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martedì 11 ottobre 2011

Ue contro i cambiamenti climatici

Il 10 ottobre 2011, in occasione del consiglio dei ministri europeo, i ministri dell'Ambiente hanno trovato un accordo sulla posizione dell'UE in vista dei cruciali colloqui sul clima a livello internazionale in programma a Durban, Sudafrica, alla fine di novembre. L'Unione europea chiede un unico strumento giuridicamente vincolante in grado di porre un limite al riscaldamento globale. È tuttavia disposta a considerare una proroga dell'attuale protocollo di Kyoto, che giunge a scadenza nel 2012, per un periodo transitorio limitato.

Il protocollo di Kyoto del 1997 stabilisce obiettivi in materia di emissioni di CO2 soltanto per i paesi industrializzati, mentre l'UE intende giungere ad un risultato che impegni tutte le grandi economie e ritiene necessaria una riduzione delle emissioni di gas serra a livello mondiale per prevenire le conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici.

Da tempo l'UE è in prima linea negli sforzi internazionali in materia di cambiamenti climatici. Ad esempio, al momento l'UE sta attuando il suo impegno unilaterale a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 di almeno il 20% rispetto ai livelli del 1990. Ha inoltre offerto di passare ad una riduzione del 30% entro 2020 nel quadro di un accordo globale sul clima a condizione che altri paesi si impegnino a fare la loro parte.

martedì 7 aprile 2009

Gas tossici in Val padana

Due ricerche lanciano l'allarme sul peggioramento dell'aria in tutta la regione: temperatura in aumento, sempre più malattie per CO2 e polveri sottili, un miliardo di danni per il clima impazzito. Ecco gli effetti dei veleni

Vai a capirli, gli svizzeri. Gli italiani di Lombardia invidiano il loro federalismo e, quando possono, depositano nelle banche di Lugano un fiume di quattrini e quelli vogliono multarli per eccesso di inquinamento. Proprio così. L'iniziativa è partita da due deputati ticinesi, Milena Garobbio e Raoul Ghisletta. Il ragionamento è questo. Visto che gli sforzi fatti dal Canton Ticino per combattere l'inquinamento vengono vanificati dallo smog che supera il balcone delle Prealpi, che almeno la Lombardia risarcisca i danni causati dalla sua "manifesta attitudine passiva nell'ambito del risanamento dell'aria". Le autorità svizzere hanno per il momento respinto la richiesta, preferendo invocare maggiore collaborazione. Chissà che cosa direbbero, però, i due puntigliosi deputati ticinesi se potessero leggere un rapporto che i sindaci lombardi e gli altri addetti ai lavori stanno ricevendo proprio in questi giorni. Si intitola 'Progetto Kyoto Lombardia' e arriva a conclusioni così imbarazzanti sul dissesto ambientale in atto da aver indotto la Regione a consigliare l'autore - la Fondazione Lombardia per l'Ambiente - a tenere un basso profilo nel diffonderne i contenuti.Come accade spesso con i libri messi all'indice, la lettura delle 278 pagine del volume si rivela però di estremo interesse. Frutto del lavoro di decine di ricercatori di sei diverse università e di numerosi centri di ricerca, lo studio è molto chiaro nel dipingere una situazione di emergenza e le difficoltà comuni a tutte le amministrazioni italiane nel rispondere alla sfida posta dal cambiamento del clima.Sul fronte dell'inquinamento, a dir la verità, il confronto con il passato non è sempre privo di buone notizie. In Lombardia, ad esempio, i dati ufficiali dicono che la chiusura di molte fabbriche, la trasformazione delle caldaie domestiche da gasolio a metano e la diffusione di motori più moderni ha fatto diminuire rispetto ai primi anni Novanta la quantità delle polveri sottili che avvelenano l'aria. Allo stesso tempo, però, la Pianura Padana, chiusa dalle montagne che frenano il ricambio dell'aria e favoriscono la deleteria alta pressione, resta una delle aree più inquinate d'Europa, stando alle ultime stime diffuse dalla Commissione di Bruxelles. E il calo delle polveri sottili che si era registrato fino a una decina d'anni fa, ora ha perso forza e la tendenza è verso un sostanziale appiattimento. Una situazione che contribuisce a far condividere alla Pianura Padana un record di Belgio e Olanda che nessuno invidia: il più alto livello di mesi di vita che, nella cruda statistica, ogni cittadino brucia per effetto delle malattie mortali legate all'inquinamento (15 a testa, contro gli otto della media italiana).Non bastano però alcuni dati in chiaroscuro per attenuare la durezza dell'analisi del rapporto 'Progetto Kyoto Lombardia'. Come dice il titolo, il lavoro è incentrato sui risultati ottenuti nel controllo delle emissioni dei gas ammazza-clima, a cominciare dall'anidride carbonica. Il protocollo firmato nel 1997 nella città giapponese imponeva all'Italia una riduzione delle emissioni del 6,5 per cento entro il 2012 rispetto ai quantitativi del 1995. Da allora, invece, in Lombardia la situazione è costantemente peggiorata: il rapporto fotografa un incremento complessivo del 15 per cento. Tre punti in più rispetto alla media italiana (dove le emissioni sono cresciute comunque del 12 per cento), che piazzano la Regione presieduta da Roberto Formigoni a una distanza ormai sostanzialmente incolmabile rispetto agli obiettivi fissati a Kyoto. Prima in Italia per popolazione e per rilevanza dell'industria, la Lombardia sputa in atmosfera più di 90 milioni di tonnellate di anidride carbonica l'anno. E se la chiusura o la delocalizzazione all'estero di molte fabbriche ha alleggerito il peso dei fumi industriali, e i loro effetti negativi, il costante aumento del traffico ha dato una mazzata impossibile da assorbire. La sconfitta, è ovvio, non è solo lombarda. Sono rarissime le città che non hanno alzato bandiera bianca nella lotta al traffico. Gli interventi dei sindaci sono spesso poco più che simbolici, come le biciclette comunali in affitto (o 'bike sharing', in inglese) che accomunano Milano a Roma. E non manca chi, come l'assessore all'Ambiente di Treviso, Vittorio Zanini, cerca fantasiose fughe dalle proprie responsabilità: "Chiediamo all'Europa lo stato di calamità naturale", ha proposto di recente dalle pagine del quotidiano 'Libero'. Sta di fatto, però, che la densità della popolazione, unita agli scarsi investimenti nei trasporti pubblici, in Lombardia pesa. E i gas di scarico delle auto contribuiscono ormai alle emissioni di anidride carbonica per il 23 per cento del totale, superando le caldaie condominiali (al 21 per cento) e gli impianti industriali (al 18). (Dall'Espresso)

