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domenica 5 aprile 2009

La mia ricetta per la rivoluzione verde

Invece di giocare di rimessa sul Protocollo di Kyoto, il governo italiano dovrebbe accettare «fino in fondo» la sfida che propone l'Unione europea e puntare anche sul risparmio e sull’efficienza energetica per affrontare crisi economica e crisi climatica. Ne è convinto Roberto Della Seta, 50 anni, capogruppo del Pd nella commissione Ambiente del Senato, fino a fine 2007 presidente di Legambiente, che lanciando le proposte dell’opposizione in tema di energia dice: «Sul nucleare niente pregiudizi, ma analisi costi-benefici. Non serve né a superare la crisi né ad abbattere i costi».Parliamo di energia e clima. Cosa ci si aspetta dai negoziati in ambito Onu in corso fino all'8 aprile a Bonn, in vista della Conferenza di Copenaghen che a dicembre dovrebbe vedere la conclusione di un accordo globale in vigore dal 2013 su energia e riduzione delle emissioni?Da Bonn e dagli appuntamenti internazionali di questi giorni, a cominciare dal G20 che si è riunito a Londra, per continuare con la riunione che precederà il G8 della Maddalena e che si terrà a Washington alla fine di aprile promossa dal presidente Barack Obama, ci si aspetta che emerga la piattaforma del nuovo accordo globale per il rilancio degli obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni. La novità deve essere il coinvolgimento in questi impegni delle grandi economie emergenti di Asia e America latina, quindi di Paesi non solo come Cina e India, ma anche come Brasile, Indonesia e Messico, da principio esclusi dal Protocollo di Kyoto e che invece ora devono assumere delle responsabilità nell’interesse di tutti. Se i mutamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale avranno un costo economico che il Rapporto Stern ha quantificato nel 5% del Pil mondiale. C’è da dire che ci sono state due novità decisive negli ultimi 6 mesi che fanno ben sperare. La prima è la svolta nella posizione degli Stati Uniti, che con Barack Obama hanno messo la questione della lotta ai mutamenti climatici al centro del programma della nuova amministrazione. La seconda è che, al contrario di quanto si temeva con l’esplosione della crisi, tutti i grandi Paesi come Francia, Germania, Regno Unito oltre agli Usa hanno capito che puntare sulla green revolution, ovvero sul miglioramento dell’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, conviene perché crea posti di lavoro, fa nascere imprese e serve a sostenere la domanda interna grazie ai risparmi delle famiglie sui costi dell’energia. Non le sembrano realistiche le preoccupazioni del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e di Confindustria relative a un eventuale aumento della disoccupazione a causa di obiettivi ambientali troppo gravosi per l’industria italiana? Sicuramente in un momento di crisi drammatico come quello attuale è necessario che tutte le politiche, su qualunque tema, siano compatibili con la necessità di non stressare il sistema produttivo. È un’analisi costi-benefici che può dire se un intervento è compatibile con le esigenze attuali del sistema produttivo oppure no. Invece il governo ha una posizione che è eufemistico definire timida, sostiene solo che in un momento così le imprese vanno sostenute direttamente, senza peraltro farlo concretamente. In realtà gran parte dell’industria italiana è di gran lunga più avanti. I settori più in difficoltà su sprechi energetici e trend di aumento delle emissioni sono altri: i trasporti, i consumi elettrici civili, la produzione dell’energia. Il vicepresidente di Confindustria Pasquale Pistorio, che da imprenditore è stato protagonista di quel grande caso di successo che è la Stmicroeletronics, multinazionale leader nel campo dei semiconduttori, racconta spesso come la sua azienda abbia nel giro di qualche hanno ammortizzato e alla fine guadagnato dagli investimenti fatti nel risparmio energetico. Direi che il governo e la maggioranza in Italia sono un’anomalia. Si tratta dell’unico caso di Destra europea che, oltre ad aver relegato ai margini i temi ambientali, teorizza che i cambiamenti climatici non esistono. Questa cose sono scritte nere su bianco in una mozione proposta dal Pdl che il Senato ha purtroppo appena approvato. (Da Finanza & Mercati)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’amministratore delegato Paolo Scaroni

