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lunedì 4 ottobre 2010

Verità scomode: i 10 miti verdi da sfatare

Un paio di anni fa Wired aveva fatto parecchio scalpore con un articolo su alcuni miti "verdi" da sfatare. Secondo la rivista americana, infatti, ci sarebbero una serie di convinzioni portate avanti come bandiere delle proteste degli ambientalisti da diversi anni, che in realtà non sarebbero altro che leggende.
Il punto centrale dell'articolo era che è inutile battersi per piccole singole campagne, come fa la maggior aprte degli ambientalisti, quando il cambiamento climatico sta spingendo il pianeta verso il caos.

1) La vita in campagna non è più ecologica di quella cittadina.
I motivi sono molteplici: dalla benzina (e i gas di scarico) sprigionati per raggiungere i centri abitati, alle emissioni del terreno durante la lavorazione, o degli animali durante l’allevamento, fino anche alla concentrazione dei consumi raggruppati in comunità, che potrebbero diventare più dannosi se utilizzati singolarmente nelle case isolate.

2) L’aria condizionata può essere ecologica,
infatti è preferibile usarla d’inverno, nonostante lo spreco di energia elettrica, e le conseguenti emissioni, perchè l’alternativa sarebbero i termosifoni, che inquinano molto più dei condizionatori stessi.

3) Gli Ogm sono più ecologici dei prodotti agricoli bio,
infatti gli organismi geneticamente modificati, su cui anche la Fao punta, potrebbero risolvere il problema della fame nei paesi poveri, fornendo artificialmente cibo, in quantità anche maggiori e a costo inferiore rispetto alle colture organiche.

4) Le foreste vergini contribuiscono al riscaldamento del pianeta,
meglio quindi costruire aziende agricole al loro interno.

5) La Cina sarà la soluzione ai problemi ecologici,
infatti i cinesi, insieme agli indiani, stanno producendo uno sforzo per sviluppare le energie rinnovabili su scala industriale, molto di più di quello che avviene ad esempio in America e in Europa.

6) Accettiamo l' ingegneria genetica,
perché i nuovi Ogm superefficienti potrebbero diminuire le emissioni di gas serra.

7) Il commercio del "credito del carbonio" non è un bene,
perché l’accordo tra paesi industrializzati e paesi poveri per acquistare quote di “inquinabilità” porta a una concentrazione dell'’inquinamento in determinate zone, situazioen assai più dannosa di una produzione più estesa ma meno fitta.

8) E' meglio acquistare un’auto usata che una nuova ibrida,
infatti la diminuzione di produzione automobilistica inquinerà molto meno di un'auto a Euro zero.

9) Il nucleare è ecologico,
dato che formisce energia elettrica senza emissioni di Co2.

10) E' inutile ostinarsi a combattere i cambiamenti climatici,
bisogna abituarci ad essi, ed agire di conseguenza, preparandosi magari al peggio. Secondo Wired, infatti, saremmo ormai in ritardo per rimediare, e l’unica cosa da fare è utilizzare le conoscenze tecniche e scientifiche per cercare di limitare i danni .

E' interessante rivedere adesso queste 10 "eresie verdi", perché in soli 2 anni alcune sono state rivalutate. Che ne pensate?

martedì 27 luglio 2010

Paolo Scaroni: Eni dice no al nucleare

Paolo Scaroni, l'amministratore delegato di Eni, ha dichiarato che la sua società non ha intenzione di entrare nella partita del nucleare italiano, anche se considera la scelta fatta anni fa una pazzia.
"Prima di immaginare di riempire con mulini a vento località che non hanno vento - ha detto Paolo Scaroni durante il congresso Milano MedForum - e di coprire il nostro scarso territorio con pannelli solari che usano una tecnologia vecchia di 80 anni, bisogna esplorare tutte le strade per risparmiare energia".
" I quattro Paesi petroliferi del Nordafrica , quindi Egitto , Libia , Tunisia e Algeria , pur rappresentando meno del 5% della produzione mondiale di gas e petrolio , per noi rappresentano quasi il 35% della produzione - ha continuato Paolo Scaroni, ricordando che Eni ha investito 50 miliardi di dollari in 10 anni nell'area nordafricana, dando lavoro a più di 5.000 persone.

giovedì 13 maggio 2010

David Cameron e le nuove politiche ambientali

Mentre in Italia le politiche ambientali sono più che lacunose, la Gran Bretagna, prima nazione ad avere istituito un Ministero per i Cambiamenti Climatici, fa nuovi passi in avanti.

Valerio Garzieri, nel suo post di oggi su Repubblica, studia le prime mosse a favore dell’ambiente del nuovo governo di David Cameron
Il programma annunciato oggi da Cameron riprende infatti molti degli impegni assunti dai laburisti nella lotta ai cambiamenti climatici.
“Dagli incentivi alle rinnovabili ai piani di sviluppo per l’energia delle maree e dal biogas, molti di quelli che erano gli obiettivi perseguiti da Brown restano anche nell’agenda della coalizione Tory/Lib-dem.
Anzi, come si può leggere al punto 11 del dettagliato programma steso all’atto di siglare l’intesa tra i due partiti, il nuovo esecutivo ha annunciato anche l’intenzione di introdurre una carbon tax da applicare nel caso sul mercato delle emissioni il prezzo della CO2 cali troppo bruscamente”.
E la Gran Bretagna ha una lezione da darci anche sul tema del nucleare:
“Sul tema spinoso dell’atomo Tory e Lib-dem hanno sottoscritto un patto tanto semplice quanto chiaro: i conservatori sono favorevoli e porteranno avanti i progetti di nuove centrali; il partito di Nick Clegg resta contrario e lo dirà forte e chiaro in parlamento, salvo poi astenersi al momento del voto”.

domenica 5 aprile 2009

La mia ricetta per la rivoluzione verde

Invece di giocare di rimessa sul Protocollo di Kyoto, il governo italiano dovrebbe accettare «fino in fondo» la sfida che propone l'Unione europea e puntare anche sul risparmio e sull’efficienza energetica per affrontare crisi economica e crisi climatica. Ne è convinto Roberto Della Seta, 50 anni, capogruppo del Pd nella commissione Ambiente del Senato, fino a fine 2007 presidente di Legambiente, che lanciando le proposte dell’opposizione in tema di energia dice: «Sul nucleare niente pregiudizi, ma analisi costi-benefici. Non serve né a superare la crisi né ad abbattere i costi».Parliamo di energia e clima. Cosa ci si aspetta dai negoziati in ambito Onu in corso fino all'8 aprile a Bonn, in vista della Conferenza di Copenaghen che a dicembre dovrebbe vedere la conclusione di un accordo globale in vigore dal 2013 su energia e riduzione delle emissioni?Da Bonn e dagli appuntamenti internazionali di questi giorni, a cominciare dal G20 che si è riunito a Londra, per continuare con la riunione che precederà il G8 della Maddalena e che si terrà a Washington alla fine di aprile promossa dal presidente Barack Obama, ci si aspetta che emerga la piattaforma del nuovo accordo globale per il rilancio degli obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni. La novità deve essere il coinvolgimento in questi impegni delle grandi economie emergenti di Asia e America latina, quindi di Paesi non solo come Cina e India, ma anche come Brasile, Indonesia e Messico, da principio esclusi dal Protocollo di Kyoto e che invece ora devono assumere delle responsabilità nell’interesse di tutti. Se i mutamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale avranno un costo economico che il Rapporto Stern ha quantificato nel 5% del Pil mondiale. C’è da dire che ci sono state due novità decisive negli ultimi 6 mesi che fanno ben sperare. La prima è la svolta nella posizione degli Stati Uniti, che con Barack Obama hanno messo la questione della lotta ai mutamenti climatici al centro del programma della nuova amministrazione. La seconda è che, al contrario di quanto si temeva con l’esplosione della crisi, tutti i grandi Paesi come Francia, Germania, Regno Unito oltre agli Usa hanno capito che puntare sulla green revolution, ovvero sul miglioramento dell’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, conviene perché crea posti di lavoro, fa nascere imprese e serve a sostenere la domanda interna grazie ai risparmi delle famiglie sui costi dell’energia. Non le sembrano realistiche le preoccupazioni del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e di Confindustria relative a un eventuale aumento della disoccupazione a causa di obiettivi ambientali troppo gravosi per l’industria italiana? Sicuramente in un momento di crisi drammatico come quello attuale è necessario che tutte le politiche, su qualunque tema, siano compatibili con la necessità di non stressare il sistema produttivo. È un’analisi costi-benefici che può dire se un intervento è compatibile con le esigenze attuali del sistema produttivo oppure no. Invece il governo ha una posizione che è eufemistico definire timida, sostiene solo che in un momento così le imprese vanno sostenute direttamente, senza peraltro farlo concretamente. In realtà gran parte dell’industria italiana è di gran lunga più avanti. I settori più in difficoltà su sprechi energetici e trend di aumento delle emissioni sono altri: i trasporti, i consumi elettrici civili, la produzione dell’energia. Il vicepresidente di Confindustria Pasquale Pistorio, che da imprenditore è stato protagonista di quel grande caso di successo che è la Stmicroeletronics, multinazionale leader nel campo dei semiconduttori, racconta spesso come la sua azienda abbia nel giro di qualche hanno ammortizzato e alla fine guadagnato dagli investimenti fatti nel risparmio energetico. Direi che il governo e la maggioranza in Italia sono un’anomalia. Si tratta dell’unico caso di Destra europea che, oltre ad aver relegato ai margini i temi ambientali, teorizza che i cambiamenti climatici non esistono. Questa cose sono scritte nere su bianco in una mozione proposta dal Pdl che il Senato ha purtroppo appena approvato. (Da Finanza & Mercati)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’amministratore delegato Paolo Scaroni

