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lunedì 30 marzo 2009

La Norvegia stringe sul clima

A qualcuno parrà singolare, quasi paradossale, che chi vive di petrolio si impegni contro il riscaldamento climatico. Altri plaudiranno alla scelta del fondo pensione norvegese di penalizzare chi vìola i limiti di emissione di Co2, escludendone i titoli dal proprio portafoglio di investimenti. Lo Statens Pensjonsfond – Utland, meglio conosciuto nella traduzione inglese di Government Pension Fund Norway, da anni è impegnato in questo tipo di scelte «etiche », che mettono al bando le società quotate in base ai comportamenti di queste ultime: per quanto riguarda i rapporti con i dipendenti, sanzionando con la vendita dei titoli chi sfrutta il lavoro minorile; o per ciò che concerne comportamenti nocivi per la collettività (tabacco, armamen-ti), oppure per quanto riguarda la tutela dell'ambiente. La Norvegia e il suo fondo pensione vivono di petrolio: una fonte di reddito che fa della Norvegia uno dei Paesi più ricchi al mondo e del fondo pensione il secondo a livello mondiale, dopo quello pubblico giapponese e il secondo fondo «sovrano» dopo l'Abu Dhabi Investment Authority. Un colosso da circa 260 miliardi di euro, cinque volte tanto l'inteso sistema dei fondi pensione italiano, che quando si muove è in grado di determinare le fortune o le sfortune delle società in cui investe.Il Parlamento di Oslo è chiamato ora a integrare il Codice Etico del fondo pensione, in vigore da cinque anni, con alcuni criteri che escludono le società che vìolano i livelli consentiti di emissione di Co2, dai 7mila titoli di cui è composto il portafoglio. Il protocollo invita le società in cui il fondo investe – e che quindi finanzia – a metter in campo entro il 2020 un modello di business sostenibile a livello ambientale, che sostituisca il carbon fossile come fonte di energia con altre più efficienti. «Pollution is a bad business », dicono quelli di Bellona, l'associazione ambientalista tra le più attive nel pressing «etico» sul Governo e sul fondo pensione pubblico.È una mossa sostenibile anche finanziariamente? Nel quartier generale del fondo rispondono orgogliosamente ricordando di essere investitori di lungo termine e responsabili sia per quanto riguarda il reddito futuro degli aderenti che per le condizioni dell'ambiente in cui costoro vivranno in futuro. Secondo stime al 2100, a lunghissimo termine cioè, il 20% del Pil verrebbe impiegato in misure d'emergenza per i danni ambientali. Per questo appare del tutto razionale che la Norvegia versi oggi l'1% del prodotto interno lordo in progetti di tutela ambientale, un miliardo nella salvaguardia dell'Amazzonia.La crisi finanziaria ha colpito duro anche questo fondo pensione: il ribasso per il 2008 è stato del 23,3%, ossia l'equivalente di 72,5 miliardi di euro; l'impennata del petrolio ha però portato circa 44 miliardi di euro nelle sue casse. Ciò non ha frenato gli interventi: pochi giorni fa la società cinese Dongfeng è stata messa al bando (lo 0,22% della capitalizzazione della società) e esclusa dal portafoglio a causa della vendita di camion militari al regime dittatoriale della Birmania. Il Comitato etico del fondo ha consigliato al fondo l'esclusione della tedesca Siemens (ne detiene l'1,34%), per le timide contromisure adottate dopo gli episodi di corruzione di cui sono stati protagonisti i manager. Il fondo ha respinto l'invito: il Governo di Oslo vuole utilizzare questa quota per influire su Siemens perchè rafforzi il suo piano anti-corruzione. (Da Il Sole 24 Ore)