martedì 17 marzo 2009

Acqua, nel 2030 avrà sete un abitante su due

A secco, costretta a dividersi una risorsa limitata e sempre meno accessibile. Di qui al 2030 quasi la metà della popolazione mondiale si troverà a vivere in zone definite ad alto stress idrico, il che tradotto significa che ci sarà ben poca acqua da spartirsi. In Africa già da un decennio prima i cambiamenti climatici metteranno a dura prova tra i 75 e i 250 milioni di persone. Siccità e desertificazione moltiplicheranno il numero dei profughi, intere popolazioni - tra i 24 e i 700 milioni - saranno in fuga alla ricerca di acqua. Nuovi conflitti si innescheranno per difendere o accaparrarsi le risorse necessarie.Non promette niente di buono il terzo Rapporto Onu sullo stato di salute delle risorse idriche planetarie, presentato ieri al V Forum mondiale organizzato dal Consiglio mondiale dell’acqua, che a Instabul ha visto una partecipazione record: 30.000 partecipanti, 3000 organizzazioni, una ventina di capi di Stato e di governo, 180 ministri dell’ambiente - per l’Italia Stefania Prestigiacomo.
POVERI E ASSETATI«Colmare il divario per l’acqua», questo il titolo dell’evento. E di strada da fare, a giudicare dal rapporto Onu ce n’è fin troppa. Ogni 17 secondi un bambino muore per una banale diarrea, dovuta all’indisponibilità di acqua pulita e di impianti fognari. La mappa della povertà pressoché coincide con quella dell’inaccessibilità di risorse idriche: quelli che vivono con 1,25 dollari al giorno sono gli stessi che non possono bere acqua pulita. Mentre metà della popolazione mondiale soffre la sete, il consumo di acqua non è mai aumentato tanto come negli ultimi cinquant’anni - è triplicato - soprattutto a causa della crescita demografica. Attualmente la popolazione mondiale sale di 80 milioni all’anno, una pressione che produce un aumento dei consumi d’acqua pari a 64 miliardi di metri cubi annui. Di qui al 2050 la popolazione mondiale passerà dai 6,6 miliardi attuali a circa 9 miliardi, e l’aumento sarà concentrato soprattutto nelle zone dove già le risorse idriche scarseggiano. L’agricoltura che già oggi assorbe il 70% circa delle risorse idriche, se non si introdurranno nuovi metodi di qui al 2050 inghiottirà il 90% dell’acqua disponibile. (da L'Unità)

Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidata dall’ad Paolo Scaroni

martedì 3 marzo 2009

Ambiente, Ue divisa sugli interventi

Bisogna ripulire i cieli inquinati del mondo, questo l'Europa l'ha detto cento volte. E cento volte ha cercato di decidere come, senza mai riuscirci fino in fondo. Anche perché, in questo come in altri campi, non si balla da soli: pianeti ammorbati come la Cina o l'India, per ripulirsi chiedono sostegno, cioè finanziamenti. Ma quanti? E chi deve dare di più? Ieri, avrebbero dovuto dirlo i ministri dell'Ambiente della Ue riuniti a Bruxelles per parlare appunto di questo. Ma tutto si è concluso tra le scintille: tre ore in più di discussione non prevista, e alla fine un accordo solo di facciata limato a fatica dai cechi, presidenti di turno della Ue. Nessuna cifra sulla carta, di sicuro: ogni decisione è stata demandata al prossimo vertice dei capi di Stato e di governo, il 19 marzo.Soprattutto la Polonia, tormentata dal pensiero delle sue pestilenziali acciaierie ex sovietiche a carbone, ha puntato i piedi. Ma secondo fonti ufficiose vari altri Paesi, fra cui l'Italia rappresentata dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, erano pure d'accordo nel non indicare almeno per ora cifre precise, se non altro per motivi di tattica negoziale: perché questi numeri farebbero parte del «pacchetto » che l'Europa porterà alla conferenza di Copenaghen sul cambiamento del clima, e molti hanno pensato che non fosse il caso di scoprire da subito le carte. I numeri, comunque, sono circolati e continuano a circolare: secondo stime dell'Onu, i Paesi più inquinati degli altri continenti avrebbero bisogno di almeno 100 miliardi di euro da qui al 2020. Secondo altre fonti, sarebbero invece molti di più: dai 25 ai 52 miliardi all'anno e per un tempo più lungo, anche fino al 2030.Quanto all'Italia, alla riunione di ieri il ministro Prestigiacomo ha presentato l'agenda del G8 per l'ambiente che si svolgerà a Siracusa a il 22 e 24 aprile. «L'Italia è presidente del G8 ambiente e noi confidiamo — ha detto — di dare un contributo su temi come i cambiamenti climatici e la biodiversità, in particolare sul rapporto tra biodiversità ed economia, oltre alla possibilità di stabilire delle metodologie per la rilevazione della perdita di biodiversità». (Dal Corriere della Sera)

Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.

venerdì 12 dicembre 2008

L'obiettivo ora è Copenhagen

«Desidero annunciare che l'Italia, durante la presidenza del G8 nel 2009, promuoverà tutte le iniziative utili a facilitare il raggiungimento di un accordo a Copenhagen». L'assemblea plenaria del vertice climatico delle Nazioni Unite, che si chiuderà oggi a Poznan, ha tributato un caloroso applauso al ministro Stefania Prestigiacomo, forse accogliendo le sue parole come il segnale che il Consiglio europeo in corso a Bruxelles riuscirà a trovare un'intesa sulle misure contro i cambiamenti climatici. «Me lo auguro anch'io», commenta il ministro dell'Ambiente, subito dopo il suo intervento. Il guaio è che, a poche ore dalla conclusione di due estenuanti settimane di lavori diplomatici, non è ancora chiaro quali saranno gli esiti del vertice di Poznan.Ad ascoltare le dichiarazioni dei 140 ministri che sono sfilati ieri sul palco, il consenso sulle misure da intraprendere sembrerebbe abbastanza vasto da garantire un successo del summit polacco, al quale si chiede di tracciare soltanto la strada che dovrebbe portare, fra un anno esatto, alla firma di un Protocollo di Copenhagen, destinato a sostituire quello di Kyoto dal 2013 in poi. Ma è evidente che, un conto sono le dichiarazioni ufficiali, un conto le più riservate posizioni negoziali.Non a caso, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon, nell'aprire i lavori di ieri, ha usato toni aulici. «Il mondo ci sta guardando. Le generazioni future contano su di noi. Non possiamo fallire», ha detto. «Non ci possono essere ripensamenti, al nostro impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica».Fatto sta che, sulla strada verso Copenhagen – 353 giorni, 22 ore, 11 minuti e 24 secondi, come si leggeva in quel momento sul diplay piazzato sul palco per esibire il conto alla rovescia – è facile che i governi di 190 Paesi del mondo saranno destinati a incontrarsi di nuovo, anzitempo. «Sto pensando di convocare un summit sul clima, in occasione dell'Assemblea generale del prossimo settembre», ha ammesso il numero uno della diplomazia internazionale. Segno che, di problemi da risolvere, ce ne sono ancora troppi.In verità, lo scenario sta cambiando rapidamente. «Gli Stati Uniti sono felici di concludere questa conferenza con una piano di lavoro che ci porterà verso gli intensi negoziati dell'anno prossimo», ha dichiarato Paula Dobriansky, viceministro dell'amministrazione Bush che, però, l'anno prossimo non ci sarà. «Siamo pronti ad assumerci la responsabilità per significativi tagli alle emissioni», ha rincarato poco dopo John Kerry, l'ex candidato alla presidenza, arrivato ieri a Poznan in qualità di inviato di Barack Obama.Negli ultimi due anni, lo stallo climatico internazionale era stato attribuito alla latitanza di Bush e al fatto che, sotto Kyoto, la Cina non ha obblighi. Ma ieri Moon ha apertamente elogiato Pechino per il suo atteggiamento e le sue azioni.«L'anno scorso – ha detto il ministro cinese Zhenhua Xie – abbiamo chiuso piccole centrali a carbone che producevano 14 gigawatt, e quest'anno altre per 14,5 gigawatt. Intanto, generiamo 164 gigawatt con l'idroelettrico, 10 con l'energia eolica e abbiamo installato 130 milioni di metri quadrati di pannelli solari. Nei prossimi due anni, investiremo 4mila miliardi di yuan (1,5 miliardi di euro) nelle rinnovabili, nell'efficienza energetica e nella protezione ambientale».E queste sono le dichiarazioni ufficiali. «La delegazione cinese – si legge in un documento riservato, tratto dai lavori di due giorni fa – esprime il proprio disappunto per il lavoro fatto sin qui. Ci sembra che i Paesi industrializzati stiano preparando la grande fuga da Copenhagen », il futuribile trattato che dovrà prescrivere anche gli impegni che i Paesi emergenti si accolleranno dal 2020 in poi.Ieri intanto, le associazioni ambientaliste hanno assegnato all''Italia il premio «Fossile del giorno», per le dichiarazioni rilasciate dal presidente Berlusconi al vertice di Bruxelles.
(Da Il Sole 24 Ore)
Per sapere come si muovono le grandi aziende italiane in campo ambientale vedi l’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni.