mercoledì 25 marzo 2009

I cambiamenti climatici si studiano con le nanotech

C he cosa hanno in comune i ricercatori italiani e quelli svedesi? La risposta, nient'affatto scontata, è affidata a Lars Leijonborg, ministro per l'Istruzione e la Ricerca del Governo di Stoccolma, in visita ufficiale in Italia insieme ai Reali di Svezia.«Italia e Svezia- spiega Leijonborg, 59 anni, da due e mezzo al Governo - intendono investire insieme nella ricerca sui neutroni, nelle nanotecnologie, negli studi e l'esplorazione della regione artica per trarre informazioni utili sul cambiamento climatico ». Aree di studio comuni tra scienziati italiani e svedesi e che oggi saranno oggetto di una dichiarazione congiunta tra Leijonborg e il ministro Mariastella Gelmini, nel corso del Forum Italia-Svezia organizzato da Confindustria.Italia e Svezia svilupperanno programmi congiunti?I due Paesi già collaborano,al di là dell'esistenza di accordi formali. Il progetto più concreto su cui lavoreremo insieme riguarda lo sviluppo di nuovi materiali attraverso la cosiddetta "spallazione" dei neutroni (è il processo che avviene quando particelle ad alta energia impattano nuclei di atomi producendo un flusso di neutroni, poi impiegati per produrre materiali artificiali, ndr). Inoltre esistono scienziati italiani molto competenti nello studio del Polo Nord e dei cambiamenti climatici, con i quali intensificheremo la partnership. Altri campi che rientreranno nell'accordo con il ministro Gelmini sono le nanotecnologie, l'energia sostenibile, l'alimentazione e la pesca.Investimenti ancora scarsi e legami carenti tra aziende e Università: sulla ricerca l'Italia cerca ancora un modello. Qualè l'esperienza svedese?Possiamo dire di essere tra i vertici a livello mondiale per spese dedicate alla ricerca in rapporto al Pil. L'Agenda di Lisbona poneva come obiettivo il 3%, con un punto di derivazione pubblica e un punto dai privati. La Svezia si posiziona sul 4%, con 3 punti di investimento privato. Per un ministro come me, il vantaggio è avere in casa dei giganti come Ericsson nelle telecomunicazioni e AstraZeneca nella farmaceutica, ciascuno dei quali con la sua ricerca copre quasi l'1% del Pil. Un altro punto di Pil arriva da Volvo e da altre grandi aziende private. Per quanto riguarda poi il rapporto tra le imprese e l'università, direi che il punto di vista di un ministro della Ricerca è molto parziale. Il tema decisivo è un altro...A che cosa si riferisce?Al clima e alle condizioni del fare impresa. Se manca questo, la ricerca resta per forza di cose in laboratorio. Se sei un ricercatore e sviluppi un'invenzione che potrebbe costituire un vero breakthrough tecnologico nel campo della medicina, devi essere messo in condizione di commercializzare la tua idea. Il Governo svedese, a questo scopo, attraverso degli Innovation center creati nelle università favorisce la diffusione del capitale di rischio nella fasi di "very early stage" e fornisce assistenza per passare alla commercializzazione.Quali criteri vengono seguiti nella distribuzione delle risorse pubbliche?Innanzitutto quello del merito. La quantità dei fondi che attribuiamo alle singole università è vincolata alla valutazione dei risultati conseguiti nell'anno precedente. Sui contenuti siamo fortemente orientati alla ricerca di base, sostanzialmente libera, guidata dal mercato, ma senza deviare eccessivamente dalle aree che secondo i contribuenti e la politica saranno strategiche nei prossimi anni: medicina, clima e tecnologie al loro servizio. Ci sono alcuni grandi obiettivi scientifici ai quali, non solo la Svezia ma tutta l'Europa, deve puntare: le grandi battaglie della medicina contro il cancro, l'Alzheimer, l'Aids; l'avvento su larga scala dell'auto elettrica; i sistemi per la cattura del carbonio.La Svezia ha appena compiuto una clamorosa retromarcia tornando al nucleare. Per quale motivo?La sospensione decisa nel 1998 non è stata risolutiva e ha lasciato grandi divisioni nel Paese. Adesso siamo arrivati a una sorta di storico compromesso: i reattori esistenti potranno essere sostituiti da nuovi impianti e di pari passo si svilupperanno sia la ricerca sul nucleare di quarta generazione sia quella sulle fonti rinnovabili come l'eolico, le biomasse, il solare.A giugno in Italia si svolgerà il G8 della scienza. Da osservatore esterno, la Svezia ha dei suggerimenti?A mio parere bisogna dare priorità agli obiettivi che ho appena indicato. Ma soprattutto credo che anche in questa fase di crisi internazionale occorra aumentare gli investimenti in ricerca seguendo la strada tracciata negli Stati Uniti da Barack Obama. In Europa solo una cifra intorno al 6% degli investimenti pubblici per la ricerca è finanziata da Bruxelles: troppo poco. Oggi ho incontrato anche il vostro Presidente Giorgio Napolitano, che mi è parso molto sensibile su questo tema. (Dal Sole 24 Ore)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

