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venerdì 13 luglio 2012

Il variare del clima

Sin dalla formazione della Terra, circa 5 miliardi di anni fa, il clima del pianeta è dinamico e ancora adesso non è stabile.
Alcune conseguenze di questa variabilità sono le fluttuazioni periodiche nella temperatura e nelle modalità di precipitazione. Oltretutto, l’aumento della concentrazione dei gas serra sta causando un aumento della temperatura globale. Come si può immaginare le zone maggiormente colpite da questo fenomeno sono le aree urbane, sia a causa dei cambiamenti che si sono verificati nelle coperture dei terreni sia per il consumo di energia che avviene nelle aree densamente sviluppate. Le cause dell’aumento generale delle temperature non sono date solo da fenomeni naturali: questi cambiamenti sono causati soprattutto dalle attività umane.
L’innalzamento della temperatura ha però anche importanti effetti a livello meteorologico. Aumentandola temperatura aumenta, di conseguenza, anche l’evaporazione perciò l’inasprimento dell’effetto serra porterà ad una crescita delle precipitazioni e ad una maggiore frequenza delle tempeste di forte intensità. Inoltre, in varie regioni delle zone tropicali ci saranno siccità più frequenti date dal maggior calore che porta a una riduzione dell’umidità. Bisogna però anche soffermarsi sulle condizioni climatiche europee future. Si pensa che lo scioglimento dei ghiacci artici, provocato dal riscaldamento globale, provocherà un potenziamento delle correnti oceaniche provenienti dall’Artico. Queste causeranno la deviazione della Corrente del Golfo del Messico che si protrae fino alle coste dell’Europa Occidentale contribuendo a mitigare le temperature del nostro continente. La mancanza di questo riscaldamento potrebbe portare l’Europa nel nord verso un raffreddamento.
In ogni caso si è scoperto che, mentre la maggior parte della terra si sta riscaldando, le regioni che sono sottoposte alla ricaduta delle emissioni di biossido di zolfo si stanno in genere raffreddando. Le nuvole di solfati atmosferici prodotti dalle emissioni industriali raffreddano l’atmosfera  perché riflettono la luce solare verso lo spazio ed attenuano l’effetto dell’incremento della concentrazione dei gas serra; comunque i solfati hanno una permanenza atmosferica molto bassa e la loro presenza varia nelle diverse zone della Terra.

venerdì 10 aprile 2009

Un piano per salvare il pianeta

l G20 sono state fatte scelte forti in campo finanziario e il piano Obama di investimenti pubblici in campo ambientale è molto promettente. La strada da imboccare è quella, ma bisogna agire in fretta, il tempo è scaduto». Lord Nicholas Stern, l´ex chief economist della Banca Mondiale, nel 2006 aveva spaventato i mercati pubblicando un rapporto di 700 pagine in cui si spiega che, se non si farà nulla per arginare l´emissione di gas serra, i danni climatici potranno arrivare a un quinto del Pil globale, l´equivalente della somma delle due guerre mondiali. Ora, con Un piano per salvare il pianeta (Feltrinelli, pagg. 260, euro 16) passa alla parte propositiva.
Stern afferma:«La crisi attuale ha avuto un´incubazione durata 15-20 anni senza che le istituzioni fossero capaci di reagire in maniera efficace. Con il cambiamento climatico non possiamo ripetere lo stesso errore perché se rimandassimo una risposta adeguata, se perdessimo altri 15 o 20 anni, ci troveremmo in una situazione drammaticamente compromessa». Cosa rischiamo secondo Stern?«Un aumento di 5 gradi centigradi, forse anche più. E per capire cosa significa basta pensare che con 5 gradi in meno, durante l´ultima era glaciale, buona parte dell´Europa del Nord e del Nord America era sotto una coltre di ghiaccio alta centinaia di metri. Mentre con 5 gradi in più, nell´Eocene, 30-50 milioni di anni fa, al Polo Nord c´erano gli alligatori». A che condizioni questa minaccia è ancora evitabile?«A condizione di adottare un sistema energetico a bassa componente di idrocarburi: bisogna cambiare radicalmente il modo di produrre, di abitare, di muoversi». Quanto costerà questo cambiamento?«Negli ultimi due, tre anni la situazione è peggiorata è ho dovuto alzare la stima che avevo inserito nel rapporto che porta il mio nome. Allora avevo parlato dell´1 per cento del Pil, ma il disastro climatico avanza a velocità superiore alle attese e costringe a risposte più nette. Oggi l´ordine di grandezza delle cifre da impegnare si avvicina al 2 per cento del Pil, circa mille miliardi di dollari».Un investimento significativo. In cambio che si otterrebbe?«La situazione attuale è quella di chi si gioca la vita a testa o croce: in assenza di azioni correttive le probabilità di arrivare a un aumento di 5 gradi sono pari al 50 per cento. Adottando il piano per salvare il pianeta le possibilità di un disastro climatico si riducono al 3 per cento. Dunque direi che è un buon investimento». (tratto da La Rebubblica)

martedì 24 marzo 2009

Clima, i ghiacciai cambiano i confini con la Svizzera

Per millenni la natura ha imposto la sua legge all'uomo. Poi l'uomo ha iniziato a modificare la natura, a imporre che le sue ragioni contribuissero a modificare il mondo. Spostando il corso dei fiumi, bucando le montagne, rimuovendo o costruendo intere isole. Ogni tanto la natura si vendica, e impone all'uomo di cambiare molte cose. Anche i confini tra gli Stati. Ma siccome per cambiare i confini bisogna modificare i trattati, adesso la natura cambia le Leggi degli Stati, quelle votate dai Parlamenti. Italia e Svizzera si preparano a cambiare i loro confini perché il riscaldamento climatico sta sciogliendo i ghiacciai. E in alta quota, se cambiano i profili dei ghiacciai, cambiano le linee che dividono uno Stato dall'altro. Tutti sanno che i ghiacciai si ritirano, si riducono: l'allarme però deve essere serio se perfino le burocrazie svizzera ed italiana chiedono ai governi di modificare i trattati che fissano i confini. Significa che la commissione tecnica mista dell'Istituto Geografico Militare di Firenze e quella della "Swisstopo", l'agenzia cartografica federale di Berna, hanno accertato che la riduzione dei ghiacciai è talmente cospicua che i confini legali non corrispondono più alla realtà. E per questo il Parlamento italiano, su proposta del ministro degli Esteri Franco Frattini, si prepara ad autorizzare la commissione mista a fare il suo lavoro di rettifica. "Una volta i confini si stabilivano con le armi, oggi con gli esperti", dice all'AdnKronos il relatore del disegno di legge Franco Narducci, deputato del Partito democratico.
Il capo dei tecnici italiani è il generale Carlo Colella, comandante dell'IGM di Firenze. "Negli Anni Settanta io cambiai un altro confine tra Italia e Svizzera, quello di Brogeda", dice l'ufficiale, "ma fu un cambiamento dovuto all'uomo, per costruire l'autostrada Como-Lugano fu deviato il corso di un torrente". Adesso sono i ghiacciai a imporre le modifiche: "Sul Plateau Rosà del Monte Cervino, sul Monte Rosa, sul Pizzo Bernina il ghiaccio è calato molto". Se il confine è sulla displuviale del ghiacciaio, quando il ghiaccio scende la displuviale sul terreno si sposta anche per decine di metri. "Con la Svizzera i confini non erano mai cambiati, praticamente sono quelli riconosciuti dalla Costituzione italiana del 1861", dice il generale Colella: "Adesso sembra tutto in movimento, tutto potrebbe essere diverso". (da repubblica.it)

venerdì 20 marzo 2009

"Ancora tre gradi di temperatura e la calotta antartica collasserà"

Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.
ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera». (Da corriere.it)

giovedì 5 marzo 2009

La coperta che protegge il ghiacciaio

Il primo esperimento italiano di «protezione attiva» su ghiacciaio intrapreso da Levissima, marchio leader nel mercato dell’acqua, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, ha ottenuto risultati positivi e di grande interesse scientifico: a fine ottobre, quando l’esperimento si è concluso, lo spessore di neve non disciolta e di ghiaccio sopravvissuto alla stagione estiva raggiungeva quasi due metri di altezza. Lo scorso 14 maggio il team di ricercatori dell’Università di Milano, sotto la guida di Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti (rispettivamente presidente e componente del Comitato Glaciologico Italiano), ha steso, per la prima volta in Italia, sul ghiacciaio Dosdè Orientale (Alta Valtellina, Lombardia), nel settore montuoso Piazzi-Dosdè, dove Levissima nasce, una copertura sperimentale di geotessile. Il telo – un «non tessuto» bianco puro - agisce creando una barriera fisica tra i raggi solari, e la neve e il ghiaccio sottostanti, limitandone così la fusione durante il periodo estivo. Il geotessile, steso su una parcella sperimentale di 150 metriquadrati, ha ridotto l’ablazione della neve invernale e primaverile e soprattutto del ghiaccio sottostante preservando uno spessore complessivo di 190 cm (uno strato di 75 cm di neve densa e compatta al di sopra di 115 cm costituiti da ghiaccio di ghiacciaio). Lo spessore di neve presente sul ghiacciaio a maggio, tenendo conto della sua densità, equivaleva a 129 cm di acqua, quello presente a ottobre equivaleva a 56 cm di acqua. L’esperimento ha permesso così di salvare il 43% di spessore dell’acqua rappresentata dalla neve compatta presente al momento della stesura del telo sul ghiacciaio e soprattutto di azzerare la fusione del ghiaccio sottostante (i 115 cm di ghiaccio salvati equivalgono a 105 cm di acqua e rappresentano lo spessore di ghiaccio perso dal ghiacciaio nelle zone non coperte dal telo). In totale, tenendo conto anche del ghiaccio preservato dalla fusione, si è salvato uno spessore di acqua di 161 cm. Il volume di acqua preservato è risultato di circa 115 m3, corrispondente a 115.000 litri. «Siamo molto orgogliosi di questi risultati e in particolare di questo progetto di ricerca scientifica intrapreso con Smiraglia e il suo team, che rappresenta un importante tassello della filosofia di Levissima e dell’azienda, da sempre impegnate nella tutela e salvaguardia del territorio d’origine», ha detto Lorenzo Potecchi, direttore Business Unit Sanpellegrino. «In un momento in cui i ghiacciai, in forte riduzione, si rivelano gli indicatori più preziosi dei cambiamenti climatici in atto, siamo consapevoli che sostenere concretamente la ricerca sia di fondamentale importanza per aiutare la comunità scientifica del nostro paese nello studio di soluzioni volte a preservare la risorsa acqua a partire dai ghiacciai, là dove la fonte ha origine, e i risultati ottenuti con la sperimentazione lo dimostrano». La riduzione dei ghiacciai alpini è un fenomeno che si sta accentuando negli ultimi anni a causa del riscaldamento climatico in atto. Oltre l’80% dei ghiacciai sta manifestando chiari e visibili impatti di questi cambiamenti e gli oltre 800 ghiacciai italiani nell’ultimo secolo hanno mostrato ingenti perdite - areali e volumetriche. Sono ad oggi possibili pochi interventi diretti a mitigare gli effetti del riscaldamento atmosferico sui ghiacciai alpini, tra questi uno dei più efficaci si è rivelato l’utilizzo di una copertura protettiva superficiale. (da Finanza & Mercati)

lunedì 2 marzo 2009

La coperta che protegge il ghiacciaio

Ha avuto successo l’esperimento di «protezione attiva» intrapreso da Levissima e da un team di ricercatori sul Dosdè Orientale in Alta Valtellina. Salvata una massa d’acqua di oltre 115.000 litri.

lunedì 16 febbraio 2009

Le nuove rotte del disgelo

L'estensione dei ghiacci artici è diminuita di un milione di chilometri quadri dal 1978 a oggi. Ciò potrebbe ridurre i tempi di navigazione e rendere sfruttabili petrolio e gas....Quest'anno l'andamento dell'estensione del ghiaccio marino, che in genere raggiunge il suo massimo in marzo, era partita da valori piuttosto bassi. In ottobre era di circa 4,5 milioni di chilometri quadrati, al di sotto del valore registrato nell'inverno 2006-2007 che rappresenta per ora il minimo assoluto. Il ghiaccio è aumentato piuttosto vigorosamente tra novembre e dicembre, ma poi è rimasto pressoché stazionario per due settimane in dicembre e di nuovo tra il 15 e il 26 gennaio. Al momento attuale è praticamente agli stessi valori minimi del 2006-2007.Le cause di questo trend così deciso sono poco chiare. Non è possibile attribuire un singolo evento a una tendenza di lungo periodo, quindi non è possibile additare con sicurezza l'aumento di CO 2 come il responsabile di questa situazione, ma lo scenario di aumento delle temperature polari e quindi di diminuzione del ghiaccio galleggiante, è consistente con le simulazioni dei modelli numerici di cambiamenti climatici che in genere danno aumenti di temperatura più marcati nelle zone polari e il ghiaccio in caduta libera.....L'Artico diventa quindi un crocevia di problemi climatici ed ecologici, economici, commerciali, politici e giuridici. Un esempio del tipo di problema interdisciplinare che i cambiamenti climatici, naturali o meno, ci pongono e ci porranno sempre di più e che avranno effetti ben al di là delle nazioni artiche propriamente dette che si affacciano direttamente su questo oceano. (da "Il Sole 24 Ore)
I cambiamenti climatici, ormai sotto gli occhi di tutti, richiedono che soprattutto le giovani generazioni assumano comportamenti eco sostenibili. Ecco cosa fa l’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni per sensibilizzare i giovani e la scuola.