giovedì 11 dicembre 2008

Clima e Ue, Berlusconi pronto a mettere il veto

Dal Corriere della Sera

L'Italia minaccia di bloccare il «pacchetto clima-ambiente» nel vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea oggi e domani a Bruxelles, dove è atteso un duro scontro tra vari Paesi membri interessati a modificare le regole del nascente mega-business dell'anti-inquinamento. «Se gli interessi italiani saranno colpiti io opporrò il diritto di veto e non avrò nessuna esitazione», ha affermato il premier Silvio Berlusconi, schierato sulla linea della Germania, che punta a tutelare le industrie nazionali dai maggiori costi imposti dalle restrizioni ecologiche. Il Regno Unito vorrebbe creare un vero mercato della compravendita delle emissioni inquinanti. I Paesi membri dell'Est si aspettano compensazioni dagli esborsi pagati dagli Stati più industrializzati. Il presidente francese di turno del-l'Ue, Nicolas Sarkozy, ha fatto elaborare una proposta di compromesso per graduare sulle esigenze nazionali il conseguimento nel 2020 del taglio delle emissioni inquinanti del 20%, dell'aumento del 20% delle energie rinnovabili e di un miglioramento del 20% dell'efficienza energetica. «La posizione del governo nella difficile trattativa in Europa è pienamente condivisibile », ha detto il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia chiedendo la «totale difesa» delle industrie di siderurgia, ceramica, vetro, carta, laterizi, chimica. Il sottosegretario Gianni Letta ha riunito a Palazzo Chigi i ministri Andrea Ronchi (Politiche comunitarie) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente) per preparare il vertice. «Abbiamo fissato i punti oltre i quale non si tratta più e va messo il veto », spiega Ronchi, fin dall'inizio portatore della difesa a oltranza dell'industria manufatturiera. «Per raggiungere un'intesa efficace occorre saldare i temi della lotta ai cambiamenti climatici con quello della crescita economica nei Paesi in via di sviluppo», ha detto la Prestigiacomo che ha auspicato una possibile svolta partendo per la Conferenza dell'Onu a Poznan sui cambiamenti climatici. Critiche al premier sono arrivate dall'opposizione, dopo la notizia dell'arretramento dal 41Ëš al 44Ëš posto dell'Italia nel Performance Index di German Watch, che valuta la lotta alle emissioni inquinanti nei 57 Paesi più significativi.

giovedì 4 dicembre 2008

Dietrofront sul risparmio energetico

Da Repubblica

Il governo fa marcia indietro sulla riduzione delle detrazioni fiscali sul risparmio energetico. Sarà certamente cancellata la retroattività della norma che avrebbe imposto a chi ha già realizzato i lavori, di presentare una nuova domanda a gennaio con il rischio di non vedersi riconosciuto lo sconto nella prossima dichiarazione dei redditi .Novità sembrerebbero annunciarsi anche per l´intero impianto del decretone anticrisi, una sorta di piano-bis: ieri sera il ministro dell´economia Tremonti, incontrando i senatori del Pdl, avrebbe aperto su possibili modifiche alla manovra con «nuovi meccanismi di sostegno all´economia reale» e non avrebbe escluso interventi di incentivo per le auto ecologiche come in Francia. I fondi, secondo quanto riferito dai partecipanti, circa 2-3 miliardi ,sarebbero emersi da una accurata due diligence del fas, il noto fondo per le aree sottoutilizzate.Tornado alle detrazioni fiscali per il risparmio energetico appare più confuso il futuro: per il 2009 in poi il ministero dell´Economia è orientato a mantenere un "tetto" agli sgravi fiscali, quindi per i nuovi lavori da intraprendere chi vuole ottenere lo sconto fiscale del 55% dovrà "prenotarsi" il più presto possibile. Le domande che si riveleranno fuori dal budget stanziato per gli ecoincentivi avranno diritto ad una detrazione solo del 36%. Non è invece certo che rimarrà il meccanismo del "silenzio assenso" in base al quale se non si ottiene entro 30 giorni l´ok dall´Agenzia delle Entrate significa che non si potrà usufruire dell´abbattimento dell´Irpef alla soglia massima.L´incertezza è data anche dal fatto che il ministro dell´Ambiente, Daniela Prestigiacomo, sta lavorando ad un emendamento per sopprimere tutte le norme relative al credito d´imposta contenute nel decreto anti-crisi e non solo la retroattività. Proposta che si scontra con l´orientamento del ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, orientato a modifiche minime.