giovedì 19 marzo 2009

«Nucleare e carbone? Indispensabili». Nessun alibi sull'effetto serra

Guai a illudersi. Le fonti fossili, petrolio e gas, manterranno per decenni l'assoluta supremazia nell'energia di cui avrà bisogno il nostro pianeta. Le riserve non mancano. Servono però massicci investimenti per liberare le nuove tecnologie di estrazione, e nuovi patti tra Paesi produttori e consumatori per conciliare i reciproci interessi. Ma nel frattempo l'effetto serra rischia di provocare conseguenze irreversibili. Ecco allora l'analisi e i suggerimenti degli esperti che hanno preparato l'ultimo World Energy Outlook, che sarà presentato oggi a Roma in un convegno promosso dalla sezione italiana del Consiglio mondiale per l'energia.L'analisi ci dice che i trend della domanda e dell'offerta di energia sono insostenibili per l'ambiente, per l'economia e per i difficili equilibri sociali del pianeta. «Ma questo scenario può essere cambiato. La rotta si può modificare». La ricetta? Un'azione su più fronti. Bisogna decarbonizzare le emissioni sequestrando il massimo possibile della CO2 emessa dalle fonti fossili. E bisogna accelerare, anche con incentivi pubblici, il ricorso combinato all'energia nucleare e alle nuove tecnologie capaci di rendere convenienti e diffuse le rinnovabili.Fatih Birol, nato 51 anni fa ad Ankara, è chief economist dell'Agenzia internazionale dell'energia, l'artefice dell'Outlook. Ce ne anticipa i contenuti lanciando un ammonimento: ai trend attuali le emissioni di anidride carbonica causeranno nei prossimi decenni un rialzo della temperatura media del pianeta di 6 gradi. Ben oltre i 2 gradi considerati il tetto massimo sopportabile, corrispondente a una saturazione di 450 parti per milione di CO2 nell'atmosfera, rispetto alle 380 ppm che già abbiamo disgraziatamente superato.È la premessa per la catastrofe planetaria?È evidente che il quadro attuale è insostenibile. La nostra agenzia non elabora direttamente le previsioni sulle conseguenze climatiche, ma tutti i report più autorevoli confermano che basterebbe un aumento di circa 4 gradi per avere gravi conseguenze nel lungo termine su eco-sistemi, acqua, inondazioni e salute umana, con la possibilità di cambiamenti bruschi quando non addirittura irreversibili. Dobbiamo agire subito.Per salvarci, da dove dobbiamo cominciare?Il settore energetico è uno dei primi da cui partire, se consideriamo che da solo è responsabile per più del 75% delle emissioni di CO2 mondiali. Abbiamo al massimo due decenni di tempo per invertire la rotta. E nessun alibi: molte tecnologie a basso contenuto di carbonio sono già disponibili. Devono essere diffuse. Penso ai margini per incrementare l'efficienza energetica nel settore automobilistico, nell'edilizia, nelle apparecchiature elettriche. Penso al potenziale, enorme anche oggi, per la produzione di elettricità con le rinnovabili. E guai a non sviluppare le tecnologie chiave per il futuro delle fonti fossili, dalla nuova generazione di veicoli e di carburanti alla cattura e stoccaggio della CO2.La crisi economica mondiale da una parte frena i consumi, dall'altra frena gli investimenti sulle fonti pulite. C'è chi sostiene che la crisi potrebbe essere un'opportunità per cambiare in meglio le regole del gioco.Che ne pensa?Abbiamo bisogno di una vera rivoluzione energetica. La riduzione delle emissioni nel breve periodo è una magra consolazione se gli investimenti che potrebbero portare a un futuro sostenibile sono rimandati o cancellati, o se il progresso tecnologico viene rallentato a causa della riduzione della spesa in ricerca. È importante che i governi diano slancio a questa azione, con misure di stimolo definite. Sull'efficienza,sulle rinnovabili ma anche, lo ripeto, sul migliore sfruttamnento delle fonti fossili. Anche il nucleare dovrà avere un ruolo importante.L'ultimo Outlook auspica un patto tra Paesi produttori di petrolio di gas e Paesi consumatori per un maggiore sfruttamento dei giacimenti, e suggerisce strumenti alternativi per differenziare le fonti e contenere le emissioni. Non c'è una contraddizione tra i due richiami?No. Da un lato è evidente che per ottenere un quadro energetico più sostenibile, rispettando il limite delle 450 parti per milione, è necessario perseguire tutte le opzioni per abbattere la CO2. Nello scenario che disegnamo per rispettare tale limite, dopo il 2020 tutti ma proprio tutti gli investimenti nel settore elettrico devono essere orientati a nuove centrali elettriche a zero contenuto di carbonio. Una sfida di portata storica. D'altro lato, però, anche in questo scenario il petrolio e il gas continueranno ad avere un ruolo molto importante per soddisfare la domanda mondiale di energia, specialmente nel settore dei trasporti. Per questo è fondamentale che le forniture di petrolio e gas avvengano in maniera sicura ed efficiente.Come giudica il sistema di vincoli e negoziazioni dei diritti di emissione introdotto con il protocollo di Kyoto?Un sistema di questo genere deve far parte delle misure di risposta, almeno per quan-to riguarda i Paesi industrializzati, anche perché offre la possibilità di un commercio delle emissioni capace di finanziare gli investimenti. D'altronde,in vista dell'appuntamento di Copenhagen di fine anno, durante il quale si terranno le negoziazioni per il cambiamento climatico, è chiaro che per garantire risultati tangibili le azioni devono essere concordate a livello mondiale. (Dal Sole 24 Ore)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che Eni, su iniziativa del suo amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

mercoledì 18 marzo 2009

Centrali a biomasse? Non nel mio cortile

"Le centrali a biomasse sono tra gli impianti più innocui sulla Terra. Per produrre elettricità bruciano pezzi di alberi a crescita rapida, come i pioppi, e scarti di potature: tutta roba pulita e rinnovabile. Per i contadini sarebbero un affare, perché trasformano in guadagno il costo dello smaltimento dei residui. Anche per gli abitanti dei comuni interessati potrebbero essere un’opportunità, visto che significano posti di lavoro e spesso sconti sulla bolletta della luce. Eppure, in Italia perfino le piccole e inoffensive centrali a legna sono combattute come il diavolo. Da Atena Lucana, in provincia di Salerno, a Zinasco, nel Pavese, sono 52 gli impianti elettrici di quel tipo contestati. È un fenomeno nuovo e sconcertante perché le centrali a biomasse, così come le altre a energia rinnovabile (idroelettriche, solari, geotermiche ed eoliche), fino a non molto tempo fa erano considerate virtuose e non solo accettabili ma addirittura richieste, quindi fornite di uno speciale lasciapassare ecologistico, una specie di bollino verde.
Da qualche tempo, invece, gruppi di talebani della «difesa del territorio», spesso minuscoli ma bellicosi, hanno cominciato a trattare da nemiche perfino le energie rinnovabili. Riuscendo a bloccarle, spesso trovando alleati tra politici e amministratori locali, sovente agendo anche a dispetto di questi ultimi, oltre che contro gli ambientalisti più ragionevoli e la maggioranza della popolazione, in genere estranea alle proteste o proprio contraria. Il cambiamento di approccio è stato colto e censito dal Nimby Forum (”Not in my backyard” significa: non nel mio cortile), organizzazione che da anni tiene sotto osservazione il delicato rapporto tra le comunità da una parte e dall’altra le istituzioni, le aziende e gli enti che promuovono la costruzione delle infrastrutture. Nel rapporto 2008, che viene presentato ufficialmente giovedì 12 marzo e che Panorama ha letto in anteprima, il Nimby Forum ha individuato 67 impianti a energie rinnovabili contestati in Italia, un grosso numero. E una tendenza preoccupante, proprio nel momento in cui si torna a parlare di energia atomica: “L’Italia si avvia verso il più grande caso Nimby mai osservato, quello sul nucleare” prevede Alessandro Beulcke, presidente del Forum. (Da panorama)

