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mercoledì 11 febbraio 2009

"Premio Polena" a Bjorn Lomborg per «Il clima e il paradosso del safari»

Questa settimana il "Premio Polena" per l'articolo più interessante va a Bjorn Lomborg con «Il clima e il paradosso del safari» pubblicato sul "Sole 24 Ore" di domenica 1 febbraio 2009. Scrive Lomborg (fondatore del Copenhagen Consensus e autore de "L'ambientalista scettico. Non è vero che la terra è in pericolo") che il riscaldamento del pianeta non è contestabile, ma purtroppo l'efficacia delle proposte degli ambientalisti, soprattutto se si considera il rapporto costi/benefici, è molto discutibile.Barack Obama, nel suo libro "I sogni di mio padre", racconta che quando stava in Kenya e voleva andare a un safari, la sorella Auma lo rimproverava di avere un comportamento da colonialista. «Perchè mai - diceva - tutta quella terra dovrebbe essere riservata al turismo quando potrebbe invece essere destinata all'agricoltura», salvando in questo modo molti bambini dalla fame? L'aneddoto di Obama, sostiene Lomborg, trova un corrispettivo nell'attuale preoccupazione per il riscaldamento del pianeta.L'Unione Europea si è infatti impegnata a raggiungere in 12 anni l'ambizioso obiettivo di tagliare le emissioni di Co2 del 20% rispetto ai livelli del 1990, usando le energie rinnovabili. Una misura di questo tipo costerebbe più dell'1% del pil, e se anche tutto il mondo facesse altrettanto, il risultato sarebbe quello di abbassare la temperatura del pianeta di un ventesimo di grado Fahrenheit per la fine del secolo. Il tutto allo strabiliante costo di 10mila miliardi di dollari. Per molti meno soldi potremmo fornire a 2-3 miliardi di persone nel mondo i micronutrienti essenziali evitando forse un milione di morti e rendendo metà della popolazione mondiale più forte nel fisico e nella mente. I modelli economici dicono che il riscaldamento dell'ambiente produrrà di qui alla fine del secolo danni per il 3% del pil. Non è trascurabile ma non è la fine del mondo. Rimane invece il dilemma del safari: perché le nazioni spendono tanto contro i cambiamenti climatici per non ottenere praticamente nulla nell'arco di un secolo, quando spendendo meno soldi si potrebbe fare davvero tanto per il genere umano? (da il riformista)