lunedì 27 ottobre 2008

Il ministero dell'Ambiente nel 2009 perderà quasi il 18% del proprio budget

Dal Sole 24 Ore

Il ministero dell'Ambiente nel 2009 perderà quasi il 18% del proprio budget: da 1,5 miliardi passerà, infatti, a 1,2. Il dicastero, insomma, dovrà funzionare con 276 milioni in meno: uno dei tagli più consistenti. Colpite soprattutto le risorse della tutela della fauna e della flora e quelle riservate allo sviluppo sostenibile.Da 1,5 a 1,2 miliardi: per il 2009 il bilancio del ministero dell'Ambiente dovrà fare a meno di 276 milioni, 250 frutto del taglio secco operato dalla manovra estiva (Dl 112) e 26 conseguenza degli accantonamenti previsti dalla Finanziaria per il 2007 e ora trasformati in riduzioni di spesa. Il budget del ministro Stefania Prestigiacomo si assottiglia, pertanto, di quasi il 18%, uno dei tagli più consistenti.Il capitolo più colpito è quello dello sviluppo sostenibile e della tutela, che dispone delle maggiori risorse: nel 2009 lascerà sul terreno 255 milioni, passando da quasi 1,4 miliardi di dotazione a 1,1. Il ridimensionamento, però, diventa ancora più drastico se si considerano gli effetti delle rimodulazioni volute dall'articolo 60,comma 3,della manovra estiva e se si tiene conto delle conseguenze prodotte dalle ultime normative: il taglio, infatti, arriva a 271 milioni.All'interno di tale capitolo,a soffrire delle riduzioni sono, in particolare, gli interventi per la tutela e la conservazione della fauna e della flora e la salvaguardia della biodiversità, che perde 37 milioni. Le rimodulazioni, poi, rendono ancora più pesante la cura dimagrante per le risorse destinate alla gestione delle aree marine protette, che devono rinunciare a ulteriori 2,4 milioni.E per rimanere in tema di aree protette (ma questa volta quelle naturali), anche gli interventi di demolizione di opere abusive in tali realtà dovranno essere riconsiderati, perché perdono 2,1 milioni. Quei soldi hanno, però, rimpinguato le risorse riservate all'acquisto di mezzi navali e aerei da utilizzare nella difesa dell'ambiente:il budget del settore, infatti, aumenta di 3,3 milioni (da 27 a 30), ma nel 2010 e 2011 crescerà ancora, rispettivamente di 4,2 e 3,2 milioni.Altro capitolo ridimensionatoè quello dello sviluppo sostenibile, costretto a farea meno di 30 milioni. Ma il taglio diventa ancora più rilevante per le spese relative alle convenzioni sui cambiamenti climatici: l'effetto delle rimodulazioni toglie, infatti, al settore4 milioni.Saranno meno anche i soldi per la ricerca e l'innovazione,che perdono 8,4 milioni