domenica 5 aprile 2009

La mia ricetta per la rivoluzione verde

Invece di giocare di rimessa sul Protocollo di Kyoto, il governo italiano dovrebbe accettare «fino in fondo» la sfida che propone l'Unione europea e puntare anche sul risparmio e sull’efficienza energetica per affrontare crisi economica e crisi climatica. Ne è convinto Roberto Della Seta, 50 anni, capogruppo del Pd nella commissione Ambiente del Senato, fino a fine 2007 presidente di Legambiente, che lanciando le proposte dell’opposizione in tema di energia dice: «Sul nucleare niente pregiudizi, ma analisi costi-benefici. Non serve né a superare la crisi né ad abbattere i costi».Parliamo di energia e clima. Cosa ci si aspetta dai negoziati in ambito Onu in corso fino all'8 aprile a Bonn, in vista della Conferenza di Copenaghen che a dicembre dovrebbe vedere la conclusione di un accordo globale in vigore dal 2013 su energia e riduzione delle emissioni?Da Bonn e dagli appuntamenti internazionali di questi giorni, a cominciare dal G20 che si è riunito a Londra, per continuare con la riunione che precederà il G8 della Maddalena e che si terrà a Washington alla fine di aprile promossa dal presidente Barack Obama, ci si aspetta che emerga la piattaforma del nuovo accordo globale per il rilancio degli obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni. La novità deve essere il coinvolgimento in questi impegni delle grandi economie emergenti di Asia e America latina, quindi di Paesi non solo come Cina e India, ma anche come Brasile, Indonesia e Messico, da principio esclusi dal Protocollo di Kyoto e che invece ora devono assumere delle responsabilità nell’interesse di tutti. Se i mutamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale avranno un costo economico che il Rapporto Stern ha quantificato nel 5% del Pil mondiale. C’è da dire che ci sono state due novità decisive negli ultimi 6 mesi che fanno ben sperare. La prima è la svolta nella posizione degli Stati Uniti, che con Barack Obama hanno messo la questione della lotta ai mutamenti climatici al centro del programma della nuova amministrazione. La seconda è che, al contrario di quanto si temeva con l’esplosione della crisi, tutti i grandi Paesi come Francia, Germania, Regno Unito oltre agli Usa hanno capito che puntare sulla green revolution, ovvero sul miglioramento dell’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, conviene perché crea posti di lavoro, fa nascere imprese e serve a sostenere la domanda interna grazie ai risparmi delle famiglie sui costi dell’energia. Non le sembrano realistiche le preoccupazioni del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e di Confindustria relative a un eventuale aumento della disoccupazione a causa di obiettivi ambientali troppo gravosi per l’industria italiana? Sicuramente in un momento di crisi drammatico come quello attuale è necessario che tutte le politiche, su qualunque tema, siano compatibili con la necessità di non stressare il sistema produttivo. È un’analisi costi-benefici che può dire se un intervento è compatibile con le esigenze attuali del sistema produttivo oppure no. Invece il governo ha una posizione che è eufemistico definire timida, sostiene solo che in un momento così le imprese vanno sostenute direttamente, senza peraltro farlo concretamente. In realtà gran parte dell’industria italiana è di gran lunga più avanti. I settori più in difficoltà su sprechi energetici e trend di aumento delle emissioni sono altri: i trasporti, i consumi elettrici civili, la produzione dell’energia. Il vicepresidente di Confindustria Pasquale Pistorio, che da imprenditore è stato protagonista di quel grande caso di successo che è la Stmicroeletronics, multinazionale leader nel campo dei semiconduttori, racconta spesso come la sua azienda abbia nel giro di qualche hanno ammortizzato e alla fine guadagnato dagli investimenti fatti nel risparmio energetico. Direi che il governo e la maggioranza in Italia sono un’anomalia. Si tratta dell’unico caso di Destra europea che, oltre ad aver relegato ai margini i temi ambientali, teorizza che i cambiamenti climatici non esistono. Questa cose sono scritte nere su bianco in una mozione proposta dal Pdl che il Senato ha purtroppo appena approvato. (Da Finanza & Mercati)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’amministratore delegato Paolo Scaroni

venerdì 3 aprile 2009

Cina e India, bisogna tagliare i gas serra del 40%

Che gli Usa di Obama rientrino nel «mondo di Kyoto» (cioè quello dei gas serra da limitare) da cui gli Usa di Bush erano usciti, secondo i paesi più poveri è cosa buona ma non abbastanza. Cina e India, capofila delle cosiddette nazioni in via di sviluppo, al vertice Onu sui cambiamenti climatici in corso a Bonn chiedono alle nazioni più ricche - e più inquinanti - un taglio «di almeno il 40%» delle loro emissioni. «Riteniamo che entro il 2020 - ha detto il delegato cinese al vertice in corso a Bonn - le nazioni sviluppate dovrebbero ridurre le loro emissioni di almeno il 40% rispetto al livello del 1990». Sono 175 le nazioni che a Bonn si confrontano su come affrontare i cambiamenti climatici. Al loro interno si è formato un gruppo di pressione particolare, che chiede tagli massicci dei gas serra: si tratta delle nazioni formate da isole o arcipelaghi, come l'Islanda, che più di altre rischiano di ritrovarsi sommerse se il cambio climatico dovesse innalzare il livello dei mari. «Abbiamo un grande appoggio per il taglio del 40%», ha detto il delegato della Norvegia, parte delle cui coste rischia di ritrovarsi sott'acqua. (Da Il manifesto)