venerdì 13 marzo 2009

Un'antica tecnologia che potrebbe salvare il pianeta

In questo preciso momento, migliaia di scienziati – e anche migliaia di imprenditori – stanno scrutando nel futuro per cercare migliaia di soluzioni diverse ai problemi energetici e climatici del mondo. Nuove generazioni di tecnologia solare, per mietere meglio i fotoni che piovono dalla nostra stella. Il bersaglio sfuggente della fusione nucleare, sulla carta più sicura e potente della fissione che usiamo oggi. Addirittura giganteschi ombrelli da lanciare in orbita, per abbassare la temperatura qualora gli equilibri del clima rischiassero un giorno di andare fuori controllo.Eppure, una soluzione grandiosa – facile, vantaggiosa e perfino economica – potrebbe nascere scrutando nel passato.La leggenda di Eldorado è sopravvissuta per un paio di secoli, fino a morire per mancanza di prove. Nel 1542, il conquistador Francisco De Orellana si avventura nel cuore dell'Amazzonia in cerca di oro e – al ritorno – racconta di aver visto una fiorente civiltà nel cuore della foresta pluviale: villaggi, fattorie, mura fortificate. Si alimenta così il mito di un re dorato che governa una città ricca di riserve auree, che per anni seminerà illusioni e morte fra le fila dell'esercito spagnolo. In verità, nonostante la foresta amazzonica appaia come un'icona di fertilità, la sua terra giallastra era tutt'altro che adatta, a ospitare una civiltà popolosa e quindi ben nutrita: ancora oggi, gli autoctoni sono soliti bruciare pezzi di foresta, nel disperato tentativo di renderla fertile per un raccolto o due. Dopodiché, sono costretti – facendo male all'Amazzonia e all'atmosfera del mondo intero – a spostarsi e a ricominciare daccapo.Nonostante ciò, de Orellana potrebbe aver detto il vero. Ci sono punti del Brasile (e della Colombia), dove la terra non è gialla: in portoghese la chiamano terra preta, terra nera. Non casualmente, ma in appezzamenti regolari, alcuni grandi decine di ettari, segno inequivocabile di una fabbricazione umana. E lì, come hanno sperimentato ricercatori della Cornell University, la resa del grano migliora fino all'880%. Questo Eldorado alimentare, secondo gli archeologi, risale a civiltà prosperate in Sudamerica fra i 2.500 ai 6mila anni fa. Le quali, avevano inventato una tecnologia stranota alle civiltà contadine da questa parte dell'Atlantico, applicandola diversamente.Si chiama pirolisi. È la carbonizzazione di qualsiasi biomassa in assenza di ossigeno. Per togliere l'aria, i carbonai usavano pietre e di terra. Le civiltà precolombiane, chissà. Noi del Ventunesimo secolo, come si conviene, ci stiamo preparando a impiegare tecnologie più efficienti e prodotte su scala industriale. Perché dentro al carbone vegetale che esce dalla pirolisi – oggi chiamato biochar, dall'inglese bio-charcoal, carbone biologico – c'è un miracoloso Eldorado di opportunità.Primo: la pirolisi produce un gas, combustibile, rinnovabile e inesauribile.La sola potatura degli ulivi pugliesi produce 700mila tonnellate di biomassa, ogni anno. Aggiungiamo gli scarti dell'industria alimentare e, con il pirolizzatore giusto – come quelli da decine di megawatt che arriveranno presto sul mercato – si potrebbe ottenere energia termica, convertibile in elettricità, e prodotta su scala locale. Certo non abbastanza a rendere l'Italia energeticamente indipendente, ma un po' meno dipendente,sì.Il secondo vantaggio è che il sottoprodotto della pirolisi,il biochar –come ci dice la lezione che viene dall'antica Amazzonia – non è uno scarto, ma una risorsa. Se distribuito nei campi, fertilizza il terreno; ritiene acqua fino a 4-5 volte il suo peso e richiede meno irrigazioni; nel caso delle risaie, non solo fertilizza, ma trattiene le naturali emissioni di metano, un potente gas-serra. E qui, al punto numero tre, arriva il bello. Il biochar potrebbe contribuire a cambiare la matematica del cambiamento climatico. Quando scaviamo il carbone fossile e lo bruciamo per ottenere elettricità, addizioniamo carbonio, spostandolo dalle viscere della terra all'atmosfera. Con il biochar accade il contrario: si fanno le sottrazioni. Tutte le piante, "mangiano" i fotoni dal sole e l'anidride carbonica dall'atmosfera. Al 50% sono fatte di carbonio e, con la pirolisi, il 90% di questo carbonio resta nel biochar. Non per un anno o due, ma per secoli. O forse per millenni, a giudicare dalla composizione della terra preta.«Se tutti gli scarti agricoli venissero ridotti in biochar e distribuiti nei campi – osserva Franco Miglietta, ricercatore del Cnr e co-fondatore dell'Associazione Italiana Biochar – il Paese ridurrebbe le sue emissioni di CO2, ben di più di quel che il Protocollo di Kyoto gli chieda».Il biochar è un Eldorado. (Dal Sole 24 Ore)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

mercoledì 4 marzo 2009

Effetto sera, ecco gli scienziati scettici

Il clima non sta cambiando. Anzi sì, ma non è colpa dell'uomo. O meglio, forse, ma qualche grado in più non può che far bene all'agricoltura. È questo il chiaro e univoco messaggio da un convegno organizzato ieri da Forza Italia per spiegare ai rappresentanti delle Commissioni di parlamentari la verità scientifica sul riscaldamento del pianeta. Intento poco riuscito perché esigenze «organizzative» hanno portato ad anticipare la vetrina dei politici, costretti poi ad abbandonare la successiva sessione scientifica. Eppure le attese erano molto alte, visto l'annuncio della presentazione di un documento in grado di sbugiardare il IV Rapporto dell'Ipcc, il gruppo di studiosi che fornisce le basi scientifiche all'Onu. Il testo è stato realizzato dal Nipcc (curiosa la somiglianza con la sigla Ipcc, con cui non ha però niente a che fare), presentato lo scorso anno al Senato americano con 650 firme di scienziati e subito smentito dal mondo scientifico per la sua scarsa affidabilità.Curioso che l'asso nella manica degli organizzatori non sia neanche stato presentato nel corso del convegno. Non si è però abbandonato il tentativo di smascherare la presunta faziosità dell'Ipcc, optando faziosamente per un panel caratterizzato dalla totale assenza di scienziati difensori delle tesi dell'Ipcc. Decisamente granitica la posizione dei relatori, nel vedere il riscaldamento del pianeta come una grande bufala. «Il clima cambia in modo naturale, l'uomo non c'entra», sentenzia Franco Battaglia, prof. di chimica all'Università di Modena che non conta alcuna bibliografia scientifica sul tema, ma noto per l'assidua presenza sulle pagine del Giornale come confutatore dei cambiamenti climatici. Del resto, chiarisce Battaglia, «su questi temi non serve avere pubblicazioni scientifiche... perché queste ono cose banali».Nella difficoltà di spiegare quali fossero le tesi scientifiche realmente contestate all'Ipcc, nel corso della giornata sono state presentate interessanti certezze scientifiche. Scopriamo così finalmente che il CO2 non è gas velenoso, che il clima è sempre cambiato nella storia della terra e che l'effetto serra è indispensabile per consentire la vita sulla terra. A più voci è stata manifestata la convinzione che esista un grande disegno basato sulla disinformazione e sulla paura per manovrare l'opinione pubblica su questi temi, denunciando un meccanismo di cui sembravano essere ben conosciute le dinamiche. Svanita la paura del cambiamento del clima era necessario trovare un altro elemento per sostenere la soluzione chiave a tutti i problemi: il nucleare. Si riconosce così l'esistenza del picco del petrolio, risorsa destinata ad essere sempre più rara in futuro. Ed è forse la cosa più interessante della giornata. (Dal manifesto)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