Terra da salvare

Circumnavigare il mondo con lo sguardo. Dai ghiacciai artici alle distese oceaniche in più di cento clic: è la fotografia del pianeta scattata dalla mostra «Madre Terra», ospitata nelle sale di Palazzo delle Esposizioni (fino al 29 marzo, via Milano 13; info 06.39967500). A cura di Guglielmo Pepe, presidente di National Geographic Italia, la rassegna è un viaggio nei continenti, tra oasi incontaminate e urbanizzazione selvaggia. Dopo il focus dello scorso anno sui quattro elementi, la «magna mater» balza in primo piano negli scatti di circa sessanta reporter, ovvero la crème della rivista.«Abbiamo selezionato più di tremila foto – spiega il curatore – per lo più materiale inedito». La sua preferita? «Il pinguino dell'Antartide: mi colpisce la sua solitudine in un habitat che sta subendo le conseguenze del riscaldamento globale ». Nell'inquadratura di Maria Stenzel, un iceberg campeggia sublime, come in un dipinto di Friedrich: maestosa e fragile al tempo stesso, la piramide di ghiaccio è l'emblema di un ecosistema vicino al collasso. In filigrana, le immagini dicono anche questo: «Salvare il pianeta – ricorda Pepe – non è solo responsabilità dei governi. Ciascuno di noi, nel suo piccolo, può dare un contributo, riducendo il consumo energetico e usando l'automobile quando è davvero necessario ».Così, per l'aspirante globe-trotter, la bussola è proprio la biodiversità: sentirsi a casa a tutte le latitudini, tra canyon rocciosi e pianure sconfinate, acque tropicali e dune desertiche. Con la sola forza dello sguardo, la sequenza rivela il fascino, e la precarietà, di un equilibrio messo a dura prova dai cambiamenti climatici. Bando agli allarmismi, è l'emozione la chiave per riconciliare l'uomo con il suo habitat. Ed ecco che la terra si offre generosa all'obiettivo da infinite angolazioni. Come in un periplo ideale, lo sguardo spazia dalle foreste equatoriali alle Alpi italiane, alla scoperta di ecosistemi rari e paesaggi mozzafiato.Nel variopinto mosaico terrestre, gli animali – grizzly dell'Alaska e panda giganti, elefanti e ippopotami – accentuano il fascino esotico dei luoghi. In pieno ruggito, la tigre immortalata da Michael Nichols, asso dell'obiettivo, intimidisce con la sua regalità. Il ritratto delle gru giapponesi, filiformi e screziate, di Roy Toft ricorda, invece, la raffinatezza delle stampe di Hokusai. Completano l'excursus i gruppi umani che vivono in situazioni di emergenza, come i bambini malnutriti della Nigeria e quelli poverissimi di Gaza, i monaci buddisti e i guerrieri maori. La suggestione, però, non è l'unico ingrediente della rassegna: toccano nel profondo le inquadrature che documentano gli effetti dannosi dello sviluppo indiscriminato e i limiti della tutela ambientale. Tutt'altro che asettico, l'occhio dei reporter racconta personaggi, atmosfere, stati d'animo. «I nostri autori – sottolinea Pepe – sono coinvolti nel loro lavoro. Ogni immagine ha un suo percorso e una sua storia». Il filo che le unisce, ai quattro angoli del globo, è la sofferenza: condizione comune agli esseri viventi, tutti figli della stessa madre terra. Consolatoria e protettiva come la donna inuit con bambino, icona della mostra, che sorride all'obiettivo.
(dal "Corriere della Sera)

giovedì 12 febbraio 2009

Qui Terra: punto di non ritorno

Da Il Sole 24 Ore

Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l'andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, "chief scientist" del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera.Un quadro che ribadisce l'importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO 2 nella nostra atmosfera.«Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO 2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni », sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l'altro una delle figure di punta dell'Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO 2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia d'anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 parti per milione (ppm) dell'inizio dell'era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.Insieme agli oceani i ghiacci si riscaldano rallentando l'innalzamento di temperature, proprio come farebbe l'impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di cominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In «Nature» Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell'Antartide in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto "buco nell'ozono" che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parte occidentale del continente. Un'ambiguità che era diventata un'argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L'analisi diSteig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell'ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo nella Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. «È un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell'emisfero meridionale – sottolineano gli esperti – difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all'aumento di concentrazione dei gas serra».Le tendenze future delle temperature sull'Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell'atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell'emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO 2 nell'atmosfera aumenti airitmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l'equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l'Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l'Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell'Ovest dell'Australia.Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tantopiù che il taglio delle emissioni continua a incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell'ipotesi di "Gaia", che propone di puntare sull'energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO 2 dall'atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l'agricoltura. «La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO 2 ogni anno, mentre l'uomo è responsabile dell'emissione di circa 30 – ha spiegato lo scienziato – .Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quota di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 in atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno».

giovedì 5 febbraio 2009

Bufale climatiche

Da Il Manifesto

Il meccanismo è vecchio, ma funziona sempre. Si lancia la «bufala» sui giornali sapendo che la forza d'urto dell'onda dello scoop sarà sempre maggiore di quella dei rivoli di risacca delle smentite. Poco importa quanto siano grosse le sparate iniziali, l'effetto è garantito. Così è avvenuto anche per i cambiamenti climatici in Italia dove, dopo alcuni articoli in ordine sparso dello scorso autunno, all'inizio del 2009 si è svelato un ampio fronte che nega l'esistenza stessa del riscaldamento del pianeta.Non si trattava in questo caso del classico «al lupo, al lupo» gridato contro le teorie del riscaldamento del pianeta in occasione dei primi freddi invernali, ma di un fatto ben più grave, capace da solo di far tremare le convinzioni di tutti i catastrofisti del pianeta.Molti giornali hanno infatti rilanciato all'unisono la notizia che l'estensione dei ghiacci dell'artico era tornata a crescere notevolmente, riportandoli all'estensione che questi avevano nel 1979. Si minava così alla base la credibilità dell'Ipcc, il panel di scienziati del clima che opera per l'Onu e che nel IV Rapporto (2007), manifestava tutta la sua preoccupazione sul futuro della banchisa artica.C'è solo un piccolo particolare: quella notizia era completamente errata e falsa. Errata perché partiva da un articolo di un giovane climatologo americano messo in discussione poco dopo la sua pubblicazione perché analizzava dati provenienti da due satelliti diversi senza apportarvi alcuna correzione ma, ancora peggio, confrontava solo due dati puntuali e non l'analisi delle tendenze delle temperature nel tempo. Come affermare che il pianeta si sta raffreddando perché oggi è più freddo dello stesso giorno di 30 anni fa.La notizia riportata dai giornali è però anche falsa perché prende spunto dal confronto di dati cumulativi puntuali di copertura dei ghiacci di polo nord e polo sud e viene trasformata nella stampa italiana in un annuncio di riduzione dei soli ghiacci artici.Può sembrare una differenza secondaria, ma nasconde una sottile sfumatura, perché gli scienziati dell'Ipcc differenziano la loro posizione sul destino dei ghiacci nei due poli.Da una parte vi è l'ampia convinzione, supportata anche dall'oggettivo andamento delle misurazioni negli anni, che il riscaldamento del pianeta sta portando alla riduzione dell'estensione del ghiaccio della banchisa artica e che probabilmente nei prossimi anni si arriverà a un suo temporaneo ma totale scioglimento nei mesi più caldi.Per il polo sud la situazione è invece più complessa e allo scioglimento del ghiaccio marino potrebbe corrispondere un aumento di quello continentale per le maggiori precipitazioni nevose legate all'aumento dell'umidità nell'aria e alle temperature sempre rigide di quell'area. I dati reali ci dimostrano per il momento che il polo nord diminuisce in media ogni anno di 47.000 km e il polo sud aumenta di circa 15.000 km, con una riduzione netta globale di 32.000 km, in linea con le posizioni dell'Ipcc.Negare l'esistenza del processo di riduzione dei ghiacci artici significa negare la realtà e mettere in discussione l'ipotesi stessa di cambiamento del clima.Perché allora la stampa italiana dà così spazio a notizie poco attendibili sul clima? È colpa dei giornalisti che non hanno le competenze per affrontare un tema complesso come i cambiamenti climatici? O vi è il dolo di chi cerca sul fronte politico e culturale, anche davanti alle evidenze, di impedire la spinta al necessario cambiamento? Difficile da dirsi. Intanto restiamo in attesa della prossima onda.