«Un taglio ai gas serra». Debutta Obama il verde

Lontano dal G20 londinese, un altro evento multilaterale sta mettendo alla prova la nuova amministrazione degli Stati uniti e le sue relazioni con le nazioni «emergenti», Cina e India in testa. E' la conferenza dei 175 paesi aderenti alla Convenzione delle Nazioni unite clima, riunita a Bonn questa settimana per preparare il terreno al vertice che nel prossimo dicembre, a Copenhagen, dovrebbe definire un accordo per il dopo-Kyoto, ovvero che definisca impegno per ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) e altri gas «di serra» da qui al 2020 - ovvero vada oltre l'orizzonte del trattato che prende il nome dalla città giapponese, che chiedeva di tagliare entro il 2010 le emissioni di gas di serra del 5,2% in media rispetto al 1990.La conferenza di Bonn è la prima uscita ufficiale dell'amministrazione di Barack Obama per ciò che riguarda la politica del clima: significativo, dunque, che a guidare la delegazione americana in Germania sia Todd Stern, già capo delegazione Usa ai tempi della stesura del Protocollo di Kyoto (allora alla Casa Bianca c'era Bill Clinton). E Stern non ha perso tempo nell'annunciare la volontà americana di invertire la rotta rispetto al recente passato e di riportare gli Usa alla guida dei negoziati sul clima. Del resto, fin dal suo insediamento Obama ha posto la lotta ai cambiamenti climatici tra le priorità del suo governo, al pari della volontà di uscire dalla crisi economico-finanziaria mondiale o di mettere fine alla guerra in Iraq. Un cambio netto rispetto al predecessore George W. Bush, che aveva inaugurato la sua amministrazione ricusando proprio il Protocollo di Kyoto. (Da Il Manifesto)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

giovedì 2 aprile 2009

Nasce il partito dei Kyotoscettici

La temperatura sale, ma sarà vero che è tutta colpa delle emissioni di gas nell'ambiente? A sostenere che non è così, che «l'effetto serra è una delle tante creazioni della storia intellettuale, perché la temperatura si è mossa nei secoli con variazioni che prescindono dalle emissioni di gas», è un gruppo di senatori di primo piano del Pdl - D'Alì, Dell'Utri, Nania, Malan e Poli Bortone, primi proponenti- che ieri ha visto approvata dall'aula di Palazzo Madama una raccomandazione con la quale si sconfessano le premesse del protocollo di Kyoto e delle reprimende della Commissione europea in materia. Ed è subito salita la temperatura del Transatlantico, che sulla vicenda del clima ha ritrovato la verve di ben altri provvedimenti. La capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, parla di «eclettismo e pressappocchismo di questa destra, che mentre il premier, nella sua ansia di apparire sempre in prima fila, ha scritto al presidente degli Stati Uniti per dare il proprio assenso al vertice sul clima da tenersi a margine del G8 alla Maddalena, in parlamento nega l'esistenza dei cambiamenti climatici». Mentre Felice Belisario, presidente dei senatori dell'Italia dei valori, attacca il Pdl come «oscurantista», sottolineando «la strumentalità del dibattito, teso a supportare i prossimi impegni internazionali del governo. La mozione del Pdl», dice Belisario, firmatario di un'opposta mozione, «si contrappone ai risultati scientifici e agli impegni assunti a livello internazionale». Altro che oscurantismo, «non neghiamo che ci siano stati cambiamenti climatici, chiediamo solo che sia appurato una volta per tutte se e quanto ci sia di vero nella relazione tra le temperature che salgono e i gas emessi», spiega Lucio Malan (Pdl), tra i più fervidi sostenitori del partito Kyotoscettici. Che spiega, grafici alla mano, come «una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non crede che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell'atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 gradi centigradi) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all'anidride carbonica di emissione antropica». E «se pure vi fosse a seguito dell'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera un aumento della temperatura terrestre al suolo, i conseguentidanni all'ambiente, all'economia e all'incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti». Nel mirino gli accordi di Kyoto e l'impegno dell'Unione europea ad arrivare agli obiettivi di innalzamento dell'efficienza dell'industria europea diminuendo al contempo la dipendenza dai combustibili fossili. A chi accusa il Pdl di voler indebolire il fronte ambientalista a favore degli interessi delle industrie, Malan replica: «Sappiamo che ci siamo assunti come stato degli impegni, che la strada scelta dall'Unione Europea non permette ripensamenti. Proprio per questo chiediamo che, prima di avviarci definitivamente su di essa, con i suoi costi enormi e la perdita di competitività che comporta, si prendano in considerazione non soltanto le decine diScienziati e le centinaia di politici che la sostengono, ma anche le centinaia che la avversano. I cambiamenti climatici non sono un atto di fede. Anche se so che dicendo questo divento automaticamente un eretico, da condannare». (Da Italia Oggi)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni.

venerdì 27 marzo 2009

L’Europa si svegli, l’effetto serra è un effetto patacca

Caro Granzotto, le straordinarie eruzioni vulcaniche sottomarine recentemente avvenute nell’arcipelago di Tonga hanno senza dubbio provocato l’immissione di tonnellate di gas serra nell’atmosfera, probabilmente non previste da coloro che sono seriamente impegnati a studiare il riscaldamento globale del nostro pianeta. Ma che fanno codesti vulcani? Non si rendono conto che esistono dei parametri fissati dal protocollo di Kyoto che anch’essi devono rispettare? Ma, visto che non è fino a oggi possibile ridurre l’attività vulcanica, ci dobbiamo forse aspettare che gli scienziati dell’Ipcc, l’organismo dell’Onu che vigila sui cambiamenti climatici, chiedano (in questi tempi di crisi) ai governi del mondo di destinare maggiori stanziamenti per le loro ricerche? (Lettera al Giornale)