martedì 3 marzo 2009

No al nucleare: istruzioni per l'uso

Fin dal primo annuncio di Berlusconi e Scajola ho pensato che il ritorno al nucleare fosse per questo governo, per la cultura di cui si alimenta, per la comunicazione con cui si relaziona ai "sentimenti del popolo", un tassello strategico. Questo aspetto si intreccia con la collocazione internazionale che il centrodestra si è riservata in occasione della discussione sul clima in Europa, quando ha capeggiato, contro le rinnovabili, il manipolo dei Paesi dell'Est destinatari quanto l'Italia di una obsoleta filiera nucleare. Messaggio culturale e politica economica: un intreccio che va messo a fuoco per sviluppare una battaglia contro le centrali atomiche ed evitare di adagiarci solo sul riaggiornamento delle motivazioni vincenti di vent'anni fa. Allora ci impadronimmo di una "narrazione" contro il miracolismo dell'atomo (l'Italia dei terremoti, la permanenza millenaria degli effetti nocivi, l'inevitabilità del rischio catastrofico, la sostituibilità dell'uranio con il metano). Oggi, per rimettere in gioco una scelta che invece ci schiaccerebbe solo sul presente e sulla insensata continuità del modello che ha condotto alla crisi più grave del dopoguerra, occorre una più stretta relazione con le nozioni di pericolo climatico, di sopravvivenza della specie, di inversione della crescita, di cambiamento del paradigma energetico e non solo delle fonti. Innanzitutto, l'acuirsi ed il sovrapporsi di alcune emergenze (la catastrofe climatica, l'esaurimento delle fonti fossili, l'impennata dei prezzi del petrolio, le accresciute probabilità di black-out, la persistenza della crisi finanziaria e la progressiva riduzione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni) condizionano pesantemente la quotidianità e facilitano la riammissione del nucleare nel novero dei rischi da correre per affrontarle, dato che si propone come la tecnologia già disponibile che sarebbe in grado nel breve periodo sia di riassicurare alla popolazione quella crescita che la realtà stessa sembra contraddire, sia di garantire agli attuali ceti dominanti continuità, comando autoritario e controllo dell'economia.In effetti, il mito del prolungamento della crescita e della riserva a cui possono attingere i ricchi se si tengono alla larga i poveri, è parte dell'onda lunga di destra ed è una suggestione che, soprattutto al Nord, ha basi di consenso popolare elevate. Formigoni e Galan infatti hanno da subito lodato l'accordo Berlusconi-Sarkozy. Per di più, ci troviamo oggi di fronte a nuovi dilemmi: molte alternative sui grandi rischi non comportano la scelta tra alternative sicure e rischiose, ma tra diverse alternative rischiose: è il caso dei pericoli del cambiamento climatico combattuti con i pericoli incalcolabili delle centrali nucleari. Berlusconi oggi controlla il campo della paura e senza una adeguata reazione, quella che io chiamo una autonoma narrazione, noi saremmo persi. La paura del declino e della rinuncia ai consumi mette in secondo piano i rischi imponderabili del nucleare, che riguardano basse probabilità di occorrenza. Questa volta bisogna spostare l'attenzione sulle alternative non pericolose, realizzabili già oggi e che, soprattutto, prefigurano una organizzazione sociale desiderabile. Si tratta di una svolta propositiva opposta, al prevalere dell'azione offensiva di questo governo nei confronti della partecipazione, dell'autorganizzazione territoriale, dell'autonomia del mondo del lavoro e di quella democrazia di massa che diede tra i suoi frutti l'abbandono del nucleare attraverso una consultazione popolare. (Da Liberazione)

venerdì 27 febbraio 2009

Scajola: ''Nucleare contro i cambiamenti climatici''

Ministro Scajola, pensa che la maggioranza degli italiani sia ora favorevole al nucleare? «La percezione è cambiata. La "guerra del gas" tra Russia e Ucraina, che il mese scorso ha rischiato di lasciare al freddo tutta Europa, e l´urgenza di ridurre l´inquinamento per combattere i cambiamenti climatici ci obbligano a diversificare le fonti di energia ricorrendo anche al nucleare. Il mix ottimale di generazione verso il quale dobbiamo tendere è composto dal 50% di fonti fossili (gas, petrolio e carbone pulito), 25% di fonti rinnovabili e 25% di nucleare».Quali sono i prossimi passi? «I prossimi passi sono l´approvazione del disegno di legge "Sviluppo", l´istituzione dell´Agenzia di sicurezza nucleare e la deliberazione Cipe. Penso che l´Agenzia potrebbe entrare in funzione entro la fine dell´anno e diventare operativa già nel 2010».Quando si parlerà dei possibili siti e chi spetterà la scelta?«Abbiamo previsto che sia il governo, con decreti legislativi da adottarsi entro sei mesi dall´approvazione della legge, a definire il regime autorizzatorio e i criteri per la localizzazione delle centrali. Dopodiché, saranno le imprese energetiche che, nell´ambito dei criteri così definiti, individueranno i siti. I decreti disciplineranno anche le modalità di esercizio da parte del governo dei poteri sostitutivi previsti dall´articolo 120 della Costituzione nei casi di mancata intesa con gli enti locali competenti».I luoghi dove già in passato sono sorte centrali nucleari vanno considerate soluzioni valide o si procederà da zero?«Premesso che stiamo accelerando lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari, se i siti avranno i requisiti previsti dalle nuove norme potranno essere presi in considerazione. Ma come tutti gli altri: non vi saranno imposizioni dirigistiche da parte dello Stato».Pensa che ci saranno forti opposizioni da parte dei territori coinvolti, come le fronteggerete?«Mi ricordo che nel 1987, quando ci fu lo sciagurato referendum che ci fece uscire dal nucleare, nelle zone dove sorgevano le vecchie centrali i voti favorevoli al nucleare erano superiori ai voti contrari. Questo non significa certo che non ci potranno essere delle opposizioni: ho visto per esempio che un ex sottosegretario dei Verdi ha preannunciato un nuovo referendum contro le norme sul nucleare. Gli auguro più fortuna di quanto i Verdi abbiano avuto alle elezioni politiche. Penso che dovremo far di tutto per spiegare che le nuove centrali sono incomparabilmente più sicure di quelle vecchie e che sono indispensabili per ridurre l´inquinamento e far pagare meno l´energia elettrica, soprattutto alle popolazioni e alle imprese delle zone attorno alle centrali». Lei ha detto nelle scorse settimane che il piano auto della Francia le suscitava qualche dubbio perché troppo protezionista. Ha avuto modo di chiarirsi su questo punto? «Il presidente Sarkozy ha difeso con energia le misure francesi sostenendo che non sono per nulla protezionistiche. Io qualche dubbio residuo ce l´ho. Ne discuteremo più approfonditamente il 5 marzo nel Consiglio competitività dell´Unione europea». (da Repubblica)

martedì 24 febbraio 2009

Contrordine degli ambientalisti: "Solo il nucleare salverà la Terra"

Questa è la rivincita di Enrico Fermi e dei ragazzi di via Panisperna. Le centrali nucleari non evocano più l’apocalisse, il freddo siderale di Chernobyl, le atmosfere da day after, con la neve e la polvere atomica, di certi video anni ’80. Le marce del popolo verde a Montalto di Castro sono archeologia storica. Il nucleare, quello che l’Italia ha cancellato con un referendum emotivo, non è più un tabù. Lo dicono gli ambientalisti, di tutto il mondo. Qualcosa è cambiato. Questo è il momento in cui molti ecologisti fanno outing e dicono: ci siamo sbagliati. Le centrali nucleari sono indispensabili per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Il concetto è semplice: per salvare la madre terra l’unica strada è non demonizzare il caro vecchio atomo. È quello che scrivono sull’Independent quattro inglesi «pentiti». Stephen Tindale, fino al 2005, era il direttore di Greenpeace: «È stata come una conversione religiosa. Essere contro il nucleare era il primo comandamento di un ambientalista, ma mi sono reso conto che l’energia atomica è meglio dei cambiamenti climatici». E chi sono gli altri tre? Lord Chris Smith of Finsbury non è un barone qualsiasi, ma il presidente dell’agenzia britannica per l’ambiente. Chris Goodall, uno storico pasdaran verde, e Mark Lynas, giornalista e autore di Six Degrees, i «sei gradi che possono cambiare il mondo», una sorta di cronaca sul come finiremo tutti arrosto. Questi quattro cavalieri dell’apocalisse non hanno rinnegato la propria religione, ma hanno spuntato dalla lista dei peccati mortali il nucleare. Lynas arriva perfino a dire che la moratoria sulla costruzione di nuove centrali, ora revocata dal governo di Londra, è stata un «errore enorme, per il quale ora la terra sta pagando il prezzo». Gli ecologisti si sono resi conto che l’unica alternativa al nucleare sono le vecchie centrali a carbone. Quelle che hanno riempito il cielo di nebbia verde.Gli ecologisti, per più di vent’anni, si sono mossi nel mondo come una masnada di Savonarola. È stato il loro grande errore ideologico. Hanno trasformato la sacrosanta tutela della terra in una guerra santa, da invasati, carichi di verità assolute, di scomuniche. Questo è buono e questo è cattivo. Ma l’atomo non è il demonio e neppure la «particella di Dio». È solo l’energia più pulita e meno costosa che c’è. Ora, adesso. Come al solito è il male minore. È pericoloso se ci giochi male, se non stai attento e si porta dietro il problema delle scorie, che vanno smaltite. E non è facile. Ma questo lo sapeva anche Fermi, quando il 2 dicembre 1942 fece partire, a Chicago, il primo reattore nucleare a fissione.La lista dei crociati pentiti è lunga. Patrick Moore, co-fondatore di Greenpeace, ha scritto un mea culpa. «Ho dovuto cancellare trent’anni della mia vita». James Lovelock, padre spirituale del «principio di Gaia», quella quasi religione olistica che adora la Terra come unico e grande essere vivente, ora sostiene: «L’opposizione al nucleare si basa su una paura irrazionale alimentata da fiction di tipo hollywoodiano, la lobby verde e i media». Stewart Brand, fondatore di The Whole Earth Catalog, assicura che lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi è «un problema sormontabile». (Da Il Giornale)