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

lunedì 26 gennaio 2009

Il riscaldamento del Polo sud cresce a ritmi record

Integrando i dati raccolti in mezzo secolo da satelliti e stazioni a terra, i ricercatori hanno visto che in Antartide, la zona che ospita la maggior parte dei ghiacci, la temperatura è aumentata di 0,6 gradi centigradi.
Il Polo Sud si sta riscaldando. Negli ultimi cinquant’anni la temperatura media sul continente di ghiaccio è aumentata di 0,6 °C, in media 0,12 °C per decade: più che in altre parti del pianeta. La crescita non è omogenea. È più marcata in inverno e in primavera, meno in estate e autunno. Ed è massima nell’Antartide occidentale, dove la crescita è stata in media di 0,17 °C per decade. Più che nella stessa Penisola Antartica, la zona più monitorata del continente bianco e che si pensava fosse più suscettibile al cambiamento climatico. Il riscaldamento, tuttavia, non riguarda solo le regioni occidentali dell’Antartide. Anche a est non si scherza: dal 1957 a oggi la temperatura è aumentata in media di 0,10 °C per decade. L’aumento in entrambe le regioni è significativo, sia perché la parte orientale e la parte occidentale del continente sono separate da alte montagne, sia perché il relativo raffreddamento di queste montagne all’interno non compensa il riscaldamento generale dell’Antartide. Sono questi, in estrema sintesi, i risultati pubblicati da Eric Steig della University of Washington e da un gruppo di suoi collaboratori sul numero appena uscito di Nature. La ricerca è la più estesa mai realizzata per l’Antartide e integra i dati raccolti in mezzo secolo da satelliti e da stazioni a terra. I risultati sono importanti per due motivi.

martedì 13 gennaio 2009

I negazionisti dei gas serra

Da Repubblica

Karasjok, nella Norvegia settentrionale, è uno dei luoghi più freddi d´Europa, nel 1886 ha registrato 51 gradi sottozero. Nei giorni scorsi vi faceva più caldo che a Piacenza, con "soltanto" meno nove gradi, nel buio della notte polare. Lassù il dicembre 2008 si è chiuso con sette gradi oltre la media. Quindi, mentre nell´Italia innevata il riscaldamento globale non va più di moda, in Scandinavia si potrebbero fare titoli cubitali sulla sua avanzata. L´aggettivo "globale" serve proprio per evitare questo continuo rumore di fondo focalizzando l´analisi su un dato significativo per l´intero pianeta. Michel Jarraud, segretario generale dell´Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato che «nonostante l´attuale freddo sull´Europa centro-meridionale, la tendenza generale rimane senza dubbio verso il riscaldamento». Ed è la stessa agenzia internazionale, che dal 1951 coordina le osservazioni meteorologiche di tutto il mondo, a ribadire che il 2008 è stato il decimo anno più caldo dal 1850 (il settimo in Italia dal 1800, dati Cnr-Isac) e ha visto una stagione degli uragani atlantici tra le più attive, con 16 eventi. E i ghiacci artici in aumento? Frutto di un frettoloso giornalismo in cerca di scandali, basato su dati non correttamente interpretati a causa di differenti satelliti utilizzati dal 1979 a oggi per misurare la banchisa artica. (AspoItalia ha fatto chiarezza qui: www.aspoitalia.it/archivio-articoli). Ma è assurdo trasformare il problema del cambiamento climatico antropogenico in uno scontro da tifoseria calcistica: oggi fa freddo uno a zero per i negazionisti, domani fa caldo e segnano i serristi. Così come è assurda la divisione, aggressiva e improduttiva, tra elenchi di scienziati pro e contro: la scienza non si fa a maggioranza, ma verificando le ipotesi con fatti ed esperimenti. L´Ipcc, tanto vituperato quanto poco conosciuto, non è certo depositario di verità assolute, ma ha posto in essere dal 1988, anno della sua fondazione, un serrato processo di validazione dei dati che è quanto di meglio oggi si sia riusciti a mettere in atto con la cooperazione di tutti i governi. Il riscaldamento degli ultimi decenni è inequivocabile e l´aumento dei gas serra è il processo fisico che ha maggiori probabilità di spiegarlo, come aveva già intuito nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius. Sulla previsione del futuro le incertezze sono molte di più, lo diceva già il Nobel per la fisica Niels Bohr, ma da quando nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton elaborarono la prima previsione numerica computerizzata del riscaldamento atmosferico causato dall´aumento dei gas serra, qualcosa si è imparato e il legame più CO2 uguale più caldo non è mai stato smentito. Semmai è la complessità delle interazioni nell´intero sistema terrestre � atmosfera, oceani, ghiacci, suoli, foreste, alghe, batteri, uomo � a rendere per ora limitata la comprensione del problema. Il fatto che poi le risposte all´aumento della concentrazione di gas serra siano lente rispetto alla durata della vita umana e si esplicitino in molteplici modalità, ci priva di quella desiderabile verifica causa-effetto che in altri settori della scienza è talora più netta, ma meno diffusa di quanto si immagini. Se prendiamo la medicina, vediamo che sono ancora molte le patologie mal conosciute. Non per questo si rinuncia alla cura. E considerando il fumo, pur nella concorde affermazione della sua tossicità, nessuno è disposto a credere che quelle cupe minacce stampate sul pacchetto di sigarette si verificheranno proprio su di sé molti anni più tardi. Se le sigarette uccidessero all´istante, il nesso causa-effetto sarebbe chiarissimo e nessuno fumerebbe.


Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni

Se il "global warming" va sotto processo

Da Repubblica

Quella che stiamo vivendo in questi anni è una svolta indiscutibile nella storia del clima. Il pianeta si riscalda sempre di più. Il global warming è un processo complesso che non è certo rimesso in discussione dall´attuale ondata di freddo abbattutasi sull´Europa. La situazione di questi giorni - che per altro non è assolutamente eccezionale, visto che negli ultimi decenni abbiamo conosciuto periodi anche più freddi - è piuttosto il segno di un progressivo sregolamento climatico dovuto all´innalzamento globale della temperatura. Nel corso del secolo scorso la temperatura del pianeta è aumentata dello 0,6 per cento, con un margine d´errore dello 0,2 per cento. Forse non siamo ancora di fronte a una tragedia irreversibile, ma ciò non significa che non si debba intervenire. Anche perché non siamo assolutamente in grado di fare previsioni affidabili. L´unica certezza è il ruolo fondamentale svolto dalle attività umane nel processo che aggrava il riscaldamento del pianeta, riscaldamento che finora era solo di origine astronomica. E siccome la prossima fase di glaciazione sarà tra 50 mila anni, non possiamo contare sulla variabile astronomica per combattere la deriva del clima. La natura non può rimediare ai nostri errori, anche se alcuni fenomeni sembrerebbero indicarlo. Ad esempio, secondo alcune ricerche, lo scioglimento dei ghiacci polari dovuto al riscaldamento climatico metterebbe in moto un processo naturale in grado di combattere l´effetto dei gas serra. Si tratta solo di un´ipotesi, che se fosse confermata mostrerebbe quanto possa essere imprevista l´evoluzione climatica. Sapere che la natura sa reagire, non dovrebbe però spingerci all´attendismo. Invece, forse inconsciamente, coltiviamo tutti l´illusione che la natura sia capace di ristabilire da sola il proprio equilibrio. La pensiamo come una realtà indistruttibile e tale percezione diventa un alibi per non agire e addirittura per non rispettare gli impegni già presi. Si pensi ad esempio al protocollo di Kyoto, che finora non è riuscito a ottenere i risultati auspicati. I gas serra dovevano diminuire e invece tra il 2005 e il 2007, la Spagna ha aumentato le emissioni di gas serra del 53 per cento, il Portogallo del 43 per cento e l´Irlanda del 26 per cento. Per non parlare dell´impatto sull´ambiente delle cinquantadue centrali a carbone messe in cantiere dalla Cina. Insomma, nonostante gli accordi di Kyoto, la situazione si degrada, forse perché le popolazioni non percepiscono ancora le trasformazioni climatiche come una vera minaccia.Quando si parla del riscaldamento del pianeta si dimentica spesso che le maggiori conseguenze di tale situazione ricadranno sui paesi più poveri, per i quali l´ecologia è un lusso insostenibile. Quando non si sa come nutrire i propri figli, non ci si preoccupa certo del riscaldamento climatico e si cerca solo di sopravvivere. Anche nei paesi occidentali, a pagare saranno soprattutto le popolazioni più fragile, vale a dire i bambini, gli anziani, i malati e i più poveri. Questa vulnerabilità però non è quasi mai presa in considerazione, rimuovendo quindi le conseguenze concrete prodotte dai cambiamenti climatici, conseguenze che saranno una vera e propria tragedia per moltissime persone.

lunedì 12 gennaio 2009

Il dietrofront di 650 scienziati «La Terra più calda? Una bugia»

Dal Corriere della Sera

Dice l'immaginario collettivo che non ci sono più le stagioni di una volta. Eppure il freddo e la neve di questi giorni sono un revival di inverni dimenticati. Dicono alcuni studiosi del clima che la temperatura del nostro pianeta è sempre più alta, che il 2008 è stato il settimo anno più caldo dal 1800. Ma esiste anche una seconda versione, di altri scienziati: la Terra, giurano, dal 1998 in poi si sta raffreddando, non è vero che l'uomo possa influire sui cambiamenti climatici e poi la temperatura globale registrata nel corso del 2007 è stata addirittura la più fredda del millennio.E allora? Andiamo dritti verso un surriscaldamento da catastrofe o ci stiamo preoccupando inutilmente?Certo, i continui allarmi sull'effetto serra e il riscaldamento globale evocano più scenari da inverni miti che giornate dal termometro in picchiata. E un inverno come quello appena cominciato va a nozze con le tesi dei negazionisti del cambiamento climatico e della responsabilità umana. Sono tanti: geologi, glaciologi, fisici, meteorologi, astrofisici, oceanografi, paleoclimatologi. 650 scienziati di tutto il mondo, così decisi nel loro dissenso da presentare al Senato americano (l'11 dicembre scorso) un dossier di 231 pagine sul «global warming ».Gli skeptical scientist provano a confutare con i loro studi la teoria dell'Ipcc, il gruppo di scienziati che alle Nazioni Unite si occupano delle ricerche sui cambiamenti climatici, che sostengono un'influenza umana del 90% nelle variazioni del clima e che i colleghi «ribelli» chiamano catastrofisti.«È il riscaldamento globale che provoca aumenti di biossido di carbonio nell'atmosfera, e non il contrario» è sicuro Andrei Kapitsa, geografo russo e ricercatore sui ghiacci antartici. «Io sono scettico, il riscaldamento globale è diventato una nuova religione» dice Ivar Giaevar, premio Nobel per la Fisica.

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

I negazionisti del clima

Dal Manifesto

Quelli che considerano il riscaldamento globale una bufala (su tutti spiccano gli intelligentoni del Foglio) prendono mezzo metro di neve a Milano come la prova provata che il clima non sta cambiando. «Signora mia, non c'è più l'effetto serra di una volta», ironizzano. Catafratti nelle loro certezze ottocentesche, sono impermeabili al fatto che le temperature e le precipitazioni di una sola settimana o di un solo mese sono fluttuazioni statistiche puntuali che non smentiscono una tendenza generale. E' dedicato a loro questo breve excursus tra le notizie battute dalle agenzie internazionali in meno di 24 ore, mentre sul Nord Italia nevicava.1) Secondo un rapporto riservato dell'esercito australiano, reso noto dal Sidney Morning Herald, il cambiamento climatico e l'innalzamento del livello del mare costituiscono il rischio maggiore per la sicurezza nel Pacifico. Nell'area si potranno innescare conflitti per il cibo, ma un po' in tutto il mondo lo stress ambientale funzionerà come un moltiplicatore dei rischi nei paesi fragili. Il punto più "caldo", se non si troveranno accordi preventivi, sarà l'Artico dove lo scioglimento dei ghiacciai darà il via a una furibonda corsa per accaparrarsi le riserve energetiche e i minerali custoditi nei fondali.2) L'agenzia spaziale giapponese annuncia che il 21 gennaio manderà in orbita un satellite per misurare la presenza di gas di serra (anidride carbonica e metano) sulla superficie terrestre e in atmosfera. «Per combattere il cambiamento climatico è necessario monitorare la densità dei gas di serra in tutto il globo», dicono gli scienziati dell'agenzia giapponese. Una volta al mese e per cinque anni (se non ci saranno intoppi o guasti) il satellite trasmetterà i dati rilevati in 56 mila località. Situate anche nei paesi in via di sviluppo, di cui poco si sa. La Nasa si prepara a lanciare entro l'anno una sua stazione orbitante per mappare la presenza nell'atmosfera dell'anidride carbonica.3) Un piccolo robot-sottomarino giallo (nessun riferimento ai Beatles) verrà calato sotto la piattaforma Antartica per raccogliere informazioni sull'innalzamento del livello degli oceani. L'aggeggino, alimentato a pile, costa svariati milioni di dollari. Dubitiamo che i due paesi che collaborano all'impresa - Usa e Gran Bretagna - butterebbero allegramente in fondo al mare i loro soldi, se non fossero preoccupati dallo scioglimento sempre più veloce dei ghiacciai. Il Panel per il clima delle Nazioni Unite prevede che entro il 2100 il livello dei mari si alzerà tra i 18 e i 59 centimetri a causa del riscaldamento globale, causato principalmente dai gas serra prodotti dai carburanti fossili.4) La crescita della Grande Barriera Corallina (al largo dell'Australia) ha toccato il punto più basso in 400 anni. Dal 1990 la calcificazione delle secolari masse porose coralline è diminuita del 13%. La colpa, secondo gli scienziati, è del riscaldamento globale e della crescente acidità dell'acqua marina. Il rallentamento della calcificazione della barriera corallina, che alimenta diversi organismi marini, avrà conseguenze sulla biodiversità.Se questo breve elenco non bastasse, consigliamo ai "negazionisti" la lettura del penultimo numero dell'Economist.La Bibbia del capitalismo, non dell'ambientalismo, dedica un report di 16 pagine allo stato di malattia del mare: acque acide, coralli che muoino, mucillagine che cresce, plastica infestante, scarsità di pesci... Il riscaldamento globale c'entra con quasi tutti questi disastri combinati dall'uomo.