venerdì 13 marzo 2009

Un'antica tecnologia che potrebbe salvare il pianeta

In questo preciso momento, migliaia di scienziati – e anche migliaia di imprenditori – stanno scrutando nel futuro per cercare migliaia di soluzioni diverse ai problemi energetici e climatici del mondo. Nuove generazioni di tecnologia solare, per mietere meglio i fotoni che piovono dalla nostra stella. Il bersaglio sfuggente della fusione nucleare, sulla carta più sicura e potente della fissione che usiamo oggi. Addirittura giganteschi ombrelli da lanciare in orbita, per abbassare la temperatura qualora gli equilibri del clima rischiassero un giorno di andare fuori controllo.Eppure, una soluzione grandiosa – facile, vantaggiosa e perfino economica – potrebbe nascere scrutando nel passato.La leggenda di Eldorado è sopravvissuta per un paio di secoli, fino a morire per mancanza di prove. Nel 1542, il conquistador Francisco De Orellana si avventura nel cuore dell'Amazzonia in cerca di oro e – al ritorno – racconta di aver visto una fiorente civiltà nel cuore della foresta pluviale: villaggi, fattorie, mura fortificate. Si alimenta così il mito di un re dorato che governa una città ricca di riserve auree, che per anni seminerà illusioni e morte fra le fila dell'esercito spagnolo. In verità, nonostante la foresta amazzonica appaia come un'icona di fertilità, la sua terra giallastra era tutt'altro che adatta, a ospitare una civiltà popolosa e quindi ben nutrita: ancora oggi, gli autoctoni sono soliti bruciare pezzi di foresta, nel disperato tentativo di renderla fertile per un raccolto o due. Dopodiché, sono costretti – facendo male all'Amazzonia e all'atmosfera del mondo intero – a spostarsi e a ricominciare daccapo.Nonostante ciò, de Orellana potrebbe aver detto il vero. Ci sono punti del Brasile (e della Colombia), dove la terra non è gialla: in portoghese la chiamano terra preta, terra nera. Non casualmente, ma in appezzamenti regolari, alcuni grandi decine di ettari, segno inequivocabile di una fabbricazione umana. E lì, come hanno sperimentato ricercatori della Cornell University, la resa del grano migliora fino all'880%. Questo Eldorado alimentare, secondo gli archeologi, risale a civiltà prosperate in Sudamerica fra i 2.500 ai 6mila anni fa. Le quali, avevano inventato una tecnologia stranota alle civiltà contadine da questa parte dell'Atlantico, applicandola diversamente.Si chiama pirolisi. È la carbonizzazione di qualsiasi biomassa in assenza di ossigeno. Per togliere l'aria, i carbonai usavano pietre e di terra. Le civiltà precolombiane, chissà. Noi del Ventunesimo secolo, come si conviene, ci stiamo preparando a impiegare tecnologie più efficienti e prodotte su scala industriale. Perché dentro al carbone vegetale che esce dalla pirolisi – oggi chiamato biochar, dall'inglese bio-charcoal, carbone biologico – c'è un miracoloso Eldorado di opportunità.Primo: la pirolisi produce un gas, combustibile, rinnovabile e inesauribile.La sola potatura degli ulivi pugliesi produce 700mila tonnellate di biomassa, ogni anno. Aggiungiamo gli scarti dell'industria alimentare e, con il pirolizzatore giusto – come quelli da decine di megawatt che arriveranno presto sul mercato – si potrebbe ottenere energia termica, convertibile in elettricità, e prodotta su scala locale. Certo non abbastanza a rendere l'Italia energeticamente indipendente, ma un po' meno dipendente,sì.Il secondo vantaggio è che il sottoprodotto della pirolisi,il biochar –come ci dice la lezione che viene dall'antica Amazzonia – non è uno scarto, ma una risorsa. Se distribuito nei campi, fertilizza il terreno; ritiene acqua fino a 4-5 volte il suo peso e richiede meno irrigazioni; nel caso delle risaie, non solo fertilizza, ma trattiene le naturali emissioni di metano, un potente gas-serra. E qui, al punto numero tre, arriva il bello. Il biochar potrebbe contribuire a cambiare la matematica del cambiamento climatico. Quando scaviamo il carbone fossile e lo bruciamo per ottenere elettricità, addizioniamo carbonio, spostandolo dalle viscere della terra all'atmosfera. Con il biochar accade il contrario: si fanno le sottrazioni. Tutte le piante, "mangiano" i fotoni dal sole e l'anidride carbonica dall'atmosfera. Al 50% sono fatte di carbonio e, con la pirolisi, il 90% di questo carbonio resta nel biochar. Non per un anno o due, ma per secoli. O forse per millenni, a giudicare dalla composizione della terra preta.«Se tutti gli scarti agricoli venissero ridotti in biochar e distribuiti nei campi – osserva Franco Miglietta, ricercatore del Cnr e co-fondatore dell'Associazione Italiana Biochar – il Paese ridurrebbe le sue emissioni di CO2, ben di più di quel che il Protocollo di Kyoto gli chieda».Il biochar è un Eldorado. (Dal Sole 24 Ore)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