venerdì 20 marzo 2009

Usa, arriva l´eco-dazio ed è subito lite con la Cina

Si tinge di verde l´ultima tentazione protezionista. La Cina e il Messico hanno reagito duramente alle nuove barriere agli scambi, già varate o proposte dall´Amministrazione Obama in nome della difesa dell´ambiente. Da Pechino è arrivata una secca messa in guardia contro l´idea in discussione negli Stati Uniti, di introdurre una nuova carbon-tax � o meglio un "dazio carbonico" � sulle importazioni in provenienza da paesi che non adottano tetti alle emissioni di CO2. La proposta potrebbe colpire pesantemente i prodotti made in China sul mercato americano.L´idea di un dazio ambientalista è stata discussa esplicitamente dal nuovo segretario Usa all´Energia Steven Chu (che per un´ironia della sorte è etnicamente cinese-americano) in un´audizione al Congresso questa settimana. La sua genesi è legata alla svolta di Obama sul cambiamento climatico e le politiche ambientali. Capovolgendo la linea di George Bush, il presidente ha deciso che gli Stati Uniti adotteranno quanto prima un tetto alle emissioni di CO2 per l´industria americana, legato alla creazione di un mercato per i diritti di emissioni carboniche, cioè un sistema analogo a quello già in vigore nell´Unione europea. Affinché le imprese americane non si trovino in una situazione di svantaggio competitivo rispetto alla concorrenza estera, Steven Chu ha annunciato che l´Amministrazione Obama sta esaminando una serie di ipotesi: tra queste appunto la possibilità di colpire con un "dazio verde" i prodotti in provenienza da paesi che non applicano tetti alle emissioni di CO2 per le loro imprese. Si tratta in particolare delle potenze emergenti quali Cina e India. La Repubblica Popolare aderì a suo tempo al Trattato di Kyoto per la lotta al cambiamento climatico, ma avvantaggiandosi di una clausola prevista per i paesi emergenti che la esenta dal fissare limiti alle emissioni carboniche.La reazione di Pechino è stata una dura condanna. Xie Zhenhua, capo del comitato governativo sul cambiamento climatico, ha dichiarato: «Ci opponiamo all´uso della questione ambientale come un pretesto per praticare il protezionismo. La lotta al cambiamento climatico è una cosa e la Cina sta facendo la sua parte; introdurre dazi sulle importazioni è un´altra cosa, sono questioni ben separate che vanno affrontate in ambiti diversi». La Repubblica Popolare si sente nel mirino sia per l´alto attivo commerciale verso gli Stati Uniti, sia perché dall´anno scorso ha superato gli Usa per il volume di emissioni carboniche rilasciate nell´atmosfera. Tuttavia il governo di Pechino sottolinea che il balzo cinese nelle emissioni di CO2 è solo recente mentre il cambiamento climatico è stato provocato da decenni di inquinamento nei paesi di vecchia industrializzazione. Inoltre i leader cinesi accusano le multinazionali occidentali di avere delocalizzato le produzioni più inquinanti nei paesi emergenti.Lo scontro tra Pechino e Washington conferma che si è aperto un nuovo fronte nella marea montante del protezionismo, questa volta all´insegna delle politiche ambientali. L´Amministrazione Obama deve affrontare in casa propria le resistenze di una parte del mondo industriale. In piena recessione molte imprese americane lamentano che l´introduzione dei tetti alle emissioni di CO2 e di un mercato per i permessi sul modello europeo non farà che appesantire i costi di produzione e aggravare le difficoltà del tessuto produttivo. Di qui la tentazione di offrire in contropartita una protezione contro la concorrenza cinese. Un gesto analogo � e già entrato in vigore � ha infiammato nei giorni scorsi le relazioni tra Stati Uniti e Messico. Cedendo a un´antica richiesta del potente sindacato dei camionisti Teamsters, nonché di associazioni ambientaliste come il Sierra Club, l´Amministrazione Obama ha sospeso la libertà di accesso ai Tir messicani finché non rispettano le normative ambientali e di sicurezza degli Stati Uniti. La libera circolazione dei Tir in tutto lo spazio nordamericano era stata prevista dal trattato di libero scambio Nafta, firmato da Bill Clinton. (da Repubblica)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

giovedì 19 marzo 2009

«Nucleare e carbone? Indispensabili». Nessun alibi sull'effetto serra

Guai a illudersi. Le fonti fossili, petrolio e gas, manterranno per decenni l'assoluta supremazia nell'energia di cui avrà bisogno il nostro pianeta. Le riserve non mancano. Servono però massicci investimenti per liberare le nuove tecnologie di estrazione, e nuovi patti tra Paesi produttori e consumatori per conciliare i reciproci interessi. Ma nel frattempo l'effetto serra rischia di provocare conseguenze irreversibili. Ecco allora l'analisi e i suggerimenti degli esperti che hanno preparato l'ultimo World Energy Outlook, che sarà presentato oggi a Roma in un convegno promosso dalla sezione italiana del Consiglio mondiale per l'energia.L'analisi ci dice che i trend della domanda e dell'offerta di energia sono insostenibili per l'ambiente, per l'economia e per i difficili equilibri sociali del pianeta. «Ma questo scenario può essere cambiato. La rotta si può modificare». La ricetta? Un'azione su più fronti. Bisogna decarbonizzare le emissioni sequestrando il massimo possibile della CO2 emessa dalle fonti fossili. E bisogna accelerare, anche con incentivi pubblici, il ricorso combinato all'energia nucleare e alle nuove tecnologie capaci di rendere convenienti e diffuse le rinnovabili.Fatih Birol, nato 51 anni fa ad Ankara, è chief economist dell'Agenzia internazionale dell'energia, l'artefice dell'Outlook. Ce ne anticipa i contenuti lanciando un ammonimento: ai trend attuali le emissioni di anidride carbonica causeranno nei prossimi decenni un rialzo della temperatura media del pianeta di 6 gradi. Ben oltre i 2 gradi considerati il tetto massimo sopportabile, corrispondente a una saturazione di 450 parti per milione di CO2 nell'atmosfera, rispetto alle 380 ppm che già abbiamo disgraziatamente superato.È la premessa per la catastrofe planetaria?È evidente che il quadro attuale è insostenibile. La nostra agenzia non elabora direttamente le previsioni sulle conseguenze climatiche, ma tutti i report più autorevoli confermano che basterebbe un aumento di circa 4 gradi per avere gravi conseguenze nel lungo termine su eco-sistemi, acqua, inondazioni e salute umana, con la possibilità di cambiamenti bruschi quando non addirittura irreversibili. Dobbiamo agire subito.Per salvarci, da dove dobbiamo cominciare?Il settore energetico è uno dei primi da cui partire, se consideriamo che da solo è responsabile per più del 75% delle emissioni di CO2 mondiali. Abbiamo al massimo due decenni di tempo per invertire la rotta. E nessun alibi: molte tecnologie a basso contenuto di carbonio sono già disponibili. Devono essere diffuse. Penso ai margini per incrementare l'efficienza energetica nel settore automobilistico, nell'edilizia, nelle apparecchiature elettriche. Penso al potenziale, enorme anche oggi, per la produzione di elettricità con le rinnovabili. E guai a non sviluppare le tecnologie chiave per il futuro delle fonti fossili, dalla nuova generazione di veicoli e di carburanti alla cattura e stoccaggio della CO2.La crisi economica mondiale da una parte frena i consumi, dall'altra frena gli investimenti sulle fonti pulite. C'è chi sostiene che la crisi potrebbe essere un'opportunità per cambiare in meglio le regole del gioco.Che ne pensa?Abbiamo bisogno di una vera rivoluzione energetica. La riduzione delle emissioni nel breve periodo è una magra consolazione se gli investimenti che potrebbero portare a un futuro sostenibile sono rimandati o cancellati, o se il progresso tecnologico viene rallentato a causa della riduzione della spesa in ricerca. È importante che i governi diano slancio a questa azione, con misure di stimolo definite. Sull'efficienza,sulle rinnovabili ma anche, lo ripeto, sul migliore sfruttamnento delle fonti fossili. Anche il nucleare dovrà avere un ruolo importante.L'ultimo Outlook auspica un patto tra Paesi produttori di petrolio di gas e Paesi consumatori per un maggiore sfruttamento dei giacimenti, e suggerisce strumenti alternativi per differenziare le fonti e contenere le emissioni. Non c'è una contraddizione tra i due richiami?No. Da un lato è evidente che per ottenere un quadro energetico più sostenibile, rispettando il limite delle 450 parti per milione, è necessario perseguire tutte le opzioni per abbattere la CO2. Nello scenario che disegnamo per rispettare tale limite, dopo il 2020 tutti ma proprio tutti gli investimenti nel settore elettrico devono essere orientati a nuove centrali elettriche a zero contenuto di carbonio. Una sfida di portata storica. D'altro lato, però, anche in questo scenario il petrolio e il gas continueranno ad avere un ruolo molto importante per soddisfare la domanda mondiale di energia, specialmente nel settore dei trasporti. Per questo è fondamentale che le forniture di petrolio e gas avvengano in maniera sicura ed efficiente.Come giudica il sistema di vincoli e negoziazioni dei diritti di emissione introdotto con il protocollo di Kyoto?Un sistema di questo genere deve far parte delle misure di risposta, almeno per quan-to riguarda i Paesi industrializzati, anche perché offre la possibilità di un commercio delle emissioni capace di finanziare gli investimenti. D'altronde,in vista dell'appuntamento di Copenhagen di fine anno, durante il quale si terranno le negoziazioni per il cambiamento climatico, è chiaro che per garantire risultati tangibili le azioni devono essere concordate a livello mondiale. (Dal Sole 24 Ore)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che Eni, su iniziativa del suo amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