giovedì 12 febbraio 2009

Qui Terra: punto di non ritorno

Da Il Sole 24 Ore

Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l'andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, "chief scientist" del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera.Un quadro che ribadisce l'importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO 2 nella nostra atmosfera.«Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO 2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni », sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l'altro una delle figure di punta dell'Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO 2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia d'anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 parti per milione (ppm) dell'inizio dell'era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.Insieme agli oceani i ghiacci si riscaldano rallentando l'innalzamento di temperature, proprio come farebbe l'impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di cominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In «Nature» Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell'Antartide in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto "buco nell'ozono" che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parte occidentale del continente. Un'ambiguità che era diventata un'argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L'analisi diSteig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell'ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo nella Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. «È un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell'emisfero meridionale – sottolineano gli esperti – difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all'aumento di concentrazione dei gas serra».Le tendenze future delle temperature sull'Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell'atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell'emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO 2 nell'atmosfera aumenti airitmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l'equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l'Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l'Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell'Ovest dell'Australia.Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tantopiù che il taglio delle emissioni continua a incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell'ipotesi di "Gaia", che propone di puntare sull'energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO 2 dall'atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l'agricoltura. «La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO 2 ogni anno, mentre l'uomo è responsabile dell'emissione di circa 30 – ha spiegato lo scienziato – .Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quota di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 in atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno».

mercoledì 4 febbraio 2009

La new “Green Economy”

In America, complice la grande crisi che sta mettendo in ginocchio l'intera economia, dopo mesi di rialzi del costo del petrolio e allarmanti notizie sui cambiamenti climatici, la problematica energetica ha guadagnato il privilegio e l'onere di diventare argomento cruciale per l'americano medio che, anche con questi risultati elettorali, ha dimostrato di chiedere un cambiamento di rotta chiaro. Tra le priorità annunciate da Obama c'è invece l'esigenza di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili di paesi instabili attraverso lo sviluppo di fonti di energia alternative, sostenuto da un fondo di 150 miliardi di dollari per il prossimo decennio. Non solo. Il piano è più ambizioso: ridurre le emissioni dell'80% entro il 2050, con costi per le aziende inquinanti ma con innegabili ritorni per le famiglie e per l'economia in generale. C'è la volontà di investire nella rete di trasporto pubblico, di ridurre la bolletta energetica in capo a famiglie ed aziende ma anche di aumentare l'occupazione, grazie alla creazione di nuovi di posti di lavoro nei settori green (bio-carburanti in primis). Una sinergia tanto più promettente perché si può basare sulle quelle che sono da sempre i punti di forza del sistema industriale americano: ricerca, innovazione, imprenditorialità. È un primo passo, un passo nella direzione giusta. Ma attenzione agli entusiasmi troppo facili: per vincere la s*da che abbiamo di fronte, per rallentare il cambiamento climatico rendendolo compatibile con la sopravvivenza della nostra società, bisogna fare di più. Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, accoglie con prudente soddisfazione l'annuncio della nuova politica energetica di Obama. Sempre secondo Rifkin, oltre alle centrali elettriche bisogna puntare sugli altri due pilastri della terza rivoluzione industriale. Prima di tutto intervenire sugli edi*ci non solo per limitare gli sprechi ma per compiere un salto tecnologico più impegnativo. Case e uf*ci devono produrre energia, non consumarla. Ormai la tecnologia per arrivare a questo risultato è a portata di mano: coibentazione, pannelli solari che avvolgono l'edi*cio, geotermia, energia dai ri*uti e anche il mini-eolico faranno sì che le case si trasformino in micro centrali elettriche. Lovins è convinto che anche nella produzione energetica la rivoluzione sia già a buon punto. Un sesto della produzione mondiale di elettricità e un terzo di quella installata nel 2007 è derivata dalla microproduzione. Un dato che in pochi capiscono. La cogenerazione e le rinnovabili nel 2005 hanno aggiunto alla produzione mondiale quattro volte la quantità di elettricità immessa e undici volte la capacità di generare elettricità del nucleare, ma i fan dell'atomo continuano a dire che sono cifre piccole, limitate, e che ci vorranno decenni perché siano competitive. (Dal Sole 24 Ore)

venerdì 23 gennaio 2009

Ambiente, «Lontani gli obiettivi Ue»

Analisi McKinsey sulla direttiva 20-20-20 pubblicata dal Sole 24 Ore

Gli obiettivi del pacchetto clima ed energia della Ue, il cosiddetto «20-20-20», non saranno raggiunti. Anche immaginando tutti gli interventi possibili, perfino ipotizzando che entro una dozzina d'anni siriesca nell'improbabile impresa di avviare un primo reattore nucleare (la produzione di elettricità con centrali atomiche non emette anidride carbonica), nel 2020 l'Italia continuerà a diffondere nell'aria circa 45 milioni di tonnellate di CO2 di troppo. In cifre: 524 milioni di tonnellate emesse contro le 480 tonnellate massime chieste dall'Europa. Emerge da uno studio realizzato dalla McKinsey, commissionato da Enel e presentato ieri a Roma al convegno «Il contributo dell'Italia nella lotta al cambiamento climatico» organizzato da Confindustria.Quale la ricetta? Ovviamente, a un problema complesso non si risponde con una soluzione semplice come quella individuata dall'Unione europea.Soluzione semplicistica in stile Bruxelles: creare vincoli, bastonare le facili emissioni delle centrali elettriche e dei settori ad alta intensità di energia. Un contributo verrà dal nucleare (dice Simone Mori dell'Enel) e dalle nuove tecnologie di cattura delle emissioni. Ma si otterrebbero effetti migliori – conferma Edoardo Zanchini della Legambiente – lavorando sulle case degli italiani (25 milioni di tonnellate di CO2 in meno) per dare loro un isolamento termico migliore e caldaie più efficienti, oppure con automobili e camion che consumano meno carburante (25 milioni di tonnellate in meno nel settore dei trasporti). «Noi abbiamo sostenuto la detrazione fiscale del 55% per le case efficienti», ricorda Andrea Moltrasio, vicepresidente per l'Europa della Confindustria, e «quell'esperienza ci conferma che il vero strumento è l'incentivazione, invece delle tasse. Questo serve ad accelerare un comportamento che comunque il mondo farà tramite l'innovazione tecnologica».In effetti, il mondo vede più avanti di Bruxelles. Come nel caso del nuovo programma climatico degli Usa tratteggiato da Barack Obama: «Per non perdere il treno internazionale trainato dagli Stati Uniti la Ue deve subito utilizzare la clausola di revisione nel pacchetto clima ed energia », avverte Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente che da anni lavora con gli stessi esperti Usa oggi al vertice dell'Amministrazione Obama.