giovedì 18 dicembre 2008

Come cambia l'acidità dell'oceano

Da Le Scienze

La composizione chimica dell’oceano è meno stabile di quanto ritenuto finora ed è molto più dipendente dai cambiamenti climatici: è quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università della California a Santa Cruz e della Carnegie Institution di Washington.
Secondo quanto riportato nell’ultimo numero della rivista “Science” la composizione chimica dell’oceano subì una brusca variazione in corrispondenza di un cambiamento del clima verificatosi 13 milioni di anni fa, e il timore è che lo stesso processo possa ripetersi oggi in risposta al global warming con conseguenze potenzialmente gravi per gli ecosistemi marini.

"Via via che la concentrazione di CO2 aumenta e che si modificano gli schemi del tempo meteorologico, cambia di conseguenza la composizione dei fiumi, e a sua volta anche quella degli oceani”, ha commentato Ken Caldeira del Dipartimento di ecologia globale della Carnegie Institution. "In particolare, questo processo cambierà la quantità di calcio e di altri elementi tra i sali disciolti nelle acque dell’oceano.”

La ricerca si è basata su campioni ottenuti da carotaggi dei sedimenti oceani prelevati dal Bacino dell’Oceano Pacifico. Dall’analisi degli isotopi del calcio nei grani del minerale baritina (BaSO4) in diversi strati, si potuto determinare che tra 13 e 8 milioni di anni i livelli di calcio si modificarono drasticamente, in corrispondenza dell’aumento della coltre antartica durante lo stesso intervallo. A causa dell’enorme volume di acqua trasformata in ghiaccio, il livello del mare diminuì.

"Il clima divenne più freddo, i ghiacci si espansero e i livelli dell’oceano calarono, e l’intensità, il tipo l’estensione dei fenomeni atmosferici sulla regione cambiarono”, ha commentato Griffith. “Ciò determinò dei cambiamenti nella circolazione oceanica e nella quantità e composizione di ciò che i fiumi portano nell’oceano.”

Le rocce contenenti calcio come il calcare sono la più grande riserva di carbonio del pianeta.

Il ciclo del calcio dell’oceano è strettamente collegato al biossido di carbonio atmosferico e con i processi che controllano l’acidità dell’acqua marina”, ha continuato Caldeira.

"Ciò che abbiamo compreso da questo lavoro è che il sistema oceanico è molto più sensibile ai cambiamenti climatici di quanto si sia mai ipotizzato”, ha concluso Griffith. "Pensavamo che la concentrazione di calcio, che rappresenta il maggiore elemento presente nell’acqua, cambiasse molto lentamente e gradualmente nell’arco di decine di milioni di anni, invece i nostri dati suggeriscono che ci possa essere una relazione molto più dinamica tra clima e chimica oceanica che talvolta può dare come risultato una rapida riorganizzazione biogeochimica.”

lunedì 15 dicembre 2008

«Le alluvioni in Italia? Eventi previsti, ma trascurati»

Da Il Giorno

«LA PIENA del Tevere? Eventi come le alluvioni in Italia e in altre parti del globo sono esattamente quello che noi abbiamo previsto. E accadrà sempre più per effetto del cambiamento climatico. Non posso fare affermazioni su un solo evento, ma se allarghiamo la scala, il quadro è chiaro. E chi non lo vede o è male informato, o rema contro perché ha voglia di protagonismo oppure ha molti fondi per negare l’evidenza. E non è difficile immaginare da dove vengano». Il professor Rajeendra Kumar Pachauri è il presidente dell’Ipcc, il comitato di scienziati creato dall’Onu per studiare il cambiamento climatico e i cui 4 rapporti costituiscono l’ossatura del processo negoziale che ha portato a Kyoto e ora sta portando verso un nuovo protocollo. Nel 2007 Pachauri è stato insignito con Al Gore del premio Nobel per la pace. Professor Pachauri, che cosa prevede il quarto rapporto dell’Ipcc relativamente agli eventi meteo estremi? «Che diventeranno sempre più intensi. Alle vostre latitudini avremo periodi di siccità più lunghi, specie al Sud del vostro Paese, e precipitazioni più concentrate e intese. Diminuirà la copertura nevosa, e questo determinerà una riduzione della portata dei fiumi in estate. Avremo un accresciuto rischio di alluvioni pericolose specie se non si farà attenzione alla pianificazione territoriale. Ma non è solo un problema di precipitazioni. Diventeranno più frequenti e intense le ondate di calore come quella del 2003 e le fasce climatiche si sposteranno a Nord. Verso la metà del secolo Roma avrà il clima di Napoli. E quindi l’agricoltura dovrà cambiare le specie da coltivare e i sistemi di irrigazione, anche a causa della desertificazione di molti terreni e all’avanzamento dell’acqua salata nel delta dei fiumi e nelle falde costiere. E’ necessario adattarsi da adesso, anche se gli impatti accederanno presto la nostra capacità di adattarci». Quali saranno gli effetti sul livello del mare? «Ha visto la recente acqua alta a Venezia?». Voi dell’Ipcc però ritenere probabile che l’aumento del livello del mare sia meno di un metro a fine secolo, ma recenti studi dicono che se la temperatura si innalzerà oltre 1.5 gradi sopra i livelli preindustriali, cioè mezzo grado in più di oggi, si potrebbe innescare uno scioglimento dei ghiacci della Groenlandia. «Lo so bene. Ma noi non ci basiamo solo su una pubblicazione o due, ma su centinaia. Nel quarto rapporto non abbiamo messo un tetto massimo sull’innazamento del mare, ma solo indicato una cifra probabile. Però abbiamo anche scritto che potremmo avere cambiamenti climatici improvvisi e irreversibili. E ci riferivamo allo scioglimento della calotta glaciale che copre la Groenlandia. Che significherebbe un innalzamento del livello del mare tra sei e sette metri». Quanto tempo abbiamo? «Per limitare il riscaldamento di 2 gradi siamo molto vicini al livello al quale si deve stabilizzare. Il 2015 è l’anno limite entro il quale dobbiamo raggiungere il picco delle emissioni e poi iniziare a scendere. E il 2015 è dopodomani». Crede che ce la faremo? «Ci sono sempre più leader convinti che il cambiamento climatico sia reale. E quindi sono cautamente ottimista sul fatto che a Copenaghen si raggiunga un accordo globale. Quando la situazione economica sarà più chiara i governi si focalizzeranno sulle misure per far ripartire l’economia. E una ristrutturazione energetica come quella richiesta dalla lotta al cambiamento climatico provvederà anche un’occasione per produrre milioni di posti di lavoro».