martedì 17 febbraio 2009

Londra, quanto inquinano i vip ecologisti

Si fa presto a dire verde. C’è chi adotta un albero a rischio d’estinzione a migliaia di chilometri di distanza e sente d’aver salvato la foresta amazzonica. L’impegno ecologista va di moda: rende molto in termini d’immagine e costa poche dichiarazioni altisonanti al momento giusto. A meno che qualcuno non si presenti alla porta a misurare vizi privati e pubbliche virtù, come è capitato alla rock star inglese Chris Martin, pizzicato dal quotidiano «Sunday Times» a predicare bene e non razzolare altrettanto. Martin, frontman dei Coldplay nonché marito dell’attrice Gwyneth Paltrow, è un campione dell’ambientalismo internazionale. Come l’illustre consorte, madrina della campagna americana per il risparmio energetico Act Green e tra le prime star a utilizzare cosmetici naturali, il cantante ha molto a cuore la riduzione di CO2, uno dei gas responsabili del surriscaldamento globale, al punto da compensare le emissioni prodotte per l’uscita dal secondo album del suo gruppo finanziando una piantagione di alberi di mango in India. Peccato che, secondo gli esperti della Irt Survey, la società di rilevazioni ingaggiata dal «Sunday Times», la casa della coppia, un bijou da 2,5 milioni di sterline (circa 2,7 milioni di euro) in Belsize Park, a Londra, disperda 1020 chilowattora di calore l’anno. E con l’energia di rinforzo, necessaria per non morire dal freddo, quell’immobile produca 265 chili di anidride carbonica, quanto un automobile di media cilindrata in un percorso di 1300 chilometri. I Martin in realtà sono in buona compagnia. Altri nove celebri ambientalisti inglesi, dal deputato liberaldemocratico Simon Hughes, responsabile dell’effetto serra, al vescovo della capitale Richard Chertres, non hanno passato la prova coerenza. Non che le loro abitazioni inquinino in maniera drammatica ma, per negligenza di manutenzione, sono più energivore (o al massimo equivalenti) di quelle qualsiasi di cittadini non particolarmente interessati a rendere il mondo un posto migliore. Inoltre, sostiene Steve Howard dell’organizzazione Climate Group, «muri a intercapedine isolanti sono un “lusso" che anche chi non guadagna molto può permettersi». Figurarsi una star. Prendete il sindaco della City, Boris Johnson, ciclista convinto e fedele alla causa ecologista tanto da offrire ai londinesi incentivi per isolare termicamente gli appartamenti. La sua magione vittoriana nel quartiere di Islington, la culla del New Labour, rilascia un extra bonus di 1388 kWh e 360 chili di CO2 l’anno. Un dato che ha mandato su tutte le furie il consigliere verde Janny Jones: «In questi casi bisogna essere credibili, deve mettersi in regola». La causa della perdita, rivela il Sunday Times, sarebbero gli infissi delle finestre troppo vecchi e irreparabili che avrebbero indotto il primo cittadino a cercarsi a breve una nuova sistemazione.Anche mister Hughes, con 471 chili di anidride carbonica sulla coscienza (1812 kWh), progetta di traslocare: «Sono consapevole che la casa deve essere riparata il prima possibile». La settimana scorsa ha annunciato un piano per rendere ogni dimora londinese «energicamente efficiente» nel giro di dieci anni. Dimenticando la sua. «Se non vado altrove provvederò», promette.Ad eccezione di Chris Martin, i cui portavoce hanno preferito non commentare, gli «spreconi» alzano le mani pescate nel sacco. «La proprietà ha duecento anni e possiamo intervenire in modo limitato», ammette sir David Attenborough, volto storico della Bbc e pioniere dei documentari naturalisti. (Da La Stampa)