venerdì 13 marzo 2009

Un'antica tecnologia che potrebbe salvare il pianeta

In questo preciso momento, migliaia di scienziati – e anche migliaia di imprenditori – stanno scrutando nel futuro per cercare migliaia di soluzioni diverse ai problemi energetici e climatici del mondo. Nuove generazioni di tecnologia solare, per mietere meglio i fotoni che piovono dalla nostra stella. Il bersaglio sfuggente della fusione nucleare, sulla carta più sicura e potente della fissione che usiamo oggi. Addirittura giganteschi ombrelli da lanciare in orbita, per abbassare la temperatura qualora gli equilibri del clima rischiassero un giorno di andare fuori controllo.Eppure, una soluzione grandiosa – facile, vantaggiosa e perfino economica – potrebbe nascere scrutando nel passato.La leggenda di Eldorado è sopravvissuta per un paio di secoli, fino a morire per mancanza di prove. Nel 1542, il conquistador Francisco De Orellana si avventura nel cuore dell'Amazzonia in cerca di oro e – al ritorno – racconta di aver visto una fiorente civiltà nel cuore della foresta pluviale: villaggi, fattorie, mura fortificate. Si alimenta così il mito di un re dorato che governa una città ricca di riserve auree, che per anni seminerà illusioni e morte fra le fila dell'esercito spagnolo. In verità, nonostante la foresta amazzonica appaia come un'icona di fertilità, la sua terra giallastra era tutt'altro che adatta, a ospitare una civiltà popolosa e quindi ben nutrita: ancora oggi, gli autoctoni sono soliti bruciare pezzi di foresta, nel disperato tentativo di renderla fertile per un raccolto o due. Dopodiché, sono costretti – facendo male all'Amazzonia e all'atmosfera del mondo intero – a spostarsi e a ricominciare daccapo.Nonostante ciò, de Orellana potrebbe aver detto il vero. Ci sono punti del Brasile (e della Colombia), dove la terra non è gialla: in portoghese la chiamano terra preta, terra nera. Non casualmente, ma in appezzamenti regolari, alcuni grandi decine di ettari, segno inequivocabile di una fabbricazione umana. E lì, come hanno sperimentato ricercatori della Cornell University, la resa del grano migliora fino all'880%. Questo Eldorado alimentare, secondo gli archeologi, risale a civiltà prosperate in Sudamerica fra i 2.500 ai 6mila anni fa. Le quali, avevano inventato una tecnologia stranota alle civiltà contadine da questa parte dell'Atlantico, applicandola diversamente.Si chiama pirolisi. È la carbonizzazione di qualsiasi biomassa in assenza di ossigeno. Per togliere l'aria, i carbonai usavano pietre e di terra. Le civiltà precolombiane, chissà. Noi del Ventunesimo secolo, come si conviene, ci stiamo preparando a impiegare tecnologie più efficienti e prodotte su scala industriale. Perché dentro al carbone vegetale che esce dalla pirolisi – oggi chiamato biochar, dall'inglese bio-charcoal, carbone biologico – c'è un miracoloso Eldorado di opportunità.Primo: la pirolisi produce un gas, combustibile, rinnovabile e inesauribile.La sola potatura degli ulivi pugliesi produce 700mila tonnellate di biomassa, ogni anno. Aggiungiamo gli scarti dell'industria alimentare e, con il pirolizzatore giusto – come quelli da decine di megawatt che arriveranno presto sul mercato – si potrebbe ottenere energia termica, convertibile in elettricità, e prodotta su scala locale. Certo non abbastanza a rendere l'Italia energeticamente indipendente, ma un po' meno dipendente,sì.Il secondo vantaggio è che il sottoprodotto della pirolisi,il biochar –come ci dice la lezione che viene dall'antica Amazzonia – non è uno scarto, ma una risorsa. Se distribuito nei campi, fertilizza il terreno; ritiene acqua fino a 4-5 volte il suo peso e richiede meno irrigazioni; nel caso delle risaie, non solo fertilizza, ma trattiene le naturali emissioni di metano, un potente gas-serra. E qui, al punto numero tre, arriva il bello. Il biochar potrebbe contribuire a cambiare la matematica del cambiamento climatico. Quando scaviamo il carbone fossile e lo bruciamo per ottenere elettricità, addizioniamo carbonio, spostandolo dalle viscere della terra all'atmosfera. Con il biochar accade il contrario: si fanno le sottrazioni. Tutte le piante, "mangiano" i fotoni dal sole e l'anidride carbonica dall'atmosfera. Al 50% sono fatte di carbonio e, con la pirolisi, il 90% di questo carbonio resta nel biochar. Non per un anno o due, ma per secoli. O forse per millenni, a giudicare dalla composizione della terra preta.«Se tutti gli scarti agricoli venissero ridotti in biochar e distribuiti nei campi – osserva Franco Miglietta, ricercatore del Cnr e co-fondatore dell'Associazione Italiana Biochar – il Paese ridurrebbe le sue emissioni di CO2, ben di più di quel che il Protocollo di Kyoto gli chieda».Il biochar è un Eldorado. (Dal Sole 24 Ore)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