martedì 28 ottobre 2008

Anno 2100, sette metri e mezzo sotto i mari

Giunge da Potsdam (Germania) una nuova stima sul futuro innalzamento del livello delle acque terrestri, condotto dall’Istituto per la Ricerca sull’Impatto Climatico (Pik). I dati sino ad ora pubblicati nel rapporto del Panel Intergovernativo sul Mutamento Climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite - presentato nel febbraio 2007 - sono inesatti, poiché non tengono minimamente conto di alcune variabili sino ad ora sottovalutate - rivelano i ricercatori tedeschi. “Dovremmo prepararci per un innalzamento dei livelli dei mari di un metro durante questo secolo” ha chiarito alla stampa internazionale il direttore del Pik, c; il centro di ricerche ha difatti rilevato un raddoppiamento e addirittura un triplicamento del tasso di scioglimento dei ghiacciai himalayani e della calotta della Groenlandia. Due terzi dei ghiacciai dell’Himalaya, secondo questo studio, hanno subito e stanno subendo pesantemente gli effetti del riscaldamento globale, fenomeno aggravato dalla “nube marrone” che avvolge l’Asia Orientale. Questa nuova, terribile minaccia consiste in una nuvola tossica composta da inquinanti spesso incombusti che provocano - mediante il deposito di particelle carboniose sui ghiacciai - un’innaturale deficienza di riflessione, che induce un assorbimento maggiore dei raggi solari con conseguente rapidità di scioglimento delle riserve acquifere gelate custodite sulla più grande e imponente catena montuosa del pianeta.La liquefazione di questi antichissimi ghiacciai innescherà un effetto a catena che andrà ad alimentare la portata di grandi fiumi asiatici come Gange, Brahmaputra, Indo, Salween e Mekong, sulle cui rive vive oltre un miliardo di persone. L’Ipcc non ha tenuto conto di queste emissioni di gas a effetto serra provocate del grande sviluppo dell’economia cinese, prevedendo – erroneamente - un innalzamento del livello dei mari solo tra i 18 e i 59 centimetri entro il 2100. Schellnhuber avverte, inoltre, che limitare le emissioni in metropoli come Pechino per cercare di pulirne l’aria, paradossalmente, potrebbe aumentare le temperature globali invece di ridurle, a causa del calo del volume di particelle ’sporche’ nell’aria, che contribuiscono a proteggere la Terra dal Sole. L’Istituto d’economia mondiale rileva, in aggiunta, un aumento del 3,5% annuo – triplicato nell’ultimo ventennio - del tasso di emissione di Co2, principale responsabile del surriscaldamento globale, causato dal boom economico, come si è detto, di paesi emergenti quali Cina e India. “Nonostante sia sempre difficile fornire cifre certe da queste stime, continuano a uscire numeri importanti che rafforzano la serietà del problema al di là del numero preciso” - chiarisce il direttore del Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici, Antonio Navarra. “Nel caso tutta la calotta della Groenlandia si sciogliesse - ha aggiunto il portavoce dell’Istituto di Potsdam - l’innalzamento dei mari, è stato calcolato, sarebbe di 7,5 metri”.Gli scienziati del Pik ritengono, infine, che l’uomo abbia, allo stato attuale, solo il 50% di probabilità di limitare a soli 2°C l’aumento globale delle temperature prima del 2100; questo - a patto che i piani messi sul tavolo dai Paesi del G8 per ridurre le emissioni di gas serra vengano realizzati - risparmierebbe alla Terra seri danni. (Da L'Opinione)