lunedì 27 ottobre 2008

Ambiente, l'allarmismo non paga

Bjorn Lomborg, FONDATORE DEL COPENHAGEN CONSENSUS

A vete notato che i militanti ambientalisti quasi immancabilmente non si limitano a dire che c'è il riscaldamento globale e che è un male, ma anche che quello a cui stiamo assistendo è perfino peggio di quanto ci aspettassimo?È strano, perché qualunque approccio sensato ai procedimenti scientifici indurrebbe a pensare che, man mano che affiniamo le nostre conoscenze, scopriamo che le cose a volte vanno peggio e a volte meglio di quello che ci aspettavamo, con una distribuzione fra cattive e buone notizie che verosimilmente dovrebbe essere di 50 e 50. Per i militanti ambientalisti, invece, è quasi immancabilmente di 100 a 0.Se le sorprese sono regolarmente nella stessa direzione, se i nostri modelli vengono smentiti da una realtà che va peggiorando sempre più, vuol dire che il nostro approccio scientifico non è granché solido. Si potrebbe dire che se i modelli si sbagliano costantemente, probabilmente la ragione è che sono sbagliati. E se non possiamo fidarci dei nostri modelli, non possiamo sapere quali provvedimenti assumere per cambiare le cose.Ma se fatti nuovi ci dimostrano costantemente che le conseguenze dei cambiamenti climatici si stanno aggravando sempre di più, forse le nobili argomentazioni sul metodo scientifico non sono tanto convincenti. Sembra che questa sia la scommessa imperante nel vortice del riscaldamento globale: è sempre peggio di quello che pensavamo e quindi i nostri modelli si sono rivelati inadeguati, ma nonostante questo scommettiamo di sapere che cosa bisogna fare: tagliare drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2).Ma che i dati sul clima siano sistematicamente peggiori di quanto previsto è semplicemente falso; in molti casi rispettano le previsioni o addirittura sono migliori del previsto. Il fatto che si senta dire il contrario è una dimostrazione del fatto che i media sono sempre a caccia della notizia allarmante, ma una politica intelligente non può basarsi su questo.Il punto più ovvio riguardo al riscaldamento globale è che il Pianeta si sta riscaldando. Nell'ultimo secolo si è riscaldato di circa un grado centigrado e l'Ipcc,il gruppo diesperti sul clima delle Nazioni Unite, prevede che si riscalderà ulteriormente in questo secolo per un livello compreso tra 1,6 e 3,8 gradi, per colpa principalmente dell'aumento della CO2. Facendo la media di tutte le 38 elaborazioni standard messe a disposizione dall'Ipcc emerge che i modelli prevedono un incremento della temperatura per questo decennio di circa 0,2 gradi.Ma non è quello che si è verificato. E ciò vale per tutte le misurazioni della temperatura sulla superficie terrestre, e ancora di più per le misurazioni effettuate dal satellite. In questo decennio, le temperature non sono aumentate più del previsto: anzi, non sono aumentate affatto. In realtà sono diminuite tra 0,01 e 0,1 gradi per decennio. Nel caso di quello che è l'indicatore più importante del riscaldamento globale, cioè l'evoluzione delle temperature, dovremmo sentirci dire in realtà che i dati sono molto meglio del previsto.Un caso analogo, e direi molto più importante, è quello dell'entalpia (il calore totale) degli oceani negli ultimi quattro anni, che, laddove si dispone di misurazioni, risulta diminuita. Premesso che l'energia prodotta dalla temperatura può scomparire con relativa facilità attraverso l'atmosfera, non è chiaro dove sarebbe dovuto finire il calore del riscaldamento globale: e sicuramente anche questo è un dato migliore del previsto.Sentiamo continuamente dire che il Mar Glaciale Artico sta scomparendo più in fretta del previsto, e questo è vero. Ma gli scienziati più seri dicono anche che il riscaldamento globale è solo uno dei fattori all'origine di questo fenomeno. Pesa anche la cosiddetta Oscillazione Artica, cioè le variazioni dei venti che soffiano sull'Oceano Artico, e che attualmente si trova in uno stato che non consente l'accumulo di ghiaccio vecchio, che per la maggior parte viene scaricato nell'Atlantico Settentrionale.Una cosa ancora più importante è che quasi mai sentiamo dire che il ghiaccio marino nell'Antartico non solo non diminuisce, ma l'ultimo anno è stato al di sopra della media. I modelli dell'Ipcc prevedono una diminuzione del ghiaccio marino in entrambi gli emi-sferi, ma mentre nell'emisfero boreale le cose vanno peggio del previsto, in quello australe vanno meglio.L'ironia è che l'Associated Press, insieme a molti altri organi di stampa, ci ha raccontato nel 2007 che «l'Artico grida aiuto» e che il Passaggio a Nordovest era aperto «per la prima volta nella storia conosciuta». Eppure la Bbc già nel 2000 aveva comunicato che il leggendario Passaggio a Nordovest era sgombro dai ghiacci.Siamo costantemente inondati di articoli che ci dicono che i mari si alzeranno, che è uscito un nuovo studio che ha scoperto che le cose andranno molto peggio delle previsioni dell'Ipcc. Ma la maggior parte dei modelli hanno fornito risultati compresi nel range dell'Ipcc, che pronostica un incremento del livello dei mari tra i 18 e i 59 centimetri per questo secolo. È per questo ovviamente che le migliaia di scienziati dell'Ipcc avevano lasciato quella forbice. Ma uno studio che proclama che i mari saliranno di un metro o più è una notizia più ghiotta per i media.Dal 1992, abbiamo satelliti che misurano l'innalzamento del livello dei mari e questi satelliti hanno rivelato un incremento stabile di 3,2 millimetri all'anno, esattamente in linea con la proiezione dell'Ipcc. E per di più negli ultimi due anni il livello del mare è rimasto fermo (anzi, è leggermente calato). Non dovremmo sentirci dire che le cose vanno molto meglio del previsto?Gli uragani erano l'immagine dominante del famoso film di Al Gore sui cambiamenti climatici, e indubbiamente gli Stati Uniti sono stati colpiti pesantemente nel 2004 e nel 2005, scatenando previsioni di un futuro fatto di tempeste sempre più forti e costose. Ma nei due anni trascorsi da allora, i costi sono rimasti molto al di sotto della media, praticamente a zero nel 2006. Le cose vanno decisamente meglio del previsto.Gore ha citato Kerry Emmanuel, il ricercatore del Mit esperto in uragani, a sostegno di un presunto consenso scientifico sulla tesi che il riscaldamentoglobale starebbe rendendo gli uragani molto più devastanti. Ma Emmanuel ora ha pubblicato un nuovo studio che dimostra che anche in un pianeta con un riscaldamento accentuato, la frequenza e l'intensità degli uragani potrebbe rimanere sostanzialmente invariata per i prossimi due secoli. Queste conclusioni non hanno trovato grande attenzione sui media.Naturalmente, non tutto va meglio di quello che credevamo. Ma le esagerazioni a senso unico non servono a nulla. C'è urgente bisogno di equilibrio se vogliamo fare scelte sensate. (Dal Sole 24 Ore)