giovedì 12 marzo 2009

Torna «E-Cubo», il magazine sul mondo globale

Presentata ieri con una nuova metodologia di indagine che utilizza la rete web per promuovere inchieste e relative denunce, riparte questa notte E-Cubo, Ecologia Energia Economia, il magazine generazionale di Rai Educational, in onda per 12 puntate il giovedì all'1.00 su Raitre. A presentarlo Giovanni Minoli, il direttore di Rai Edu ha spiegato che si tratta di un: «Programma di nicchia a cui Rai Educational tiene molto perché è generazionale». Racconta un'epoca simbolicamente rappresentata da una parola «cambiamento». Pensato da Roberto Laurenzi, anche regista, scritto a quattro mani con Florinda Fiamma, da un'idea di Marianna Madia, propone per la seconda edizione anche delle novità, come la conduzione affiata a quattro giovani presentatori, con diverse competenze ma con l'obiettivo che è quello di indagare sulle tre grandi emergenze mondiali: la recessione economica globale, la crisi energetica e il cambiamento climatico. Sono: Marco Laudonio, esperto di economia, Carla Bassu, 29 anni, costituzionalista; Laura Greco, 30 anni, antropologa, Rebecca Vespa, 26 anni, aspirante giornalista. Unica nota stonata, l'orario di messa in onda: «Emergiamo dalle catacombe. Un servizio pubblico - dice Minoli - che sentisse questa urgenza si porrebbe il problema». Oggi si parlerà delle elezioni politiche in Australia nel 2007 che hanno portato alla ratifica del protocollo di Kyoto e la campagna elettorale delle presidenziali Usa che ha confermato l'urgenza di un intervento sul clima. (Dal manifesto)

martedì 10 marzo 2009

Un inverno rigido ha rilanciato gli scettici del riscaldamento globale

Un paio di mesi di calcoli ininterrotti grazie alla potenza di due supercalcolatori. Un intero secolo di clima simulato: i cinquant´anni appena trascorsi e i cinquanta che ci attendono. Una risoluzione dettagliatissima, in grado di proiettare sul monitor del computer cosa accadrà da qui al 2050 al clima di piccole porzioni di territorio italiano. Quadrati di 30 chilometri per lato, più o meno come l´area compresa tra Melegnano, Binasco, Abbiategrasso e Milano. Uno scenario che conferma tutte le preoccupazioni espresse sino ad oggi sull´andamento e gli effetti del riscaldamento globale, con picchi estivi di calore sempre più violenti e frequenti a partire dal 2020.E´ il risultato dell´ultimo sforzo della ricerca italiana - dell´Enea in particolare - che verrà presentato oggi a Copenaghen in occasione del congresso convocato dall´Ipcc, l´organismo creato dall´Onu per capire e monitorare i cambiamenti climatici. Un appuntamento dal titolo «Summit of science for politics», essendo pensato soprattutto per fornire ai leader mondiali gli elementi scientifici più aggiornati in vista della decisiva scadenza di dicembre, quando si tenterà di trovare la difficile quanto indispensabile intesa in grado di prolungare il Protocollo di Kyoto oltre il 2012.Le cose che la scienza del clima ha da dire alla politica sono essenzialmente due. Primo: la situazione è decisamente più grave di quanto non pensassimo fino ad appena due anni fa, soprattutto perché anche la circolazione della Corrente del Golfo, che si riteneva fosse tutto sommato sotto controllo, rischia di impazzire. (da Repubblica)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

giovedì 19 febbraio 2009

Stili di vita a impatto zero

Gli svedesi vivono verde. E non si tratta solo di utopie programmatiche o di timidi tentativi nostrani di tenere separati, per quanto possibile, i rifiuti. A Stoccolma il primo quartiere totalmente ecocompatibile, con 10.000 appartamenti e 25.000 residenti (il 10% dei quali di un'età compresa tra i 5 e i 10 anni), è una realtà. Il progetto Hammarby Sjöstad, sulle rive del Baltico nella zona sudest della città, dove prima c'era un'area industriale dismessa, era stato pensato per accogliere il villaggio olimpico nel 2004. Perduta la candidatura ai Giochi, si è trasformato in un progetto urbanistico che durerà fino al 2016: il Comune ha imposto requisiti di ecosviluppo a tutto il quartiere, collegato al centro da nuove fermate della linea blu della metropolitana. Si gira in bicicletta, il car sharing è diffusissimo e le case, con pareti di vetro, hanno tutte una doppia esposizione per favorire la ventilazione e ridurre il consumo di elettricità (comunque rigorosamente fornita da pannelli solari e da lampadine a basso consumo). Hammarby sfrutta il concetto di metabolismo circolare: gli abitanti riescono a produrre il 50% dell'energia di cui hanno bisogno per illuminare, riscaldare e cucinare. L'energia è prodotta da una centrale di biogas derivato dalla combustione dei rifiuti domestici. Il rigoroso senso estetico nazionale non prevede cumuli di spazzatura accatastati agli angoli delle strade in attesa dei camion: i rifiuti, già separati in origine, vengono raccolti da un sistema pneumatico sotterraneo e convogliati nella centrale. L'acqua viene dal lago Mälaren, che è anche la fonte principale di acqua potabile dell'intera città, e lì ritorna, attraverso le turbine dei purificatori. Il Modello Hammarby è già stato esportato in Russia e in Gran Bretagna. E nella città di Stoccolma il quartiere sta organizzandosi per accogliere servizi come asili e scuole. (dal sole24ore.com)

Un progetto di risparmio ed efficienza energetica è stato lanciato dall’Eni di Paolo Scaroni più di un anno fa con l’obiettivo di permettere un risparmio del 30% sull’attuale bolletta energetica di ogni famiglia

Kyoto, Il Sole 24 Ore a impatto zero

Dal 16 febbraio le emissioni di CO2 legate al ciclo di vita del Sole 24 Ore saranno compensate con la creazione e la tutela di nuove foreste.