giovedì 29 gennaio 2009

«Sos Amazzonia»: da Belem il grido per salvare la terra

T amburi per dire Sos al mondo: salvate l’A- mazzonia. Si è aperto ieri con un passaggio di testimone molto particolare tra Africa e America Latina all’Escadinha, il nono Forum sociale mondiale. Dipinti di nero e rosso hanno sfilato i rappresentanti di 60 popoli indigeni. Dopo Nairobi a Belèm, nel cuore dell’Amazzonia, che per 4 giorni diventa capitale planetaria della difesa dell’ambiente e della lotta alla povertà. Sono convenuti in città da tutto il globo almeno 120mila attivisti in rappresentanza di associazioni, ong, sindacati e chiese. Domani, fuori dai programmi ufficiali, pure un vertice tra capi di Stato latinoamericani, con il presidente Lula, il caudillo rosso del Venezuela Hugo Chavez, l’ecuadoriano Correa, l’ex vescovo Lugo, presidente del Paraguay e il boliviano Evo Morales. In forse la presidentessa cilena Michelle Bachelet. Previste imponenti misure di sicurezza e favelas blindate. Al centro le ultime dichiarazioni di rilancio ambientalista del nuovo presidente Obama, la crisi globale e le proposte di rilancio economico del continente sudamericano.Ma ieri sera sono stati protagonisti con i loro colori e le loro lotte i popoli indigeni, con un rituale condiviso tra le oltre 60 differenti nazioni della terra. Il popolo che vive nella foresta e sul grande fiume ha preso la testa del corteo invitando gli almeno 120mila partecipanti a camminare insieme con bandiere e striscioni. Ha sfilato anche la Chiesa di Belèm dietro l’arcivescovo Orani Tempesta.«È molto importante per noi – spiega – che riflettori si accendano su questa metropoli dell’Amazzonia che ha due milioni di abitanti. Per denunciare i molti problemi della regione, penso ad esempio alla disuguaglianza sociale, alla povertà minorile, alla sfruttamento selvaggio del suolo amazzonico, alla miseria e allo sfruttamento del popolo del fiume». Il dramma dei bambini di strada è in aumento.La Chiesa è in prima fila con i suoi progetti e i volontari per aiutare 95mila bambini minori di sei anni in 1900 comunità, 5600 gestanti e 67mila famiglie in condizioni di povertà e miseria. La Cei ha finanziato un centro di recupero e inserimento professionale nella parrocchia di Sant’Edvige.Va denunciato il dominio mafioso dei latifondisti sulla foresta, l’attività estrattiva e gli indios. Lo Stato del Parà, che ha per capitale Belèm, è terra di violenza con 212 omicidi negli ultimi anni di attivisti, sindacalisti che lottavano contro la corruzione e denunciavano lo sfruttamento umano e ambientale da parte dei proprietari terrieri. Sulla lista nera dei fazenderos ci sono finiti anche religiosi e componenti della commissione patronale della terra della Chiesa brasiliana. Come suor Dorothy, uccisa nel 2005 nel Parà, alla quale il Social forum ha dedicato una tenda che ospiterà dibattiti. La tenda apre oggi i battenti, nella giornata Pan-Amazzonica dedicata ai 500 anni di resistenza, conquiste e prospettive delle popolazioni indigene ed afrodiscendenti. Tra i temi, cui contribuisce anche la Chiesa brasiliana e la Caritas latinoamericana, quello sui cambiamenti climatici e giustizia ambientale, su diritti umani, lavoro, migrazioni. E, ancora, territorio, identità, sovranità alimentare.

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

venerdì 16 gennaio 2009

Una torre anti Co2 nella giungla

Clima e tecnologia Saranno italiani i primi dati sul ruolo degli ecosistemi africani contro l’effetto serra. A produrli è una struttura che, nella foresta del Ghana, misura l’anidride carbonica assorbita. Panorama è andato tra i ricercatori, che anticipano qui alcuni risultati.