lunedì 22 settembre 2008

Clima, tante azioni per nulla

di Bjørn Lomborg, fondatore del COPENHAGEN CONSENSUS, dal Sole 24 Ore


C' è un argomento, tra quelli comunemente ripetuti da chi si batte per stimolare a prendere iniziative contro i cambiamenti climatici, che suona estremamente convincente, ma che ad analizzarlo attentamente si rivela quasi fraudolento: questo argomento è basato sulla comparazione tra i costi dell'azione e i costi dell'immobilismo, e vi fanno ricorso quasi tutti i più importanti personaggi politici a livello mondiale.Un esempio è quello del presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, che ha usato questo argomento quando ha presentato, all'inizio di quest'anno, la proposta dell'Unione Europea per contrastare i cambiamenti climatici. La Ue ha promesso di tagliare le sue emissioni di anidride carbonica (CO2) del 20% di qui al 2020, a un costo che secondo le stime della stessa Commissione si attesterebbe intorno allo 0,5 per cento del Pil, ossia, più o meno, 60 miliardi di euro l'anno. Un prezzo assai oneroso da pagare - rappresenta un incremento dei costi complessivi per la Ue almeno del 50%- e che probabilmente sarà ben maggiore (in precedenza, la Commissione ha calcolato costi doppi rispetto alla stima attuale).Barroso, però, ha chiosato la sua presentazione dicendo che «i costi sono contenuti se paragonati al prezzo dell'immobilismo». Si è spinto addirittura a pronosticare che il prezzo del non fare niente «si sarebbe potuto avvicinare addirittura al 20% del Pil». (E pazienza se questa stima probabilmente è ipergonfiata, considerando che la maggior parte dei modelli previsionali evidenziano danni per un'entità corrispondente all'incirca al 3% del Pil.) Ed ecco qua. Ovviamente, un politico dovrebbe accettare di spendere lo 0,5% del Pil per scampare costi pari al 20% del Pil. Suona assolutamente sensato; fino a quando non ti accorgi che Barroso sta mettendo a confronto problematiche completamente differenti.La spesa dello 0,5% del Pil produrrà una riduzione delle emissioni estremamente limitata (se tutti gli Stati della Ue rispettassero effettivamente i parametri fissati per il resto del secolo, le emissioni globali scenderebbero di circa il 4%).Un calo delle emissioni ditaleentità limiterebbe l'incremento della temperatura previsto per la fine del secolo di appena cinque centesimi di grado centigrado. Dunque, l'ambiziosissimo programma Ue non fermerà il riscaldamento globale e nemmeno influirà significativamente su di esso. In altre parole, se Barroso teme di dover sostenere costi pari al 20% del Pil per l'anno 2100, spendere lo 0,5 per cento del Pil ogni anno di questo secolo in pratica non inciderà minimamente su questi costi. Alla fine del secolo dovremo comunque pagare, e in più, nei 90 anni che precedono quella data, ci saremo impoveriti con le nostre mani.Il trucco funziona perché noi diamo per scontato che l'azione annullerà gli effetti dell'immobilismo, mentre ciò non è affatto vero. La cosa diventa più chiara se invece del piano di azione prefigurato da Barroso prendiamo in esame iniziative più limitate.Se Barroso fosse l'unico a sostenere questa tesi, forse potremmo ignorarlo, ma lo stesso argomento viene riproposto più e più volte da moltissimi politici di primo piano. Angela Merkel, la cancelliera tedesca, dice che tagliare le emissioni di CO2 «è economicamente sensato», perché «le conseguenze economiche dell'immobilismo sarebbero drammatiche per noi tutti». Il premier australiano, Kevin Rudd, concorda che «il costo dell'immobilismo sarebbe molto superiore al costo dell'azione ». Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha pronunciato le stesse esatte parole. Negli Stati Uniti, sia John McCain che Barack Obama usano sempre questa tesi del costo dell'immobilismo presentandola come la ragione fondamentale per sostenere tagli alle emissioni.La senatrice californiana Diane Feinstein sostiene che dovremmo tagliare le emissioni di anidride carbonica perché il fondo nevoso della Sierra, che fornisce gran parte dell'acqua potabile della California, nel 2050, a causa del riscaldamento globale, sarà ridotto del 40 per cento. Quello che omette di dirci è che anche una riduzione sostanziale delle emissioni - dai costi elevati - produrrà un effetto trascurabile sullo scioglimento delle nevi di qui al 2050. Dovremmo pensare invece a investire in strutture per lo stoccaggio dell'acqua.Lo stesso succede quando i politici si affliggono per la perdita di buona parte della popolazione di orsi polari di qui al 2050, e usano questo allarme come un argomento in favore della necessità di tagliare le emissioni, dimenticando però di dirci che una riduzione delle emissioni non produrrebbe alcun effetto concreto per gli orsi polari. Forse invece dovremmo smettere di ucciderne per la caccia 300 ogni anno.Con la tesi dell'immobilismo, spendiamo risorse ingenti in politiche che non ostacoleranno in alcun modo i cambiamenti climatici e sottraiamo risorse a politiche che invece potrebbero incidere davvero.Non accetteremmo mai che un medico consigli aspirine ultracostose e inefficaci per curare la cancrena, perché il costo delle aspirine è di gran lunga superiore al costo della perdita della gamba. E allora perché dovremmo tollerare argomenti altrettanto infondati quando si discute della decisione di politica pubblica più costosa della storia dell'umanità?Copyright: Project Syndicate, 2008.