Il compleanno di kyoto

Ogni famiglia italiana potrebbe ridurre le emissioni di gas serra di circa 2 tonnellate l'anno, risparmiando pure sulle bollette di casa. «Evitare gli sprechi, preferire prodotti locali e di stagione, ridurre gli imballaggi, fare la raccolta differenziata, avere un occhio attento ai consumi energetici: sono queste le best practises sostenibili da adottare ogni giorno», suggerisce Gaetano Zipoli, ricercatore all'Istituto di Biometeorologia del Cnr di Firenze (Ibimet-Cnr). E l'eco-giornata tipo si vede già dal mattino.In casa Prima regola: chiudere il rubinetto mentre ci si rade o ci si lava i denti. Un piccolo gesto che, oltre a ridurre le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, permette di risparmiare anche 50 litri di acqua e quindi di alleggerire la bolletta. Doppio vantaggio, ecologico ed economico, anche se si utilizzano la lavatrice e la lavastoviglie a pieno carico e si lasciano asciugare i panni in modo naturale anziché ricorrere all'asciugabiancheria. Altra buona idea: sostituire le tradizionali lampadine a incandescenza con quelle fluorescenti, che consumano fino a cinque volte di meno e riducono dell'80% le emissioni di Co2. Quando si cucina è bene abituarsi a coprire le pentole con il coperchio oppure scegliere quelle a pressione e, anziché mettere in frigo i cibi ancora caldi, lasciarli raffreddare a temperatura ambiente. Oltre a questi piccoli accorgimenti domestici, si può anche intervenire in maniera più massiccia sulla propria abitazione, migliorando l'isolamento termico di pavimenti, tetto e pareti, e installando serramenti nuovi e doppi vetri. L'ideale è partire dalla diagnosi energetica della casa, in modo da sottoporla poi a una vera e propria riqualificazione in chiave eco-compatibile. Come quella attuata sull'edificio-prototipo Casakyoto, che verrà aperto oggi a Gavirate (Varese). Grazie alla domotica, alle energie alternative, alla ventilazione meccanica e all'isolamento di pareti, pavimenti, impianti di scarico e finestre vengono azzerate le emissioni causate dalla combustione di gas per usi domestici e di riscaldamento.In ufficio Il bon-ton dell'ecocondotta entra anche nel mondo del lavoro. Basta con l'aria condizionata a manetta che obbliga ad andare in ufficio con il maglione anche in estate e che resta sempre accesa. Meglio spegnere il condizionatore quando non è necessario, fare in modo che non sia esposto al sole e tenere chiuse le porte delle stanze climatizzate. Ma addio anche al riscaldamento così alto da costringere a vestirsi leggeri leggeri pure in pieno inverno: abbassare il termostato di appena un grado, da 21° a 20°, può far risparmiare fino a 300 chili di CO2 l'anno.C'è poi il capitolo computer: bisogna ricordarsi di inserire la funzione stand-by e di spegnerlo sempre a fine giornata. Anche limitarsi a stampare solo i documenti necessari è un piccolo gesto intelligente. Il passo in più? Scegliere l'opzione fronte-retro, inserire più pagine in una sola facciata, optare per la bassa risoluzione e verificare in "anteprima di stampa" che la pagina sia corretta per evitare di doverla ristampare. Infine: mai pensato di andare in ufficio usando i mezzi pubblici anziché l'auto, magari anche un solo giorno a settimana? Ma se proprio non si può rinunciare all'automobile, perché non condividerla con i colleghi? Così si eviteranno fino a 1.200 chili di CO2 l'anno, si divideranno le spese e non si rimarrà più soli al volante. (Da ilsole24ore.com)

L'ecologia delle piccole abitudini

Ogni secondo perso costa 48 euro. Sommati si traducono in un "assegno" da 4 milioni di euro al giorno. È salato il conto che, secondo Kyoto Club, l'Italia paga per il ritardo nell'attuazione del protocollo sul clima. E anche le famiglie hanno la loro parte di responsabilità. Dati statistici alla mano, si scopre infatti che dal 2000 al 2006 le loro emissioni di anidride carbonica si sono ridotte di un misero 1 per cento. La modesta performance ecologica viene alla luce proprio nel giorno del quarto anniversario della ratifica del protocollo di Kyoto, che Il Sole 24 Ore oggi ricorda portando in edicola un numero a Impatto Zero, grazie alla collaborazione con LifeGate e Arval. Dietro i numeri si nasconde però una sorpresa: il "nemico" dell'ambiente non viaggia lungo le nostre strade, ma abita dentro le mura domestiche, se si pensa che le emissioni da riscaldamento sono cresciute dell'8% nei sei anni considerati. Eppure basterebbero tanti piccoli accorgimenti per avere un occhio di riguardo in più verso l'ambiente. La formula vincente del bon ton ecocompatibile proposta da LifeGate, infatti, è molto semplice: utilizzare lampadine a risparmio energetico, preferire la carta riciclata, spegnere gli elettrodomestici quando non si usano, spostarsi con i mezzi pubblici, fare la spesa "giusta". Così è possibile tagliare circa 2 tonnellate all'anno di anidride carbonica. L'eco-giornata tipo si vede già dal mattino. Chiudere il rubinetto mentre ci si lava vuol dire risparmiare anche 50 litri di acqua. In ufficio abbassare il termostato da 21 a 20 gradi può far risparmiare fino a 300 chili di gas serra all'anno. E al supermercato meglio limitare al massimo i sacchetti di plastica puntando sugli «shopper» in cotone o tela. È proprio sulle abitudini di consumo che si gioca la partita del clima. Le auto "verdi" guadagnano timidamente terreno, i frigoriferi ad alta efficienza energetica rappresentano già quasi la metà dei pezzi venduti e una caldaia su tre è ormai a condensazione. (da ilsole24ore.com)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

martedì 17 febbraio 2009

Un´industria su due "corre" per Kyoto

Ci sono una buona notizia e una cattiva notizia. Cominciamo dalla buona notizia: il settore dell´industria italiana impegnato sulla frontiera dell´innovazione tecnologica, dell´efficienza energetica, dell´impegno per abbassare le emissioni serra è in crescita. La cattiva notizia è che questo settore resta, sia pure di poco, minoritario. E´ il risultato del rapporto CDP6 Italy, realizzato con la collaborazione del Monte dei Paschi di Siena, del Kyoto Club e di Erm Italia. CDP sta per Carbon Disclosure Project, cioè un progetto per misurare la consapevolezza dei rischi e delle opportunità legate al processo dei cambiamenti climatici: quindi la determinazione e la capacità con le quali le aziende assumono la variabile climatica all´interno delle loro strategie.Il Carbon Disclosure Project è un´operazione di grande respiro: opera per conto di circa 400 tra i principali investitori internazionali (compresi nomi come Allianz, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Axa Group, Bnp Paribas, Hsbc, Morgan Stanley) che gestiscono più di 57 mila miliardi di dollari. L´idea è stata lanciata nel 2000 dalla Rockfeller Philantropy Advisors di New York. In sostanza i grandi operatori della finanza, preoccupati per le conseguenze del caos climatico, hanno deciso di monitorare la sensibilità delle industrie e la loro capacità di reagire, prevenendo i danni attraverso la riduzione delle emissioni serra e adattandosi alle conseguenze della pressione climatica che già cominciano a delinearsi. (Da Affari & Finanza)