In Africa, ad alcune centinaia di chilometri a ovest di Accra, capitale del Ghana, sorge una sterminata foresta chiamata Ankasa. Le piante si abbarbicano le une sulle altre in una lotta disperata per conquistare la luce, di quando in quando le loro alte chiome vengono agitate da branchi di scimmie rumorose. Verso sud, viaggiando su una larga strada rossastra che taglia la foresta, il grigio-azzurro dell’oceano appare all’improvviso, appena intravisto tra gruppi di palme piegate dal vento.La linea dell’Equatore corre poco più in là. Gira intorno al globo intersecando tutte le grandi foreste tropicali: Sumatra, Borneo e Nuova Guinea, e poi l’Amazzonia fino a raggiungere, in Africa, il Congo e ripassare proprio da lì, poco a sud della costa africana occidentale. Una fascia di foresta vergine che, per l’enorme quantità di biomassa, rappresenta una sorta di contenitore dell’anidride carbonica emessa dall’uomo. Conoscere il suo contributo alla quantità totale assorbita in un anno dalla biosfera potrebbe dirci quanto tempo abbiamo a disposizione prima che in atmosfera vengano superate le 450 parti di CO2 per milione, una soglia oltre la quale forse non potremmo più fare molto per scongiurare sconvolgimenti su scala globale.Manca però una serie di dati: il ruolo degli ecosistemi africani è tuttora un mistero. Nella foresta di Ankasa si va per questo. Da Accra ci vogliono almeno sei ore di strada sconnessa e buia. Non c’è illuminazione, solo un cielo stellato. La spedizione è guidata da Riccardo Valentini, professore dell’Università della Tuscia, uno dei massimi esperti al mondo del bilancio del carbonio; con lui tre ricercatori italiani, Paolo Stefani, Antonio Bombelli ed Elisa Grieco, una guida ghanese, Justice John Mensah, e due dottorandi dell’University of Cape Coast (Ghana).La meta del viaggio è una torre di 62 metri nel mezzo della foresta vergine, costruita dal gruppo di Valentini e alta a tal punto da raccogliere e quantificare il «respiro» delle piante sottostanti: durante il giorno gli alberi fotosintetizzano, cioè trasformano, con l’aiuto del sole e della clorofilla, anidride carbonica e acqua in zuccheri e ossigeno; in più, nell’arco delle 24 ore respirano, ossia combinano zucchero e ossigeno per dare vapore acqueo e anidride carbonica. Uno strumento in cima alla torre misura proprio il flusso netto di carbonio in entrata.La stazione fa parte di una rete di una ventina di altri punti di osservazione che coprono gli ecosistemi africani più rappresentativi, dalla savana alla foresta tropicale. L’intero progetto si chiama CarboAfrica: coordinato dai ricercatori dell’Università della Tuscia con il supporto del ministero dell’Ambiente, è stato finanziato con 2,8 milioni di euro dalla Commissione europea per il periodo 2006-2009 e coinvolge 15 organizzazioni internazionali. La concorrenza per ottenere questi risultati è spietata. Sembra che l’Università di Oxford stia per alzare un’altra torre in una zona limitrofa, ma due anni di lavoro e conoscenza del territorio appaiono un sicuro vantaggio per i ricercatori italiani. Il loro progetto contribuirà alle attuali politiche europee di cooperazione internazionale e favorirà lo sviluppo sostenibile dei paesi dell’Africa subsahariana. Non poco. Tanto che il Wwf ha indicato CarboAfrica come il progetto di ricerca più importante del 2009: sono dati necessari in vista di importanti vertici, quali quello di Copenaghen a fine 2009.L’arrivo è a notte fonda. La foresta non si vede, ma la si può ascoltare. Un frastuono di versi di animali che fa pensare alle origini dell’uomo, quando eravamo una specie fra le tante, impaurita e minacciata da animali feroci. Il giorno dopo, dalla torre, la foresta appare come una sterminata macchia verde che si perde all’orizzonte interrotta da zone di colori sgargianti. Sono le infiorescenze delle specie che in quel particolare periodo hanno la loro «primavera».Di fronte ai display degli strumenti, Valentini spiega: «Dalle prime misure emerge un fatto sorprendente. Questa foresta, se paragonata a quella amazzonica, sembra assorbire molto di più, dal doppio al quadruplo. Se i dati fossero confermati, vorrebbe dire che le foreste africane, sebbene meno estese, fanno un lavoro prezioso contro l’effetto serra».Senza contare il carbonio già immagazzinato in biomassa. «Come le altre foreste tropicali, quelle africane contengono 300 tonnellate di carbonio per ettaro» aggiunge Valentini. «Quindi, sommando tutti i dati, vuol dire che la sola deforestazione delle zone tropicali contribuisce a più del 20 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, dato paragonabile alle emissioni dovute ai combustibili fossili. Dovrebbe farci riflettere in vista di grandi appuntamenti come il vertice di Copenaghen. Con una buona politica forestale possiamo fare di più, molto di più».