lunedì 27 ottobre 2008

Ambiente, l'allarmismo non paga

Bjorn Lomborg, FONDATORE DEL COPENHAGEN CONSENSUS

A vete notato che i militanti ambientalisti quasi immancabilmente non si limitano a dire che c'è il riscaldamento globale e che è un male, ma anche che quello a cui stiamo assistendo è perfino peggio di quanto ci aspettassimo?È strano, perché qualunque approccio sensato ai procedimenti scientifici indurrebbe a pensare che, man mano che affiniamo le nostre conoscenze, scopriamo che le cose a volte vanno peggio e a volte meglio di quello che ci aspettavamo, con una distribuzione fra cattive e buone notizie che verosimilmente dovrebbe essere di 50 e 50. Per i militanti ambientalisti, invece, è quasi immancabilmente di 100 a 0.Se le sorprese sono regolarmente nella stessa direzione, se i nostri modelli vengono smentiti da una realtà che va peggiorando sempre più, vuol dire che il nostro approccio scientifico non è granché solido. Si potrebbe dire che se i modelli si sbagliano costantemente, probabilmente la ragione è che sono sbagliati. E se non possiamo fidarci dei nostri modelli, non possiamo sapere quali provvedimenti assumere per cambiare le cose.Ma se fatti nuovi ci dimostrano costantemente che le conseguenze dei cambiamenti climatici si stanno aggravando sempre di più, forse le nobili argomentazioni sul metodo scientifico non sono tanto convincenti. Sembra che questa sia la scommessa imperante nel vortice del riscaldamento globale: è sempre peggio di quello che pensavamo e quindi i nostri modelli si sono rivelati inadeguati, ma nonostante questo scommettiamo di sapere che cosa bisogna fare: tagliare drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2).Ma che i dati sul clima siano sistematicamente peggiori di quanto previsto è semplicemente falso; in molti casi rispettano le previsioni o addirittura sono migliori del previsto. Il fatto che si senta dire il contrario è una dimostrazione del fatto che i media sono sempre a caccia della notizia allarmante, ma una politica intelligente non può basarsi su questo.Il punto più ovvio riguardo al riscaldamento globale è che il Pianeta si sta riscaldando. Nell'ultimo secolo si è riscaldato di circa un grado centigrado e l'Ipcc,il gruppo diesperti sul clima delle Nazioni Unite, prevede che si riscalderà ulteriormente in questo secolo per un livello compreso tra 1,6 e 3,8 gradi, per colpa principalmente dell'aumento della CO2. Facendo la media di tutte le 38 elaborazioni standard messe a disposizione dall'Ipcc emerge che i modelli prevedono un incremento della temperatura per questo decennio di circa 0,2 gradi.Ma non è quello che si è verificato. E ciò vale per tutte le misurazioni della temperatura sulla superficie terrestre, e ancora di più per le misurazioni effettuate dal satellite. In questo decennio, le temperature non sono aumentate più del previsto: anzi, non sono aumentate affatto. In realtà sono diminuite tra 0,01 e 0,1 gradi per decennio. Nel caso di quello che è l'indicatore più importante del riscaldamento globale, cioè l'evoluzione delle temperature, dovremmo sentirci dire in realtà che i dati sono molto meglio del previsto.Un caso analogo, e direi molto più importante, è quello dell'entalpia (il calore totale) degli oceani negli ultimi quattro anni, che, laddove si dispone di misurazioni, risulta diminuita. Premesso che l'energia prodotta dalla temperatura può scomparire con relativa facilità attraverso l'atmosfera, non è chiaro dove sarebbe dovuto finire il calore del riscaldamento globale: e sicuramente anche questo è un dato migliore del previsto.Sentiamo continuamente dire che il Mar Glaciale Artico sta scomparendo più in fretta del previsto, e questo è vero. Ma gli scienziati più seri dicono anche che il riscaldamento globale è solo uno dei fattori all'origine di questo fenomeno. Pesa anche la cosiddetta Oscillazione Artica, cioè le variazioni dei venti che soffiano sull'Oceano Artico, e che attualmente si trova in uno stato che non consente l'accumulo di ghiaccio vecchio, che per la maggior parte viene scaricato nell'Atlantico Settentrionale.Una cosa ancora più importante è che quasi mai sentiamo dire che il ghiaccio marino nell'Antartico non solo non diminuisce, ma l'ultimo anno è stato al di sopra della media. I modelli dell'Ipcc prevedono una diminuzione del ghiaccio marino in entrambi gli emi-sferi, ma mentre nell'emisfero boreale le cose vanno peggio del previsto, in quello australe vanno meglio.L'ironia è che l'Associated Press, insieme a molti altri organi di stampa, ci ha raccontato nel 2007 che «l'Artico grida aiuto» e che il Passaggio a Nordovest era aperto «per la prima volta nella storia conosciuta». Eppure la Bbc già nel 2000 aveva comunicato che il leggendario Passaggio a Nordovest era sgombro dai ghiacci.Siamo costantemente inondati di articoli che ci dicono che i mari si alzeranno, che è uscito un nuovo studio che ha scoperto che le cose andranno molto peggio delle previsioni dell'Ipcc. Ma la maggior parte dei modelli hanno fornito risultati compresi nel range dell'Ipcc, che pronostica un incremento del livello dei mari tra i 18 e i 59 centimetri per questo secolo. È per questo ovviamente che le migliaia di scienziati dell'Ipcc avevano lasciato quella forbice. Ma uno studio che proclama che i mari saliranno di un metro o più è una notizia più ghiotta per i media.Dal 1992, abbiamo satelliti che misurano l'innalzamento del livello dei mari e questi satelliti hanno rivelato un incremento stabile di 3,2 millimetri all'anno, esattamente in linea con la proiezione dell'Ipcc. E per di più negli ultimi due anni il livello del mare è rimasto fermo (anzi, è leggermente calato). Non dovremmo sentirci dire che le cose vanno molto meglio del previsto?Gli uragani erano l'immagine dominante del famoso film di Al Gore sui cambiamenti climatici, e indubbiamente gli Stati Uniti sono stati colpiti pesantemente nel 2004 e nel 2005, scatenando previsioni di un futuro fatto di tempeste sempre più forti e costose. Ma nei due anni trascorsi da allora, i costi sono rimasti molto al di sotto della media, praticamente a zero nel 2006. Le cose vanno decisamente meglio del previsto.Gore ha citato Kerry Emmanuel, il ricercatore del Mit esperto in uragani, a sostegno di un presunto consenso scientifico sulla tesi che il riscaldamentoglobale starebbe rendendo gli uragani molto più devastanti. Ma Emmanuel ora ha pubblicato un nuovo studio che dimostra che anche in un pianeta con un riscaldamento accentuato, la frequenza e l'intensità degli uragani potrebbe rimanere sostanzialmente invariata per i prossimi due secoli. Queste conclusioni non hanno trovato grande attenzione sui media.Naturalmente, non tutto va meglio di quello che credevamo. Ma le esagerazioni a senso unico non servono a nulla. C'è urgente bisogno di equilibrio se vogliamo fare scelte sensate. (Dal Sole 24 Ore)

lunedì 13 ottobre 2008

«Ambiente, i conti non tornano»

L’ALLARME LANCIATO DA MOHAN MUNASINGHE, ESPERTO ONU DI CLIMA. Dal Giorno

«Si deve cominciare oggi. Occorre partire subito per avere politiche più equilibrate fra il 2020 e il 2040». Mohan Munasinghe, professore dello Sri Lanka titolare di una cattedra a Manchester, vice presidente della Commissione intergovernativa delle Nazioni Unite per il cambiamento del clima (in sigla Ipcc), covincitore del premio Nobel per la pace del 2007, non ammette distinguo. I dati sono clamorosi. Secondo il segretario generale del «Club di Roma» Martin Lees negli ultimi due anni la terra ha perso il 22 per cento dei ghiacciai. Due miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno, mentre si profila all’orizzonte un pari numero di appartenenti alla ‘borghesia’ che consuma intensamente. Mikhail Gorbaciov aggiunge di suo che l’inquinamento cinese è approdato nella Siberia russa. Stiamo consumando, sempre secondo il «Club di Roma», il 125 per cento delle risorse biologiche del pianeta. Che fare quindi professore? «Occorre partire, cominciare, non basta più parlarne. Sono necessari una nuova forza morale e più leader che pensino al bene comune. Assistiamo al fallimento dei neoconservatori. Erano convinti che dall’inseguimento dell’interesse personale scaturisse qualcosa di positivo per tutta la società. Così siamo arrivati ai mutui subprime». Il primo passo quale dovrebbe essere? «Costruire il consenso. Si debbono abbattere le paratie che dividono gli esperti. Esistono soluzioni multiple con benefici per tutti». Per esempio? «Il caso più tipico è la conservazione di energia. E’ un bene per tutti. Oppure la riforestazione. Giova all’ambiente e crea posti di lavoro. Per le soluzioni più conflittuali si possono cercare compromessi. Senza contare che nel giro di dieci – quindici anni possono maturare nuove soluzioni tecniche». Non c’è più tempo? «Prenda il caso del Darfur, dove sono morte migliaia di persone (per la repressione del governo di Khartum a danno delle minoranze nere e cristiane ndr). Il cambiamento climatico ha esacerbato la carenza d’acqua e di terra. Le Maldive sono solo pochi centimetri sopra il livello dell’oceano che è cresciuto di sedici centimetri nell’ultimo secolo...». Munasinghe lancia il suo appello dopo essere intervenuto al convegno su ambiente e mass media organizzato dal «World political forum» di Gorbaciov. L’ex presidente dell’Urss è impegnato nella sua sfida più recente, la glasnost planetaria sull’ecologia. «Attorno a Mosca — si infervora — c’è una battaglia su ogni metro quadrato di terra. La gente difende il posto nel quale vive. La Duma, il Parlamento, si occupa del problema quasi tutti i giorni».