giovedì 11 dicembre 2008

Quando il sole batterà il carbone

Dal Sole 24 Ore

L' energia solare è una realtà, mica una promessa. Eppure, secondo i top manager di tre delle più grandi imprese fotovoltaiche del mondo – la cinese Suntech Power, l'americana First Solar e l'inglese Solarcentury – sembra quasi che nessuno lo sappia. «Qui parlano tutti di ridurre le emissioni di gas-serra – dice Jeremy Leggett, il fondatore di Solarcentury – senza tenere conto che le attuali tecnologie fotovoltaiche sono già più che sufficienti per soddisfare, nel medio periodo, il fabbisogno di energia e di elettricità».Il «qui», si riferisce al vertice climatico dell'Onu che si chiuderà domani a Poznan e presumibilmente destinato a non restare nella storia. «Il solare viene visto come una delle opportunità, non come la più razionale delle strategie possibili per superare il problema delle emissioni- serra», prosegue Leggett. «Ma c'è di più: in Inghilterra, il Comitato sui cambiamenti climatici ha appena pubblicato un rapporto nel quale si sostiene che l'energia solare non sarà rilevante in questo secolo. Una follia. Mi chiedo da dove abbiano preso quei dati».In compenso, i dati in mano a Leggett, a Mike Ahearn di First Solar e a Zenghrong Shi di Suntech, parlano chiaro: «L'anno scorso sono stati investiti circa 120 miliardi di dollari nelle rinnovabili, 28 dei quali nel solare, con una crescita del 67% sull'anno precedente. Basta parlare con i venture capitalist della Silicon Valley, per rendersi conto della portata del fenomeno». «La tecnologia sta facendo passi da gigante – ammette Shi – e al massimo entro cinque anni avremo raggiunto la grid parity », ovvero il punto in cui l'elettricità dal fotovoltaico costerà quanto quella che deriva dalle fonti fossili, o magari anche meno.«I costi si stanno abbassando drasticamente», assicura Ahearn. «Noi abbiamo cominciato nel 2005, producendo pannelli a film sottili con una capacità complessiva di 20 megawatt. Quest'anno arriveremo a quota 500. E l'anno prossimo prevediamo di raddoppiare ulteriormente la produzione, toccando un gigawatt di potenza, l'equivalente di una centrale nucleare. E se nel 2005 i nostri costi erano intorno a 3 dollari per watt, siamo già vicini a un dollaro per watt». Ma non è finita qui: «Quando è cominciata l'avventura di First Solar, avevamo un'efficienza di conversione energetica del 6%. Oggi siamo già arrivati all'11% e la percentuale crescerà ancora». Fino al punto che, annuncia il fondatore di First Solar – una delle poche storie di successo degli ultimi anni al Nasdaq – colossi del calibro di Intel, Shell o General Electric si preparano a giocare anche loro la partita solare.

Un progetto di risparmio ed efficienza energetica è stato lanciato dall’Eni di Paolo Scaroni più di un anno fa con l’obiettivo di permettere un risparmio del 30% sull’attuale bolletta energetica di ogni famiglia.

mercoledì 10 dicembre 2008

Tanaka (Aie): un New deal per l'energia pulita

Dal Sole 24 Ore

Nobuo Tanaka la pensa diversamente. «Il rallentamento dell'economia globale non deve frenare gli sforzi per evitare cambiamenti climatici disastrosi. C'è bisogno che i previsti investimenti per stimolare l'economia vengano riversati sulle tecnologie rinnovabili e sull'efficienza energetica». A questo pensiero, il 58enne direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie), ha dato anche un nome: «il New deal dell'energia pulita». Forse un po' altisonante, forse un po' gettonato (dopo che il trionfo popolare di Barack Obama ha rievocato Roosevelt e la Grande depressione), ma– vista la portata della partita in gioco – un nome appropriato.Tanaka è a Poznan, all'estenuante vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, dove gli scienziati alzano i toni dell'allarme e i delegati governativi smorzano le aspirazioni del negoziato. Nei corridoi, gira già voce che il successo del summit 2009 a Copenhagen – da tutti indicato come l'inizio della pax climatica internazionale – sia già compromesso. Il che, è ovviamente eccessivo. Ma anche Tanaka, l'uomo che guida l'agenzia dell'Ocse nata all'indomani del primo shock petrolifero per difendere gli interessi energetici dell'Occidente, assicura che non è proprio il momento di tornare indietro, anzi. «Se vogliamo stabilizzare le concentrazioni di CO2 sotto la soglia delle 450 parti per milione, indicata dagli scienziati come la soglia di rischio – spiega – dobbiamo attrezzarci per diminuire progressivamente i consumi di idrocarburi fossili. Siamo tutti d'accordo che lacrisi finanziaria vada fronteggiata in fretta e che gli investimenti per stimolare l'economia sono necessari. Ma perché non farli finalmente in modo sostenibile? Perché non cambiare subito il modo in cui si costruiscono le case, in cui si organizza il trasporto pubblico? E perché non investire nelle infrastrutture di energia pulita? Ci sono benefici per tutti, nel breve e nel lungo termine».In realtà,a Tanaka –bersaglio degli strali ambientalisti quando ha suggerito un mix energetico con un 25% di nucleare – sta soprattutto a cuore il lungo termine. Un giorno, comunque vada, la crisi finanziaria finirà. E lì saranno fatalmente dolori. «È ancora possibile che la domanda petrolifera scenda, nel 2009. Ma a un certo punto riprenderà a crescere, e molto rapidamente. Proprio il contrario dell'offerta, soprattutto perché il basso prezzo del greggio sta facendo rinviare gli investimenti», sui giacimenti e le raffinerie.La somma di questa equazione è un possibile supply crunch, un'interruzione dei flussi petro-liferi, che l'Aie giudica possibile a metà del prossimo decennio. Lo scopo dell'agenzia è quello di evitare altri shock petroliferi, ad esempio gestendo un sistema di riserve strategiche, usato ogni qual volta si provoca un blocco dell'offerta, com'è successo quando Katrina ha colpito il Golfo del Messico. «Ma l'epoca del petrolio a basso prezzo è finita – sentenzia Tanaka – e i governi devono rendersene conto». C'è un problema economico. Ce n'è uno di sicurezza energetica. E pure uno ambientale.«È inevitabile che alle emissioni di anidride carbonica – spiega – venga assegnato un costo. E, secondo alcuni calcoli, finiremo a 180 dollari per ogni tonnellata di CO2 emessa» intorno al 2030, entro il quale dovremmo aver dimezzato l'emissioni-serra, secondo le raccomandazioni degli scienziati. Quindi è bene prepararsi.La crisi economica sembra destinata a rinviare gli investimenti nell'infrastruttura "fossile" e anche a scoraggiare gli investimenti in quella rinnovabile. Ma Tanaka, che prevede un'escalation della domanda di energia da qui a metà secolo, assicura che bisogna scommettere su tutte e due.«Ormai, la maggior parte della gente del mondo condivide questa necessità di trovare nuove risposte, al nostro fabbisogno di energia», riassume Nobuo Tanaka. «Fino al 2030, la produzione petrolifera potrà crescere, ma poi declinerà. I prezzi sono destinati a salire». Sembra il momento perfetto, per un New deal.

Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente.

lunedì 8 dicembre 2008

Intervista a Wallace Broecker

(da Il Sole 24 Ore ) Il protocollo di Kyoto? Ineludibile, visto che l'effetto serra rischia davvero di ucciderci. Ma guai ad illudersi: soffiare nell'atmosfera un po' meno di anidride carbonica, qui da noi, non risolverà il problema. Perché nel frattempo India e Cina, da sole, ne aggiungeranno dieci, cento, mille volte di più. La soluzione? Aspirare la CO 2 e iniettarla nelle viscere nella terra. Oppure in fondo al mare. Si può.E si deve.«Subito»,ammonisce Wallace "Wally" Broecker, il guru della geo-climatologia che per primo, nell'ormai lontano 1975, ha lanciato l'allarme sugli sconquassi dell'effetto serra, traducendo in modelli previsionali le relazioni tra i mutamenti chimici degli oceani e il clima.Broecker, 77 anni, professore alla Columbia University, ha appena ricevuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il premio Balzan 2008 per la scienza del mutamento climatico. Eni ed Enel lo hanno accoltoa Roma come un profeta.E promettono: in Italia la cattura della CO 2 sarà presto una realtà. Un sito sperimentale a Brindisi, un paio in Toscana e uno nel Veneto faranno da apripista.Broecker ci sprona. Ma con un altolà: la struttura tettonica della Penisola, con la sua sismicità, potrebbe rivelarsi inadatta a ospitare in sicurezza le enormi sacche di C0 2 che si verrebbero a creare. Ma poco importa: nulla impedisce, anzi tutto incoraggia, ottimi accordi italiani per catturare e seppellire la CO 2 ,globale e delocalizzata com'è, in qualunque altra parte del pianeta, acquisendo lo stesso,per noi e per i Paesi che collaboreranno, identiche quote Kyoto, come prevedono le regole del protocollo ambientale.Lei studia e insegna nel Paese che più consuma e più inquina, ma che non ha voluto aderire al protocollo di Kyoto. Non si sente a disagio?Un po' sì. L'amministrazione Bush ha commesso un colpevole errore. Il problema è noto da tempo.Ce ne accorgemmo già dopo l'ultima guerra mondiale.L'anidride carbonica saliva e cercammo di capire cosa stava succedendo. Mettemmo sotto osservazione innanzitutto la Groenlandia. Dal 1975 il fenomeno cominciò a essere evidente e oggi anche gli scettici hanno dovuto convenire sulla relazione strettissima tra il global warming e le emissioni di CO 2 .L'Europa si muove, anche se con molte incertezze. Gli Usa erano fermi, ma Obama promette di cambiare registro. Può farcela?Di questo passo non può farcela Obama e non ce la farà nessuno. Né gli Stati Uniti, né l'Europa, né l'Italia. Rispetto all'entità del problema, quel che si sta tentando di fare, e che oltretutto non riuscite a fare, rappresenta un granello nel mare. E così facendo anche il semplice controllo della crescita delle emissioni è un obiettivo irrealizzabile. Perché anche se i Paesi industrializzati riuscissero a controllare il fenomeno a casa loro, e non è affatto detto che ci riescano, nel frattempo quelli in via di sviluppo moltiplicheranno comunque le loro emissioni. Diventeranno rapidamente i principali produttori di CO 2 , più che annullando qualunque sforzo dei Paesi più sviluppati.Uno scenario apocalittico. Cosa propone?La sola soluzione realmente praticabile:togliere dall'atmosfera questa quantità crescente di CO 2 che comunque sarà emessae seppellirla in modo sicuro.La corsa alle rinnovabili? Il nuovo sviluppo del nucleare?Obiettivi necessari e condivisibili. Ma nulla di tutto ciò servirà a risolvere il problema senza azioni di ben altra portata. Nella migliore delle ipotesi tutte le energie che non emettono anidride carbonica potranno raggiungere al massimo il 30% del fabbisogno energetico, coprendo solo una parte della crescita tendenziale della richiesta. Nulla potrà a medio termine rimpiazzare davvero i combustibili fossili. Ecco, ripeto, l'unica soluzione: la cattura dell'anidride carbonica....

venerdì 28 novembre 2008

Sole e vento? Un affare Basta sfatare dieci miti

da Repubblica

Tutti ne parlano, tutti la vogliono, ma pochi credono che sia veramente possibile produrla. L´oggetto del desiderio è l´energia pulita, la fonte in grado di risolvere contemporaneamente due problemi: fermare il cambiamento climatico e permettere al mondo di continuare a funzionare ai ritmi attuali, senza tornare all´età delle caverne. Ma sebbene governi, scienziati e media dedichino sempre più attenzione a questo obiettivo, le statistiche indicano che la maggioranza dell´opinione pubblica è scettica sulla possibilità di realizzarlo. Un libro uscito ora in Gran Bretagna si propone di smentire questa impressione, iniettando una dose di ottimismo nel dibattito sul "Green New Deal", il piano per colorare di verde l´economia planetaria.In "Ten technologies to save the planet" Chris Goodall, esperto di energie rinnovabili, illustra i "miti da sfatare" sull´argomento: una sorta di decalogo per capire che la rivoluzione verde si può fare, e come. Il suo libro, di cui il Guardian ha pubblicato un´anticipazione, parte dall´energia solare: non è vero che è troppo costosa per essere usata in modo ampio e diffuso, afferma l´autore. I pannelli solari odierni, grossi e costosi, catturano solo il 10 per cento circa dell´energia del sole, ma rapide innovazioni in corso negli Stati Uniti segnalano che una nuova generazione di pannelli solari assai più sottili ed economici potranno catturare molta più energia. La società First Solar, leader del settore, ritiene che i suoi prodotti potranno generare elettricità nei Paesi più caldi tanto economicamente quanto le centrali elettriche entro il 2012. Altre aziende, in Spagna e in Germania, stanno sperimentando nuovi sistemi per catturare i raggi del sole, con risultati incoraggianti. L´Europa potrebbe un giorno ricavare gran parte del proprio fabbisogno elettrico da stazioni di pannelli solari nel deserto del Sahara.Ma ci sono anche altri miti da sfatare. Come quello che l´energia eolica sia troppo inaffidabile. È falso. Già oggi in certi periodi dell´anno produce il 40 per cento del fabbisogno energetico della Spagna. Non è neppure vero che l´energia tratta dalle correnti marine non porti da nessuna parte: in Irlanda del Nord e in Portogallo hanno cominciato a funzionare i primi generatori a turbina che sfruttano le onde. Falso anche che le centrali nucleari siano più economiche di altre fonti di elettricità a bassa produzione di carbonio: i costi dell´energia nucleare sono incontrollabili, e a meno di ridurli sarebbe più conveniente puntare su centrali a carbone "pulite". È opinione comune che le auto elettriche siano lente e brutte, ma non è vero: ormai sono veloci, belle e avranno presto batterie al litio, in grado di ricaricarle economicamente e rapidamente. Non a caso Danimarca e Israele intendono avere solo auto elettriche, in futuro. C´è la credenza che i biocarburi (come l´etanolo) siano sempre distruttivi per l´ambiente, ma in futuro non sarà così. Se si ritiene che il cambiamento climatico comporti un maggior fabbisogno di agricoltura organica si deve comunque tener presente che occorrerebbe riuscire ad aumentare le dimensioni dei raccolti di questo tipo. Per quel che riguarda le innovative case a "zero emissioni di carbonio", è vero che sono una priorità, ma molto costosa: meglio puntare sulla riduzione delle emissioni delle case esistenti, come si fa in Germania. Si crede poi che le stazioni elettriche debbano essere grandi per essere efficienti: il futuro invece sarà delle microstazioni. È opinione comune, infine, che tutte le soluzioni ai problemi energetici debbano essere ad alta tecnologia, ma spesso costano troppo. Per cui non bisogna disdegnare la bassa tecnologia.

martedì 28 ottobre 2008

L’incubo clima

Il surriscaldamento globale e il cambiamento climatico sono diventati una spina nel fianco per gli europei: tre quarti della popolazione del Vecchio continente, infatti, lo considera come un problema molto serio. Questo è quanto emerge dalle ricerche condotte da Tns Infratest Political&Social per Eurobarometro. Secondo solo alla mancanza di beni alimentari, di acqua e più in generale alla povertà, il clima viene percepito come un problema fondamentale insieme al terrorismo, alla minaccia di conflitti armati e al riarmo nucleare. Hanno dimostrato maggior sensibilità rispetto a questa tematica gli uomini, le generazioni più giovani e tutti coloro che hanno un livello di istruzione più alto. (Da Affari & Finanza)