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

lunedì 13 ottobre 2008

Per salvare l’ambiente a Bergamo Scienza si celebra il processo alla carta

Da Panorama

Che la terra sia in pericolo è ormai chiaro a tutti. E tutti siamo convinti che la salvaguardia del nostro pianeta passa per un cambiamento radicale dei nostri modelli consumistici. Ce lo ha ‘chiesto’ Al Gore con il suo documentario “Una scomoda verità” (vincitore dei un premio Oscar nel 2007) e non c’è giorno che passa senza che gli esperti di cambiamento climatico ce lo ripetono fino alla nausea. Se è vero quindi che gli allarmi quotidiani sul degrado ambientale hanno finito per provocare (almeno in Occidente) una presa di coscienza collettiva dei rischi che stiamo correndo, appare altrettanto legittimo ricentrare il problema sul piano individuale.
Educare allo sviluppo sostenibile per riflettere su quanto le nostre scelte quotidiane abbiano ripercussioni sull’ambiente è l’obiettivo fissato dall’ong italiana Cesvi e Slow Food Lombardia attraverso un’iniziativa alquanto singolare: mettere la carta sul banco degli imputati. Sulla falsa riga del film denuncia Bamako che vide il Fondo monetario internazionale processato in un piccolo villaggio del Mali, la carta sarà sottoposto alle arringhe di abili difensori e accusatori impietosi in un processo fissato il 13 ottobre (ore 17) presso l’Aula di Corte d’Assise del Tribunale Penale di Bergamo. L’imputato è accusato di distruzione selvaggia delle foreste e danni irreparabili all’equilibrio ambientale. Tanto per rassicurarci, la FAO sostiene che le 300 milioni di tonnellate di carta consumate ogni anno diventeranno 390 milioni nel 2010, un aumento del 31% in gran parte dovuto al consumo esplosivo che si sta verificando in Asia. Per capire se la carta è davvero un nemico dell’ambiente oppure una preziosa risorsa riciclabile, il pubblico sarà chiamato ad assistere agli interrogatori e contro-interrogatori di testimoni e periti che animeranno il processo fino alla sentenza definitiva di colpevolezza o innocenza.
Una cosa è certa: il dibattito processuale prevede un casting di tutto rispetto. A presiedere il Tribunale sarà Carlo Casti, Governatore di Slow Food Italia, mentre il ruolo di cancelliere sarà affidato al comico [8] Max Pisu. Nell’aula, l’imputato dovrà fare i conti con Daniela Rubino, socio Slow Food Italia: “Per produrre la carta” assicura il Pm, “si abbattono foreste, si deviano fiumi e si provocano smottamenti. Per ogni chilo di materiale si sperperano da 10 a 15 litri d’acqua. E ogni bosco cancellato si traduce in un aumento di anidride carbonica”. Ma le accuse non convincono l’avvocato difensore, Ettore Tacchini, Presidente dell’Ordine degli avvocati di Bergamo, che a pochi giorni del processo fa sapere che “un testo non è un testo se non può essere annotato e sottolineato. E poi libri e mappe antiche sono oggetti di piacere. Soddisfano tatto, vista e odorato”.
Scherzi a parte, “il processo” ricorda il presidente del Cesvi, Giangi Milesi, “è uno strumento educativo per valutare l’impatto ecologico e sociale dell’utilizzo di un prodotto molto discusso come la carta”. Da anni l’ong italiana è impegnata nell’Amazzonia peruviana con un progetto destinato a proteggere l’ecosistema forestale e promuovere lo sviluppo socio-economico delle popolazioni locali.