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni

venerdì 13 febbraio 2009

Kyoto club: rinnovabili e cambiamenti climatici nel futuro energetico

Investimenti pari a 150 miliardi di dollari nel 2007 e 2,3 milioni di occupati nel mondo. Sono alcune cifre che testimoniano la rapidissima ascesa delle energie rinnovabili. Se ne parla oggi a Roma, presso la sala della Protomoteca del Campidoglio in un convegno promosso da Kyoto Club in occasione del decennale della sua fondazione e per il quarto anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. “La rivoluzione energetica è partita, anche se con risultati molto diversi nei vari paesi. Primeggia l’Europa: nel 2008 l’eolico, in termini di nuova potenza installata, si è posizionato al primo posto (35 per cento), seguito dalle centrali a gas (29 per cento) e dal fotovoltaico (19 per cento) – anticipa a Panorama.it Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club - La cosa che colpisce di più è il fatto che, considerando le variazioni nette delle potenze elettriche tra il 2000 e il 2008, l’eolico si posiziona al secondo posto (45 per cento), dopo il gas (68 per cento) e il fotovoltaico al terzo posto (7 per cento). Europa e Cina prevedono che rispettivamente il 20 e il 15 per cento dei consumi di energia proverrà da fonti rinnovabili entro il 2020, mentre gli Usa puntano ad un raddoppio di elettricità verde in 3 anni”.

venerdì 30 gennaio 2009

La Ue propone un mercato globale delle emissioni

Dal Sole 24 Ore

L'Unione europea punta con decisione a un patto globale per contenere i cambiamenti climatici in prospettiva della Conferenza Onu che si terrà a dicembre a Copenaghen. E prevede la necessità di un investimento globale di 175 miliardi l'anno dal 2020 in poi per contenere l'aumento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 gradi rispetto al periodo preindustriale, evitando conseguenze pericolose.Il commissario Ue all'Ambiente, Stavros Dimas, ha presentato ieri a Bruxelles la strategia europea post-Kyoto sul clima, per il periodo seguente al 2012. L'obiettivo è di arrivare a un consenso sul taglio del 30% delle emissioni di Co2 da parte dei Paesi sviluppati entro il 2020, andando al di là del 20% che l'Unione europea si è comunque unilateralmente impegnata a conseguire con il pacchetto di misure approvate nel dicembre scorso. «È necessario un accordo globale stavolta » ha affermato Dimas, spiegando di aver ottenuto dal neopresidente Barak Obama assicurazioni sul pieno impegno degli Stati Uniti in tal senso. «È una grande novità rispetto all'era Bush che minacciava il veto su questi temi», ha detto il commissario, precisando tuttavia chela nuova amministrazione Usa probabilmente non sarà in grado di presentarsi a Copenhagen con una Borsa dei permessi di emissioni già operante, come quella europea.Le proposte della Commissione prevedono entro il 2015 l'istituzione di un mercato di Co2 globale, che copra tutti i Paesi dell'Ocse e lo sviluppo di fonti di finanziamento innovative basate sulle emissioni dei Paesi e sulle loro capacità finanziarie. Dimas ha però sottolineato che per arrivare a un accordo internazionale a Copenaghen è essenziale che i Paesi ricchi garantiscano ai Paesi in via di sviluppo i finanziamenti necessari. "No money, no deal" (niente patto senza denaro), ha avvertito il commissario.Gli investimenti globali dovrebbero aumentare progressivamente, culminando in 175 miliardi di euro aggiuntivi l'anno nel 2020, al netto dei ritorni derivanti dal risparmio energetico o dalle energie rinnovabili. Secondo la Commissione, una buona parte di questa cifra, attorno ai 95 miliardi di euro, dovrà essere investita nei Paesi in via di sviluppo. Il documento dell'Esecutivo Ue, tuttavia, non contiene più la proposta (presente nelle bozze di lavoro precedenti) dell'impegno esplicito europeo a finanziare con 30 miliardi di euro gli investimenti nei Paesi più poveri. Dimas ha però sostenuto che i finanziamenti pubblici necessari potranno essere ricavati da due diversi meccanismi, magari combinati insieme: un contributo dei Paesi ricchi proporzionale al Pil pro-capite, e un prelievo dagli introiti del commercio dei diritti di emissione. Il commissario ha anche sottolineato come le economie emergenti - Cina, India, Brasile, Messico - saranno a un certo punto in grado di "pagare da sole" per le misure contro il cambiamento climatico, senza dipendere più dalle sovvenzioni degli altri Paesi industrializzati.

giovedì 29 gennaio 2009

Pacchetto clima. L'Europa spera in Barack

Da l'Unità

Taglio del 30% entro il 2020 delle emissioni di Co2 dei Paesi sviluppati. Coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo e investimenti mondiali nella lotta al cambiamento climatico per 175 miliardi di euro all'anno fino al 2020.È questa la proposta della Commissione europea, presentata ieri dal commissario Ue all'Ambiente Stavros Dimas, per un accordo globale post-Kyoto alla conferenza Onu di Copenhagen di dicembre.Con la svolta ambientalista degli Stati Uniti, seguita all'elezione di Obama, l'Ue sente il traguardo più vicino. Del resto, ha osservato Dimas, il negoziatore americano sul clima designato da Obama è lo stesso Todd Stern che per conto di Clinton contribuì a ideare il protocollo di Kyoto.Il problema però, in tempi di crisi economica, sono i soldi. «Senza un pacchetto finanziario credibile non ci sarà accordo a Copenhagen», ha ammonito il commissario europeo: «no money, no deal», niente soldi, niente accordo.La proposta della Commissione, che i Ventisette dovranno approvare nel Summit del 19-20 marzo, prevede quindi l'istituzione entro il 2015 di un mercato del carbonio che comprenderà tutti i Paesi Ocse. Questo servirà a reperire i fondi, insieme a «fonti innovative di finanziamento internazionale basate sul principio 'chi inquina paga'». La metà dei 175 miliardi all'anno servirà ai Paesi in via di sviluppo, a cui non si chiederanno impegni vincolanti ma piani per ridurre la crescita delle emissioni del 15-30% rispetto ai livelli previsti a politiche invariate.«L'Europa va avanti con il suo progetto», ha commentato l'eurodeputato del Pd Guido Sacconi, «altro che le frenate di Berlusconi sul pacchetto clima!».