giovedì 23 ottobre 2008

Clima arroventato, governo mercatista

Il Governo tiene duro nel confronto con l’Unione Europea sul paccetto clima ed energia. L’obiettivo del 20-20-20 (ridurre le emissioni di Co2 del 20% entro il 2020) e soprattutto i metodi per conseguirlo sono troppo costosi per l’Italia e per buona parte dei Paesi dell’Est. “Il progetto è una tassa occulta sulle imprese”, spiegava ieri il ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo in un’intervista a Il Sole 24 Ore, perché: “...i costi sono certi, mentre i vantaggi dipendono da molti fattori che non siamo in grado di prevedere perché derivano dall’andamento dell’economia e della competitività. Quando si pensa di far pagare i permessi di emissione a tutte le aziende, ciò si traduce in una tassa che di vantaggi, in termini ambientali, ne dà molto pochi. E in un momento come questo non mi pare proprio il caso di caricare le aziende manifatturiere di nuovi pesi”. Un “tavolo” tecnico sarà aperto la settimana prossima. Se non verrà raggiunto un consenso unanime, l’Italia è determinata a far saltare l’accordo. Ed è per questo che ieri si sono levate parole grosse da Nicolas Sarkozy (“Sarebbe drammatico e irresponsabile abbandonare il pacchetto energia e clima”) e da José Manuel Barroso (“Sarebbe davvero drammatico se l’Europa abbandonasse la lotta al cambiamento climatico”). Ma la presa di posizione del Governo è ragionevole o ideologica? “Più che ragionevole”: ne è convinto Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Ecologia di Mercato dell’Istituto Bruno Leoni. “Quando gli obiettivi del 20-20-20 sono stati fissati, nessuno si è chiesto come e se sarebbe stato possibile raggiungerli. C’è poi un problema di equità nella distribuzione dei costi. Una quota è uguale per tutti, poi vengono assegnati obiettivi nazionali ad ogni Paese. Come? In rapporto al Pil nazionale, cioé: i più ricchi devono darsi più da fare. Che è un criterio molto arbitrario e non conviene all’Italia: il nostro Paese spreca poco (non perché siamo più virtuosi, ma perché da noi l’energia costa tanto) e per noi è ancora più difficile ridurre gli sprechi in base alle quote fissate a priori”. Stagnaro usa una metafora molto semplice per spiegare il concetto: è come se a Stanlio e Ollio fosse imposto di perdere la stessa quantità di peso. Noi siamo il sistema-Stanlio e rischiamo l’anoressia. E c’è anche un terzo problema: “Quando questi obiettivi sono stati fissati era la primavera del 2007, ma adesso è in corso una crisi che nessuno si aspettava”. Certo, Sarkozy dice: “Il pacchetto è fondato sulla convinzione che il mondo va incontro alla catastrofe se continua a produrre nelle stesse condizioni. Non vedo alcuna argomentazione che mi dica che il mondo va meglio dal punto di vista ambientale solo perché c’è la crisi economica”. Ma la battaglia di Italia, Polonia e altri Paesi dell’Est sta riaprendo gli occhi dell’Europa proprio su questo catastrofismo, troppe volte dato per scontato. “E’ una grande battaglia culturale” - ci spiega Antonio Gaspari, giornalista e direttore dell’agenzia Greenwatch News - “Fino ad ora, in Europa, è passata la tesi, tipica dell’ideologia ecologista, secondo cui il riscaldamento globale è causato dall’uomo e perciò dobbiamo ridurre l’attività produttiva se vogliamo salvarci. Sinora si è speculato su prodotti come i carbon credits o i vari certificati verdi e bianchi. Questo sistema sta fallendo. E’ fallito chi ha investito molto sui carbon credits, come Enron e la Lehman Brothers. Sono falliti tutti gli scenari catastrofici sul cambiamento climatico che non si sono verificati: il 2008 avrebbe dovuto essere l’anno più caldo del millennio. Le aziende non sono disposte a tirare la cinghia per tenere in piedi un’ideologia”. Il Governo italiano, attualmente, sta battagliando in difesa della libertà delle imprese e dei consumatori contro nuovi vincoli imposti dall’Ue. Quindi in difesa del “mercatismo”? Sì, secondo Stagnaro: “Se non altro per una questione di conti in tasca, si è costretti a scendere dal cielo delle ideologie per adottare soluzioni pratiche. E, nella pratica, è il ‘mercatismo’ che funziona”. (Da L'Opinione)


Un progetto di risparmio ed efficienza energetica è stato lanciato dall’Eni di Paolo Scaroni più di un anno fa con l’obiettivo di permettere un risparmio del 30% sull’attuale bolletta energetica di ogni famiglia