 2100. Schellnhuber avverte, inoltre, che limitare le emissioni in metropoli come Pechino per cercare di pulirne l’aria, paradossalmente, potrebbe aumentare le temperature globali invece di ridurle, a causa del calo del volume di particelle ’sporche’ nell’aria, che contribuiscono a proteggere la Terra dal Sole. L’Istituto d’economia mondiale rileva, in aggiunta, un aumento del 3,5% annuo – triplicato nell’ultimo ventennio - del tasso di emissione di Co2, principale responsabile del surriscaldamento globale, causato dal boom economico, come si è detto, di paesi emergenti quali Cina e India. “Nonostante sia sempre difficile fornire cifre certe da queste stime, continuano a uscire numeri importanti che rafforzano la serietà del problema al di là del numero preciso” - chiarisce il direttore del Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici, Antonio Navarra. “Nel caso tutta la calotta della Groenlandia si sciogliesse - ha aggiunto il portavoce dell’Istituto di Potsdam - l’innalzamento dei mari, è stato calcolato, sarebbe di 7,5 metri”.Gli scienziati del Pik ritengono, infine, che l’uomo abbia, allo stato attuale, solo il 50% di probabilità di limitare a soli 2°C l’aumento globale delle temperature prima del 2100; questo - a patto che i piani messi sul tavolo dai Paesi del G8 per ridurre le emissioni di gas serra vengano realizzati - risparmierebbe alla Terra seri danni. (Da L'Opinione)